Peacekeeping

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Il termine peacekeeping (derivato dalla lingua inglese traducibile in italiano come mantenimento della pace) identifica un tipo di operazioni volte al mantenimento della pace, messe in atto con il consenso delle parti in causa, [1] promosse e svolte, prevalentemente, sotto il controllo dell'ONU.
Nell'accezione dàtagli dalle Nazioni Unite, il peacekeeping è "un modo per aiutare paesi tormentati da conflitti a creare condizioni di pace sostenibile".[2]

A livello europeo la competenza dell'Unione Europea alla costituzione e alla gestione di missioni di peacekeeping è stata prevista per la prima volta, in modo espresso, dal Trattato di Amsterdam del 1997.[3]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Un'autoblindo dell'ONU. Museo del Carro di Bovington,[4] Dorset, Inghilterra.

Il peacekeeping ONU era stato inizialmente sviluppato durante la Guerra fredda come mezzo per risolvere conflitti tra Stati dispiegando personale militare disarmato o con armamento leggero proveniente da più Stati, sotto comando ONU, in aree dove i contendenti potevano aver bisogno di una terza parte neutrale in funzione di osservatore del processo di pace.

I peacekeeper potevano entrare in azione quando le principali potenze (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza) incaricavano le Nazioni Unite di porre termine a conflitti che minacciassero la stabilità regionale e la pace e sicurezza internazionali.

In questo concetto rientravano talune "guerre per procura" (proxy wars)[5] condotte da "Stati clienti"[6] per conto di qualche superpotenza. Dal 1948 al febbraio 2009, si contano 63 operazioni di peacekeeping sotto l'egida ONU, di cui sedici ancora in corso. Ogni anno ne vengono proposte di nuove.

La prima missione qualificabile come operazione di peacekeeping fu la l'UNEF I, tali tipo di operazioni si sono poi moltiplicate negli anni novanta, quando hanno iniziato a configurarsi anche come peace-building (UNOSOM I e II, ONUMOZ, UNAMIR, etc.) o altre forme[7].

L'ONU prese posizione sulla crisi di Suez (1956) — una guerra condotta contro l'Egitto (sostenuto da altre nazioni arabe) da Regno Unito, Francia ed Israele coalizzati. Quando nel 1957 fu dichiarato un cessate il fuoco, il diplomatico canadese (destinato a divenire poi Primo Ministro) Lester Bowles Pearson consigliò che le Nazioni Unite disponessero una forza di peacekeeping sul canale di Suez per garantire che entrambe le parti onorassero il cessate il fuoco. Secondo Pearson la forza ONU poteva essere composta principalmente da soldati canadesi, ma tale soluzione suscitava la diffidenza egiziana, poiché in effetti un membro del Commonwealth avrebbe dovuto far da guardiano al Regno Unito e relativi alleati. Di conseguenza, fu riunita una forza d'interposizione che raccoglieva militari delle più varie cittadinanze, in modo da assicurare la diversità nazionale (ritenuta presupposto d'imparzialità). Pearson avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la Pace in relazione a tale impresa, ed oggi è considerato un padre del peacekeeping moderno.

Nel 1988 il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato alle Forze ONU di Peacekeeping. Il relativo comunicato stampa dichiarò che tali forze "rappresentano la manifesta volontà della comunità delle nazioni", e hanno "dato un contributo decisivo" alla soluzione di conflitti in tutto il mondo.

Peacekeeper norvegese durante l'assedio di Sarajevo, 1992 - 1993, foto di Mikhail Evstafiev.[8]

Con la fine della guerra fredda si determinò uno spettacolare cambiamento nel peacekeeping, sia ONU sia multilaterale. In un nuovo spirito di collaborazione, il Consiglio di Sicurezza deliberò più ampie e complesse missioni ONU di peacekeeping, spesso nell'intento di cooperare nell'attuazione di accordi di pace intercorsi in conflitti interni ad un medesimo stato e guerre civili. Inoltre, nel peacekeeping si prese ad inserire un numero sempre maggiore di elementi non-militari per assicurare il buon funzionamento di funzioni civili, come le elezioni. Il già ricordato Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite fu creato nel 1992 per far fronte all'accresciuta richiesta di missioni di tal genere.

Tutto sommato, le operazioni di nuova concezione furono un successo. In El Salvador ed in Mozambico, ad esempio, il peacekeeping mostrò una via per raggiungere la pace auto-sostenuta. Tuttavia alcuni tentativi fallirono, forse in conseguenza di una rappresentazione troppo ottimistica delle reali potenzialità insite nell'UN peacekeeping.

Mentre si stavano svolgendo complesse missioni in Cambogia, il Consiglio di Sicurezza inviò peacekeeper in zone di conflitto come la Somalia, in cui non si era raggiunto né un cessate il fuoco, né un qualche consenso fra le parti.

Queste operazioni si possono a buon diritto giudicare velleitarie, poiché non erano confortate né da quella potenza militare, né da quella (condivisa) volontà politica, che sarebbero state necessarie compagne ai caschi blu per centrare l'obiettivo affidato loro. Questi insuccessi — eminentemente il massacro di Srebrenica (1995) ed il genocidio del Ruanda (l'anno precedente) — causarono un periodo di ripiegamento e di autocritica nella recente storia dell'UN peacekeeping.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Un "casco blu" cileno in servizio

Non è facile isolare caratteristiche comuni delle varie missioni di peacekeeping, essendo create ad hoc per ogni singola situazione; premilimanrmente esso va distinto sia dal peacebuilding[9] sia dal peacemaking o dal peaceenforcement.

Il concetto di peacekeeping ha comunque subito un'evoluzione, abbandonando l'iniziale prevalenza militare e il congelamento di fatto di situazioni di conflitto degenerate. Ad esempio alcuni aspetti possono essere l'impiego di personale delle Nazioni Unite (anche di tipo militare) osservatori internazionali a difesa dei diritti umani e forze di polizia internazionali di vario tipo. Generalmente l'impiego di contingenti militari può essere disposto al fine di sorvegliare ed osservare i processi di pace nelle aree post-conflittuali ed anche talvolta assistere le parti precedentemente in conflitto tra loro nel dare pratica applicazione agli accordi di pace che essi hanno sottoscritto, in diversi modi: ad esempio vigilanza durante le operazioni elettorali, consolidamento dell'ordinamento giuridico e dello'ordine pubblico sviluppo sociale ed economico, e così via.

Spesso l'attività implica l'utilizzo di forze armate internazionali (come ad esempio, nel caso delle Nazioni Unite, i celebri caschi blu), che devono agire in maniera terza ed imparziale nel conflitto ed essere presenti soltanto col consenso dei Paesi coinvolti nella guerra. Tali truppe hanno il fine di sorvegliare ed osservare i processi di pace nelle aree post-conflittuali ed assistono gli ex-combattenti nel dare pratica applicazione agli accordi di pace che essi hanno sottoscritto. Tale assistenza si estrinseca in diverse forme: misure per creare fiducia, intese per la condivisione di risorse energetiche, sostegno ad operazioni elettorali, consolidamento dell'ordinamento giuridico (specie sotto il profilo della cosiddetta effettività, ovvero dell'applicazione concreta delle norme e/o delle sentenze), sviluppo sociale ed economico, ed altro ancora.

Gli uomini e i mezzi possono essere forniti spontaneamente (in modo obbligatorio dai membri dell'ONU) non coinvolti e perseguire lo scopo delle Nazioni Unite, far cessare il conflitto e ripristinare la pace in senso lato.

La massa di manovra più ingente è attualmente quella rappresentata dalle forze sotto bandiera ONU presenti nei vari conflitti regionali africani: esse hanno determinato anche un sensibile mutamento del modo di procedere delle Nazioni Unite nelle aree di crisi[10].

Nell'ambito dei poteri generali attribuiti dallo statuto ONU ai fini del mantenimento della pace, gli organi delle Nazioni Unite mettono in atto tutte le azioni volte contrastare le minacce alla pace, la violazione della pace e gli atti di aggressione secondo quanto previsto dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Queste possono essere misure di carattere coercitivo o meno, implicanti l'uso della forza o meno. Il concetto di operazioni per il mantenimento della pace, o peacekeeping, va invece ad indicare una serie di fattispecie alternative a quanto previsto ex-cap. VII e fondate sul consenso dello Stato territoriale ed altresì caratterizzate dalla neutralità ed imparzialità delle operazioni e dall'uso della forza solo per legittima difesa[7].

Nei casi in cui un diretto coinvolgimento ONU è giudicato inopportuno o non praticabile, il Consiglio può delegare le missioni peacekeeping — o peace-enforcement[11] — ad organizzazioni "regionali", quali la NATO, la Economic Community of West African States, oppure coalizioni di Stati che manifestino tali costruttive intenzioni.

I vari ambiti di intervento di peacekeepers, detti anche operatori di pace,[12] sono:

-prevenzione dei conflitti (“conflict prevention”);

-edificazione della pace (“peace making”);

-mantenimento della pace (“peacekeeping”);

-assistenza umanitaria (“humanitarian aid”);

-consolidamento della pace (“peace building”).

Esempi dell'applicazione di tali principi sono, anche a livello internazionale ed europeo, i cosiddetti corpi civili di pace ed i caschi bianchi.[13]

Missioni ONU[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace.

Le operazioni sono organizzate e gestite dal Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace (DPKO), un dicastero del Segretariato delle Nazioni Unite.

Il più importante documento di elaborazione dottrinale del DPKO, intitolato United Nations Peacekeeping Operations: Principles and Guidelines è stato pubblicato nel 2008.[14]

Peacekeeper ONU in Eritrea.

In ambito ONU, le operazioni di peacekeeping sono inoltre caratterizzate dalla delega del Consiglio di sicurezza al Segretario generale, sia in ordine al reperimento, sia al comando delle forze da impiegare[1]. Non tutte le operazioni finalizzate al mantenimento della pace sono qualificabili come operazioni di peacekeeping[15] e da queste vanno distinte le operazioni di peacebuilding e di peaceenforcement[15][16][17],anche se talune missioni possono avere carattere ibrido. Nella storia dell'attività dell'ONU si sogliono distinguere tre fasi caratterizzate da altrettanti tipi di "peacekeeping"[3][18] I fini statutari dell'ONU prevedono espressamente che l'organizzazione debba mantenere la pace e la sicurezza; uno degli strumenti usati, nel corso del tempo, per il mantenimento della pace, sono le operazioni di peacekeeping,[19], operazioni che tuttavia non trovano esplicita previsione nello statuto e la cui legittimità giuridica è stata ravvisata da gran parte della dottrina nel consenso delle parti in causa alla missione.[7]

Procedimento di richiesta[modifica | modifica sorgente]

Istruzione[modifica | modifica sorgente]

Peacekeeper australiani a Timor Est.

Una volta che è stato raggiunto un accordo di pace, le parti coinvolte possono richiedere all'ONU una forza di peacekeeping per la supervisione sulla pratica attuazione dei punti concordati. Questo avviene perché un gruppo sotto egida ONU difficilmente sarà propenso a fare propri gli interessi di una fazione, dato che a sua volta dipende da molti gruppi, in particolare dal Consiglio di Sicurezza (composto dai rappresentanti di quindici Paesi) e dal Segretariato delle Nazioni Unite (la cui composizione è deliberatamente diversa).[20]

Se il Consiglio di Sicurezza approva l'avvio di una missione, il Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace inizia la programmazione degli elementi necessari. A questo punto, viene scelta la squadra di comando supremo (come verrà spiegato più avanti). Il dipartimento interpellerà le singole nazioni aderenti all'ONU per raccoglierne l'eventuale disponibilità al concorso operativo. Dato che — come già ricordato — le Nazioni Unite non dispongono di alcuna struttura organica permanente in proposito, per ogni esigenza dev'essere formata una coalizione ad hoc.

Questo dato di fatto ha quanto meno due risvolti sfavorevoli: può portare alla pura impossibilità di mettere in campo una forza credibile, ed in ogni caso determina un fisiologico rallentamento nel reperimento di risorse (in ogni senso dell'espressione) una volta che l'operazione abbia pure preso il largo.

Roméo Dallaire, foto del 2006

Roméo Dallaire,[21] comandante del contingente di pace in Ruanda ai tempi della tragedia umanitaria che afflisse quel lembo d'Africa (1996), così descrisse tali problemi, a confronto con dispiegamenti "tradizionali" di forze militari:

«Mi disse che l'ONU era un sistema "pull"[22] e non un sistema "push"[23] com'ero abituato nella NATO, nel senso che non vi era assolutamente un bacino di risorse da cui attingere. Dovevi fare domanda per qualunque cosa ti servisse, e poi aspettare che la domanda fosse analizzata… Per esempio, i soldati, ovunque si trovino, devono mangiare e bere. In un sistema "push", vivande e cibo sono fornite automaticamente nella quantità proporzionata al numero di persone. In un sistema "pull", devi chiedere che ti forniscano tali razioni, ed il buon senso non pare avere voce in capitolo.
(Shake Hands With the Devil,[24] Dallaire, pp. 99-100)»

Mentre viene messe assieme la forza di peacekeeping, la squadra diplomatica ONU pratica varie attività diplomatiche. Le esatte dimensioni e forza dello schieramento vanno concordate con il governo della nazione in cui è in corso il conflitto. Le regole d'ingaggio devono essere sviluppate e concordate sia dalle parti in lizza sia dal Consiglio di Sicurezza. Esse attribuiscono lo specifico mandato e scopo della missione (cioè quando i peacekeeper, se armati, possano usare la forza, e dove possano muoversi, nell'ambito del territorio che li ospita). Spesso il mandato dispone che i peacekeeper siano scortati da "guide" del governo ospitante ogniqualvolta lascino la loro base. Questa complicazione ha causato problemi sul campo.

Quando hanno avuto luogo tutti gli accordi, il personale richiesto è stato reperito, e l'approvazione finale è stata deliberata dal Consiglio di Sicurezza, i peacekeeper sono dislocati nella regione prevista.

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Una missione peacekeeping ONU ha tre centri direttivi. Il primo è il Rappresentante Speciale del Segretario Generale, il capo ufficiale della missione. È responsabile di tutta l'attività politica e diplomatica, presiede alle relazioni tanto con le parti stipulanti del trattato di pace, quanto con gli stati membri ONU in generale. È spesso scelto tra i funzionari di alto rango del Segretariato ONU. Il secondo è il comandante della forza, che è responsabile dell'apparato militare sul campo. È un alto ufficiale delle forze armate che intervengono, e spesso è scelto tra quelli della nazione che partecipa con il maggior numero di effettivi. In terzo luogo dobbiamo considerare il Chief Administrative Officer,[25] che ha la supervisione delle forniture, della logistica, e coordina l'approvvigionamento di ogni necessaria risorsa.

Partecipazione[modifica | modifica sorgente]

Elicotteri Bell 212 in servizio di peacekeeping in Guatemala, 1998.
Campo San Martin a Cipro. Il contingente argentino comprende truppe di altri paesi latinoamericani.
Carri T-72 dell'esercito indiano con insegne ONU nel contesto di UNITAF.

Lo statuto ONU impone a tutti gli stati membri l'obbligo di mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza le forze e le infrastrutture necessarie al mantenimento di pace e sicurezza in ogni posto del mondo. Dal 1948, quasi 130 paesi hanno contribuito a missioni di pace con personale militare e di polizia civile. Benché non siano disponibili informazioni dettagliate su tutto il personale che partecipò a missioni di peacekeeping dal 1948, si stima che circa un milione di operatori (soldati, agenti di polizia, e "normali civili") abbia lavorato sotto bandiera ONU in mezzo secolo abbondante. Con dati riferiti a marzo 2008, 113 paesi stavano contribuendo con un totale di 88 862 persone tra osservatori militari, polizia, e truppe inquadrate in unità militari "canoniche".[26]

Nonostante il lungo elenco di paesi partecipanti sulla carta, la parte del leone — sotto il profilo del numero di addetti sul campo — è chiaramente svolta da un nucleo di paesi in via di sviluppo, che spesso traggono profitto economico da tale partecipazione. In questo senso, la classifica dei primi dieci (stima del marzo 2007) appare la seguente: Pakistan (10 173), Bangladesh (9 675), India (9 471), Nepal (3 626), Giordania (3 564), Uruguay (2 583), Italia (2 539), Ghana (2 907), Nigeria (2 465), e Francia (1 975).[27]

Il capo del Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace, il Sottosegretario generale Jean-Marie Guéhenno,[28] ha ricordato agli stati membri che "la fornitura di soldati e poliziotti bene equipaggiati, ben addestrati e disciplinati alle operazioni ONU di peacekeeping è una responsabilità collettiva degli stati membri. Non si può pensare che gli stati del Sud del mondo portino questo fardello da soli."

Alla data di marzo 2008, in aggiunta al personale militare e di polizia, risultano aver collaborato a missioni peacekeeping ONU: 5 187 "civili internazionali", 2 031 volontari delle Nazioni Unite e 12 036 civili locali.[29]

Fino ad aprile 2008, 2 468 persone, di oltre cento nazionalità, hanno perso la vita in missioni di peacekeeping.[30] Molti dei caduti provenivano dall' India (127), Canada (114) e Ghana (113). Il 30% delle perdite umane lamentate nei primi 55 anni di peacekeeping ONU ricade negli anni dal 1993 al 1995.

Come già detto, i paesi in via di sviluppo tendono a partecipare al peacekeeping più delle nazioni sviluppate. Questo, in parte, può spiegarsi con il fatto che le forze armate dei paesi emergenti non evocano il fantasma dell'imperialismo nelle località di guerra (spesso trattasi di ex-colonie). Ad esempio, nel dicembre 2005, l'Eritrea espulse dalla missione di peacekeeping sulla propria frontiera con l'Etiopia tutto il personale statunitense, russo, europeo e canadese. Alla motivazione storico-politica, si aggiunge però l'attrattiva economica per i paesi meno agiati. L'ONU riconosce mensilmente a ciascun operatore militare: 1 028 dollari (USA, $) per paga e rimborsi spese; 303 dollari extra per gli specialisti; $ 68 per vestiario personale, accessori ed equipaggiamento; $ 5 per armamento individuale.[31] Può essere un cespite finanziario di un certo rilievo per un paese emergente. Garantendo ai soldati addestramento, equipaggiamento e stipendi di elevato livello, le missioni UN peacekeeping consentono a tali paesi di mantenere forze armate più "importanti" di quello che si potrebbero permettere secondo i rispettivi bilanci. Circa il 4,5% del personale militare o di polizia impiegato nel peacekeeping ONU proviene dall'Unione Europea; la percentuale scende sotto l'uno per cento se consideriamo gli addetti statunitensi.

Costi[modifica | modifica sorgente]

I costi del peacekeeping, specie dopo la fine della Guerra fredda, sono lievitati enormemente. Nel 1993, i costi annuali del peacekeeping delle Nazioni Unite sono arrivati a circa 3,6 miliardi di dollari, anche a causa delle operazioni nell'Ex Jugoslavia ed in Somalia. Nel 1998, erano crollati ad una cifra addirittura inferiore al miliardo di dollari. Con la ripresa delle operazioni su vasta scala, i costi s'impennarono di nuovo verso i 3 miliardi nel 2001. Nel 2004, fu approvato un bilancio di previsione da 2,8 miliardi, ma il costo a consuntivo fu superiore. Nel 2006, l'ammontare si aggirava sui 5 miliardi di dollari.

Tutti gli stati membri sono legalmente obbligati a pagare la loro quota di "costi peacekeping" in ragione di una complessa formula che loro stessi hanno stabilito. Malgrado questa obbligazione, gli stati membri nel 2004 avevano accumulato un arretrato di circa 1,2 miliardi di dollari, con riferimento a missioni in atto e pregresse

Missioni non-ONU[modifica | modifica sorgente]

Elicotteri CH135 Twin Huey canadesi assegnati alla Multinational Force and Observers, una forza di peacekeeping non-ONU, ad El Gorah,[32] Sinai, Egitto, 1989.

Non tutte le forze di peacekeeping sono state direttamente controllate dalle Nazioni Unite. Nel 1981, un accordo tra Israele ed Egitto diede vita al già ricordato Multinational Force and Observers che tuttora esercita una supervisione sulla penisola del Sinai.

Sei anni più tardi, la Indian Peace Keeping Force[33] entrò nello Sri Lanka per concorrervi al mantenimento della pace. La situazione divenne stagnante, e nel 1990 il primo ministro dello Sri Lanka, che aveva concluso un patto con le Tigri Tamil, chiese all'India di ritirarsi.

Nel novembre 1998, inoltre, l'India collaborò alla restaurazione del governo di Maumoon Abdul Gayoom nelle Maldive, azione da inquadrarsi nell'alveo della Operazione Cactus.[34]

Il 20 dicembre 1995, su mandato ONU, una forza a guida NATO (IFOR)[35] fece il suo ingresso in Bosnia per dare attuazione al General Framework Agreement for Peace in Bosnia and Herzegovina.[36] Analogamente, un'operazione NATO (KFOR)[37] si svolge tuttora nella provincia serba del Kosovo.

Agosto 2008. Militari georgiani abbandonano l'Ossezia del Sud con mezzi di fortuna.

La missione a guida Nato in Bosnia ed Erzegovina è stata successivamente sostituita da una missione peacekeeping a patrocinio europeo, organizzata da EUFOR.[38] Anche l'Unione Africana, a partire dal 2003, è stata marginalmente coinvolta nel peacekeeping continentale.

Nell'Ossezia del Sud, Russia e Georgia inviarono le rispettive formazioni di peacekeeper in applicazione all'accordo di Soči (siglato il 24 giugno 1992).[39][40]

La Seconda guerra in Ossezia del Sud del 2008 si concluse con l'espulsione dalla regione di tutte le forze georgiane, compresi i peacekeeper, ed ebbe un bilancio di 18 caduti tra i peacekeeper russi.

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Danni potenziali alle truppe[modifica | modifica sorgente]

Naturalmente, come ogni impresa militare (o bellica in senso ampio), anche il peacekeeping potrebbe provocare danni alla salute delle persone impiegate, soprattutto per l'elevato grado di stress che comporta. I peacekeeper sono esposti a danni causati ("collateralmente", in modo non deliberato) dalle parti in conflitto e spesso anche ad un clima cui non sono avvezzi. Ne scaturiscono problemi di salute mentale, suicidio ed abuso di droghe, come dimostrano specifiche statistiche.[41] Avere un parente in missione all'estero per un lungo periodo è fonte di stress anche per i familiari dei peacekeeper.[42] Oltre tutto, i peacekeeper, sebbene eventualmente agiscano su mandato ONU, possono divenire bersaglio (intenzionale) per gli attacchi di una parte belligerante.

Un differente approccio pone in risalto come il peacekeeping potrebbe "rammollire i guerrieri" ed intaccarne la combattività, posta l'ovvia differenza di profilo tra un contingente di peacekeeping ed un reparto operativo dispiegato in un contesto schiettamente e tradizionalmente conflittuale.[43][44]

Problemi a lungo termine[modifica | modifica sorgente]

Il peacekeeping può avere come risultato la mera conservazione di un precario status quo destinato a sicuro collasso nel lungo periodo. Bisogna, per obiettività, concedere anche il fatto che l'attuale figura di peacekeeper non postula la vocazione a costruire soluzioni politiche permanenti. La sua missione è, al contrario, stabilizzare una situazione in modo tale da offrire a statisti e diplomatici l'opportunità di sviluppare una pace (rebus sic stantibus) definitiva. Nel Peace Department ONU costituiscono ancora una relativa novità le diramazioni peace-building e peacemaking.[45] Si tratta di attività e strutture concepite per muoversi in sinergia con le operazioni peacekeeping che esaminiamo qui. Mentre i peacekeeper creano un ambiente stabile, peace-builders e peacemakers sono indirizzati ad aspetti diplomatici di più lunga prospettiva temporale: sostanzialmente si adoperano per far sorgere le condizioni di una pace duratura e stabile, talvolta anche creando le premesse per uno sviluppo sostenibile.

Peacekeeping, traffico di esseri umani e prostituzione coatta[modifica | modifica sorgente]

Maputo, aprile 1979. Graça Machel (a sinistra), con Nicolae Ceauşescu (al centro) ed il presidente del Mozambico dell'epoca, Samora Machel.

Resoconti giornalistici attestano un rapido espandersi della prostituzione in Cambogia, Bosnia e Kosovo dopo che in tali luoghi sono iniziate le missioni di peacekeeping (negli ultimi due paesi si tratta di missioni NATO, tutte le altre sono ONU).[46] Nello studio del 1996 The Impact of Armed Conflict on Children, Graça Machel[47] già first lady del Mozambico ha documentato: "In sei su dodici studi nazionali preparati per questo rapporto sullo sfruttamento sessuale di bambini in situazioni di conflitto armato, l'arrivo di truppe peacekeeping è stato associato a rapido aumento della prostituzione infantile."[48]

Proposte di riforma ONU[modifica | modifica sorgente]

L'analisi di Brahimi[modifica | modifica sorgente]

In reazione a queste criticità, segnatamente per quanto attiene ai casi di abuso sessuale da parte dei peacekeeper, l'ONU ha mosso alcuni passi in un progetto di riforma delle sue operazioni, come sono state sinora conosciute. Il Report of the Panel on United Nations Peacekeeping Operations (colloquialmente indicato pure come Brahimi Report)[49][50] è stato il primo di tali passi per ricapitolare le missioni pregresse, isolare i malfunzionamenti, ed intraprendere azioni positive in grado di correggere tali storture assicurando contestualmente l'efficienza delle missioni che saranno varate in avvenire. È stato dichiarato un solenne impegno dell'ONU per realizzare concretamente dette pratiche all'atto di compiere le missioni peacekeeping del futuro. Gli aspetti tecnocratici del processo di riforma sono stati continuati e rivitalizzati dal DPKO nella sua "agenda di riforma" denominata Peace Operations 2010. Il basilare documento dottrinale intitolato United Nations Peacekeeping Operations: Principles and Guidelines[14] incorpora l'analisi di Brahimi e ne fa un proprio elemento fondante.

Forza di reazione rapida[modifica | modifica sorgente]

Una proposta avanzata per tener conto dei deleteri ritardi come quello che ha favorito la tragedia del Ruanda punta sulla forza di reazione rapida: un gruppo permanente, amministrato dall'ONU e schierato su disposizione del Consiglio di Sicurezza, che riceva truppe e sostentamento dai membri in carica del Consiglio di Sicurezza e sia pronto per un rapido rischieramento in caso di futuri genocidi.

Onorificenze erogate[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi ONUC.
Congo

Il capitano dei peacekeeper ONU Gurbachan Singh Salaria ottenne la più alta onorificenza militare indiana, il Param Vir Chakra.[51] Nel novembre 1961 il Consiglio di Sicurezza era intervenuto per prevenire le ostilità katanghesi in Congo. Per reazione, Moise Tshombe, leader secessionista del Katanga, lanciò un'offensiva contro le forze ONU. Il 5 dicembre 1961, una compagnia indiana-ONU rinforzata da mortai da 3 pollici (81 mm) attaccò un posto di blocco tra il quartier generale katanghese ed il campo d'aviazione di Lubumbashi (Elisabethville). Dopo che gli indiani avevano preso possesso della posizione, un plotone gurkha tentò di collegarsi alla compagnia per consolidare il rinnovato posto di blocco, ma incontrò elementi ostili in prossimità del vecchio aeroporto. L'attacco del plotone contro la postazione ribelle, forte di una novantina di miliziani katanghesi, fu guidato dal capitano indiano Salaria. Malgrado che disponesse solo di sedici soldati e con un armamento inferiore a quello degli avversari, il capitano Salaria — anche giovandosi della proverbiale ferocia[52][53] dei combattenti gurkha — ebbe la meglio sul nemico, che si volse in fuga. Durante l'azione, Salaria fu colpito al collo, ma continuò a combattere sinché morì per le ferite riportate. Grazie alla sua abnegazione ed al suo coraggio, il quartier generale ONU di Elisabethville si salvò dall'accerchiamento.[54][55]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Dispensa di organizzazione internazionale di Antonietta Piacquadio
  2. ^ UN Peacekeeping - FAQ - Meeting New Challenges
  3. ^ a b LE OPERAZIONI DI "PEACE-KEEPING"
  4. ^ Tank Museum Site
  5. ^ Bibliografia in tema di proxy wars:
    • Bernd Greiner / Christian Müller / Dierk Walter (Ed.): Heiße Kriege im Kalten Krieg. Hamburg 2006, ISBN 3-936096-61-9 (Review by H. Hoff, Review by I. Küpeli)
    • Scott L. Bills: The world deployed : US and Soviet military intervention and proxy wars in the Third World since 1945. From: Robert W. Clawson (Ed.): East West rivalry in the Third World. Wilmington 1986, p. 77-101.
    • Chris Loveman: Assessing the Phenomeon of Proxy Intervention. From Journal of Conflict, Security and Development, edition 2.3, Routledge 2002, pp 30–48.
  6. ^ Il termine "cliente" va qui inteso nell'accezione romanistica.
  7. ^ a b c Sergio Marchisio. L'ONU. Il diritto delle Nazioni Unite. Bologna, Il Mulino, 2000.
  8. ^ Collegamenti esterni sull'artista:
  9. ^ Collegamenti esterni in punto:
  10. ^ Bariagaber, Assefaw, "United Nations Peace Missions in Africa: Transformations and Determinants", in Journal of Black Studies, 38, no. 6 (July 2008): 830-849.
  11. ^ Operations other than war. Volume IV "Peace Operations"
  12. ^ Centro Studi Difesa Civile Le attività formative civile relative al pacekeeping, Andrea Valdambrini, Quaderno n. 1 - 2008
  13. ^ Rapporto del Centro Interuniversitario di Studi sul Servizio Civile (CISC) Ricognizione delle esperienze più significative in materia di difesa civile non armata e nonviolentain ambito nazionale, europeo e internazionale (2008)
  14. ^ a b DPKO Capstone Doctrine
  15. ^ a b Brouchure ministero
  16. ^ Il diritto applicabile alle Forze Armate italiane all'estero
  17. ^ INTRODUCTION
  18. ^ Caschi blu e processi di democratizzazione: le operazioni di peacekeeping dell'ONU e la promozione della democrazia, Paolo Foradori, pag. 166 e ss.
  19. ^ Lucidi UNIPV
  20. ^ Per l'esattezza:
    • Il Consiglio di Sicurezza è l'organo delle Nazioni Unite che ha maggiori poteri, avendo la competenza esclusiva a decidere contro gli stati colpevoli di aggressione o di minaccia alla pace. Si riunì per la prima volta il 17 gennaio 1946 a Londra. Lo scopo del Consiglio è stabilito dall'articolo 24 dello Statuto, al consiglio viene conferita “la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. È costituito da 15 Stati membri di cui 5 sono membri permanenti mentre i restanti 10 vengono eletti ogni due anni. I membri permanenti sono: Cina, Russia, Regno Unito, Stati Uniti d'America e Francia. Questi ultimi hanno il diritto di veto, possono bloccare qualsiasi decisione loro sgradita e fare in modo che non venga discussa durante il riunirsi dell'assemblea generale presieduta da tutti gli Stati membri. La presidenza del Consiglio è detenuta a rotazione mensile secondo ordine alfabetico dagli altri Stati. Le decisioni prese dal Consiglio prendono il nome di Risoluzioni. L'articolo 42 della Carta stabilisce che il Consiglio può usare la forza contro uno Stato che è colpevole di aggressione o di violazione della Pace e l'eventuale azione militare nei confronti del Paese colpevole è riconosciuta come un'azione di polizia internazionale sotto la supervisione del Consiglio. Le forze armate anche conosciute come "caschi blu" provengono tutte dagli Stati membri.
    • Il Segretariato delle Nazioni Unite è uno degli organi principali dell'ONU. È guidato dal segretario generale delle Nazioni Unite e costituito da un insieme di uffici e dipartimenti finalizzati alla gestione amministrativa dell'ONU. Il segretario generale dispone di un vasto apparato burocratico per lo svolgimento delle proprie funzioni: in base allo Statuto, lo status dei funzionari, il loro reclutamento e i vari aspetti del rapporto d'impiego sono stabiliti dall'Assemblea Generale con apposite norme. Inoltre il personale del Segretariato non può ricevere istruzioni da alcun governo in quanto indipendente. Il Segretario Generale è il leader dell'Organizzazione, viene nominato dall'Assemblea generale dopo esser stato raccomandato dal Consiglio di Sicurezza, lavora come un diplomatico tra gli Stati membri e come un amministratore all'interno dell'Organizzazione; può portare all'attenzione del Consiglio di Sicurezza qualsiasi disputa o situazione secondo lui critica al fine di mantenere la pace nel mondo. È in carica per 4 anni. Attualmente il ruolo di Segretario Generale è ricoperto dal sudcoreano Ban-Ki-Moon, che è stato eletto nel 2007.
  21. ^ Bibliografia in punto:
    • 4237 Dr. Adrian Preston & Peter Dennis (Edited) "Swords and Covenants" Rowman And Littlefield, London. Croom Helm. 1976.
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  35. ^ La Implementation Force (IFOR) è stata una forza multinazionale della NATO dispiegata in Bosnia ed Erzegovina per un mandato di un anno dal 20 dicembre 1995 al 20 dicembre 1996 sotto il nome in codice Operazione Joint Endeavor per implementare l'accordo di pace in Bosnia - Erzegovina come successore della forza delle Nazioni Unite UNPROFOR.
  36. ^ General Framework Agreement for Peace in Bosnia and Herzegovina
  37. ^ La Kosovo Force (KFOR) è una forza militare internazionale, guidata dalla NATO, responsabile di ristabilire l'ordine e la pace in Kosovo, una provincia della Serbia sotto l'amministrazione dell'ONU dal 1999.
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  40. ^ Si noti come — in questo caso — la "terzietà" dei peacekeeper, la loro natura di osservatori/arbitri super partes, sia quanto meno opinabile.
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  45. ^ A queste nozioni, meritevoli di autonomo approfondimento, abbiamo già più volte accennato in altre parti della voce.
  46. ^ Conflict, Sexual Trafficking, and Peacekeeping
  47. ^ Cenni biografici:
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  49. ^ Brahimi Report
  50. ^ Collegamenti esterni sulla figura di Lakhdar Brahimi:
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  52. ^ «Se un uomo dice di non temere la morte, sta mentendo oppure è un gurkha.» (Feldmaresciallo Sam Manekshaw - Cenni biografici -, già capo di stato maggiore dell'esercito indiano ai tempi della guerra indo-pakistana del 1971)
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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