Eugène Delacroix

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Eugène Delacroix nel 1858 in una fotografia di Nadar

Ferdinand Victor Eugène Delacroix, più semplicemente noto come Eugène Delacroix (Saint-Maurice, 26 aprile 1798Parigi, 13 agosto 1863), fu un artista e pittore francese, considerato fin dall'inizio della sua carriera il principale esponente del movimento romantico del suo paese[1].

La suggestiva pennellata tipica di Delacroix e il suo studio sugli effetti ottici ottenibili per mezzo del colore influenzarono profondamente l'opera degli impressionisti, mentre la sua passione per i temi esotici fu fonte di ispirazione per gli artisti del movimento simbolista. Abile litografo, Delacroix realizzò illustrazioni per diverse opere di Shakespeare, Sir Walter Scott e Goethe.

Contrariamente al suo principale rivale Ingres, che ricercava nelle proprie opere il perfezionismo tipico dello stile neoclassico, Delacroix prese spunto dall'arte di Rubens e dei pittori del Rinascimento veneziano, ponendo maggiore enfasi sul colore e sul movimento piuttosto che sulla nitidezza dei profili e sulla perfezione delle forme. Le opere della sua maturità furono caratterizzate dalle tematiche romantiche, che lo spinsero a viaggiare in Nordafrica in cerca di esotismo, invece di avvicinarsi ai modelli classici greci e romani.[2]

Amico ed erede spirituale di Théodore Géricault, Delacroix fu ispirato anche da Byron, con cui condivise la forte fascinazione per le "sublimi forze" della natura e le loro manifestazioni spesso violente.[3]

Delacroix tuttavia non cadde mai nel sentimentalismo né nell'ampollosità, e il suo modello di romanticismo fu quello di un individualista. Citando le parole di Baudelaire, "Delacroix amò appassionatamente la passione, ma fu freddamente determinato ad esprimere la passione stessa nel modo più chiaro possibile."[4]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Delacroix nasce a Charenton (Saint-Maurice), nel dipartimento della Valle della Marna (regione dell'Île-de-France), nei pressi di Parigi.

Ci sono motivi per credere che suo padre, Charles Delacroix, all'epoca del concepimento di Eugène fosse sterile, e che il suo vero padre sia in realtà Talleyrand, che frequenta la famiglia, che sarà il successore di C. Delacroix come ministro degli esteri e a cui in età adulta Eugène assomiglierà sia nell'aspetto che nel carattere.[5] Nel corso della sua carriera di pittore rimarrà sotto la protezione prima dello stesso Talleyrand, ed in seguito di suo nipote, Charles Auguste Louis Joseph Demorny, duca de Morny, fratellastro di Napoleone III e presidente della camera dei deputati francese.

Compie i primi studi al liceo Louis-le-Grand, dove si immerge nella lettura dei classici e vince alcuni premi per la sua abilità nel disegno. Nel 1815 inizia il suo apprendistato sotto la guida di Pierre-Narcisse Guérin, seguendo lo stile neoclassico di Jacques-Louis David. Una delle prime opere a tema religioso che gli vengono commissionate, La Vergine delle Messi (1819), mostra una certa influenza raffaellesca, ma un'opera successiva dello stesso tipo, La Vergine del Sacro Cuore (1821), fa già intravedere un'interpretazione più libera.[6] Questi lavori sono precedenti all'impatto che avranno su di lui lo stile sfarzoso e ricco di colori del pittore fiammingo Pieter Paul Rubens (1577-1640) e quello del suo amico Théodore Géricault, le cui opere rappresentano l'esordio del movimento romantico nel mondo dell'arte figurativa.

L'impressione suscitata in lui da La zattera della Medusa di Géricault è profonda e spinge Delacroix a realizzare il suo primo grande dipinto, La barca di Dante, che viene accettata dal Salon di Parigi nel 1822. L'opera suscita un certo scalpore e viene derisa e denigrata dal pubblico e dal mondo accademico, anche se viene acquistata dallo Stato per la Galleria di Lussemburgo; il rifiuto delle sue opere di un'ampia parte del pubblico sarà una costante della sua carriera, contrastato però dal robusto sostegno di illuminati ammiratori.[7]

La maturità[modifica | modifica sorgente]

I dipinti a sostegno dell'indipendenza della Grecia[modifica | modifica sorgente]

Il quadro di Delacroix Il massacro di Scio (in francese Scènes des massacres de Scio), mostra alcuni civili greci feriti e in punto di morte che stanno per essere massacrati dai turchi. Si tratta di uno dei numerosi dipinti che realizza riguardo a quest'argomento di cronaca a lui contemporanea, ed esprime la simpatia per la causa greca nella loro guerra d'indipendenza contro i turchi, un sentimento assai diffuso tra i francesi dell'epoca. Delacroix viene ben presto riconosciuto come il principale esponente del nuovo stile romantico, e il quadro viene acquistato dallo Stato. Tuttavia il suo modo di ritrarre la sofferenza suscita discussioni, dal momento che nel dipinto non sta compiendosi alcun avvenimento glorioso e non ci sono patrioti che sguainano le spade con coraggio come ne Il giuramento degli Orazi di David: c'è solo un terribile disastro. Molti critici deplorano il tono disperato del quadro; l'artista Antoine-Jean Gros lo definisce "un massacro dell'arte".[8] L'emozione suscitata dall'infante che si stringe al seno della madre morta è particolarmente potente, anche se tale dettaglio viene condannato come inadatto ad un'opera d'arte dai detrattori dell'artista. La visione dei lavori di John Constable spinge poi Delacroix a cambiare il proprio modo di realizzare il cielo e i paesaggi sullo sfondo, che inizia ad interpretare in maniera più libera e personale.[9]

Delacroix realizza un secondo quadro a sostegno dei greci in lotta per l'indipendenza, questa volta ispirandosi alla cattura di Missolungi da parte delle forze turche nel 1825.[10] Con una sobrietà di colori appropriata all'allegoria rappresentata, La Grecia morente sulle rovine di Missolungi mostra una donna in costume greco con il seno scoperto e le braccia mezze alzate in segno di implorazione prima che si verifichi un'orribile scena: il suicidio dei greci che preferiscono togliersi la vita e distruggere la propria città piuttosto che arrendersi ai turchi. In basso si scorge una mano il cui proprietario è stato schiacciato dalle macerie. Il dipinto vuole essere un monumento commemorativo per la gente di Missolungi e per l'ideale di libertà in opposizione alle regole della tirannia. La caduta di Missolungi interessa Delacroix non solo per la sua simpatia verso i greci, ma anche perché il poeta Lord Byron, che ammirava moltissimo, era morto in quel luogo.[1]

Il romanticismo[modifica | modifica sorgente]

Nel 1825, durante un viaggio in Inghilterra, fa visita a Thomas Lawrence e Richard Bonington e la scoperta dell'uso del colore che caratterizza la pittura inglese del periodo lo spinge a realizzare il suo unico ritratto di grandi dimensioni, l'elegante Ritratto di Louis-Auguste Schwiter, (1826-30).[11] Grossomodo nello stesso periodo Delacroix si dedica all'interpretazione in stile romantico di diversi soggetti, alcuni dei quali continueranno ad interessarlo per oltre trent'anni. Entro il 1825 realizza una serie di litografie in cui illustra le opere di Shakespeare, e poco dopo altre litografie e dipinti ispirati al Faust di Goethe. Dipinti come La lotta di Giaour e Hassan (1826) e Donna con pappagallo (1827) introducono nella sua arte i temi della violenza e della sensualità, che finiranno per rivelarsi argomenti ricorrenti.

Tutte queste tematiche finiscono per essere radunate insieme nel dipinto La morte di Sardanapalo (1827-28). La raffigurazione della morte del re assiro Sardanapalo mostra una scena avvincente sul piano emotivo, con colori vivaci, costumi esotici e tragiche scene. La Morte di Sardanapalo ritrae il re assediato che osserva impassibile i soldati che eseguono il suo ordine di uccidere i suoi servi, le sue concubine e i suoi animali. La fonte letteraria a cui il quadro è ispirato è un'opera di Byron, anche se tale lavoro non parla di alcun massacro delle concubine.

L'atteggiamento di calmo distacco di Sardanapalo è tipico dell'immaginario romantico europeo dell'epoca. Il quadro, che in seguito non viene più esposto per molti anni, è considerato da alcuni critici dell'epoca una macabra fantasia di morte e lussuria. Particolarmente impressionante risulta la strenua lotta di una donna completamente nuda a cui stanno per tagliare la gola, una scena posta in primo piano per ottenere il massimo impatto sull'osservatore. In ogni caso, la sensuale bellezza e gli esotici colori della composizione rendono il dipinto piacevole e scioccante allo stesso tempo.

Un variegato intreccio di temi romantici è nuovamente presente in L'assassinio del Vescovo di Liegi (1829). Anche quest'opera è ispirata ad una fonte letteraria, questa volta di Walter Scott, e ritrae una scena di epoca medievale, quella dell'omicidio di Luigi di Borbone, vescovo di Liegi, nel corso di un'orgia organizzata dall'uomo che lo teneva prigioniero, William de la Marck.

Ambientato in un vasto interno sormontato da una volta che Delacroix riprende dagli schizzi del palazzo di giustizia di Rouen e da Westminster Hall, il dramma viene rappresentato in un dipinto ricco di chiaroscuri, organizzato attorno al luminoso tratto di tovaglia centrale. Nel 1855 un critico descrive l'opera come "... meno rifinito di un dipinto ma più di uno schizzo, "L'assassinio del vescovo di Liegi" è stato considerato ultimato dal pittore nel momento supremo, proprio quello in cui un colpo di pennello in più avrebbe rovinato tutto."[12]

La Libertà che guida il popolo[modifica | modifica sorgente]

Delacroix realizza la sua opera più importante nel 1830, con La Libertà che guida il popolo che, sia per la scelta del soggetto che per la tecnica esibita, mette in evidenza le differenze tra l'approccio all'arte romantica e lo stile neoclassico.[13] Si tratta probabilmente del suo dipinto più famoso e rappresenta un'indimenticabile immagine dei parigini che si sono sollevati in armi e marciano insieme sotto la bandiera tricolore. La donna rappresenta la libertà e l'indipendenza; Delacroix si ispira ad eventi a lui contemporanei per evocare l'immagine romantica dello spirito della libertà. I soldati che giacciono morti in primo piano servono come toccante contrappunto per la simbolica figura femminile, che è illuminata in maniera trionfale, come se si trovasse sotto l'occhio di bue di una scena teatrale. Nel quadro l'artista sembra aver cercato di rappresentare lo spirito e il carattere del popolo[14] più che glorificare gli avvenimenti del momento, la rivolta contro Carlo X, che non otterrà altro che di insediare sul trono un altro re, Luigi Filippo.

Il governo francese acquista il dipinto, ma alcuni funzionari giudicano la sua celebrazione della libertà troppo incendiaria e non consentono che sia esposto in pubblico. Nonostante questo, a Delacroix vengono comunque commissionati dal governo numerosi affreschi e decorazioni di soffitti. Dopo la rivoluzione del 1848 che porta alla fine del regno di Luigi Filippo La Libertà che guida il popolo viene finalmente fatto esporre in pubblico dal neo-eletto presidente, Luigi Napoleone. È a tutt'oggi esposto al Museo del Louvre, nella sede distaccata di Lens.

La leggenda vuole che il ragazzo che stringe in mano le pistole sulla destra abbia ispirato a Victor Hugo il personaggio di Gavroche per il romanzo I miserabili del 1862.

Il viaggio in Nordafrica[modifica | modifica sorgente]

Il Sultano del Marocco, (1845), Musée des Augustins, Tolosa.

Nel 1832, poco dopo la conquista dell'Algeria da parte francese, compie un viaggio in Spagna e in Nordafrica nell'ambito di una missione diplomatica in Marocco. Il suo obiettivo principale non è studiare l'arte locale, ma sfuggire all'ambiente parigino, nella speranza di conoscere le caratteristiche di una cultura più antica;[14] nel corso del viaggio realizza più di 100 dipinti e disegni ispirati alla vita delle popolazioni del Nordafrica, approfondendo il proprio interesse per l'orientalismo[15].

Delacroix rimane estasiato dalle gente e dai loro abiti e il viaggio diventa fonte di ispirazione per molti dei suoi futuri lavori. È persuaso che i nordafricani, con il loro modo di vestirsi e le loro abitudini, gli permettano di vedere scene equivalenti a quelle che avrebbe visto nella Roma classica e nell'antica Grecia.[16]

Ad Algeri si organizza in modo da riuscire a ritrarre in segreto alcune donne del posto, come si vede nel dipinto Donne di Algeri nei loro appartamenti (1834), ma in generale incontra varie difficoltà a trovare donne musulmane disposte a posare per lui, a causa della norma musulmana che vuole che le donne restino sempre coperte con gli estranei. Trova meno problemi a ritrarre donne di religione ebraica, come in Festa di nozze ebraica in Marocco (1837-41).

Mentre è a Tangeri realizza alcuni schizzi degli abitanti e della città, soggetti che saranno poi ricorrenti per il resto della sua vita;[17] spesso inserisce nei suoi dipinti degli animali, l'incarnazione della passione romantica, come in Cavalli arabi che combattono in una stalla (1860), Caccia al leone (di cui esistono numerose versioni dipinte tra il 1856 e il 1861) e Arabo che sella il suo cavallo (1855).

Gli affreschi e l'ultima parte della carriera[modifica | modifica sorgente]

Nel 1838 Delacroix espone La furia di Medea, che suscita scalpore presso il Salon di Parigi. Si tratta della sua prima opera di grandi dimensioni che ritragga una scena tratta dalla mitologia greca, e rappresenta Medea che afferra i propri figli sguainando un pugnale per ucciderli e vendicarsi per essere stata abbandonata da Giasone. Le tre figure umane nude formano una specie di piramide animata, colpita da una luce obliqua che penetra nella grotta in cui Medea si è nascosta. Anche se il dipinto viene presto acquistato dallo Stato, Delacroix rimane deluso quando viene a sapere che è stato inviato al Museo delle Belle Arti di Lilla, perché vorrebbe che fosse esposto alla Galleria di Lussemburgo insieme a La barca di Dante e Il massacro di Scio[18].

A partire dal 1833 Delacroix riceve numerose commissioni per decorare edifici pubblici a Parigi. In quell'anno inizia a lavorare al Salon du Roi alla Camera dei Deputati a Palazzo Borbone; il lavoro si protrae fino al 1837. Nei dieci anni successivi affresca sia la biblioteca di Palazzo Borbone che quella del Palazzo del Lussemburgo. Nel 1843 decora la Chiesa di S.Denis del Santo Sacramento con una grande Pietà e dal 1848 al 1850 dipinge il soffitto della galleria Apollo al Louvre. Dal 1857 al 1861 lavora alla Cappella di Agnes a S. Sulpice. Queste commissioni gli offrono l'opportunità di dipingere opere di grandi dimensioni, inserite in una struttura architettonica, come avevano fatto alcuni dei maestri che più ammira, come Veronese, Tintoretto e Rubens.

Questo tipo di lavoro è molto faticoso e la sua salute ne risente parecchio. A partire dal 1844 alla sua casa parigina aggiunge un cottage a Champrosay, dove va a riposarsi in campagna. Dal 1834 al giorno della sua morte viene affettuosamente curato dalla sua governante, Jeanne-Marie le Guillou, che protegge gelosamente la sua privacy e la cui devozione contribuisce a prolungare la sua vita e la capacità di lavorare fino agli ultimi anni.[19]

Rappresentazione della morte di Marco Aurelio del 1844.

Nel 1862 Delacroix partecipa alla creazione della Société Nationale des Beaux-Arts; un suo amico, lo scrittore Théophile Gautier ne diventa il presidente, con il pittore Aimé Millet come vice. Oltre a Delacroix del comitato fanno parte i pittori Carrier-Belleuse e Puvis de Chavannes, mentre tra gli espositori si annoverano Léon Bonnat, Jean-Baptiste Carpeaux, Charles-François Daubigny, Gustave Doré e Édouard Manet.

Eugène Delacroix muore a Parigi nel 1863 e viene sepolto nel cimitero di Père Lachaise. Subito dopo la sua morte la Société Nationale allestisce una sua retrospettiva in cui sono esposti 248 suoi dipinti e disegni, interrompendo l'organizzazione di ogni altra esposizione.

La sua casa, che in passato si trovava lungo il canale della Marna, ora è vicino all'uscita dell'autostrada che da Parigi si dirige verso la Germania centrale, ed è stata trasformata in un museo.

Eredità[modifica | modifica sorgente]

Alla vendita all'asta delle sue opere che si tenne nel 1864 a Delacroix furono attribuite 9.140 opere, tra cui 853 dipinti, 1.525 pastelli e acquarelli, 6.629 disegni, 109 litografie e 60 libretti di schizzi preparatori[20] Il numero e la qualità dei disegni, sia che fossero stati fatti con l'intenzione di sfruttarli in seguito per lavori più impegnativi o solo per catturare una scena piacevole e spontanea, fa risaltare la sua affermazione: "il colore mi occupa sempre, ma disegnare cattura la mia attenzione".

La tomba di Delacroix al cimitero di Père Lachaise a Parigi.

Delacroix dipinse numerosi autoritratti e un certo numero di ritratti che sembrano essere stati realizzati per puro piacere, tra i quali quello del barone Schwiter, un piccolo olio che ritrae il violinista Niccolò Paganini e un doppio ritratto dei suoi due amici, il compositore Fryderyk Chopin e la scrittrice George Sand; il quadro fu tagliato in due dopo la sua morte ma i due ritratti sopravvivono singolarmente.

Talvolta Delacroix dipinse dei semplici paesaggi (Il mare a Dieppe, 1852) e nature morte (Natura morta con aragoste 1826-27), dipinti in cui si vede con chiarezza la sua abilità esecutiva.[21] È conosciuto anche per i suoi Diari, in cui esprimeva i suoi pensieri sull'arte e sulla vita dell'epoca.

Un'intera generazione di impressionisti fu ispirata dall'opera di Delacroix. Renoir e Manet fecero delle copie dei suoi dipinti e Degas acquistò il ritratto del barone Schwiter per la propria collezione personale. Il suo lavoro sulla parete della chiesa di S. Sulpice è stato definito "il miglior affresco della sua epoca".[22]

A Delacroix è stato intitolato il cratere Delacroix, sulla superficie di Mercurio.

L'artista cinese contemporaneo Yue Minjun ha realizzato una propria reinterpretazione del quadro di Delacroix Il massacro di Scio con lo stesso nome: l'opera è stata venduta da Sotheby's nel 2007 per quasi 4,1 milioni di dollari.[23]

Musei[modifica | modifica sorgente]

Alcuni dei Musei che espongono opere significative dell'artista:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Noon, Patrick, e altri., Crossing the Channel: British and French Painting in the Age of Romanticism, pag. 58, Tate Publishing, 2003. ISBN 1-85437-513-X
  2. ^ Gombrich, E.H., The Story of Art, pagine 504-6. Phaidon Press Limited, 1995. ISBN 0-7148-3355-X
  3. ^ Clark, Kenneth, Civilisation, pagina 313. Harper and Row, 1969.
  4. ^ Wellington, Hubert, The Journal of Eugène Delacroix, introduzione, pagina XIV. Cornell University Press, 1980. ISBN 0-8014-9196-7
  5. ^ Eugène Delacroix biography, Web Gallery of Art. URL consultato il 16/08/2008.
  6. ^ Jobert, Barthélémy, Delacroix, pagina 62. Princeton University Press, 1997. ISBN 0-691-00418-8
  7. ^ Wellington, pagina XII.
  8. ^ Wellington, pagina XIII.
  9. ^ Wellington, pagine XII,XVI
  10. ^ Jobert, pagina 127.
  11. ^ Jobert, pagina 98.
  12. ^ Jobert, pagine 116-18.
  13. ^ In modo meno evidente, il suo è diverso anche dal romanticismo di Géricault e de La zattera della Medusa, in quanto "Delacroix sente la propria composizione come unitaria, pensa alle sue figure e alla folla come a dei modelli,e li fa dominare dalla figura simbolica della Libertà repubblicana, che è una delle sue migliori pose plastiche..." Wellington, pagina xv.
  14. ^ a b Wellington, pagina xv.
  15. ^ Jobert, pagina 140.
  16. ^ "I Greci e i Romani sono qui alla mia porta, impersonati dagli Arabi che si avvolgono con un mantello bianco e sembrano Catone o Bruto..." Wellington, pagine XV-XVI.
  17. ^ Wellington, pagina XVI.
  18. ^ Jobert, pagine 245-6.
  19. ^ Wellington, pagine XXVII-XXVIII.
  20. ^ Wellington, pagina XXVIII.
  21. ^ Jobert, pagina 99.
  22. ^ Wellington, page XXIII.
  23. ^ New record sale of a Chinese contemporary painting, Shangaiist. URL consultato il 19/08/2008.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • A. De Paz, Il Romanticismo e la pittura, Napoli, Liguori, 1992, pp. 201–242.

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