Jizya
Jizya (in traslitterazione scientifica "ğizya") è un termine arabo che indicava l'imposta di "compensazione": una sorta di testatico che gravava, nel periodo islamico classico, su ogni suddito non-musulmano (cioè che non fa parte della umma islamica), detto dhimmi e, quindi, su cristiani, ebrei, zoroastriani, sabei, induisti e ogni altro fedele di culti basati su testi sacri considerati dall'Islam d'origine divina (Tōrāh, Injīl - ovvero Vangeli - Avesta, Veda, ecc.) e che facevano pertanto parlare di Ahl al-Kitāb (Gente del Libro). Nell'Impero ottomano la Jizya fu abolita alla fine del XIX secolo.
L'imposta riguardava i sudditi maschi puberi in grado di produrre reddito ma ne erano esentati quasi sempre gli appartenenti al clero di religioni "protette". Basata su prontuari che tenevano conto del livello di ricchezza di un paese e dell'andamento reale dell'economia, essa era percepita da un apposito incaricato statale, detto `āmil (agente), che era tenuto a versarla nell'erario statale islamico (il cosiddetto "bayt al-māl" o "Casa della ricchezza) perché fosse utilizzata per speciali fini caritatevoli o di pubblica utilità da parte delle autorità.
Distinta dalla jizya, ma sempre a carico dei sudditi protetti, è l'imposta del kharāj che gravava sui beni immobili fondiari.
Bibliografia [modifica]
- Nicola Melis, “Lo statuto giuridico degli ebrei dell’Impero Ottomano”, in M. Contu – N. Melis - G. Pinna (a cura di), Ebraismo e rapporti con le culture del Mediterraneo nei secoli XVIII-XX, Giuntina, Firenze 2003.