Il massacro di Scio

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Il massacro di Scio
Il massacro di Scio
Autore Eugène Delacroix
Data 1824
Tecnica olio su tela
Dimensioni 417×354 cm
Ubicazione Musée du Louvre, Parigi

Il massacro di Scio è un dipinto di Eugène Delacroix, ad olio su tela (417 x 354 cm), realizzato nel 1824. L'opera è oggi conservata al Musée du Louvre di Parigi. La scena mostra figure desolate dell'isola di Scio, luogo del massacro di 20.000 greci. Essa si basa sulla voluta contrapposizione tra figure statiche, la vecchia dalla forma michelangiolesca (rinvio alle sibille della Cappella Sistina), e dinamiche, come il soldato a cavallo ottomano.

Il fatto storico[modifica | modifica wikitesto]

Il quadro è ispirato a un fatto veramente accaduto. Durante la guerra d'indipendenza greca una violenta repressione da parte dei Turchi ottomani spezzò il movimento insurrezionale del marzo del 1822.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Composizione strutturale di due piramidi umane

Delacroix rimase profondamente colpito dall'opera La zattera della Medusa del suo collega parigino Théodore Géricault, un dipinto nel quale egli stesso posò come modello, l'uomo steso a faccia in giù al centro dell'opera.[1] La costruzione piramidale sulla quale poggia il dipinto di Géricault è simile a quella presente nel Massacro di Scio.[2] Delacroix commentò su questo stile, "La composizione deve rivolgersi verso l'alto; anche se è meno naturale, viene comunque più bello e "fecondo". Altra cosa è un ammasso tutto stretto insieme!"[3] Il denso assembramento di figure nella parte inferiore e frontale del quadro è in aperto contrasto con lo spazio aperto e dispersivo che si trova sullo sfondo. Il mare e la terraferma, la luce e le ombre appaiono a bande di colore e sembra quasi che Delacroix abbandoni le leggi della prospettiva per disperdere la scena in una nube di polvere. L'effetto complessivo è quello di uno sfondo molto suggestivo e costantemente aperto, evanescente e senza un punto preciso di fuga. Lo sfondo mostra inoltre chiaramente un orizzonte mediterraneo con scene di battaglia e case incendiate.

I gruppi in primo piano appaiono tutti investiti dalla luce, evitando la proiezione di ombre tra le figure e facendo in modo che i colori si mantengano più vivi, così come i contrasti tra i piani prospettici. L'esteta Heinrich Wölfflin identificò questa tecnica e la classificò come una forma topica propria di Delacroix.[4]

La figura della donna anziana nella parte inferiore del dipinto

I tredici uomini, donne e bambini vengono circondati dai nemici quasi a presagire la loro triste sorte venendo uccisi o resi schiavi dei turchi. La loro disposizione, all'apparenza disordinata e piatta, forma due forme piramidali laterali alla composizione, una a sinistra che culmina nell'uomo col fez rosso, e l'altra che culmina in un soldato a cavallo. L'area tra le due piramidi è occupata da due soldati in ombra ed altre due vittime innocenti greche, un giovane ragazzo abbracciato ad una giovane donna. I due uomini nella piramide di sinistra sono feriti. L'uomo in primo piano a sinistra appare in punto di morte, affiancato da una donna che china il capo e lo sguardo in segno di rassegnazione. Tutto attorno si scorgono dei bambini piangenti e disperati per la loro sorte.

In contrasto, la piramide di destra ha un vigoroso slancio verticale. In questa sezione spicca indubbiamente il chiarore del corpo della donna di sinistra con quello dell'area scura dei vestiti e del cavallo: essa appare legata e già incatenata al cavaliere che la sovrasta, segno della schiavitù. Alla base della piramide, una donna anziana eleva gli occhi al cielo ed alla sua destra un bambino cerca il conforto della madre ormai morta ed abbandonata a terra morente. Sullo sfondo di questa parte della scena, sotto il cavaliere, si intravede una massa indistinta di mani ed arti segno della devastazione turca. Risalta infine, in posizione forte centrale un uomo che si abbandona alla morte (metaforicamente identificato con Serse, antico nemico dei greci liberi, che fu sconfitto nel glorioso passato dalla Grecia indipendente)

Storia del dipinto[modifica | modifica wikitesto]

Dettaglio dallo studio di Delacroix Testa di Donna, 1823.

Il 15 settembre 1821 Delacroix espresse all'amico Raymond Soulier la propria volontà di acquistare maggiore notorietà dipingendo una scena della guerra tra i Greci e gli Ottomani, e quindi di esporre il quadro al Salon di Parigi. All'epoca Delacroix non era certamente famoso, tanto che doveva ancora esporre una sua opera artistica ad una mostra pubblica. Inizialmente decise di proporre per il Salon il neonato dipinto La barca di Dante, esposta nell'aprile 1822, proprio quando le atrocità di Scio stavano venendo perpetrate: Delacroix iniziò a dipingere un quadro sul massacro nel maggio 1823.

Il 25 agosto 1824 - data di inaugurazione del Salon - Delacroix finalmente mostrò al grande pubblico il proprio dipinto, sotto il titolo Scènes des massacres de Scio; familles grecques attendent la mort ou l'esclavage [Scene del massacro di Scio, famiglie greche attendono la morte e la schiavitù]. L'opera suscitò violente reazioni: Ingres sostenne che Il massacro di Scio incarnasse «la febbre e l'epilessia dell'arte moderna», mentre Antoine-Jean Gros fu categorico nel definirla «il massacro della pittura».[5] Malgrado le feroci critiche, il dipinto fu apprezzato dallo Stato francese, che lo acquistò sempre nel 1824 per esporlo nel palazzo del Lussemburgo; Il massacro di Scio venne trasferito al Louvre - sua sede attuale - nel novembre del 1874.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Soluzione MegaZoom: Géricault, La zattera della Medusa, su Stile Arte, 20 ottobre 2014. URL consultato il 26 maggio 2016.
  2. ^ Delacroix, Rene Huyghe (trad. inglese di Jonathan Griffin), Thames and Hudson, Londra, 1963. Pages 120, 121.
  3. ^ Dario di Eugène Delacroix, Tomo Ⅰ, 1822–1852, André Joubin, Librairie Plon, 8 rue Garancière, Parigi, 1932, 9 maggio 1824. Page 96.Template:Cref2
  4. ^ Delacroix, Rene Huyghe (trad. inglese di Jonathan Griffin), Thames and Hudson, Londra, 1963. Pages 128, 129.
  5. ^ The Massacre of Chios, Delacroix, A Gallery of Masterpieces, Londra.
  6. ^ The Paintings of Eugène Delacroix, A Critical Catalogue, 1816–1831, Volume 1, Lee Johnson, Oxford University Press, 1981. pagina 83.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

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