Guru

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Bhaktisiddhānta Sarasvatī Ṭhākura (1874-1973) guru del lignaggio del sampradāya kṛṣṇaita fondato da Caitanya nel XV secolo. Il segno che corre dalla fronte lungo il naso corrisponde al tilaka ed è un marchio che lo identifica come appartenente al suo sampradāya, esso è composto da argilla bianca detta gopīcandana proveniente dalla città di Dvārakā (Dwarka), e rappresenta i due piedi di Kṛṣṇa (le linee parallele) che terminano con una foglia di Tulasī (Ocimum tenuiflorum) pianta sacra al dio e a lui offerta. I devoti al dio Kṛṣṇa disegnano dodici tilaka sul proprio corpo prima di avviare le attività devozionali quotidiane.

Guru è un termine maschile sanscrito (devanāgarī गुरू, gurú) che presso la religione induista ha il significato di "maestro" o "precettore spirituale" ed è rivolto in particolar modo a colui che impartisce la dīkṣā al suo discepolo; si tratta dunque di una figura molto importante in questa religione, comune a tutte le scuole filosofiche e devozionali dell'Induismo, avente diritto al massimo rispetto e alla venerazione al pari del padre, della madre e dell'ospite.

Così la Taittirīya Upaniṣad riporta:

(SA)
« Mātṛ devo bhava pitṛ devo bhava ācārya devo bhava atithi devo bhava »
(IT)
« Per te sia divinità la madre, divinità il padre, divinità il maestro, divinità sia l'ospite »
(Taittirīya Upaniṣad, I,11,2. Traduzione di Carlo Della Casa)

Secondo l'interpretazione della tarda Advaya tāraka Upaniṣad (14-18), il termine guru origina dalle radici gu ("oscurità") e ru ("svanire"), significando quindi "colui che disperde l'oscurità".

Il rapporto che si crea tra guru e discepolo è molto profondo. Il guru diviene responsabile della crescita spirituale dell'aspirante, istruendolo e fornendo le istruzioni più adatte a lui, e soprattutto indicandogli tempi e modalità di esecuzione delle pratiche spirituali.

Nel Mahabharata e in altre Itihasa, viene spiegato che alla figlia di un brahmano non è consentito di sposare i discepoli dello stesso; il rapporto tra questi ultimi e il maestro risulterebbe così forte che una simile unione verrebbe considerata al pari di un incesto con la sorella.

In quasi tutte le opere religiose induiste ricorre la figura del guru; ad esempio, nella Bhagavad Gita, l'eroe Arjuna si sottomette interamente al consiglio di Krishna, il quale, impartendogli una serie di insegnamenti spirituali, diviene a tutti gli effetti il suo guru.

In modo simile, il Vivekacūḍāmaṇi – il trattato metafisico che può considerarsi una sorta di manifesto della scuola dell'Advaita Vedānta – è narrato nella forma di dialogo tra un guru e il suo discepolo.

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