Buddha di Bamiyan

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Coordinate: 34°49′55″N 67°49′36″E / 34.831944°N 67.826667°E34.831944; 67.826667

Buddha di Bamiyan
Le statue dei Buddha di Bamiyan
Le statue dei Buddha di Bamiyan
Localizzazione
Stato Afghanistan Afghanistan
Provincia Bamiyan
Altitudine 2500 m s.l.m.
Dimensioni
Altezza m 53
Amministrazione
Ente Afghanistan Institute di Bubendorf
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO Flag of UNESCO.svg
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Buddha di Bamiyan
(EN) Cultural Landscape and Archaeological Remains of the Bamiyan Valley
Tipo Culturali
Criterio C (i)(ii)(iii)(iv)(vi)
Pericolo Dal 2003
Riconosciuto dal 2003
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

I Buddha di Bamiyan erano due enormi statue del Buddha scolpite da una setta buddista nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan, in Afghanistan, a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul e ad un'altezza di circa 2500 metri; una delle due statue era alta 38 metri e risaliva a 1800 anni fa, l'altra era alta 53 metri ed aveva 1500 anni.

Nel 2003 vennero inseriti, insieme all'intera zona archeologica circostante e al paesaggio culturale, nella lista dei Patrimoni mondiali dell'umanità dell'UNESCO, che si è impegnata, insieme ad alcune nazioni, per la ricostruzione delle due statue distrutte il 12 marzo 2001 dai talebani.

Prodotto della scuola Lokottaravādin[modifica | modifica sorgente]

La scuola mahasanghika dei Lokottaravādin pur non appartenendo al Buddhismo Mahāyāna aveva formulato in embrione delle teorie che poi si sarebbero sviluppate appieno nella dottrina del Trikāya, i "Tre Corpi di Buddha". Assunse quindi caratteristicamente una visione trascendente, lokottara, e immanente del Buddha: sia come Manomayakāya, corpo mentale posto in una dimensione esterna al mondo fenomenico, sia come Rūpakāya, corpo fisico storicamente vissuto nel Saṃsāra come Siddhārtha Gautama Śākyamuni.

I Lokottaravādin condividevano con le scuole Sarvāstivāda e Dharmaguptaka la diffusione nel nordovest indiano e avevano in comune l'espressione artistica modulata secondo i canoni dell'arte greco-indiana del Gandhāra di cui i Buddha di Bamiyan furono un esempio su scala gigantesca.

Tecnica scultorea[modifica | modifica sorgente]

I corpi principali delle statue furono sbozzati direttamente nella montagna, mentre i dettagli furono modellati mediante fango misto a paglia e poi ricoperti di stucco. Questa copertura, andata quasi completamente perduta già da tempo a causa degli agenti atmosferici, era originariamente dipinta per enfatizzare le espressioni del viso, le mani e le pieghe delle vesti. Le parti inferiori delle braccia delle statue furono costruite mediante la medesima tecnica di fango misto a paglia e supportate da armature in legno. Si pensa che la parte superiore dei volti fossero costituite da grandi maschere in legno. Le file di fori visibili nelle fotografie contenevano i paletti in legno necessari a sostenere le parti in stuccatura.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Bamiyan si trova sul percorso della Via della seta, un itinerario mercantile che univa i mercati della Cina con quelli dell'Asia centrale e meridionale, del Medio Oriente e dell'Europa. Fu la sede di numerosi monasteri Buddhisti e un florido centro religioso, filosofico e artistico dal II secolo in poi, fino all'invasione islamica del IX secolo.

I monaci del monastero vivevano come eremiti in piccole grotte scavate nella roccia ai lati delle statue. Molti di questi monaci abbellirono le loro grotte con statue religiose e affreschi dai colori sgargianti.

Costruzione[modifica | modifica sorgente]

Si pensa che le due statue siano state costruite nel III e nel V secolo dai Kushan e dagli Eftaliti all'apice dei loro imperi. Da queste due tribù indoeuropee col tempo si è formata la base delle popolazioni Pashtun, il gruppo etnico da cui provenne poi il seguito dei Talebani.

Il pellegrino buddhista cinese Xuanzang, giunto a Bamiyan intorno al 630, descrive la regione come un fiorente centro buddhista, "con più di cento monasteri e più di mille monaci", e nota che entrambe le statue erano "decorate con oro e splendidi gioielli" (Wriggins, 1995).

Una statua monumentale raffigurante Buddha seduto, simile per stile a quelli di Bamiyan, si trova nelle grotte del tempio Bingling, nella provincia cinese di Gansu.

Nel mese di dicembre del 2004 un gruppo di ricercatori giapponesi scoprì che gli affreschi di Bamiyan furono dipinti fra il V e il IX secolo, e non fra il VI e l'VIII secolo come si pensava precedentemente. La scoperta è stata fatta analizzando gli isotopi radioattivi contenuti in fibre di paglia trovate al di sotto degli affreschi.

Patrimonio dell'umanità[modifica | modifica sorgente]

Dal 2003 sono stati riconosciuti come Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO e subito iscritti nella lista dei patrimoni in pericolo.

Le motivazioni sono state le seguenti:

  • Le statue del Buddha e l'arte rupestre della valle sono una rappresentazione fondamentale della scuola Gandhara nell'arte buddista dell'Asia centrale (criterio I).
  • I resti della valle sono testimonianza di un importante centro buddista sulla Via della seta e dello scambio culturale tra arte indiana, ellenistica, romana, sasanide e alla base dell'espressione artistica della scuola Gandhara (criterio II).
  • Sono una testimonianza eccezionale di una tradizione culturale dell'Asia centrale ormai scomparsa (criterio III).
  • La valle è un esempio importante di un territorio culturale che illustra un significante periodo del Buddhismo (criterio IV).
  • La valle è l'espressione monumentale massima del Buddhismo occidentale. È stato un importante centro di pellegrinaggio per molti secoli (criterio VI).

Distruzione[modifica | modifica sorgente]

La cava come appariva nell'agosto 2005

I tentativi fino al XX secolo[modifica | modifica sorgente]

Quando Mahmud di Ghazni conquistò l'Afghanistan nel XII secolo, le statue dei Buddha e gli affreschi vennero risparmiate dalla distruzione. Aurangzeb, l'ultimo imperatore Moghul, si distinse per il suo zelo religioso e usò l'artiglieria pesante in un tentativo di distruggere le statue[senza fonte]. Anche Nadir Shah, dopo molti secoli di relativa calma, fece sparare colpi di cannone sulle statue. Ma a parte alcuni danni di scarsa rilevanza, i due Buddha resistettero egregiamente fino alla fine del XX secolo.

I talebani[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo 2001, i Talebani, musulmani iconoclasti, ordinarono la distruzione delle due statue, denunciando come idolatre quelle sculture. Anche se nell'intenzione di chi eresse le statue poteva esservi una forma di idolatria, le statue per il Buddismo rappresentavano comunque esseri umani e non dei. Da questo punto di vista i talebani hanno distrutto raffigurazioni umane e non divine, riuscendo peraltro a colpire in modo offensivo la sensibilità dell'Occidente da essi tanto odiato. Non va neppure dimenticato che nessuna dinastia islamica, fino ai Ghaznavidi si sognò mai di abbattere le raffigurazioni artistico-religiose del passato preislamico. Questo non è solo vero per l'Afghanistan (allora chiamato Khorasan e Tokharistan) ma, in modo del tutto eloquente, per l'Egitto col suo passato faraonico, ma anche la Siria o l'Iraq, con le sue innumerevoli testimonianze d'un passato che affonda le sue radici fin dentro il III millennio a.C. o la Libia e la Tunisia medievale e moderna, che conservarono le tracce del loro passato, non solo romano. La stessa Turchia, sede del Sultanato ottomano, restauratore del Califfato, non toccò mai le testimonianze del più remoto passato, come ad esempio quello hittita.

Nel luglio del 1999 - in linea con la consolidata tradizione islamica che non distrugge le testimonianze archeologiche del passato, fossero anche "idolatriche" come i monumenti della Mesopotamia, della Siria o dell'Egitto antichi - il Mullah Mohammed Omar aveva emanato un decreto in favore delle conservazione dei Buddha di Bamiyan. A causa del fatto che la popolazione di fede buddista dell'Afghanistan non esisteva più da lungo tempo, il che impediva la possibilità che le due statue venissero adorate, egli dichiarò: “Il governo considera le statue di Bamiyan un esempio di una potenziale grande risorsa turistica per l'Afghanistan, e quindi dichiara che il sito di Bamiyan non dovrà essere distrutto ma protetto”.

Il "clero" islamico afgano diede poi un severo giro di vite nei confronti dei segmenti non islamici della società. I Talebani bandirono ogni forma di raffigurazione, musica e sport, compresa la televisione, in accordo con quello che loro consideravano una rigorosa interpretazione della legge islamica.

Nel marzo 2001, secondo l'agenzia di stampa France Press, un decreto dichiarò:

« in base al verdetto del clero e alla decisione della Corte Suprema dell'Emirato Islamico, tutte le statue in Afghanistan devono essere distrutte. Tutte le statue del paese devono essere distrutte perché queste statue sono state in passato usate come idoli dagli infedeli. Sono ora onorate e possono tornare a essere idoli in futuro. Solo Allah l'Onnipotente merita di essere adorato, e niente o nessun altro. »

Il ministro della Cultura e dell'Informazione Qadratullah Jamal rese nota all'agenzia di stampa Associated Press la decisione dei 400 religiosi afgani che dichiarava che le statue di Buddha erano contrari ai principi dell'Islam.

Il 6 marzo il quotidiano londinese Times riportò che il Mullah Mohammed Omar disse: “i musulmani dovrebbero essere orgogliosi di distruggere gli idoli”. Egli aveva chiaramente cambiato la sua posizione, dall'essere favorevole alla conservazione delle statue all'essere fortemente contrario.

Tentativi internazionali di salvataggio[modifica | modifica sorgente]

Il Metropolitan di New York chiese il permesso di portare negli Stati Uniti i due Buddha, e anche il governo indiano si fece avanti proponendo di prendere in consegna le due statue.[1] Dopo il primo giorno di bombardamenti, decine di governi tra i quali persino quello musulmano del Pakistan, unico paese amico dei Talebani, chiesero invano al mullah Omar di annullare la decisione.[2] A nulla valsero i tentativi di salvare le statue dalla decisione, ormai presa, dei Talebani di distruggerle.

La giustificazione[modifica | modifica sorgente]

Il 18 marzo il New York Times riporta che un rappresentante dei Talebani disse che il governo prese questa decisione per l'ira derivante dal fatto che una delegazione straniera offrì denaro per salvare le antiche statue mentre un milione di afgani rischiavano di morire di fame.

Il 19 aprile 2004, durante un'intervista ad un giornale pachistano, il Mullah Mohammed Omar dichiarò: “Io non volevo distruggere i Buddha di Bamiyan. In realtà alcuni stranieri vennero da me e dissero che loro avrebbero voluto restaurare le statue che erano state lievemente danneggiate a causa delle piogge. Questo mi scandalizzò. Pensai “questa gente insensibile non ha riguardo delle migliaia di esseri umani che muoiono di fame, ma sono così preoccupati per oggetti inanimati come i Buddha”. Questo era estremamente deplorevole, e questa è la ragione per cui ne ho ordinato la distruzione. Fossero venuti per ragioni umanitarie, non ne avrei mai ordinato la distruzione”.

Il governo dei Talebani decretò che le statue, che erano sopravvissute intatte per più di 1500 anni, erano idolatre e contrarie all'Islam. Durante la distruzione, il ministro dell'Informazione Qudratullah Jamal disse che “questo lavoro non è così semplice come la gente può pensare. Non si possono tirar giù le statue bombardandole perché entrambe sono incise e solidamente attaccate alla montagna”. I due Buddha vennero demoliti a colpi di dinamite e cannone dopo quasi un mese di intensi bombardamenti.

Ricostruzione[modifica | modifica sorgente]

L'impegno per la ricostruzione[modifica | modifica sorgente]

Benché le statue dei due Buddha siano state quasi completamente distrutte, i loro profili e alcune loro fattezze sono tuttora riconoscibili nelle cavità. È possibile per i visitatori esplorare le caverne dei monaci e i passaggi che le uniscono. Come parte dello sforzo internazionale per ricostruire l'Afghanistan dopo la guerra contro i Talebani, il governo del Giappone e alcune altre organizzazioni (tra cui l'Afghanistan Institute di Bubendorf in Svizzera e l'ETH di Zurigo) si sono impegnate nella ricostruzione delle due grandi statue di Buddha.

Tuttavia il restauro del sito non è stato considerato prioritario dall'UNESCO e probabilmente i Buddha non saranno mai ricostruiti. Gli sforzi hanno portato allo stato attuale solo ad un consolidamento della roccia e delle nicchie che hanno sofferto per il bombardamento. Il consolidamento delle pareti è stato eseguito dalla Trevi S.p.A. di Cesena (Italia).

Un ulteriore risultato è arrivato l'8 settembre 2008, quando gli archeologi, alla ricerca di una leggendaria statua di 300 metri nel sito, annunciarono la scoperta di un terzo Buddha di 19 metri, un Buddha coricato in parinirvāna, una posa che rappresenta il passaggio del Buddha nel nirvana, di cui Xuanzang fa una descrizione.[3]

Il governo afgano ha chiesto all'artista giapponese Hiro Yamagata di ricreare i Buddha di Bamiyan[4] usando 14 raggi laser che proiettino le immagini delle statue nelle nicchie in cui erano stati scolpiti. I laser saranno alimentati tramite energia solare ed eolica. Se approvato dall'UNESCO il progetto, del costo di 9 milioni di dollari, in teoria avrebbe dovuto essere completato entro il 2007 ma, a tutt'oggi, non si hanno notizie in merito.

Documentari[modifica | modifica sorgente]

Nel mese di marzo 2006 il regista svizzero Christian Frei ha realizzato un documentario di 95 minuti, intitolato I Buddha giganti, che parla delle statue, della decisione dei Talebani di distruggerle e delle reazioni internazionali. La voce narrante della versione italiana è del doppiatore italiano Riccardo Merli.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Carri armati e cannoni contro i Buddha di Bamiyan", Repubblica.it, 2 marzo 2001
  2. ^ Cfr. "I Taleban non si fermano "Attaccati i grandi Buddha"", Repubblica.it, 3 marzo 2001
  3. ^ (EN) "New Bamiyan Buddha find amid destruction", Google News, AFP, 8 novembre 2008.
  4. ^ "Il sogno di un artista giapponese ricreare i Budda di Bamiyan", Repubblica.it, (2 novembre 2005)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Fabio Maniscalco, World Heritage and War, serie monografica "Mediterraneum", vol. 6, Napoli, Massa editore, 2007 Catalogo: MEDITERRANEUM, Massa Editore. URL consultato il 6 dicembre 2009.
  • Sally Hovey Wriggins, Xuanzang: A Buddhist Pilgrim on the Silk Road, Westview Press, 1996

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]