Diga del Vajont

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Diga del Vajont
Diga del Vajont .jpg
Stato  Italia
Regione  Friuli-Venezia Giulia
Provincia  Pordenone
FiumeVajont
UsoProduzione di energia
idroelettrica
(fino al 1963)
ProprietarioEnel Green Power
GestoreEnel Green Power
Inizio lavoriestate 1956
Inaugurazione17 ottobre 1961 (non ha mai raggiunto il collaudo)
Tipoad arco a doppia curvatura
in calcestruzzo
Altezza261,60 m
Lunghezza190,15 m
Coordinate46°16′02.35″N 12°19′45.34″E / 46.267319°N 12.329261°E46.267319; 12.329261
Mappa di localizzazione: Italia
Diga del Vajont

La diga del Vajont è una diga che si trova nel comune di Erto e Casso, in provincia di Pordenone, lungo il corso del torrente Vajont. Venne progettata con diverse varianti, dal 1926 al 1959 dall'ingegnere Carlo Semenza, per conto della Società Adriatica di Elettricità e successivamente costruita tra il 1957 e il 1960, e fu inaugurata il 17 ottobre 1961.

Lega tristemente il suo nome al disastro del Vajont, avvenuto la sera del 9 ottobre 1963, e da allora non è più utilizzata per la produzione di energia elettrica[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Di tipo a doppio arco, lo sbarramento è alto 261,60 m e nel 2022, a oltre 61 anni dalla costruzione, è ancora l'ottava diga più alta del mondo (la sesta ad arco), con un volume di 351.000 m³ e con un bacino di 168,715 milioni di metri cubi. All'epoca della sua costruzione (1957-1960) era la diga più alta al mondo. Fu superata dalla Grande Dixence nel 1961.

Lo scopo della diga era di fungere da serbatoio idrico di regolazione stagionale per le acque del fiume Piave, del torrente Maè e del torrente Boite, che precedentemente andavano direttamente al bacino della Val Gallina, che alimentava la grande centrale di Soverzene. Le acque, sottratte al loro corso naturale, venivano così incanalate dalla diga di Pieve di Cadore (fiume Piave), da quella di Pontesei (torrente Maè) e da quella di Valle di Cadore (torrente Boite) al bacino del Vajont tramite chilometri di tubazioni in cemento armato vibrato e spettacolari ponti-tubo.

In questo sistema di "vasi comunicanti", le differenze di quota tra bacino e bacino venivano usate per produrre energia tramite piccole centrali idroelettriche, come quella del Colombèr, ricavata in caverna ai piedi della diga del Vajont, e quella della Gardona, nei pressi di Castellavazzo (proveniente dal bacino di Pontesei, in Val di Zoldo). Le acque scaricate dalla centrale di Soverzene venivano poi condotte, in parte al Piave, e il restante tramite un canale artificiale, al lago di Santa Croce, quindi alle centrali del Fadalto, nella Val Lapisina e alle tre finali: nei comuni di Cappella Maggiore, Caneva e Sacile.

Il sistema, noto come "Grande Vajont"[2], era concepito per sfruttare al massimo tutte le acque e i salti disponibili del fiume Piave e dei suoi affluenti, di cui il bacino del Vajont era il cuore. Esso venne presto compromesso prima dalla frana del lago di Pontesei e poi dalla frana che causò il disastro. Il bacino della diga viene mantenuto quasi completamente vuoto per motivi di sicurezza.

Prodromi del progetto[modifica | modifica wikitesto]

La strutturale carenza italiana di materie prime come il carbone per il proprio fabbisogno energetico aveva portato il paese a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, specializzandosi in una politica energetica che portò allo sfruttamento di valli e corsi d'acqua montani, dove vennero realizzate numerose centrali idroelettriche che avrebbero prodotto la maggior parte dell'energia elettrica nell'Italia del Nord, fondamentale per lo sviluppo industriale del Paese. Questa politica, che non considerava appieno le interazioni uomo-ambiente e le necessità di rispetto dell'ambiente, risultava essere una soluzione quasi obbligata[3].

L'idea di sfruttare come bacino idroelettrico la valle del fiume Vajont tramite una diga venne concretizzata dalla Società Idroelettrica Veneta, poi assorbita dalla SADE (Società Adriatica Di Elettricità), particolarmente attiva alla fine del XIX e nella prima metà del XX secolo nella produzione e distribuzione elettrica nel nord-est italiano[4] (prima della nazionalizzazione del settore elettrico dell'intera Italia attuata attraverso la nascita di un "Ente Nazionale per l'Energia Elettrica", l'ENEL).

In questo contesto, la prima ipotesi di un progetto di massima per lo sfruttamento delle acque del torrente Vajont venne redatta dall'ingegnere Carlo Semenza nel 1926. La diga era prevista alla stretta del ponte di Casso (un tempo esistente a est dell'attuale zona artigianale ai piedi del bivio per Casso) e prevedeva una centrale a Dogna. La scelta era figlia di una raccomandazione del Prof. Hug, che aveva sconsigliato l'alternativa più a valle, all'altezza del ponte del Colomber (dove il manufatto venne in seguito effettivamente costruito).

Nel 1929 venne presentata la domanda di concessione per la realizzazione di un progetto di diga al ponte di Casso (massimo invaso a quota 656 m s.l.m.) con allegata la relazione di Hug del 1926. Gli studi geologici sulla valle interessata dal nuovo invaso proseguirono e nel 1930 il geologo Giorgio Dal Piaz presentò una relazione inerente all'assenza di franamenti importanti lungo le sponde del bacino tra la zona di Pineda (a est) e il ponte di Casso (a ovest).

Nel 1937 venne presentato un nuovo progetto, con spostamento della diga più a ovest presso il ponte del Colomber all'altezza del punto in cui la strada che da Longarone saliva a Erto valicava la forra sul torrente Vajont passando dalla sponda sinistra a quella destra della valle. Il massimo invaso era previsto a quota 660 m s.l.m.; a esso era allegata una relazione geologica a firma di Dal Piaz, sostanzialmente combaciante con quella del 1930, che estendeva la validità delle sue affermazioni fino alla nuova posizione della diga. Va sottolineato tuttavia che in una sua precedente relazione del 1928 Dal Piaz si era sempre opposto allo sbarramento della valle presso il ponte di Casso, in quanto riteneva la roccia di imposta della diga in quel punto poco adatta, per cui il manufatto non avrebbe potuto essere più alto di cinquanta metri dalla base del torrente.

Il progetto del "Grande Vajont"[modifica | modifica wikitesto]

Progetto del sistema Vajont, anno 1948. Prevedeva la diga dell'altezza di circa 202 metri con massimo invaso a quota 677 m s.l.m. Aveva come unica fonte di riempimento, il torrente Vajont, e il suo bacino imbrifero, e il serbatoio di Pieve di Cadore, che verrà completato nel 1950.
Da sinistra, Vittorio Cini, Carlo Semenza, Mario Mainardis ed Antonio Rossi alla chiesetta di S. Antonio al Colomber il 23 luglio 1953.

L'idea di mutare in parte il progetto originario formulando l'ipotesi di un unico impianto integrato con gli altri delle valli circostanti viene attribuita a Carlo Semenza, che la formulò la prima volta nel 1929. Il progetto viene normalmente identificato con il nome "Grande Vajont".

Lo scopo del progetto era quello di creare in mezzo ai monti dolomitici una grossa riserva di acqua (serbatoio di regolazione pluristagionale) che permettesse di sfruttare l'energia potenziale (perché le dighe consentono di utilizzare l'acqua come fluido di lavoro), sotto forma di potenza idrica, per portare energia elettrica a Venezia e a tutto il Triveneto anche nei periodi di secca dei fiumi, in particolare del fiume Piave. L'invaso venne creato per accumulare le acque del Piave dopo il loro passaggio nella diga di Pieve di Cadore, dalla quale l'acqua giungeva nel serbatoio del Vajont tramite tubazioni con dislivello minimo, quindi minor perdita di energia potenziale. A questo sistema si aggiungevano, tramite condotte e ponti-tubo, anche i laghi di Vodo e Valle di Cadore (sul torrente Boite), di Pontesei (sul torrente Maè) e della Val Gallina (bacino di carico della centrale di Soverzene).

Era stato dunque concepito un grande sistema di vasi comunicanti, con piccoli dislivelli tra di loro, sfruttati da piccole centrali (Pontesei, Colomber per il Vajont e Gardona) e tutti confluenti nella centrale principale di Soverzene (da 220 MW, al suo tempo la più grande d'Europa). La profonda gola del torrente Vajont, che nasce dalle Prealpi Carniche e sfocia nel fiume Piave costeggiando il Monte Toc, tra la provincia di Belluno e la provincia di Pordenone, istituita successivamente (nel 1968), sembrava essere il luogo più adatto alla costruzione della diga a doppio arco che risultò essere la più alta del mondo.

La domanda per una diga nella valle del Vajont alta fino a quota 667 m s.l.m. e sbarramento presso il Colomber fu presentata nel 1940. Vi era allegata una relazione di Dal Piaz identica a quella del 1937.

Al termine della seconda guerra mondiale, i progetti sul Vajont vennero ripresi. La concessione definitiva venne accordata con D.P.R. nr. 729 del 21 marzo 1948; il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 202 m con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi. Sempre nel 1948, cominciò a svilupparsi l'idea di poter innalzare il coronamento della diga fino a 679 m s.l.m. appieno le caratteristiche geologiche del calcare del Vajont, che caratterizzava il punto di innesto della diga nei fianchi della valle.

La strada per Longarone e la Valcellina[modifica | modifica wikitesto]

Il ponte del Colomber sul Vajont, nella sua ultima versione in cemento armato, ricostruito dopo la 1ª guerra mondiale.
Il ponte del Colomber, sul torrente Vajont, nella sua versione originale. Da notare il parapetto in ferro.

Nel 1911 fu realizzata la strada per Erto, e la Valcellina. I lavori furono progettati, dall'ing. Rebonato, dell'impresa Rebonato-Toffanin di Vicenza, e dal Ten. Col. Agostino Parisio, del Genio Militare ufficio fortificazioni di Belluno. Iniziati i lavori nel maggio 1911, furono portati a termine il 31 dicembre 1912. Fu realizzato il ponte più alto d'Italia in cemento armato, nella località Colomber, su un abisso di 138 metri. La strada superava il torrente Vajont al ponte "delle Roste" vicino al Piave, di fronte a Longarone, e dal paese di Dogna entrava in sponda sinistra, nella stretta forra del Vajont. Nella gola attraversava due brevi gallerie, denominate "del castello" e "delle Calade". Nella località Colomber, dove fu costruita una chiesetta dedicata a S. Antonio e un albergo, superava il torrente su un ponte. Giunta in sponda destra, con una serie di ponticelli, un'altra galleria e dei tornanti, saliva fino alla quota del paese di Erto.

Nel novembre 1917, durante la "grande guerra", la strada diventò famosa per l'attraversamento delle truppe austro-tedesche del tenente Erwin Rommel, nella Battaglia di Longarone.

Ricostruito il ponte del Colomber che era stato fatto saltare da Rommel nel 1917, la strada fu ancora una vittima durante la seconda guerra mondiale. Dei reparti partigiani, nel settembre del 1944, fecero infatti saltare il ponte per impedire l'ingresso tedesco in valle. Il 9 ottobre, nella valle del Vajont, iniziò un fortissimo bombardamento per sette giorni e sette notti con granate da 149. La popolazione fuggiva, lasciando sul posto i sacerdoti di Erto e Casso. Il 16 ottobre, nella tarda mattinata, truppe tedesche distruggevano e incendiavano tutti i casolari sul monte Toc appartenenti agli abitanti di Casso. Il comandante tedesco, dopo l'occupazione, diede l'ordine di incendiare anche il paese di Erto. Il parroco Don Giusto Pancino si interpose affinché il paese venisse risparmiato. Si venne a un accordo; ricostruire il ponte del "Colomber" entro 48 ore.

La popolazione su richiamo del parroco, in sole 17 ore lanciò un ponte ex-novo su progetto di Don Giusto, con tavolame di legno e con 14 cordate d'acciaio, a fianco di quello distrutto, talmente resistente da permettere il passaggio dei mezzi pesanti. Erto era salva.

Nel 1945-46 l'esercito britannico sostituì il ponte del 1944 con uno di tipo Bailey. Questo rimase fino al 1960, anno in cui venne smantellato dalla SADE.

La costruzione del ponte-canale[modifica | modifica wikitesto]

Il ponte canale realizzato nel 1949.

Nel 1948 fu costruito un ponte ad arco in calcestruzzo armato che permetteva alla condotta in pressione, proveniente dal serbatoio di Pieve di Cadore, di attraversare la forra del Vajont andando ad alimentare il serbatoio di Val Gallina e la centrale idroelettrica di Soverzene. Questo ponte-tubo entrerà in servizio nel 1951 assieme alla centrale di Soverzene.

Aveva una luce di 58 metri, alto 31, ed era posto a circa 130 metri dal fondo della gola. Il tubo era anch'esso in calcestruzzo armato dal diametro interno di 4 metri, e uno spessore di 48 cm. Progettato dall'ingegnere Prearo, venne costruito dall'impresa Tissi & C.

L'opera di costruzione del ponte fu particolarmente complessa, a causa della stretta e profonda forra. La centina per il sostegno delle armature dei getti di calcestruzzo, studiata e realizzata dall'impresa Pasqualin, venne messa in opera completamente su funi d'acciaio.

Il nuovo ponte stradale sul torrente Vajont, e la variante stradale[modifica | modifica wikitesto]

Il ponte stradale sul torrente Vajont realizzato nel 1956 per la nuova strada di collegamento verso Erto e la Valcellina.

Negli anni 1955-1956 venne realizzata la nuova strada di collegamento verso Erto e la Valcellina, visto che la precedente realizzata nel 1911 sarà sommersa dal lago, rimarrà in funzione solo fino a 400 metri prima della diga, dando accesso al ponte-tubo e alla nuova centrale del Colomber. Inoltre la vecchia strada era insufficiente a supportare il traffico dei mezzi di cantiere necessari alla costruzione della diga.

La vecchia strada subirà una variante stradale di circa km, con l'attraversamento nella gola del Vajont tramite un ardito ponte in cemento armato, a circa 120 metri d'altezza, 400 metri prima di arrivare alla diga.

Il ponte fu costruito dalla impresa S.A.C.A.I.M di Venezia, su progetto dell'ing. Carlo Pradella. Il ponte venne costruito con due semiarchi costruiti in verticale, nei versanti della forra.

La costruzione delle semiarcate, e il varo appena concluso.

Pesanti 118 tonnellate ciascuno, furono poi fatti ruotare sui perni delle cerniere, verso valle tramite delle corde d'acciaio fino ad unirsi. Una volta completato il varo, la fase di fissaggio delle due semi-arcate non è terminata con l'accostamento dei due vertici ma al contrario, si sono resi necessari altri importanti accorgimenti. Infatti, tra le due arcate era stato gettato in chiave un blocco di fissaggio in cemento alluminoso di 30x30x18 cm che serviva a sopportare la compressione che corrispondeva alla spinta delle arcate e delle traverse, in attesa della maturazione del getto definitivo. Il blocco di fissaggio doveva impedire inoltre, oscillazione ai semiarchi fino alla definitiva saldatura degli stessi.

L'opera del varo dei due semiarchi avvenne il 30 settembre 1956.

Terminata la fase del varo, la struttura ad arco-trave doveva essere completata dall'inserimento di pilastrini che avrebbero sorretto l'impalcato del piano stradale. Questi pilastrini erano a sezione tonda, con diametro di 40 cm ed un'altezza che variava in rapporto alla loro posizione. I pilastrini più lontani dalla chiave erano rafforzati da una travatura che li vincolava tra loro.

L'impalcato era costituito da piastre di 5 × 4,90 m con spessore di 18 cm e da travi longitudinali e trasversali che si auto scaricavano direttamente sui pilastrini.

Due mesi dopo a novembre, avveniva il collaudo. Era lungo 70 metri, largo 6,50 metri e con una luce di 55,2 metri, una sede stradale dalla pendenza del 2,5%.

Qui la strada, superato il ponte in sponda destra con una serie di brevi gallerie, un tornante, e un'altra serie di gallerie, con dei finestroni aperti sulla forra, giungeva all'innesto con l'ingresso della strada carrabile sul coronamento della diga. Proseguendo verso Erto, dopo aver attraversato altre due gallerie, la strada si congiungeva alla originaria, che saliva dal Colomber. Realizzata la variante stradale con il nuovo ponte, fu possibile installare il cantiere per la costruzione della diga.

I lavori della diga[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale il progetto Vajont, fortemente voluto dalla SADE, azienda elettrica privata di proprietà del conte Giuseppe Volpi di Misurata, già presidente della confederazione degli industriali e ministro delle finanze sotto il fascismo, inizia a prendere forma e viene presentato per l'approvazione del Genio civile.

I controlli geologici iniziarono nel 1949, e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe infatti portato gli abitanti dei paesi di Erto e Casso all'abbandono forzato di abitazioni e di terreni produttivi. Nonostante le proteste degli abitanti della valle e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, a metà degli anni cinquanta iniziarono i primi espropri fondiari e la preparazione del cantiere: i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l'effettiva autorizzazione ministeriale[senza fonte].

Il progetto ottenne la completa approvazione ministeriale il 17 luglio 1957

In seguito il progetto fu modificato: la diga avrebbe raggiunto l'altezza di 261,60 m, 60 metri in più rispetto al progetto originario, con un invaso utile di 150 milioni di metri cubi (il progetto originario ne prevedeva invece 58). L'invaso della diga fu a tutti gli effetti maggiore di quanto mai previsto.

Il costo della costruzione della diga fu sostenuto grazie anche a un contributo del 45% delle spese, erogato all'epoca della progettazione, dal governo.[5]

Descrizione della diga[6][7][modifica | modifica wikitesto]

La diga è una struttura in calcestruzzo ad arco a doppia curvatura, o «a cupola», lievemente asimmetrica, risultata tecnicamente la più efficiente ed economica.

La «cupola» propriamente detta poggia su un «pulvino» di fondazione in calcestruzzo, gettato lungo tutta l'imposta. Un giunto perimetrale continuo (e definitivo) è pertanto realizzato lungo l'imposta stessa. Il giunto perimetrale separa il corpo diga dai pulvini e dal tampone di base, in modo da consentire un funzionamento a cerniera, anzichè a incastro, per ridurre in tal modo gli sforzi di trazione e quindi la fessurazione del calcestruzzo. In questo modo la diga e «isostatica», non legata, non vincolata alla roccia.

Altri due tipi di giunti sono realizzati nella struttura: una serie di giunti di lavoro, temporanei, subverticali in ragione di uno ogni 12 m; tre giunti sub-orizzontali a diverse quote permanenti, per suddividere la cupola in quattro parti.

  • Altezza: 261,60 m
  • Lunghezza coronamento: 190,15m
  • Quota alla base: 463,90 m s.l.m.
  • Quota del piano stradale: 725,5 m s.l.m.
  • Larghezza alla base: 22,11 m
  • Larghezza in sommità: 2,92 m
  • Volume: 351.000 m³
  • Progetto architettonico del coronamento della diga e della cabina comandi centralizzati: Arch. Cesare Pea.

I modelli di progettazione, e l'uso dei primi calcolatori elettronici[8][modifica | modifica wikitesto]

La progettazione della diga del Vajont si può considerare la sintesi di tutte le conoscenze tecniche maturate dagli Uffici Studi e Lavori della SADE nella costruzione delle numerose dighe realizzate a partire dal dopoguerra e, in particolare, della diga del Lumiei, che al termine della sua costruzione, era la diga a cupola più alta d'Europa (136,15 m).

II progetto della diga risultato di molti studi, fu sottoposto a numerose analisi e verifiche di calcolo, con i metodi più validi offerti della tecnica dei primi anni '50. I risultati delle analisi vennero controllati presso il laboratorio ISMES (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo, sotto la guida del professor Guido Oberti.

Grazie al lavoro svolto dall'ISMES, il modello più importante alto 7,6 metri in scala 1:35 con 176 martinetti idraulici, si simulava la spinta idrostatica dell'acqua nella diga e sulle imposte. Delle corde di violino, collegate alla base del modello, venivano misurate le tensioni cui era sottoposto il corpo della diga, oltre alla resistenza della diga a vari sforzi di sollecitazione, fino alla rottura del modello. I risultati ottenuti da questi studi, hanno permesso di verificare in modo preciso, distribuendo appropriatamente gli sforzi a compressione.

L'Istituto utilizzò per i calcoli il calcolatore CRC 102, il primo funzionante in Italia, presso il Centro Calcoli Numerici di Milano.

Per verificare la stabilità della diga del Vajont, già verificata analiticamente con i metodi del Guidi e del Tolke, gli ingegneri della SADE si avvalsero anche del Finac, in funzione a Roma presso l'istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo (Inac) che impiegò diversi giorni di continuo lavoro, per risolvere uno dei più complessi problemi affrontati: un'ulteriore verifica mediante il metodo di ripartizione dei carichi tra archi e mensole: il Trial Load Method e la sua variante Algebraic Load Method, consistente nella soluzione di un sistema lineare di circa 400 equazioni.

La valle del Vajont, nel 1956. In primo piano, il ponte-canale realizzato nel 1949. Al centro: il ponte bailey del Colomber, con la chiesetta di S. Antonio, e l'albergo. In alto la passerella di servizio per il cantiere della diga.

L'organizzazione del cantiere di costruzione della diga[6][9][modifica | modifica wikitesto]

I lavori di costruzione sono stati dati in appalto dalla SADE all'impresa Giuseppe Torno & C. di Milano, che nel 1956 installa diversi impianti e opere annesse.

Uno in sponda destra, ed uno nel greto del Piave all’uscita del torrente Vajont per la cava degli inerti.

La parte principale del cantiere si trovava sulla sponda destra sotto il paese di Casso. Si sviluppava tra le quote di 700 e 770 m. La potenza installata per l’azionamento dei vari impianti e macchine di cantiere è di circa 4000 kW, fra elettrici, diesel e benzina.

Le installazioni comprendevano:

  • Una cava nel greto del Piave, presso lo sbocco del Vajont, per sabbia e ghiaia con due impianti, uno di vagliatura idraulico, (2 classi di sabbia lavata, 4 tipi di ghiaia) e uno di frantumazione capaci di una produzione di 1600 m³ al giorno.
  • Una teleferica con stazione di carico e scarico, per trasporto degli inerti costruita dalla ditta "Ceretti e Tanfani" di Milano. La teleferica era lunga 1410 m, disponeva di una potenza di 400 CV e superava un dislivello di 339 m (da quota 442 a 770) con 34 vagonetti da 0,8 m³ capaci di una portata oraria di 175 t. I vagonetti viaggiavano alla velocità di 3,5 m/s e scaricavano gli inerti, sopra l'impianto di betonaggio nella sponda destra in 3 sili di 600 m³ ciascuno.
  • Un impianto per la produzione del calcestruzzo: realizzato dalla ditta "Loro & Parisini". Il cemento prodotto nello stabilimento Italcementi di Vittorio Veneto, veniva trasportato con autotreni delle ditte "De Bona Pietro" di Ponte nelle Alpi, e dalla società "Trasporti Meccanizzati" di Milano. Compivano tre viaggi al giorno ognuno con 200 q.li. Il cemento, veniva stoccato in 4 sili dalla capacità 3000 quintali ciascuno. I dosaggi erano eseguiti con sistema a peso, l'impasto con 3 betoniere basculanti da 2000 litri. II calcestruzzo veniva portato alla banchina di carico delle benne dei blondin, con apposite autobetoniere da 4 m³.
  • Una centrale per l’aria compressa, con una potenza installata di 450 CV, formata da due compressori alternativi Atlas-Copco tipo AR5 che producevano ciascuno 28,3 m³ /min di aria compressa a 7 atmosfere. All’esterno, si trovavano 4 serbatoi verticali da 4m³. La rete di distribuzione, formata da tubi Victaulic, ha un’estensione di oltre 5 km di tubazioni, così suddivise: 100 m di tubazioni da 6”, 2300m da 4”, 2500 m da 3”, 250 m da 2”. Serve tutto il cantiere, per i lavori di scavo delle imposte della diga, dei cunicoli, delle condotte e della centrale elettrica in caverna.
  • Due blondin per la distribuzione del calcestruzzo sui conci della diga, "Ceretti e Tanfani" della portata di 13 t con due cabina-motore mobile su binario lungo 380 m, e con pilone fisso in sponda sinistra alto 10 m. La corsa verticale della benna è di 300m. Le funi portanti hanno un diametro di 58 mm, le traenti un diametro di 26 mm. Sette piccoli blondins, erano di servizio per i lavori preparatori e di scavo.
  • Un derrick a triedro con braccio di 60 m, con benne da 2 m³ della portata di 6 t, fu installato per provvedere la sponda opposta sulla sinistra della diga.
  • Un impianto di iniezione delle ditte Consonda e Icos, situato all'interno della forra del torrente a valle della diga, (sopra una galleria stradale della vecchia strada) per l'esecuzione delle iniezioni dello schermo di tenuta, e delle "cuciture" dei giunti nei conci della diga.
  • Una passerella sospesa, lunga 130 m, per il passaggio del personale fra le opposte sponde, a 250 m d’altezza del fondo della gola.

Completano il cantiere un insieme di 22 edifici a struttura semipermanente, che formano un piccolo centro abitato dotato delle comodità compatibili di un cantiere di lavoro: uffici, laboratorio prove, alloggi, mensa, salette di ricreazione, officine, magazzini e infermeria. Il personale operaio utilizzato dal cantiere complessivamente è di circa 300 persone. Per la costruzione della sola diga, hanno lavorato 250 uomini, per un totale di 750.000 ore lavorative.

Agli operai addetti allo scavo, e quelli che operavano sulla struttura della diga, come del resto ai tecnici di ogni grado che operano in cantiere, la disposizione del cantiere ha imposto una notevole quota di sacrificio, inoltre capacità, serietà, familiarità col lavoro alle funi, insensibilità alle vertigini, questi erano gli indispensabili requisiti al Vajont.

Al completamento dell'intera diga si conterà sfortunatamente la morte di 6 operai.

La dirigenza dei lavori viene affidata a diverse persone:

  • Direttore dell'ufficio lavori SADE per la diga del Vajont, nonchè ingegnere residente, è l'Ing. Mario Pancini, affiancato dai geometri Angelo De Prà, Valentino Bruno Rossi, Giancarlo Rittmejer.
  • Direttore dei lavori per l'impresa Torno è l'Ing. Paolo Brescancin.
  • Direttore di cantiere per le imprese Consonda e Icos, Ing. Livio Chicco.

Gli scavi delle imposte, e il consolidamento[10][7][11][modifica | modifica wikitesto]

La diga del Vajont in costruzione (maggio 1959).

Gli scavi sono stati effettuati quasi completamente a partire dall'estate del 1957 e nel 1958 fino al mese di agosto. I scavi delle imposte, risultarono la parte più difficilmente pianificabile dell'intero cantiere, a causa delle situazioni estremamente variabili incontrate nel lavoro, eseguito in condizioni estremamente difficili, sia per l'altezza notevole delle pareti (fino a 270 m) e per l'inclinazione da 70°, fino alla verticale.

Altro elemento di forte ostacolo, se già non bastavano le avverse condizioni, sono state le piogge che per vari mesi hanno notevolmente ostacolato il lavoro di perforazione e ad esse si aggiunga la caduta di sassi e ghiaccio a causare notevole disagio fra i perforatori. Si è dovuto quindi provvedere ad un accurato e continuo lavoro di sorveglianza e bonifica delle ripide pareti scavate, per evitare pericolosi infortuni.

Agli scavi si è lavorato con tre turni di 8 ore ciascuno, tre sulla spalla destra e tre sulla sinistra. Durante la notte la zona di lavoro era fortemente illuminata con proiettori a fuoco convergente o divergente da 1500 a 2000 watt.

Per l’incolumità degli operai, le ripide pareti del cantiere erano state provviste lungo l’imposta e i paramenti, di circa 40.000 m² di rete metallica, inoltre ogni 50 m di dislivello sono stati disposti appositi sbarramenti, formati da lamiere forate di ricupero sostenute da montanti di ferro e traverse di legno infisse nella roccia.

A questi sentieri sospesi sull'abisso, si accedeva attraverso scale di sicurezza ingabbiate, intervallate ogni 5 m da robusti pianerottoli in legno.

Per ragioni di spazio d’ambiente e di struttura, hanno richiesto l’impiego misto di perforatrici pneumatiche pesanti e di martelli pneumatici a mano, per cui sono stati impiegati :

  • 2 wagon-drills Atlas Copco con perforatrici pesanti tipo BBC-43-RBL da 50 kg su braccio di avanzamento, il cui carrello è stato opportunamente trasformato in slitta, sono stati impiegati per la sbozzatura della roccia nella parte superiore delle spalle.
  • 2 perforatrici pneumatiche Gardner -Denver tipo RH-658-4L da 22 kg con spurgo ad aria, dopo un iniziale impiego per lo scavo di massa sono state utilizzate per la perforazione di finitura e per il lavoro di profilatura dei paramenti.

Il graduale taglio e profilatura della roccia alle imposte della diga, oltre che la perforazione per lo scavo dei paramenti, sono stati compiuti forando la roccia con i martelli perforatori leggeri Atlas.

Il materiale che cadeva sul fondo della gola (smarino) veniva caricato e trasportato con dei camion, (calati nella valle mediante i blondin) e scaricato in una discarica apposita creata lungo il letto del torrente. Tutto il materiale scavato, veniva trattenuto da una briglia alta 22 m costruita allo sbocco del torrente Vajont, nel Piave. Erano garantiti dei turni in modo da coprire le 24 ore.

La conformazione progettuale delle imposte era attuabile soltanto procedendo con uno "scavo armato". Sopra i piani di abbattimento (perforazioni e sparo mine) dovevano svolgersi al più presto possibile i lavori di consolidamento Questo consolidamento avveniva con la perforazione, chiodatura attraverso l'inserimento di appositi tiranti di acciaio dal diametro di 24 mm, bloccati in profondità, a 20-25 metri e posti in tensione con martinetti e contro staffe di ripartizione in superficie, e iniezioni cementizie a raffittimento progressivo.

La procedura di abbattimento doveva rispettare alcune regole di minor disturbo per Ia roccia, con particolare riguardo per la superficie d'imposta. Contemporaneamente agli scavi per le imposte della diga si dovevano svolgere importanti e delicati lavori per le opere accessorie all'interno delle fiancate in destra e sinistra:

  • La galleria di deviazione provvisoria del torrente in fondo alla gola.
  • Le gallerie di scarico (fondo, mezzofondo, alleggerimento) con relative camere di manovra delle paratoie e relativi accessi.
  • La centrale idroelettrica in caverna in sponda sinistra, con relative gallerie di accesso, derivazione, restituzione e il pozzo piezometrico.
  • Le gallerie per schermo di tenuta con iniezioni e per drenaggio.
  • I pozzi dei ascensori-montacarichi; e altre opere minori con uno sviluppo complessivo di alcuni chilometri.

Opere che presentarono indubbiamente un problema di programmazione costruttiva, ma soprattutto che richiesero particolari accorgimenti per ridurre la potenziale decompressione nelle fiancate della gola, ricorrendo a rivestimenti murari adeguatamente armati e iniettati a ricompressione. Occorre infatti tener ben presente, che lo scavo di una galleria devia il flusso delle tensioni preesistenti nella roccia, in relazione non solo alla cavità ottenuta con lo scavo, ma generando anche una decompressione al contorno. Ogni sparo di mine, genera un treno di onde sismiche, particolarmente sfavorevole nelle prime fasi di avanzamento. Quando si arrivò con gli scavi nel solco di fondo della gola a quota 463,90, lo stato tensionale alla base delle alte pareti superava sul posto la resistenza della roccia, come se Ia roccia "fiorisse". Era quello che in miniera si chiama "colpo di montagna". Il 25 marzo 1958, quasi al termine degli scavi, ci fu un cedimento di parte dell'imposta, a partire da 36 metri dal fondo, per un'altezza di 85 m creando una frana di 4.000 m³.

Venne subito ottenuta nel mese di agosto 1958, l'autorizzazione a iniziare il getto di fondazione, in modo da anticipare al più presto una contro-carica contando di ricomprimere poi la massa con iniezioni cementizie, a partire da un apposito cunicolo predisposto nello stesso tampone di base.

I lavori speciali per il trattamento della roccia di fondazione della diga e imposte furono appaltati alle imprese "Consonda" e "Icos" in compartecipazione fra loro, che hanno impiegato 40 operai e 6 sonde sensitive per medie profondità.

Ogni 5 m di altezza veniva determinata, con metodo geosismico dal Prof. Pietro Caloi la velocita di propagazione delle onde elastiche, prima e dopo le iniezioni di consolidamento. Le iniezioni vengono eseguite fino a raggiungere lo standard di velocita minima pari a 3 000 m/s. Pressioni utilizzate: da 2 a 25 atmosfere.

Impresa esecutrici dei lavori: ditta "fratelli De Pra," di Ponte nelle Alpi (Belluno) per il trasporto dello smarino, e "Monti" di Auronzo di Cadore per gli scavi.

Il problema delle imposte della diga fu inquadrato e discusso seguendo la meccanica delle rocce, introdotto dal consulente Prof. Leopold Muller di Salisburgo, fondatore dell'ISRM (International Society Rock Mechanics).

L’utilizzo degli esplosivi[6][modifica | modifica wikitesto]

Per l’esecuzione dello scavo si è cercato di abbinare la perforazione verticale di grandi mine abbinata alle mine ordinarie. In questo modo non si “disturbava” troppo l’assetto della roccia, specie in prossimità delle imposte.

Sulla sponda destra lo scavo non è potuto procedere alla stessa quota su tutta la superficie disponibile, ma si è tenuta più bassa la parte verso monte, per evitare che il materiale si depositasse verso il ponte-tubo che a quota 620 attraversa la forra.

Fino a una certa quota di sicurezza, l’abbattimento è dovuto procedere gradualmente da monte verso valle. Il ponte-tubo è stato protetto con una spessa copertura formata da strati alterni di travi di legno, tavolame e reti metalliche.

Per le “volate”  non è stato adottato uno schema fisso, ma si è proceduto per tagli di circa 50 m ottenute per volate successive. Per le grandi mine sono stati praticati fori della lunghezza massima di 30 m, in zone distanti almeno 20 m dal paramento e sempre più corti con il graduale avvicinarsi alle imposte. Lungo il paramento, i fori sono stati distanziati di circa 1,5 m per profilare meglio lo scavo, e così si è proceduto fino a circa 5 m dall’imposta.

Il brillamento delle mine è stato sempre effettuato elettricamente, e sono stati impiegati, secondo la giacitura della roccia e la disposizione delle mine, inneschi elettrici microritardati che con ritardo normale (serie A e B del Consorzio Fabbricanti Dinamiti).

I fori sono stati resi attivi con cariche distanziate e precisamente :

  • ZONA “A” Situata a oltre 20 metri dall’imposta. Fori di qualsiasi lunghezza, ogni 5 m² riempiti ogni metro con due cartucce (1 kg) di esplosivo “ Dinamon” e “GD1M”, collegata alla miccia detonante alla pentrite, distanziate da 50 cm di materiale inerte (detriti di perforazione asciutti). Carica totale max per volata 1000 kg.
  • ZONA “B” Situata fra 20 m e 5,40 dall'imposta. Fori di lunghezza max 6,40 m, eseguiti con normali perforatori, distanziati 1,50 m uno dall'altro, su file equidistanti 1,50 m. Carica 0,5 kg per metro di foro (cartucce normali da 180 mm). Carica totale max per ritardo 50 kg e per volata 200 kg.
  • ZONA “C”  Situata fra 5,40 m e 1,80 m dall'imposta. Fori di lunghezza max 2,20 m, distanziati 1,00 m uno dall'altro, su due o tre file. Carica 0,3 kg per metro di foro. Carica totale max per ritardo 15 kg, per volata 80 kg.
  • ZONA  “D” Situata fra 1,80 m e l'imposta. Fori di lunghezza max 1,60 m, distanziati 0,80 m uno dall'altro, su due file a 0,80 m ed 1,80 m dall'imposta. Carico 0,2 kg per metro di foro. Carica totale max per ritardo 4 kg e per volata 20 kg.

Quest’ultimo tratto è stato profilato con una serie di 5-6 piccole volate, ridotte naturalmente la lunghezza, la distanza e lo scartamento tra i fori, nello stesso tempo dall’impiego del "Dinamon" e "GD1M" per i primi strati, si passa al solo "Dinamon" (potenza circa 2/3 del GD1M) per le 2-3 volate più prossime all’imposta.

Calcestruzzo[7][modifica | modifica wikitesto]

I getti sono cominciati nell'agosto del 1958, alla fine della stagione lavorativa del 1959 avevano raggiunto 298 mila m³, mentre venivano ultimati nel settembre 1960. Ovviamente, vennero fatte delle sospensioni durante i mesi invernali.

Il calcestruzzo era preparato con 250 kg di cemento ferrico pozzolanico fornito dalla cementeria dell'Italcementi di Vittorio Veneto dalle seguenti caratteristiche: 160 kg di clinker e 90 kg di pozzolana; il calore di idratazione a 28 giorni è 60 cal/gr; il contenuto alluminato tricalcico del clinker è nullo; il contenuto di silicato tricalcico ca. 55%. Aggiunto in proporzione di 0,625 kg per m³ di calcestruzzo l'additivo, "Uraplast" con funzione super-fluidificante e impermeabilizzante.

La resistenza del calcestruzzo alla compressione dopo 90 giorni era in media di 420 kg/cm2.

Il calcestruzzo, trasportato sui conci con benne da 4 m³ era spianato con un piccolo trattore cingolato, e costipato con vibratori a siluro, (lunghezza 90 cm, diametro 125 mm 1.800 vibrazioni/min). Fino alla quota di 671,50 m, il calcestruzzo venne disposto in strati da 60 cm per un'altezza di 2,40 m ogni 72 ore. Ciascuna ripresa venne resa scabra, mediante doppio «lavaggio» con aria ed acqua in pressione e fu munita di cordolo in materiale plastico a 20 cm dal paramento a monte. Prima dell'inizio del getto venne posto in opera uno strato di 1-2 cm di malta. Dalla quota 671,50, e cioè per gli ultimi 50 m di diga, si eseguivano tre strati da 50 cm nelle 72 ore, in modo da ridurre la velocità del ritmo di getto, in relazione agli strapiombi verso valle della diga, data la doppia curvatura. Attraverso delle serpentine disposte ogni 2,40 m, impiegando l'acqua del serbatoio di Pieve di Cadore, il calcestruzzo era raffreddato per dissipare il calore durante l'effetto di "presa" e di "ritiro", fino ad uno spessore della diga di 12,50 m, corrispondente all'altezza di 156,1 metri (quota 620). Al di sopra di questo livello, il raffreddamento era naturale, anche se molto lento

Giunti[7][modifica | modifica wikitesto]

I giunti realizzati sono di tre tipi:

  • giunto perimetrale: corre dalla sommità alla fondazione lungo tutto il pulvino;
  • giunti di lavoro (temporanei) : sono subverticali, mediamente uno ogni 12 metri
  • giunti suborizzontali: per dividere la struttura in 4 parti, e dove necessario, in corrispondenza all'origine di nuovi giunti verticali.
  • I giunti di lavoro: nascono sempre da un cunicolo orizzontale in modo da evitare il prolungarsi della fessura nella zona sottostante; a questo scopo sono anche disposte speciali armature metalliche. Il cunicolo veniva poi chiuso verso monte con apposito tampone prefabbricato.
  • I dispositivi di tenuta dei giunti, erano costituiti da un nastro di resina sintetica situato a 40 o 21 centimetri (a seconda della quota) dal paramento di monte e da un lamierino di rame a 20 cm dal precedente. I giunti erano chiusi verso valle con cordoli di materiale plastico aventi lo scopo di contenere la boiacca delle iniezioni di cucitura dei giunti. Tutti i giunti, furono attrezzati con apposite valvole per iniezioni a circuito rinnovabile: accorgimento opportuno che consentì di ripetere per tre volte le iniezioni di precompressione degli archi-diga. Si mirava a conferire una migliore efficienza statica alla volta a doppia curvatura.

Impermeabilizzazione[7][6][modifica | modifica wikitesto]

L' insieme dei lavori di iniezioni, comprendeva uno schermo impermeabilizzante di tenuta, profondo 85 m sotto al piano di fondazione, e lungo le due sponde largo da 150 m alla base fino a 60 m in sommità, con una superficie totale di 80.000 m².

Inoltre un complesso di iniezioni di consolidamento e di cucitura lungo le due imposte per una profondità da 15 a 30 m. La miscela normalmente usata era costituita da 50 kg di cemento, 1 kg di bentonite e 100 litri d'acqua. Imprese esecutrice dei lavori: Consonda e Icos di Milano.

Le pressioni variano da 5 a 100 atmosfere a seconda della profondità.

Vista completa della diga, prima del disastro del 1963.

Strumentazione di controllo[7][modifica | modifica wikitesto]

Nella diga era installata una complessa rete di controllo e di misura, comprendente tra strumenti e punti di misura, circa 350 elementi parte installati nella diga, e in parte nella roccia:

  • 14 termometri.
  • 149 termoestensimetri.
  • 22 termopressiometri.
  • 65 termodilatometri.
  • 8 termoestensimetri premontati su blocchi di calcestruzzo.
  • 2 termopressiometri premontati su blocchi di calcestruzzo.
  • 5 sezioni clinografiche (sulla sezione maestra).
  • 1 pendolo nel corpo diga ricavato su un cunicolo verticale di 162 metri.
  • 1 slittometro 30 m sotto la fondazione, per controllare gli spostamenti della diga in funzione del carico idraulico, in corrispondenza del pendolo.
  • 1 pendolo in roccia (nel pozzo montacarichi, sponda sinistra).
  • 4 stazioni clinografiche in roccia in sponda sinistra e destra.
  • una stazione sismica con sismografi ad amplificazione elettromagnetica "Ghilanda" in sponda sinistra presso la cabina comandi centralizzati.
  • 26 estensimetri a base lunga in roccia, con basi da 10 a 50 m di lunghezza, con rilevamenti a 2/100 di mm.
  • una rete di triangolazione, di livellazione e di misura con collimatori.

Scarichi e paratoie[7][6][12][modifica | modifica wikitesto]

Interno della cabina comandi centralizzati della diga del Vajont. Dietro la vetrata si scorgono le baracche del cantiere in via di smantellamento, il coronamento della diga, con la strada carrozzabile, e le luci sfioranti del massimo invaso.

Le opere di scarico della diga comprendevano tre scarichi in pressione,.

  • di alleggerimento, a quota 664,78, con diametro di 3,5 metri.
  • di mezzo fondo, a quota 574,89 con diametro di 2,5 metri.
  • di fondo, a quota 514,92 con diametro di 2,5 metri.

capaci di scaricare in totale 284 m³/s. La diga inoltre era sfiorante al coronamento, attraverso 12 luci della larghezza di 6,60 m, per una portata massima di 140 mc/s

Le paratoie degli scarichi, e i loro comandi centralizzati, furono forniti dalla ditta Calzoni di Bologna.

Il comando a distanza di tutte le paratoie era fatto dal banco a leggio in sala controllo.

L’indicazione era continua e riportata su strumenti circolari, per quelle che potevano funzionare anche parzializzate, per tutte le altre paratoie che potevano funzionare solo aperte o chiuse, la posizione era segnalata con due luci.

In tutto l’impianto della diga, erano installate 14 paratoie tutte del tipo piano (o  saracinesca) a strisciamento. Le zone delle tenute laterali e superiori, erano in inox sul gargame e in ottone sulla lente (o diaframma) per evitare grippamenti. La tenuta inferiore era inox/inox per le 6 paratoie degli scarichi che avevano la soglia piana e ottone/inox per altre che invece avevano il gargame anche sulla soglia. La Calzoni usava rispettivamente AISI 316 e OT 58.

La luce della paratoie era varia: andava da 2,5 x 4,0 m di altezza per la maggiore (pos. 24, a valle del sorpasso ponte tubo) a 1,0 x 1,5 m per le quattro degli scarichi di mezzofondo e di fondo. Le lenti delle paratoie di fondo, sotto un battente d’acqua di circa 210 m, dovevano sostenere una spinta dell’ordine delle 300 tonnellate.

Tutte le paratoie erano azionate da pistoni oleodinamici a doppio effetto collocati nelle sovrastanti “camere di manovra”, alimentati da un’unica centrale di pompaggio posta al piano terra della cabina comandi, dove c’erano pure le apparecchiature oleodinamiche ed elettriche per il loro telecomando.

Questa sistemazione centralizzata, ha richiesto notevoli percorsi delle tubazioni oleodinamiche che, dalla cabina comandi passavano per i pozzi degli ascensori, e per i vari cunicoli per raggiungere le camere delle paratoie.

L’olio in pressione era fornito da due elettropompe che alimentavano un accumulatore d’olio in pressione, costituito da un insieme pistone-cilindro, con il pistone contrappesato da blocchi di cemento. L’insieme occupava in altezza i due piani della cabina comandi. La pressione di mandata delle pompe era di 40 atmosfere, ma le tubazioni e le apparecchiature collegate dovevano sopportare pressioni maggiori man mano che si scendeva (aumentava di circa 20 atm in corrispondenza delle due paratoie dello scarico di fondo),  e vista la stessa pressione d’olio per adeguare la forza di azionamento alle necessità delle singole paratoie, i pistoni avevano diametri differenti. Come estrema manovra di emergenza, in casi di mancanza d’olio in pressione, nella camera di manovra degli scarichi c’era anche una “pompa a braccia” azionabile a mano.

Ascensore montacarichi[6][modifica | modifica wikitesto]

Per raggiungere rapidamente le camere dove alloggiavano i pistoni idraulici delle paratoie di scarico, e la centrale del Colomber, venne ripreso lo stesso principio già adottato sulla diga di Sauris.

Dalla cabina comandi centralizzati in sponda sinistra, scendevano due ascensori-montacarichi Schindler.

Il primo di 55 metri, si fermava in corrispondenza dello scarico di alleggerimento. Il secondo di 147 metri permetteva tre fermate; la prima alla galleria di accesso principale e centrale del Colomber, la seconda alla camera delle paratoie dello scarico di mezzofondo, la terza alla galleria di accesso per la camera delle paratoie dello scarico di fondo.

Centrale idroelettrica del Colomber[6][modifica | modifica wikitesto]

La centrale del Colomber, posta in caverna in sponda sinistra sotto la diga.

Nell'ottica di produzione di energia elettrica, per utilizzare il salto variabile tra il livello del lago, e la condotta in pressione diretta al serbatoio di Val Gallina, per alimentare la centrale di Soverzene, era stata costruita una centrale in caverna, situata a valle della diga.

La centrale è entrata in servizio il 19 novembre 1962 e ha funzionato fino al 6 marzo 1963. Dal 27 aprile 1963 ha ripreso l'attività funzionando con i deflussi del lago fino al 9 ottobre.

La centrale sfruttava il salto utile corrispondente al livello del serbatoio. L'acqua turbinata veniva poi immessa in contropressione, direttamente nella galleria che portava al serbatoio di Val Gallina, .

Le sue caratteristiche principali erano:

  • Turbina Francis, della ditta “Franco Tosi” di Legnano  con lo scarico in contropressione. La portata massima era di 22 mc/s, con salto massimo di 60 m, potenza 9.000 kW.

L'energia prodotta dall’alternatore alla tensione di 10 kV , con dei cavi che passavano per i pozzi degli ascensori, veniva inviata ad un trasformatore, posizionato su un piazzale sopraelevato a fianco della cabina comandi e innalzava la tensione dell’alternatore a 130 kV, ed era collegata ad alla linea A.T Pelos-Polpet.

L’accesso alla centrale poteva avvenire dalla vecchia strada, e che si interrompeva alla diga oppure attraverso le gallerie interne scendendo con l’ascensore dalla cabina comandi.

La centrale, anche se ricavata circa 30 metri all'interno della montagna, non verrà risparmiata dall'onda che superò la diga il 9 ottobre 1963.

Le ultime opere realizzate dopo la costruzione[12][modifica | modifica wikitesto]

Gli strumenti posizionati all'interno delle fiancate, in particolare gli oltre 50 estensimetri centesimali a base lunga, fino a 40 m, le celle piezometriche, i drenaggi e le prove geomeccaniche, fatte in seguito durante gli invasi per il collaudo della diga, avevano fatto notare dei micro movimenti, come segnali im-portanti per verificare la stabilita della diga. Come rimedio, l'ingegner Semenza aveva fatto prendere in considerazione, durante la visita della commissione di collaudo del 19 luglio 1959, la possibilità di realizzare un puntone tra le 2 sponde, a valle della diga. Dimostrazione che il progettista non aveva, dalla società concessionaria, limiti economici alla sicurezza. Il puntone però non verrà costruito, e fu scelta la soluzione del "placcaggio delle fiancate", (come consigliato dal geomeccanico Muller, nel suo 15° rapporto del febbraio 1961) cioè nel consolidamento dei versanti a valle della diga, soprattutto il sinistro, con oltre 300 tiranti formati anche da 46 fili di acciaio armonico, 0 5 mm, posti in pre-tensionamento a 80-120 t, ancorati in profondità a 40-50 m, mediante bulbo cementato ed esternamente su piastre di ripartizione e su lesene in calcestruzzo contro roccia.

E stata realizzata quasi una "montagna precompressa". Complessivamente per i lavori, si richiesero oltre 170.000 m di perforazioni, impiegando fino a 20 sonde a rotazione e 8 pompe per iniezioni. I lavori di consolidamento sono affidati all'imprese Consonda Icos, mentre quelli della costruzione degli ammorsamenti esterni in cemento armato, sono eseguiti dall'impresa Monti.

La stabilità fu tenuta sempre sotto continuo controllo, procedendo con opere di sottomurazioni, e placcaggi nei punti strapiombanti. Lavori che erano in corso anche nel mese di settembre e ottobre 1963.

La gestione e il controllo degli impianti idroelettrici del Piave[13][modifica | modifica wikitesto]

Linee di gestione e di controllo dell'impianto del Vajont, nell'ottobre 1963.
Particolare del mosaico posto all'ingresso della centrale di Soverzene (BL). Realizzato nel 1955, in occasione del 50º anniversario di fondazione della SADE, rappresenta l'insieme delle dighe, gallerie, e centrali (realizzate e in progetto) che costituiscono l'impianto idroelettrico Piave-Boite Maè-Vajont. In coda al lago del Vajont sono raffigurate le due gallerie che avrebbero dovuto costituire il collegamento con il vicino bacino imbrifero del Cellina e la pianura Pordenonese.
Disegno degli impianti del Piave, nel progetto del "Grande Vajont" fino al 1963.

Il controllo dell'impianto del Vajont, che era inserito nel complesso sistema degli impianti del Piave, era affidato a due "servizi"; ciascuno di questi, che con proprio personale e strutture operative aveva compiti e responsabilità distinte, faceva riferimento alla rispettiva direzione di Venezia. (Vedi schema)

  • Il Servizio Costruzioni Idrauliche (S.C.I.). Il compito del SCI era quello di progettare e costruire gli impianti idroelettrici: dighe, condotte, centrali e altre opere annesse. Direttore del SCI era l'ingegnere Carlo Semenza e come vice l'ingegnere Alberico Biadene il quale, dopo la morte di Semenza (30 ottobre 1961), ne diventerà il direttore.
  • Il Servizio Idroelettrico (S.I.). Il compito del SI, diretto dall'ingegnere Quirino Sabbadini, era la gestione operativa dei vari impianti idroelettrici dislocati in quasi tutto il Triveneto.

Gli impianti del Piave appartenevano all'Esercizio Idroelettrico Veneto Orientale (E.I.V.O.), una struttura con sede a Nove di Vittorio Veneto (TV) diretta dall'Ing. Oreste Sestini che, per la loro gestione si avvaleva del Reparto Operativo di Soverzene diretto dal p.i. Armando Bertotti.[13]

Quando le opere dell'impianto del Vajont erano oramai completate, solo una sua parte era passata come gestione al SI perché l'impianto ancora in fase di collaudo. La gestione era quindi affidata al Reparto di Soverzene, dove si trova l'omonima centrale idroelettrica, mentre il resto era rimasto sotto la responsabilità del SCI il cui personale, diretto dall'ingegnere Mario Pancini era composto quasi tutto da periti edili e da geometri. Fra questi ultimi c'era Giancarlo Rittmeyer che, qualche settimana prima della tragedia era stato provvisoriamente rimandato al Vajont per contribuire a seguire l'evolversi della frana.

Le decisioni che riguardavano le variazioni del livello dell'acqua nel serbatoio venivano prese dalla direzione del SCI (Biadene) e trasmesse per via gerarchica con lettera o con fonogramma al Reparto di Soverzene perché provvedesse ad eseguirle. Questo veniva fatto regolando sia l'acqua in entrata nel lago (ad eccezione della naturale proveniente dal torrente Vajont e dal suo bacino imbrifero che era variabile in funzione della stagione e ovviamente non regolabile) che quella in uscita verso la centrale di Soverzene o attraverso i vari scarichi della diga.

Disastro del Vajont[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Disastro del Vajont.

Il disastro del Vajont si verificò il 9 ottobre 1963, quando una frana si staccò dal monte Toc e precipitò nel bacino provocando un'onda che superò la diga e distrusse il paese di Longarone causando 2 000 vittime. La variazione della pressione dell'acqua sul versante del monte Toc fu la causa del disastro.[14]

La diga resse all'impatto e alle sollecitazioni che furono quasi dieci volte superiori a quelle prevedibili durante il normale esercizio, dimostrazione quindi dell'eccellente professionalità di chi ha progettato ed eseguito l'opera della diga, e realizzazione a regola d'arte da parte dell'impresa costruttrice. Tuttavia l'onda provocata dalla frana la scavalcò riversandosi nella valle del Piave.

La diga quindi non crollò ma riportò danni nella parte superiore; la violenza dell'acqua strappò via il ponte carrabile soprastante gli scivoli delle sedici luci sfioranti. Furono inoltre spazzate via la passerella sospesa di servizio, la palazzina a due piani dei comandi centralizzati, la stazione di trasformazione della sottostante centrale idroelettrica del Colomber, i numerosi camminamenti posti sul paramento di valle della diga, la casa del guardiano, le ultime baracche del cantiere, il palazzo degli uffici, oltreché il ponte canale, il ponte stradale posti poco più a valle.

Le cause della tragedia, dopo numerosi dibattiti e processi, furono ricondotte ai progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell'opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono la non idoneità dei versanti del bacino, a rischio idrogeologico.

La diga, oggi vista dal belvedere sulla strada S.R 251. A valle della diga, il ponte canale ricostruito nel 1964, in sostituzione del precedente in calcestruzzo distrutto dall'onda. Il suddetto ponte canale verrà dismesso nel 1981. In basso a sinistra, la cascata d'uscita del torrente Vajont che bypassa la frana. In basso a destra: si intravede la vecchia strada carrozzabile, usata dopo la costruzione della diga, per l'ingresso alla centrale del Colomber posta in caverna, e lo scarico di mezzofondo, ripristinato come drenaggio per la falda acquifera della frana.

La diga e il contesto attuale[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni è avvenuta una ripresa di interesse verso la diga e la tragedia del Vajont[15] e si sono fatte frequenti le visite guidate da parte di specialisti interessati agli aspetti scientifici della diga, ma anche di gente comune. L'Enel, proprietaria delle strutture e dei terreni, ha aperto al pubblico nell'estate 2002 la prima parte del coronamento sopra la diga, affidando ad alcune associazioni del territorio, tra cui l'Associazione Pro Loco di Longarone, il compito di gestire le visite guidate. Sabato 11 agosto 2007 è stato aperto al pubblico il coronamento della diga. La gestione è affidata al Parco naturale delle Dolomiti Friulane. I turisti possono ora accedere all'intero percorso del coronamento nelle giornate di apertura al pubblico come precisato nel calendario annuale. Non si possono ancora perlustrare, invece, le gallerie interne alla montagna, anche se dal settembre 2006 è stata ideata una manifestazione podistica non competitiva, con cadenza annuale, denominata "I Percorsi della Memoria", che permette al pubblico partecipante di attraversare anche le strutture all'interno della montagna.

Per il 2013, in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro, la regione Veneto ha stanziato un milione di euro per la messa in sicurezza e il recupero delle gallerie interne alla montagna, dette "strada del Colomber" (la vecchia statale 251). Nel 2014 il finanziamento è stato riassegnato dalla giunta regionale per la realizzazione del nuovo Centro Sanitario di Longarone, nell'ambito della fusione tra gli ex comuni di Longarone e Castellavazzo.[16]

I cortometraggi[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni di costruzione della diga vennero realizzati dalla Sade a scopo di propaganda, due cortometraggi a colori sulla costruzione della diga, dal titolo Uomini sul Vajont e H MAX 261,6 M. Regia di Luciano Ricci, prodotti dalla UniEuropa Film.[17]

  • Uomini sul Vajont è un cortometraggio che mette in luce la dimensione umana degli operai che stanno lavorando alla costruzione della diga.
  • H MAX 261,6 M (altezza massima 261,6 metri) è un cortometraggio, nel quale l'ingegnere Carlo Semenza, progettista della diga, in veste di narratore, illustra le varie fasi di studio, progettazione, e costruzione della diga, dalle prime volate di mina nel 1957 a fino a marzo 1960, con l'acqua nel bacino per il primo invaso sperimentale, e la diga alle rifiniture finali con il cantiere in via di smantellamento.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vito Antonio Di Cagno presidente Enel telegramma alla Società Adriatica di Elettricità del 19 ottobre 1963, Mancanza delle qualità essenziali della intera opera a fini elettrici, Il Grande Vajont, p. 371.
    «"Immane frana monte Toch [sic] et riempimento parte essenziale invaso idroelettrico Vajont rivela mancanza delle qualità essenziali della intera opera at fini elettrici. Enel fa pertanto la più ampia riserva esercizio tutti diritti et azioni derivanti circostanze situazioni et fatti sopra denunciati"».
  2. ^ Elvis Del Tedesco, Il progetto "Grande Vajont", su progettodighe.it, ProgettoDighe, giugno 2010. URL consultato il 14 dicembre 2019 (archiviato il 2 aprile 2019).
  3. ^ Piccioni, Luigi e con la collaborazione di Giorgio Nebbia e Pier Paolo Poggio, La cronologia di “altronovecento” dell’ambiente e dell’ambientalismo 1853‐2000 (PDF), in Altronovecento. Ambiente Tecnica Società, vol. 34, Fondazione Luigi Micheletti, Agosto 2017, ISBN 978‐88‐908717‐6‐4.
  4. ^ Paesaggi Elettrici – I Percorsi della Regione Veneto, su enel.it, 2004. URL consultato il 9 ottobre 2010 (archiviato dall'url originale il 2 marzo 2004).
  5. ^ Giorgio Bocca, Vajont la valle scomparsa, su la Repubblica.it, 8 ottobre 2003. URL consultato il 9 febbraio 2020 (archiviato il 19 ottobre 2013).
  6. ^ a b c d e f g Società Adriatica di Elettricità e Ufficio Studi SADE, DIGA DEL VAIONT, in Impianto Idroelettrico Piave-Boite-Maè-Vajont, Venezia, 1959.
  7. ^ a b c d e f g Scritti di Carlo Semenza, Venezia, Società Adriatica di Elettricità, 1962.
  8. ^ D. Tonini, R. Pasquali e U. Picozzi, Calcolo di verifica della diga del Vajont mediante la ripartizione dei carichi tra archi e mensole, in L'ENERGIA ELETTRICA, n. 11, 1961.
  9. ^ Jean Laborie, L'aménagement de la vallée de la Piave, (en Italie du Nord) le barrage du Vaiont, in La Technique des Travaux,, September 1962.
  10. ^ Claudio Datei, Vajont la storia idraulica.
  11. ^ I lavori di scavo per la diga del Vajont, in Aria Compressa,, n. 41, 1958.
  12. ^ a b Luigi Rivis, La storia idraulica del "Grande Vajont" rievocata da un addetto ai lavori che allora c'era, Belluno, AICS, 2012.
  13. ^ a b Luigi Rivis, VAJONT quello che conosco perché allora ero un addetto ai lavori e quello raccontato da altri, Momenti AICS Belluno, giugno 2018, pp. 72-76, ISBN 978-88-907546-6-1.
  14. ^ La tragedia del Vajont, su longarone.net, Rete civica di Longarone. URL consultato il 14 dicembre 2019 (archiviato il 26 maggio 2011).
  15. ^ Tutto è cambiato, ma le ferite restano aperte, Vajont 1963-2013, su temi.repubblica.it, 2013. URL consultato il 4 febbraio 2016 (archiviato il 6 ottobre 2014).
  16. ^ Dettaglio Deliberazione della Giunta Regionale - Bollettino Ufficiale della Regione del Veneto, su bur.regione.veneto.it. URL consultato il 4 febbraio 2016 (archiviato il 28 marzo 2016).
  17. ^ Uomini sul Vajont, su cinestore.cinetecadibologna.it, Cineteca di Bologna. URL consultato il 4 febbraio 2016 (archiviato il 5 febbraio 2019).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di approfondimento[modifica | modifica wikitesto]

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