Agente provocatore

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Evno Azef, agente provocatore dello zarismo.

Un agente provocatore, o più semplicemente un provocatore è una persona impiegata dalla polizia o altro soggetto per incitare o provocare altre persone, e spingerle a commettere atti illegali, agendo sotto copertura. Più in generale, il termine si può riferire ad una persona o a un gruppo il cui scopo è screditare un'altra persona o gruppo.

Quando un agente compie esso stesso l'azione illegale o criticabile, fingendosi membro del gruppo che vuole screditare, si parla invece di tattica di false flag (cosiddetta operatività sotto falsa bandiera).

Per prevenire l'azione degli agenti provocatori, uno dei mezzi adottato dagli organizzatori di manifestazioni di protesta vi è l'istituzione e il coordinamento di un servizio d'ordine.

Uso comune[modifica | modifica sorgente]

Un agente provocatore può essere un agente di polizia o un agente segreto che incoraggia persone sospette a compiere un crimine in condizioni in cui è possibile documentare questo crimine; più in generale, l'agente può suggerire il crimine, sperando che il suggerimento sia seguito.

Un'organizzazione politica o governativa può usare agenti provocatori contro opponenti politici. L'agente spinge a compiere atti controproducenti o inefficaci, per provocare reazioni negative nell'opinione pubblica; oppure fornire un pretesto per una repressione violenta.

Le attività degli agenti provocatori sollevano questioni etiche e legali.

Esempi[modifica | modifica sorgente]

Italia[modifica | modifica sorgente]

Francesco Cossiga, ex ministro degli interni e presidente della repubblica, consigliò nel 2008 il ministro in carica su come trattare la protesta di studenti e insegnanti, descrivendo di fatto una strategia da agente provocatore.[1]

Durante il vertice del G8 a Genova (2001), i servizi di sicurezza di polizia hanno infiltrato i Black Bloc con agenti provocatori. Le accuse in tal senso sono emerse dopo la trasmissione di un montaggio video dove si vedono uomini vestiti di nero uscire dai veicoli della polizia nei pressi della manifestatione.

Medio Oriente[modifica | modifica sorgente]

  • Incidente del Passo Mitla (1956): un ufficiale militare sul campo chiese più volte al quartier generale il permesso di prendere il passo, ma il permesso gli fu negato. Allora inviò una piccola unità con compiti di esplorazione: l'unità fu pesantemente attaccata, e bloccata sul posto, costituendo un sufficiente motivo per sferrare l'attacco.
  • Strage di Sabra e Shatila (1982). L'analisi degli avvenimenti è tuttora controversa, ma una commissione indipendente presieduta da Sean MacBride ha concluso che le autorità o altre forze israeliane hanno avuto responsabilità dirette o indiretta.[2]

Stati Uniti[modifica | modifica sorgente]

Il programma COINTELPRO del Federal Bureau of Investigation prevedeva agenti che agivano come attivisti per i diritti umani, ma con l'intento di danneggiare le attività di altri gruppi politici come le Black Panthers, e il "Comitato di Coordinamento degli Studenti Non-violenti" (Student Nonviolent Coordinating Committee).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Francesco Cossiga intervistato da Andrea Cangini, Quotidiano Nazionale, 23/10/2008 citazione:

    "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari invece lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì."

  2. ^ Seán MacBride, A. K. Asmal, B. Bercusson, R. A. Falk, G. de la Pradelle, S. Wild, Israel in Lebanon: The Report of International Commission to enquire into reported violations of International Law by Israel during its invasion of the Lebanon, London, Ithaca Press, 1983, pp. 191–2, ISBN 0-903729-96-2.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]