Talebani

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Bandiera dei talebani usata tra 1997 e 2001. La scritta, in lingua araba, riporta il tawhid

Il termine talebani (in Pashto e in persiano: طالبان, ṭālebān, plurale di ṭāleb, ossia "studenti/studente"), indica gli studenti delle scuole coraniche in area iranica, incaricati della prima alfabetizzazione, basata su testi sacri islamici.
Sono diventati famosi sugli organi di comunicazione di massa, che usa a torto questo termine per indicare la popolazione fondamentalista presente in Afghanistan e nel confinante Pakistan.

Sviluppatisi come movimento politico e militare per la difesa dell'Afghanistan nella guerriglia successiva al crollo del regime sovietico, i talebani sono noti per essersi fatti portatori dell'ideale politico-religioso che vorrebbe recuperare tutto il portato culturale, sociale, giuridico ed economico dell'Islam per costituire un Emirato.

Dopo una sanguinosa guerra civile che li ha visti prevalere su Tagiki ed Uzbeki, essi hanno governato su gran parte dell'Afghanistan (escluse le regioni più a occidente e a settentrione) dal 1996 al 2001, ricevendo un riconoscimento diplomatico solo da parte di tre nazioni: Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita.

I membri più influenti, tra cui il Mullah Mohammed Omar, capo religioso del movimento, erano ulema (studiosi religiosi islamici). Ostili ad adattare la loro patria alle società più moderne del pianeta, essi respinsero ogni tentativo di interpretazione che non fosse inquadrato nella più conservatrice tradizione spirituale e culturale del pensiero islamico, adottando un atteggiamento repressivo nei confronti degli oppositori.

Ascesa al potere[modifica | modifica sorgente]

Dopo la caduta nel 1992 della Repubblica Democratica dell'Afghanistan appoggiata dai sovietici, l'Afghanistan piombò in una lunga guerra civile tra i vari combattenti della resistenza islamica (mujaheddin). I talebani emersero come una forza armata in grado di portare il loro ordine in un paese devastato economicamente. Eliminarono i numerosi pagamenti che erano richiesti dai vari signori della guerra e imposero con la forza una tregua richiamandosi ai valori dell'Islam, riducendo certamente i combattimenti tra le varie fazioni in lotta con l'eliminazione di altri gruppi combattenti che non si allineavano.

I talebani godettero di notevole supporto da parte degli afgani di etnia pashtun e dei Pakistani. Secondo Ahmed Rashid la ragione andrebbe individuata nell'appoggio che i talebani avevano fornito alla lobby pakistana dei trasportatori. Finita la guerra con i sovietici, emissari pakistani si recarono in Afghanistan per riattivare i collegamenti automobilistici tra il Pakistan e le ex repubbliche sovietiche. Il tragitto tradizionale che attraversa l'Afghanistan a nord si rivelò impraticabile a causa della guerra civile e nessuna delle parti voleva che ai nemici giungessero soldi dai Pakistani. Così i Pakistani offrirono ai talebani, che controllavano il sud del paese, denaro e appoggi per transitare attraverso i territori da loro controllati. I talebani accettarono e usarono quegli aiuti per conquistare poco per volta il paese.

Gli Stati Uniti sperarono inizialmente che i talebani potessero spingere i signori della guerra a risolvere le loro divergenze e scelsero una politica di non intervento. Benché l'ideologia dei talebani fosse chiaramente radicale, tale da alienare loro simpatie e appoggi, diversi osservatori inizialmente considerarono l'entrata sulla scena politica e militare dei talebani come uno sviluppo potenzialmente molto positivo.

Si dice (senza possibilità di riscontri autorevoli) che nella primavera del 1994, venendo a conoscenza del rapimento e dello stupro di due ragazze a un posto di blocco dei signori della guerra nel villaggio di Sang Hesar, vicino a Kandahar, il locale mullah Muhammad ‘Omar, un veterano della fazione dei mujaheddin definita Ḥarakat-i Inqilāb Islāmī (Movimento della Rivoluzione Islamica), organizzasse trenta taleban in un gruppo di combattimento e con esso avesse salvato le ragazze facendo impiccare il comandante della banda armata. Dopo questo incidente, i servizi di questi combattenti pii e religiosi vennero sempre più richiesti dai contadini, afflitti dai soprusi dei signori della guerra.[senza fonte]

A seguito di questo evento, Omar scappò nella vicina provincia del Belucistan, in Pakistan, dalla quale tornò nell'autunno del 1994, apparentemente con una milizia ben armata e ben finanziata di 1.500 talebani, che avrebbe fornito protezione a un convoglio pakistano che trasportava merci via terra in Turkmenistan. Comunque, molti rapporti suggeriscono che il convoglio fosse in realtà carico di combattenti pakistani che si fingevano talebani, e che i talebani avessero ottenuto un considerevole rifornimento di armamenti, usufruendo di addestramento militare e aiuti economici da parte dei Pakistani.

Dopo aver preso il potere a Kandahar e nei suoi dintorni, attraverso una combinazione di vittorie militari e diplomatiche, i talebani attaccarono e infine sconfissero le forze di Ismā‘īl Khān (un signore della guerra) nell'ovest dell'Afghanistan, catturando Herat il 5 settembre 1995. Quello stesso inverno i talebani cinsero d'assedio la capitale Kabul, bersagliandola con razzi e bloccando le vie d'accesso. Nel marzo 1996 gli avversari dei talebani, il presidente afgano Burhanuddin Rabbani e Gulbuddin Hekmatyar, smisero di combattersi e formarono una nuova alleanza anti-talebana. Ma il 26 settembre abbandonarono Kabul e si ritirarono a nord, permettendo ai talebani di occupare la sede del governo e di fondare l'Emirato Islamico dell'Afghanistan.

Il 27 settembre 1996 i talebani compirono l'esecuzione di Mohammad Najibullah, ultimo presidente della Repubblica Democratica dell'Afghanistan, e del fratello Shahpur Ahmadzi; dopo averli prelevati dall'edificio delle Nazioni Unite, dove erano rifugiati dal 1992 e senza incontrare resistenza da parte dei caschi blu, vennero mutilati, torturati e trascinati con una jeep attorno al palazzo presidenziale, Najibullah venne finito con un colpo di pistola alla testa mentre il fratello invece venne strangolato; infine i due cadaveri vennero esposti nei pressi del palazzo dell'ONU a Kabul.[1]

Il 20 maggio 1997, i due generali fratelli, Abdul Malik Pehlawan e Mohammed Pehlawan, si ribellarono al signore della guerra uzbeko Rashid Dostum e formarono un'alleanza con i talebani. Tre giorni dopo, Dostum abbandonò gran parte del suo esercito e fuggì dalla sua base a Mazar-i Sharif, riparando in Uzbekistan. Il 25 maggio le forze talebane, assieme a quelle dei generali ammutinati, entrarono nella indifesa Mazar-i-Sharīf. Lo stesso giorno il Pakistan riconobbe i talebani come rappresentanti del governo dell'Afghanistan, seguito il giorno dopo dall'Arabia Saudita. Il 27 maggio scoppiarono feroci combattimenti di strada tra i talebani e le forze di Abdul Malik Pehlawan. I talebani, non abituati alla guerriglia urbana, vennero sconfitti pesantemente e a migliaia persero la vita in battaglia o nelle esecuzioni di massa che seguirono.

L'8 agosto 1998, i talebani ricatturarono Mazar-i Sharif. Il 20 agosto, gli Stati Uniti lanciarono missili da crociera (Cruise) su quattro siti in Afghanistan, tutti nei pressi di Khost. Questi siti ne comprendevano uno diretto da Osama bin Laden, il capo di al-Qāʿida, che era accusato di aver diretto gli attentati del 7 agosto alle ambasciate statunitensi in Africa (Kenya e Tanzania).

L'emirato venne riconosciuto da Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Esso controllava tutto l'Afghanistan ad eccezione di piccole regioni a nord-est che erano in mano alla cosiddetta Alleanza del Nord. Gran parte del resto del mondo e le Nazioni Unite continuarono a riconoscere Rabbani come legittimo capo di Stato dell'Afghanistan, anche se veniva generalmente riconosciuto che egli non aveva in realtà alcun potere sulla nazione.

I talebani ricevettero aiuto dall'Arabia Saudita e dal Pakistan, comprendente supporto logistico ed umanitario, durante la loro ascesa al potere: un impegno che continuò anche nelle fasi successive. Si stima che 2 milioni di dollari annui provennero dalla principale organizzazione di beneficenza saudita, e vennero dedicati al sovvenzionamento di due università e di sei cliniche, e all'assistenza di 4.000 orfani. Il Re saudita Re Fahd inviò un carico annuale di doni. Le relazioni con l'Iran furono molto cattive a causa delle forti politiche anti-sciite dei sunniti talebani.

Ideologia talebana e sue applicazioni[modifica | modifica sorgente]

Cultura religiosa[modifica | modifica sorgente]

Il pensiero dei talebani è stato descritto come «un'innovativa combinazione di Shari'a e Pashtunwali», il codice d'onore delle genti pashtun, ispirandosi all'interpretazione dell'Islam della corrente sunnita Deobandi, che enfatizza la solidarietà, l'austerità e la famiglia (gestita dagli uomini). Tale ideologia è portata avanti anche dai membri dell'organizzazione fondamentalista pakistana Jami'at Ulema-yi Islam (JUI) e da gruppi ad essa associati. Altre importanti influenze per i talebani sono altresì quella dal movimento islamico wahhabita[2], cui aderiscono i loro finanziatori sauditi, e quella del jihadismo e del pan-islamismo dell'alleato militare Osama bin Laden[3]. L'ideologia talebana si distingue dall'Islam praticato dai mujaheddin reduci dalla guerra anti-sovietica, essendo maggiormente legata al misticismo sufi e ad un'interpretazione tradizionalista del Corano.

Come i wahhabiti e i deobandi, infatti, anche i talebani avversano ferocemente l'Islam sciita, al punto da dichiarare ufficialmente gli afghani di etnia hazara (di ceppo mongolo e che costituiscono circa il 10% della popolazione) non musulmani. Tale deriva ideologica ha trovato varie conferme in tutto il mondo islamico che si rifà alle teorie dell'Islam più integralista, i cui dotti emettono fatwa in cui gli sciiti sono considerati kuffār (miscredenti, di cui è teoricamente legittimo versare il sangue).

Nonostante le somiglianze con il pensiero wahhabita, però, i talebani non rinnegano le pratiche tradizionali popolari (ad eccezione della nota vicenda dei Buddha di Bamiyan, fatti esplodere in quanto forme di idolatria, anche se non più oggetto di culto da lungo tempo): non distruggono le tombe dei pir[4] e riconoscono i sogni come mezzo di rivelazioni.

Con la loro salita al potere in Afghanistan, i talebani hanno generato una nuova forma di radicalismo islamico che si è diffusa rapidamente anche oltreconfine, soprattutto in Pakistan. Dal 1998-99, infatti, si sono diffusi anche nella cintura pashtun e nel Kashmir pachistano numerosi gruppi di ispirazione talebana, che proibiscono la visione di film e televisione ed obbligano la popolazione, a cambiare abbigliamento e stile di vita, conformandosi a quelli talebani di estrazione pashtun.

Alcune fra le numerose critiche al regime talebano, dopo l'applicazione di tali norme in gran parte dell'Afghanistan a partire dal 1996, riguardavano proprio il fatto che la maggior parte degli afghani non appartenessero all'etnia pashtun, di ceppo indoeuropeo.

Politica interna[modifica | modifica sorgente]

I talebani possono essere visti come anti-nazionalisti (per l'assenza di un vero e proprio capo di Stato politico), ma anche come ultra-nazionalisti, nei confronti della nazione Pashtun. Secondo il giornalista Ahmed Rashid, almeno nei primi anni di esistenza, essi hanno seguito l'interpretazione coranica deobandi anti-nazionalista, ostile alla struttura sociale di tipo feudale delle tribù pashtun, messa in pratica rimuovendo dalle loro cariche i leader tradizionali. Come riportato da Ali A. Jalali e Lester W. Grau, proprio per questi motivi i talebani «ricevettero un notevole sostegno dalla comunità pashtun di tutto il paese, desiderosa di ripristinare la sua posizione dominante nel panorama politico nazionale (che da sempre detenevano). Perfino gli intellettuali di etnia pashtun residenti in Occidente, anche i più distanti ideologicamente, diedero il loro appoggio all'espansione talebana su base puramente etnica».

Nonostante gli appoggi esterni, i talebani hanno però sempre mostrato grande riluttanza nel condividere il potere con altri gruppi etnici. Poiché provenienti da un'area a stragrande maggioranza pashtun, la loro conquista dell'Afghanistan significò una presa di potere ai danni delle altre etnie del paese: in tutti gli uffici i funzionari hazara, tagiki e uzbeki furono sostituiti da pashtun, fossero essi competenti o no. A causa di questa perdita di know-how, i ministeri statali finirono per cessare le loro funzioni. Erano in mano ai talebani anche importanti municipalità come Kabul ed Herat, nonostante in queste zone si parlasse in lingua persiana (farsi) o in dari (un persiano più arcaico) ed essi non fossero in grado di parlare altro che il pashtu.

La vita sotto i talebani[modifica | modifica sorgente]

Legge islamica[modifica | modifica sorgente]

Talebani ad Herat, luglio 2001.

Una volta al potere, i talebani istituirono la shari'a (legge islamica). La riforma talebana del governo fu in parte diretta da studiosi di diritto. In base a un decreto emanato nel dicembre del 1996 e che si richiamava esplicitamente al classico precetto di «comandare il bene e punire il male» (al-amr bi-l-maʿrūf wa al-nāḥi ʿan al-munkar), si tornò a far ricorso all'amputazione di una o di entrambe le mani per il reato di furto e alla lapidazione per gli adulteri conclamati. I talebani bandirono inoltre tutte le forme di spettacolo televisivo, immagini, musica e danza, fosse anche in occasione delle tradizionali cerimonie nuziali. Era illegale portare la barba troppo corta o radersi del tutto mentre era severamente punito il tagliare i capelli alla moda "occidentale". Il gioco d'azzardo fu bollato come stregoneria e fu severamente punito il non pregare nei momenti di elezione della ṣalāt. Fu infine istituita una polizia religiosa, sull'esempio dei tristemente noti muṭawwiʿīn (arabo مطوعين) sauditi.

Oppio[modifica | modifica sorgente]

I talebani vietarono la coltivazione dei papaveri da oppio nel 2000. Secondo alcune fonti la produzione diminuì da 4000 tonnellate nel 2000 (circa il 70% del totale mondiale) a 82 tonnellate nel 2001, gran parte delle quali si disse furono raccolte nelle parti dell'Afghanistan controllate dall'Alleanza del nord. Dopo che i talebani persero il potere, alla fine del 2002, si è detto che la produzione di oppio sia aumentata drammaticamente.

Il ruolo dell'Afghanistan come principale produttore di oppio del mondo è ben documentato. Fino alla fine del governo talebano, la maggioranza della produzione d'oppio si svolse in aree controllate dai talebani. Secondo il rapporto strategico dell'International Narcotics Control del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti (INCSR), del marzo 2001, l'Afghanistan rimaneva il principale produttore mondiale di papavero da oppio, nonostante una protratta siccità e la guerra civile in corso.

Il rapporto segnalava inoltre che «i talebani, che controllano il 96% del territorio dove vengono coltivati i papaveri, ne promuovono la coltivazione per finanziare l'acquisto di armi e le operazioni militari». Secondo questo rapporto, stilato però dal dipartimento di stato di una nazione contrapposta in guerra, anche se i talebani apparentemente bandirono la coltivazione dei papaveri da oppio alla fine del 1997, la produzione dello stesso aumentò durante tutto il 2000, ammontando al 72% delle forniture illegali di oppio.

Il 27 luglio 2000, i talebani emisero un altro decreto che vietava la coltivazione dei papaveri da oppio. L'annuncio del divieto provocò una salita dei prezzi da 30 dollari al kg a 500 dollari al kg.

Donne[modifica | modifica sorgente]

Esecuzione pubblica di Zarmeena, una madre di sette figli, avvenuta nel Ghazi Stadium di Kabul il 16 novembre 1999. Zarmeena era stata incolpata di aver ucciso il marito dopo che lui l'aveva picchiata[5]

La politica dei talebani prevedeva la proibizione del lavoro femminile e l'esclusione delle ragazze da forme di istruzione mista.

Il ministro talebano degli Affari Religiosi, al-Hajj Maulwi Qalamuddin, dichiarò al The New York Times che: «Ad una nazione in fiamme il mondo vuol dare un fiammifero. Perché c'è tutta questa preoccupazione per le donne? Il pane costa troppo. Non c'è lavoro. Anche i ragazzi non vanno a scuola. Eppure sento solo parlare delle donne. Dov'era il mondo quando qui gli uomini violavano tutte le donne che volevano?».

Questo è ciò che i talebani avevano da dire circa l'istruzione[senza fonte]:

« Contrariamente a quanto riportato dalla stampa circa l'istruzione delle ragazze, le cifre ottenute dal settore dell'educazione in Afghanistan, rivelano che l'istruzione femminile nell'Afghanistan rurale è in crescita. Secondo una ricerca condotta dal Comitato Svedese per l'Afghanistan (SCA), quasi l'80% delle scuole femminili situate nelle aree rurali sotto l'amministrazione dello Stato Islamico dell'Afghanistan sta operando a pieno regime. »

Comunque, un rapporto dell'UNESCO dichiarò che: «L'editto dei talebani sull'educazione femminile ha portato ad un calo del 65% nelle loro iscrizioni. Nelle scuole gestite dal Direttorato dell'Educazione, solo l'1% degli studenti è composto da ragazze. Anche la percentuale di insegnanti donne è scivolata dal 59,2 per cento del 1990 al 13,5 per cento del 1999».

Un portavoce dei talebani sostenne che: «Le strutture sanitarie per le donne sono aumentate del 200% durante l'amministrazione dei talebani. Prima che il Movimento Islamico dei talebani prendesse il controllo di Kabul, c'erano solo 350 letti negli ospedali della città. Attualmente ci sono più di 950 letti per le donne in ospedali a loro riservati».

I sostenitori dei talebani suggeriscono che la depressione e gli altri problemi che affliggevano le donne afgane erano il risultato dell'estrema povertà, degli anni di guerra, dell'economia disastrata, e del fatto che molte si trovavano ad essere vedove di guerra, e non potevano più provvedere alle loro famiglie senza qualche forma di aiuto internazionale.

Per uscire di casa dovevano utilizzare il burqa, un abito spesso e molto lungo che copre tutto il corpo fino ai piedi, e lascia solo una piccola reticella davanti agli occhi per vedere. Le bambine dovevano usare il chador, un velo che copre solo il capo. Le donne per uscire di casa dovevano essere accompagnate da un uomo.

I Buddha di Bamiyan[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Buddha di Bamiyan.

Nel marzo 2001 i talebani ordinarono la distruzione delle due statue del Buddha scolpite sulle pareti di roccia nella valle di Bamiyan, una alta 38 m e vecchia di 1800 anni, l'altra alta 53 m e vecchia di 1500 anni. L'azione fu condannata dall'UNESCO e da molte nazioni di tutto il mondo, compreso l'Iran.

L'azione - in palese contraddizione con un precedente restauro dei due capolavori, attuato dal governo talebano - fu giustificata con l'intenzione di distruggere idoli, nonostante la plurisecolare e stratificata tradizione islamica di non eliminare tracce di passate culture religiose, specialmente se valide sotto un generale profilo culturale (è il caso dell'Egitto faraonico, greco-romano e tolemaico, della Siria aramaica e nabatea, dell'Iraq, dell'Iran e di molti altri paesi in cui i monumenti religiosi del passato godono di vigile protezione da parte dei governi e dalla stragrande maggioranza delle popolazioni).

La distruzione delle statue del Buddha a Bamiyan sembra quindi ricollegabile alle forti polemiche col mondo occidentale (particolarmente attento ai valori dell'arte, sacra o profana) e alle tensioni derivanti dalla politica dell'ONU collegata alla produzione dell'oppio in Afghanistan.

Relazioni con Osama bin Laden[modifica | modifica sorgente]

Nel 1996, il saudita Osama bin Laden si spostò in Afghanistan su invito del leader dell'Alleanza del Nord, ʿAbd al-Rabb al-Rasūl Sayyāf. Quando i talebani presero il potere, bin Laden riuscì a forgiare un'alleanza tra i talebani e la sua organizzazione (al-Qāʿida). È generale convinzione che i talebani e bin Laden avessero legami molto stretti[senza fonte].

L'invasione statunitense[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi invasione statunitense dell'Afghanistan.

Il 22 settembre 2001, alla luce della crescente pressione internazionale a seguito degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, gli Emirati Arabi Uniti e successivamente l'Arabia Saudita, ritirarono il loro riconoscimento dei talebani come governo legittimo dell'Afghanistan, lasciando il confinante Pakistan come unica nazione restante a riconoscerli, quando gli USA incolparono i talebani di proteggere gli autori dell'attacco.

Gli Stati Uniti d'America, aiutati dal Regno Unito e appoggiati da una piccola coalizione di altre nazioni, iniziarono un'azione militare contro i talebani nell'ottobre 2001. L'intento dichiarato era di rimuovere i talebani dal potere a causa del loro rifiuto di consegnare Osama bin Laden, per via del suo coinvolgimento negli attacchi dell'11 settembre 2001, e come rappresaglia per l'aiuto fornito a bin Laden dai talebani. La guerra terrestre fu combattuta principalmente dall'Alleanza del Nord, gli elementi restanti delle forze anti-talebane che erano state da questi sconfitte negli anni precedenti.

Mazar-i Sharif si arrese alle forze USA e dell'Alleanza il 9 novembre, portando alla caduta a ripetizione di una serie di province che opposero una resistenza minima, e a molte forze locali che passarono dai talebani all'Alleanza del Nord. Nella notte del 12 novembre, i talebani si ritirarono ordinatamente a sud, lasciando Kabul. Il 15 novembre, essi rilasciarono 8 operatori umanitari occidentali, dopo averli tenuti per 3 mesi in prigionia.

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il 16 gennaio 2002, stabilì all'unanimità un embargo sugli armamenti e il congelamento dei beni identificabili come appartenenti a bin Laden, al-Qāʿida, e al resto dei talebani.

I talebani si ritirarono successivamente da Kandahar, e si raggrupparono nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan. La maggior parte dei combattenti talebani del dopo-invasione erano nuove reclute, ancora una volta provenienti dalle madrasa (scuola in arabo) del Pakistan. Le più tradizionali scuole coraniche sono ritenute essere la fonte primaria dei nuovi combattenti.

I combattenti talebani erano a fine 2006 fra i 6.000 e i 12.000, dislocati soprattutto nel sud dell'Afghanistan. La prima stima è stata fatta dai militari della coalizione NATO[senza fonte], mentre la seconda cifra è stata resa nota direttamente dall'organizzazione talebana.[senza fonte]

Secondo fonti occidentali[senza fonte] le forze della coalizione NATO e i militari collaborazionisti afghani uccidono - con bombardamenti a tappeto o azioni da terra - una media di 700-800 talebani al mese. Tuttavia, molto spesso le vittime di tali azioni si sono rivelate civili estranei ai combattimenti.

Rapporti con l'Iran[modifica | modifica sorgente]

Dopo la perdita del potere, il rapporto tra i Talebani e l'Iran è mutato. Se, prima dell'attacco del 2001 Teheran era fortemente schierata contro il regime talebano, gli interessi convergenti hanno determinato un cambiamento della politica estera iraniana. La Repubblica Islamica, al fine di colpire le forze dell'ISAF, ha iniziato a rifornire i Talebani di armamenti. Nel 2011, quindi, le forze speciali britanniche trovarono nella provincia afghana di Nimruz 48 missili prodotti in Iran e arrivati nelle mani dei Talebani. La scoperta determinò una crisi diplomatica tra Gran Bretagna e Iran[6]. Nell'agosto del 2012, dopo la firma dell'accordo strategico tra Stati Uniti ed Afghanistan nell'aprile 2012, è stato rivelato che l'Iran avrebbe concesso ai Talebani di aprire un ufficio nella città iraniana di Zahedan, situata ai confini con Afghanistan e Pakistan[7].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ "Ora a Kabul comanda solo il Corano"
  2. ^ L'affermazione, seppure diffusa, non è assolutamente condivisa nell'ambiente religioso di riferimento (deobandi), dato il carattere eterodosso della dottrina wahhabita
  3. ^ Questa affermazione è spesso citata funzionalmente alla giustificazione dell'intervento militare. Non vi sono infatti prove documentali che il movimento Talebano sia interessato ad azioni esterne all'Afghanistan o al Pakistan. L'ideologia pan-islamista, presente nel movimento di Osama bin Laden, è alle evidenze dei fatti assente nel movimento Talebano.
  4. ^ Letteralmente la parola persiana significa vecchio, ed è quindi equivalente all'arabo shaykh, ma il termine è usato - come il turco dede (nonno) - per indicare uomini ritenuti venerabili sotto un profilo religioso, in special modo legati al pensiero sufi.
  5. ^ Filmed by RAWA: Taliban publicly execute an Afghan woman
  6. ^ BBC News - Hague fury as 'Iranian arms' bound for Taliban seized
  7. ^ Taliban opens office in Iran - Telegraph

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Michael Barry, Le Royaume de l'insolence, l'Afghanistan: 1504-2001, Flammarion, 2002, ISBN 2-08-210102-9.
  • Gilles Dorronsoro, La Révolution afghane, des communistes aux tâlebân, Khartala, 2000.
  • Bernard Dupaigne, Gilles Rossignol, Le carrefour afghan, Gallimard (folio, le Monde actuel), 2002, ISBN 2-07-042595-9.
  • Marc Epstein, «Afghanistan. Voyage au coeur de la barbarie», dans 'L'Express, 28/06/2001.
  • Sylvie Gelinas, L'Afghanistan, du communisme au fondamentalisme, L'Harmattan, 2000.
  • Alberto Masala, Taliban. Trente-deux preceptes pour les femmes, N&B, Collection Ultima Verba, ASIN 2911241304.
  • Griffin, Michael, Reaping the Whirlwind: Afghanistan, Al Qa'ida and the Holy War, Londra, Pluto Press 2003. ISBN 0-7453-1916-5
  • Maddalena Oliva, Fuori Fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto, Bologna, Odoya 2008, ISBN 978-88-6288-003-9.
  • Jones, Owen Bennett Pakistan: Eye of the Storm, 2nd Ed., New Haven, Yale University Press 2002. ISBN 0-300-09760-3. Note pp. 9–11.
  • Ahmed Rashid, Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia, 2000, ISBN 0-300-08902-3.
  • Ahmed Rashid, L'Ombre des Taliban, Autrement, 2001, ISBN 2-7467-0173-1.
  • Asne Seierstad, Le libraire de Kaboul
  • Encyclopedia of Islam and the Muslim World. The Taliban has also been known to discriminate against the rights of women, saying that men cannot be "trusted" around them (2004).
  • Roy, Olivier, Globalized Islam, Columbia University Press, 2004, p. 239
  • Foreign Military Studies Office, Whither the Taliban? by Mr. Ali A. Jalali and Mr. Lester W. Grau
  • Human Rights Watch Report, `Afghanistan, the massacre in Mazar-e-Sharif`, November 1998. INCITEMENT OF VIOLENCE AGAINST HAZARAS BY GOVERNOR NIAZI
  • Latifa, Viso negato. Avere vent'anni a Kabul: la mia vita rubata dai talebani.
  • Deborah Ellis, Sotto il Burqa Avere 11 anni a Kabul: Il romanzo di una infanzia difficile

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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