Aurangzeb

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Aurangzeb
Aurangzeb
Al-Sultan al-Azam wal Khaqan al-Mukarram Abul Muzaffar Muhiuddin Muhammad Aurangzeb Bahadur Alamgir I, Padshah Ghazi
In carica 1658–1707
Predecessore Shah Jahan
Successore Bahadur Shah I
Nome completo Abul Muzaffar Muhiuddin Muhammad Aurangzeb Alamgir
Nascita Dahod, 3 novembre 1618
Morte Ahmednagar, 3 marzo 1707
Luogo di sepoltura Valle dei Santi
Dinastia timuride
Padre Shah Jahan
Madre Mumtaz Mahal
Coniugi Nawab Raj Bai Begum
Dilras Bano Begam
Hira Bai Zainabadi Mahal
Aurangabadi Mahal
Udaipuri Mahal
Figli (con Dilras Bano Begam)
Zeb-un-Nissa, Zinat-un-Nissa, Muhammad Azam Shah, Mehr-un-Nissa, Muhammad Akbar,
(con Nawab Raj Bai Begum)
Sultan Muhammad, Bahadur Shah I, Badr-un-Nissa,
(con Aurangabadi Mahal)
Zabdat-un-Nissa,
(con Udaipuri Mahal)
Muhammad Kam Baksh.

Aurangzeb, noto anche come Alamgir I (in lingua persiana اورنگ‌زیب, da aurang (trono) e zaib (bellezza o ornamento); Dahod, 3 novembre 1618Ahmednagar, 3 marzo 1707), fu sovrano dell'Impero Mogul dal 1658 al 1707.

È una figura molto controversa nella storia dell'Asia meridionale, ed è considerato un tiranno dalla maggior parte degli indù, dai sikh e dalla maggior parte degli indiani non musulmani.

Aurangzeb era molto religioso e, secondo la storiografia, ispirato da un profondo fanatismo: il suo regno seguiva rigidamente l'islam e la sharīʿa che ne era la legge, e per questo viene considerato il resto dei califfi Raschiddun come afferma il imam ali tantawi, a differenza dei suoi predecessori il cui regno era stato caratterizzato dalla tolleranza religiosa. Durante il suo regno, molti templi indù furono distrutti, e molti non musulmani (per lo più indù) furono convertiti con la forza all'islam. Anche la jizya, una tassa gravante esclusivamente sui non musulmani, fece la sua ricomparsa.

Ascesa al trono[modifica | modifica sorgente]

Aurangzeb (il cui nome per intero era Abū Muẓaffar Muḥyī al-Dīn Muḥammad Aurangzēb ʿĀlamgīr, in persiano ابو مظفر محی الدین محمد اورنگزیب عالمگیر ), fu il terzogenito del quinto Gran Mogol, l'imperatore Shah Jahan (il costruttore dello splendido Taj Mahal) e della sua sposa Arjumand Bānū Begum (nota anche con il nome di Mumtaz Mahal).

A seguito di una ribellione contro suo padre, parte dei suoi figli, compreso Aurangzeb, vennero spediti come ostaggi alla corte di suo nonno Jahangir. Alla morte di quest'ultimo, nel 1627, Aurangzeb tornò a vivere con i suoi familiari e Shah Jahan seguì l'usanza della sua dinastia nell'assegnare il comando ai propri figli, e nel 1634 nominò Aurangzeb Subahdar (ovvero governatore) dell'altopiano del Deccan, fu così che in quello stesso anno Aurangzeb si trasferì a Kirki, che ribattezzò Aurangabad. Nel 1637 sposò la principessa Rabia Daurrani in un periodo in cui l'altopiano di Decca era in uno stato di relativa tranquillità. Nonostante ciò, alla corte dei Moghul suo padre Shah Jahan cominciò a mostrare una particolare predilezione per il suo figlio maggiore Dara Shikoh a scapito degli altri figli. Fu così che nel 1644, quando una delle sorelle di Aurangzeb, la principessa imperiale Jahanara Begum Sahib rimase gravemente ustionata dall'accidentale incendio delle sue vesti,impregnate di olii profumati, la forte tensione familiare scoppiò in tutta la sua virulenza con gravi conseguenze politiche. Accusato da suo padre di non essere tornato immediatamente alla notizia dell'incidente che aveva coinvolto sua sorella, Aurangzeb venne destituito della sua carica e nel 1645 venne bandito per sette mesi dalla corte imperiale. In seguito suo padre Shah Jahan lo nominò governatore di Gujarat e nella nuova carica raccolse finalmente i dovuti riconoscimenti per le sue abilità politiche e amministrative. Fu così che nel 1647 venne eletto anche governatore di Balkh e Badakhshan (ai confini con l'attuale Turkmenistan), per sopperire all'inettitudine di suo fratello Murad Baksh.

Tutte le regioni sotto il suo governo erano sotto la continua minaccia degli attacchi di diversi nemici esterni, ma il talento militare di Aurangzeb fecero sì che esse non diventassero mai dei pericoli reali per l'impero. La sua abitudine di pregare durante la battaglia sul suo tappeto da preghiera divenne un esempio della sua freddezza e della sua razionalità, facendogli guadagnare una fama molto diffusa. Dopo essere stato eletto governatore di Multan iniziò una interminabile guerra contro la dinastia safavide per la conquista della città di Kandahar, il cui fallimento lo gettò nuovamente in disgrazia agli occhi del padre.

Tuttavia nel 1652 Aurangzeb venne nuovamente nominato governatore dell'altopiano di Decca ma la sua esperienza di governatore fecero sì che il suo nuovo governatorato della regione fosse molto diverso dal primo. In precedenza Aurangzeb aveva permesso che la corruzione prosperasse e che la burocrazia avesse i pieni poteri, ora invece, egli cercò di rinnovare e riformare il sistema di riscossione delle tasse per eliminare lo sperpero e il profitto illecito dei burocrati, ma con scarsa risposta.

Fu in questo secondo periodo di governatore della pianura di Decca che risale la prima devastazione di un tempio indù da parte dei soldati di Aurangzeb, che, con la tacita connivenza del loro capo militare, si dettero alla persecuzione di tutti i non musulmani. La condotta dei suoi soldati sarebbe infatti stata giustificata e difesa dallo stesso governatore in una serie di lettere alla corte di Shah Jahan.

Nel tentativo di guadagnare nuova gloria, Aurangzeb attaccò i confini con i regni vicini di Golconda (1657) e di Bijapur (1658), ma in entrambi i casi i suoi successi vennero impediti dal richiamo di Shah Jahan, o forse di suo fratello il Principe Dara.

La lotta per la successione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1657 Shah Jahan cadde gravemente malato e si diffuse la notizia precoce della sua scomparsa, dando inizio alla lotta per la successione. Anche se il principe Dara Shikoh era l'erede nominale al trono tuttavia la sua ascesa alla corona era tutt'altro che certa. Alla notizia della supposta morte di suo padre, il fratello di Dara dal Bengala, Shah Shuja, si dichiarò imperatore, ma l'invio di armate da parte di suo fratello Dara e di suo padre lo fecero recedere dal reclamare la corona imperiale.

Tuttavia subito dopo, Murad Baksh, fratello minore di Shuja, grazie ad accordi segreti con Aurangzeb per il suo sostegno, si dichiarò imperatore a Gujarat. In aperto sostegno di suo fratello, Aurangzeb iniziò a marciare da nord partendo da Aurangabad per raccogliere il sostegno dei nobili e dei capi militari. Dopo aver ottenuto una serie di vittorie, Aurangzeb dichiarò formalmente che suo fratello Dara aveva usurpato in maniera illegittima il trono del padre, il quale, ancora vivo, per tutta risposta, elesse proprio Dara come il suo legittimo successore.

A sostegno del principe Dara si schierò un nobile indù, il Maraja Jaswant Singh, il quale si scontrò con Aurangzeb e Murad a Dharmatpur nelle vicinanze di Ujjain. Nonostante avesse subito delle pesanti perdite, Aurangzeb sconfisse il Maraja, potendo concentrare le sue forze contro suo fratello Dara. A seguito di una serie di sanguinose battaglie, le truppe fedeli ad Aurangzeb sconfissero quelle di Dara a Samugarh. Dopo aver accerchiato in pochi mesi la città di Agra, le forze di Aurangzeb costrinsero il principe Dara alla fuga a Delhi, lasciando nelle retrovie il vecchio Shah Jahan, che si arrese dopo essersi arroccato nel Forte rosso di Agra. Nonostante gli inviti da parte di suo padre, Aurangzeb rifiutò ogni tipo di trattativa dichiarando suo fratello Dara il suo principale nemico. Nonostante il cambio di fronte da parte di suo fratello Murad, il quale cercò di assassinarlo per avvelenamento e venne arrestato, l'ostinata caccia a Dara da parte di Aurangzeb non venne frenata. I precedenti sostenitori di Murad si schierarono con lui mentre Dara raccoglieva un nuovo esercito nel Punjab. Nel frattempo l'esercito inviato contro suo fratello Shuja venne messo in rotta e i suoi capi militari, il generale Jai Singh I e Diler Khan si arresero ad Aurangzeb, consentendo tuttavia che il figlio di Dara, Solimano, potesse sfuggire dalle mani dello zio e, attraversando i passi dell'Himalaya, potesse raggiungere il padre nel Punjab. Aurangzeb offrì a suo fratello Shuja il governatorato del Bengala, ma questi, non confidando nella buona fede del fratello, continuò a combattere per Dara. Tuttavia le sue armate subirono una serie di pesanti sconfitte per mano di Aurangzeb e Shuja fu costretto all'esilio ad Arakan, l'antico nome dell'odierno stato birmano di Rakhine, dove scomparve poco dopo e, probabilmente, morì.

Con i suoi fratelli in rotta e con suo padre prigioniero ad Agra, Aurangzeb era libero di inseguire e punire il suo acerrimo nemico: suo fratello Dara. Dopo aver attraversato i confini nord-occidentali del regno, Aurangzeb inseguì l'esercito di Dara, e dopo numerose battaglie, riuscì a catturarlo grazie al tradimento di uno dei generali di Dara.

Nel 1659 il principe Dara fu condotto in catene a Delhi e giustiziato e la sua testa inviata per dispregio a suo padre, prigioniero al Forte Rosso, per ironia, così vicino al colossale Taj Mahal, capolavoro architettonico del regno di Shah Jahan.

Il regno di Aurangzeb[modifica | modifica sorgente]

Il rafforzamento della legge islamica[modifica | modifica sorgente]

Ritratto giovanile di Aurangazeb

Prima di Aurangzeb, i Gran Mogol erano sempre stati relativamente tolleranti nei confronti delle altre religioni e dei loro credenti, permettendo a questi ultimi di praticare le loro usanze ed i loro culti religiosi senza particolari ingerenze. Nonostante l'emanazione di alcune leggi a protezione della religione musulmana, come la proibizione di edificare templi indù e la tassa contro i non musulmani (detta Jizya), voluta dall'imperatore indiano Akbar, nel 1562, l'impero mogol era sempre stato tollerante nei confronti delle altre religioni (lo stesso Akbar aveva sempre incoraggiato la tolleranza religiosa verso i non musulmani).

Fino al regno di Aurangzeb, l'India musulmana aveva seguito gli insegnamenti basati sui precetti dei mistici Sufi, sebbene Sunniti per origini, tutti gli imperatori Mogol (da Humayun in poi) avevano tollerato o addirittura apertamente abbracciato l'ordine islamico del sufismo Chishti. Tuttavia, con l'avvento di Aurangzeb, gran parte dei punti di vista liberali e tolleranti dei suoi predecessori ebbero termine. Egli fondò una osservanza molto più rigida dell'Islam, basato sulla legge islamica (Sharia) che tradusse in editti e leggi, tutte contenute nel suo codice di 33 libri, il Fatawa-e-Alamgiri.

Sotto il regno di Aurangzeb la corte Mogol cambiò radicalmente, seguendo i precetti dei predicatori islamici più fondamentalisti, il sovrano bandì ogni tipo di musica, bandendo musici, danzatori e cantanti (è ironico da questo punto di vista l'iconografia dell'imperatore mentre suona una vina, uno strumento a corde dell'epoca). Successivamente, sempre seguendo la sua interpretazione fondamentalista dell'islam, Aurangzeb proibì la rappresentazione di immagini, ponendo fine così alla ricca e raffinata produzione iconografica delle pitture miniate, che aveva raggiunto il suo apice prima del suo regno. Egli diede ordine ai suoi soldati e ai suoi seguaci di distruggere tutte le immagini presenti nel regno, comprese quelle presenti nel palazzo imperiale stesso. Un numero impressionante di immagini venne distrutto sotto il regno di Aurangzeb, il quale abolì tutte le usanze attinte dalla religione indù e istituite dai suoi predecessori, soprattutto quella del darshan, ovvero l'apparizione per la benedizione pubblica e quella delle celebrazioni pubbliche per il compleanno del Mogol.

In sintonia con la sua intolleranza religiosa, Aurangzeb promulgò numerose leggi che erano tendevano apertamente a impedire il culto di altre credenze religiose. Egli fece demolire molti templi, in maggioranza indù, e proibì le adunanze religiose non musulmane, fece chiudere tutte le scuole dottrinali di altre religioni e proibì alcune usanze di culto che definì immorali, come le danze sacre all'interno dei templi; la sanzione per il mancato rispetto di queste leggi era spesso la pena di morte.

L'intolleranza di Aurangzeb scatenò diverse ribellioni, tra le quali sono da annoverare quelle dei regni di Jodhpur (l'attuale Marwar) e di Udaipur, oltre che dei Sikh. La ribellione aperta di questi ultimi fu la conseguenza dell'esecuzione del guru Teg Bahadur, che venne torturato ed ucciso da Aurangzeb perché aveva rifiutato di convertirsi all'Islam. Il suo successore Gobind Singh guidò la rivolta contro l'oppressione religiosa di Aurangzeb.

L'ortodossia religiosa di Aurangzeb è stata a lungo interpretata come la causa scatenante non solo di queste rivolte ma anche del conseguente smembramento dell'Impero Mogul dopo la morte di Aurangzeb. Tuttavia interpretazioni storiche più recenti offrono una lettura diversa per la fine dell'Impero Mogul, da riscontrarsi nell'eccessiva estensione del suo territorio, diventato ormai impossibile da controllare, ma anche dall'impoverimento dello stesso impero, causato dal protrarsi delle guerre volute dallo stesso Aurangzeb, sia durante il suo governatorato della pianura di Decca che per le sue guerre per l'espansione dei confini. Oltre a ciò occorre aggiungere la scarsa fedeltà dei nuovi nobili creati da Aurangzeb, soprattutto provenienti dal suo governatorato di Decca, poco propensi alle vecchie usanze di lealtà nei confronti dell'Impero Mogul.

È interessante notare il fatto che, a dispetto del fondamentalismo religioso di Aurangzeb, gran parte del vertice militare del suo esercito continuò a professarsi indù, e tra di essi c'era il suo più celebrato generale, Mirza Raja Jai Singh.

La lotta per l'espansione dell'Impero Mogul[modifica | modifica sorgente]

Aurangzeb vincitore fa catturare il ribelle Orchha (1635)

Durante tutto il suo regno, dall'ascesa al trono fino alla sua morte, Aurangzeb portò avanti numerose campagne militare per espandere i confini dell'Impero Mogul. Per questo motivo promosse lo sviluppo di un esercito più potente e numeroso e cercò di inoltrarsi soprattutto verso il confine nord-occidentale, nel Punjab e nel territorio dell'attuale Afghanistan. Le sue campagna si diressero inoltre anche a sud, per conquistare gli antichi regni avversari di Bijapur e Golconda, oltre che i regni Maratha di recente conquistati da Shivaji, fondatore dell'Impero Maratha. La combinazione della sua politica di ortodossia religiosa e di espansione territoriale ebbero però degli effetti profondi sull'Impero Mogul. L'espansione dei confini, anche se raccolse diversi successi, fu possibile a costo di enormi perdite in vite umane e in ricchezza, così che, mentre l'Impero cresceva in dimensioni, la sua catena interna di autorità e lealtà diventava sempre più debole. Fu così che i Sikh del Punjab che si ribellavano ai suoi eserciti diventavano sempre più forti ed audaci, e quando i regni musulmani Golconda e Bijapur caddero in mano di Aurangzeb, la sua popolazione indù si unì in massa a sostegno di Shivaji e dell'Impero Maratha.

La ribellione divenne persino sedizione all'interno dello stesso esercito di Aurangzeb, soprattutto da parte dei feroci Rajput, la casta guerriera che rappresentò la punta di diamante del suo esercito; essendo tutti di religione indù, gran parte di essi si rivoltò apertamente ad Auragnzeb e alla sua ortodossia religiosa, con un grave contraccolpo alla stabilità delle gerarchie interne dell'Impero. Essendo costretto a concentrarsi sulle rivolte dei suoi militari, infatti, Aurangzeb fu costretto ad allentare il giogo dei suoi governatori, che divennero sempre più indipendenti e potenti.

L'intolleranza contro gli induisti[modifica | modifica sorgente]

Il regno di Aurangzeb fu caratterizzato per la sua particolare avversione per la religione indù. La sua politica contro la religione induista era volta a promuovere indirettamente il diffondersi della ortodossia sunnita nell'Impero. I suoi numerosi editti contro l'induismo, soprattutto la proibizione della festività del Diwali e la diffusione della jizya, furono lo strumento principe della sua lotta all'induismo; tuttavia il risultato più evidente e annoverato è la sua campagna di demolizione di templi indù.

Sotto il suo regno, centinaia, forse migliaia di templi induisti vennero sconsacrati e depredati. Nella maggior parte dei casi essi vennero rasi al suolo, in altri, al contrario, sulle loro fondamenta venivano edificati nuove moschee, a volte usando le stesse pietre.

Le cronache del tempo testimoniano le seguenti persecuzioni contro gli indù:

  • Un editto di Aurangzeb ordinò la distruzione di tutte le scuole induiste a Varanasi e la distruzione del tempio di Mathura che venne ribattezzata Islamabad
  • Nella città di Khandela ordinò l'uccisione di trecento fedeli indù perché si ribellavano alla distruzione del loro tempio
  • Nelle città di Multan e Thatta (nella regione del Sind) ordinò ai governatori di demolire le scuole e i templi degli infedeli
  • Nell'Udaipur ordinò di il massacro di tutti i fedeli indù che si opposero alla demolizione di ben 172 templi
  • Nella città di Amber, capitale dello stato di Rajasthan, ordinò la demolizione di 66 templi
  • Nella regione del Maharashtra ordinò la demolizione di tutti i templi indù e il massacro delle vacche sacre

A questi episodi si aggiunga la serie di editti, quali l'editto del 1665 che proibiva l'accensione di fuochi durante la festività di Diwali, a cui seguì nel 1668 la proibizione di tutte le feste induiste. Nel 1669 un nuovo editto proibì la costruzione di nuovi templi indù e la restaurazione di quelli già esistenti e nel 1671 Aurangzeb decretò che soltanto i musulmani potessero possedere terreni all'interno del regno. Un editto del 1674 stabilì la confisca di tutte le terre dei proprietari terrieri di religione indù di Gujarat e nel 1679, contrariamente agli avvisi dei suoi consiglieri di corte e dei suoi stessi teologi, egli ripristinò la Jizya contro tutti i non-musulmani.

Le ribellioni contro il governo di Aurangzeb[modifica | modifica sorgente]

Molti tra i sudditi di Aurangzeb si ribellarono contro di lui e contro le sue politiche, primo fra tutti suo figlio il Principe sultano Akbar.

La prima rivolta fu quella della tribù Pashtun degli Yusufzai vicino Peshawar nel 1667 che venne sedata, a cui seguì, l'anno dopo, quella delle tribù Jat di religione indù nel distretto di Agra. Sebbene a caro prezzo di innumerevoli vite umane, la rivolta di questa tribù durò per anni, e nel 1681 un attacco di Jat contro la città di Sikandra portò al saccheggio e alla distruzione della tomba di Akbar.

Nel 1670 fu la volta di Shivaji che attaccò il porto di Surat dando vita ad un nuovo periodo di conflitto con l'Impero Mogul.

Nel 1672 una setta di fede Kabirpanthi di nome Sathnamis, concentrata nella regione di Delhi iniziò una rivolta armata conquistando la città di Narnaul e sconfiggendo l'esercito imperiale venuto per sedare la rivolta. Fu necessario per Aurangzeb inviare un nuovo esercito forte di 10.000 uomini, compresa la sua Guardia Imperiale, per sconfiggere i rivoltosi.

Presto una nuova rivolta, questa volta della tribù di origine afghana degli Afridi, costrinse lo stesso Aurangzeb a guidare personalmente l'esercito contro il capo dei ribelli arroccato ad Hasan Abdal per sedare la rivolta.

Le campagne nella pianura di Decca e la rivolta dei regni Maratha[modifica | modifica sorgente]

Al tempo di suo padre, il Mogol Shah Jahan, la pianura di Decca comprendeva tre regni musulmani: Ahmednagar, Bijapur e Golconda. Dopo una campagna di conquista del regno Mogol, Ahmednagar venne conquistata ma uno dei suoi capi militari, di nome Shahaji di religione indù, si ritirò nel regno di Bijapur, creando una nuova realtà politica con capitale Pune ed elesse come erede del nuovo regno suo figlio Shivaji. Quando nel 1657 Aurangzeb attaccò gli altri due regni minori di Golconda e Bijapur, Shivaji, usando la tecnica della guerriglia, assunse il controllo di tre fortezze Bijapur prima controllate da suo padre, assumendo così al tempo stesso il controllo di molti clan Maratha. Durante la campagna di espansione di Aurangzeb, Shivaji conquistò diversi territori appartenenti sia al regno Mogul che a quello Bijapur, facendo così della dinastia Maratha una minacciosa potenza militare. Dopo la sua incoronazione nel 1659 Aurangzeb inviò il suo generale più fidato nonché zio materno Shaista Khan per riprendere possesso delle fortezze perdute. Shaista Khan penetrò nel territorio sotto il controllo Maratha e si insediò a Pune, ma con un attacco audace e improvviso Shivaji attaccò la residenza del novo governatore, uccise il figlio di Shaista Khan e mozzò a quest'ultimo un dito prima di lasciarlo fuggire. Per l'anno successivo Aurangzeb fu costretto ad ignorare la sfida dei Maratha, che continuarono a prendere il controllo di altre fortezze, fino a quando il Gran Mogol non inviò un nuovo generale, di religione indù, di nome Jai Singh.

Questa volta la strategia del nuovo comandante costrinse Shivaji a trattare la pace e a giurare fedeltà al Gran Mogol come suo vassallo, tuttavia, durante la cerimonia di sottomissione, un alterco tra Shivaji e Aurangzeb portarono all'arresto del primo ad Agra dove però riuscì a fuggire in maniera rocambolesca. Shivaji fece ritorno nella regione del Decca e venne incoronato Chhatrapati, ovvero Imperatore dell'Impero Maratha nel 1674. Nonostante il continuo invio di truppe da parte di Aurangzeb, Shivaji continuò ad espandere il territorio del suo impero fino alla sua morte nel 1680. Nel 1681 il figlio di Shivaji, Sambhaji, divenne imperatore di Maratha, ma nonostante fosse meno abile sia politicamente che militarmente, questo non permise ad Aurangzeb di riconquistare il territorio perduto; l'Imperatore Mogul tentò per più di due decenni di sottomettere l'Impero Maratha ma senza successo.

La ribellione Pashtun[modifica | modifica sorgente]

Insieme ai guerrieri Rajput, la tribù Pashtun dell'Impero Mogul erano la base dell'élite militare di Aurangzeb. La rivolta Pashtun del 1672 quando il governatore Mogul permise ai suoi soldati di molestare le donne della tribù Pashtun dei Safi nella regione dell'attuale provincia afghana di Konar. Le tribù di etnia Safi attaccarono ed uccisero i soldati imperiali provocando una repressione che a sua volta scatenò una sommossa generale di gran parte della popolazione della regione. Con lo scopo di riaffermare la propria autorità, il governatore Mogol guidò un esercito diretto al Khyber Pass, dove venne accerchiato dai Safi e interamente massacrato, solo quattro persone, compreso lo stesso Governatore, riuscirono a sopravvivere. La rivolta si espanse rapidamente provocando serie minacce al controllo territoriale da parte dell'Impero, soprattutto dopo l'assalto alla cittadina di Attock, di importante valore strategico in quanto crocevia della rotta commerciale verso Kabul. L'importanza di riconquistare questa città fu messa in evidenza dalla decisione dello stesso Aurangzeb di guidare personalmente l'assalto contro i rivoltosi nel 1674. Aurangzeb riuscì a sconfiggere la rivolta, soprattutto dopo aver gettato tra questi la discordia, tuttavia il conflitto gettò un'ondata di anarchia lungo la frontiera dell'Impero verso l'Afghanistan che non venne mai più eliminata e che permise cinquant'anni dopo al condottiero iraniano Nadir Shah di giungere a Delhi senza incontrare grandi resistenze.

Eredità di Aurangzeb[modifica | modifica sorgente]

Ritratto senile di Aurangzeb che legge il Corano

L'influenza delle scelte di governo di Aurangzeb ha continuato a operare per secoli, condizionando non solo la storia dell'India, ma dell'Asia intera. Egli fu il primo monarca a cercare di imporre la legge islamica in una nazione non musulmana, i suoi critici, soprattutto di fede indù, lo deplorano come un intollerante mentre i suoi fautori inneggiano a lui dandogli il titolo onorifico di Pir e di Califfo. Fu fautore di una guerra pressoché perenne, giustificando la morte e la distruzione che ne conseguirono sul campo dottrinale e morale. Egli impose la legge islamica nel suo regno, conseguendo un relativo successo, ma a prezzo non solo di entità religiose non musulmane ma anche delle locali comunità sciite.

A differenza dei suoi predecessori, Aurangzeb considerò il tesoro imperiale una risorsa per tutti i suoi sudditi e non come una fonte a cui attingere per le proprie spese personali o per la progettazione delle più bizzarre realizzazioni architettoniche. Egli fu responsabile della costruzione di pochi edifici, tra i quali il modesto mausoleo per la sua prima moglie Bibi Ka Maqbara ad Aurangabad, chiamato il piccolo Taj. Egli commissionò anche la Moschea di Badshahi a Lahore, una delle moschee più grandi del mondo musulmano. Tuttavia, seppur fu un moderato costruttore di opere pubbliche e personali, le sue continue campagne per l'espansione del regno Mogol e per la diffusione dell'ortodossia islamica portarono alla bancarotta il tesoro reale rivelandosi più dannose degli sperperi dei suoi predecessori.

Aurangzeb si liberò di molti dei suoi figli e delle sue mogli, imprigionandone alcuni e mandandone in esilio altri. Tuttavia alla fine della sua esistenza, manifestò il pentimento per la sua rigidezza e per la sua intransigenza confessando un profondo senso di solitudine.

Aurangzeb morì a Ahmednagar nel 1707 all'età di 90 anni, dopo essere sopravvissuto a molti dei suoi figli. La semplicità della sua tomba a Kuldabad, non lontana dal luogo della sua morte, riflette appieno il suo rispetto per l'osservanza dei precetti islamici. Dopo la sua morte, suo figlio Bahadur Shah I prese il trono, ma l'Impero Mogol, sia per la politica di suo padre che per l'inettitudine politica e militare dello stesso erede al trono cominciò un lungo ma inesorabile declino, che vide l'estendersi dei regni maratha a spese dell'Impero, e dopo 100 anni di questa lenta decadenza l'Impero Mogol divenne paradossalmente suddito dell'Impero Maratha ed in seguito della Compagnia Britannica delle Indie Orientali.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Quando Aurangzeb bandì la musica dalla corte imperiale, i musicisti organizzarono un funerale di protesta per celebrare la morte della Musica. Assistendo alla manifestazione, l'Imperatore Mogul commentò: Lasciate che venga ben sepolta.
  • Aurangzeb si pentì in età avanzata di gran parte del suo operato in nome dell'intolleranza religiosa e pregò i suoi figli di non combattersi alla sua morte per decidere la successione al trono. Onde evitare qualsiasi scontro egli lasciò una volontà testamentaria che divideva equamente l'Impero Mogol in parti uguali tra i figli. Essi peraltro non la rispettarono, combattendosi l'un l'altro in una guerra cruenta e fratricida.
  • Durante il regno di Aurangzeb la cattolica portoghese Donna Juliana Dias da Costa giunse a corte e divenne una delle spose nell'harem di suo figlio Bahadur Shah I. La leggenda vuole che costei andasse in battaglia dietro al suo sposo cavalcando un elefante.
  • Nel 1675 il poeta inglese John Dryden scrisse il dramma Araung-zebe: a tragedy ispirato alle vicende di Araungzeb e della sua ascesa al trono.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Richard M. Eaton, Essays on Islam and Indian History, Reprint. New Delhi, Oxford University Press, 2002 (ISBN 0-19-566265-2).
  • Waldemar Hansen, The Peacock Throne, (Holt, Rinehart, Winston, 1972).
  • Ishtiaque Hussain Qureshi, A Short History of Pakistan, University of Karachi Press. Delhi, Khushwant Singh, Penguin USA, Open Market Ed edition, febbraio 2000. (ISBN 0-14-012619-8)

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Shah Jahan 1658 - 1701 Bahadur Shah I