Diga del Vajont

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Diga "Carlo Semenza"
Diga del Vajont - panoramio.jpg
Stato Italia Italia
Regione Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia
Provincia Pordenone Pordenone
Fiume Vajont
Uso Produzione di energia
idroelettrica
(fino al 1963)
Proprietario ENEL
Inizio lavori estate 1956
Inaugurazione ottobre 1961
Tipo ad arco a doppia curvatura
in calcestruzzo
Volume del bacino 168,715 milioni di
Altezza 261,60 m
Lunghezza 190,15 m
Coordinate 46°16′02.35″N 12°19′45.34″E / 46.267319°N 12.329261°E46.267319; 12.329261Coordinate: 46°16′02.35″N 12°19′45.34″E / 46.267319°N 12.329261°E46.267319; 12.329261
Mappa di localizzazione: Italia
Diga del Vajont

La diga del Vajont è una diga oggi in disuso, progettata dal 1926 al 1958 dall'ingegner Carlo Semenza; fu costruita tra il 1957 e il 1960 nel territorio del comune di Erto e Casso (provincia di Pordenone), nella regione Friuli-Venezia Giulia, lungo il corso del torrente Vajont, nota particolarmente per il disastro che vi è avvenuto nel 1963[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Di tipo a doppio arco, lo sbarramento è alto 261,60 m (nel 2016, a più di 50 anni dalla costruzione, è la settima diga più alta del mondo, la quinta ad arco) con un volume di 360.000 m³ e con un bacino di 168,715 milioni di metri cubi. All'epoca della sua costruzione era la diga più alta al mondo.

Lo scopo della diga era di fungere da serbatoio idrico di regolazione stagionale per le acque del fiume Piave, del torrente Maè e del torrente Boite, che precedentemente andavano direttamente al bacino della Val Gallina, che alimentava la grande centrale di Soverzene.

Le acque, sottratte al loro corso naturale, venivano così incanalate dalla diga di Pieve di Cadore (Piave), da quella di Pontesei (Maè) e da quella di Valle di Cadore (Boite) al bacino del Vajont tramite chilometri di tubazioni in cemento armato vibrato e spettacolari ponti-tubo.

In questo sistema di "vasi comunicanti", le differenze di quota tra bacino e bacino venivano usate per produrre energia tramite piccole centrali idroelettriche, come quella del Colombèr, ricavata in caverna ai piedi della diga del Vajont e quella di Castellavazzo. Le acque scaricate dalla centrale di Soverzene venivano poi condotte, tramite un Canale artificiale, al Lago di S.Croce e ai successivi, con relative centrali.

Il sistema, noto come "Grande Vajont"[2], era concepito per sfruttare al massimo tutte le acque ed i salti disponibili del fiume Piave e dei suoi affluenti, di cui il bacino del Vajont era il cuore; esso venne presto compromesso prima dalla frana del Lago di Pontesei (ora quasi vuoto per motivi di sicurezza) e poi dalla frana che causò il disastro del Vajont.

Diga e disastro del Vajont[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Disastro del Vajont.
Vista completa della diga, prima del disastro del 1963

La diga, costruita dal 1957 al 1960, oggi in disuso, è tristemente famosa per il disastro del 9 ottobre 1963, quando una frana del monte Toc precipitò nel bacino, facendolo traboccare e inondando il paese di Longarone, in provincia di Belluno, causando 1.917 vittime, tra cui 487 bambini e ragazzi sotto i 15 anni.

Fatidica fu la superficialità degli studi preliminari per la realizzazione dell'opera, che non approfondirono e trascurarono alcuni elementi importanti, in parte emersi durante i test geologici, che evidenziavano la friabilità del versante del monte Toc, nome che in dialetto bellunese significa pezzo.

Pare che le cause del disastro siano da attribuire principalmente al collaudo dell'opera, che consisteva nel riempimento dell'invaso ed il suo successivo parziale svuotamento per arrivare alla quota di regime. Infatti sembrerebbe che la variazione delle pressioni esercitate dall'acqua sul già precario versante sia stato l'elemento scatenante la frana (vedasi studio del Geol. Giovanni Maria Di Budro: VAJONT- La storia della frana del 9 ottobre 1963).

Dalle verifiche effettuate durante tale processo di collaudo, emerse comunque che le sollecitazioni cui il manufatto sarebbe stato sottoposto durante la tragedia furono quasi 10 volte superiori a quelle prevedibili durante il normale esercizio; una dimostrazione quindi dell'eccellente professionalità di chi ha progettato ed eseguito l'opera della diga e della realizzazione a regola d'arte da parte dell'impresa costruttrice. Furono usati, nella progettazione, vari modelli fisici e geomeccanici realizzati nel laboratorio dell'ISMES (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo. Un modello alto 7,6 metri in scala 1:35 con 176 martinetti idraulici simulava la spinta idrostatica dell'acqua nella diga e sulle imposte. I risultati delle varie prove sui modelli permisero di verificare, per simulazione, in modo preciso la resistenza della diga a vari sforzi di sollecitazione, fino alla rottura del modello.

La tragedia fu causata dall'onda provocata dalla frana, che superò il coronamento della diga (in altezza di circa 200 metri), abbattendosi nella valle del Piave, e dall'onda di riflusso che tornò verso il lago. È importante ricordare che la diga non crollò, ma riportò lesioni al coronamento nella parte superiore (la violenza dell'acqua strappò via il ponte carrabile soprastante gli scivoli delle 16 luci sfioranti); furono inoltre spazzate via, la passerella sospesa di servizio, la palazzina a 2 piani dei comandi centralizzati, la stazione di trasformazione della sottostante centrale idroelettrica del Colomber, i numerosi camminamenti posti sul paramento di valle della diga, oltreché il ponte canale, e ponte stradale posti poco più a valle.

Un'ipotesi di un disastro con conseguenze peggiori, si basava sul cedimento della diga, al momento della caduta della frana, con una quantità d'acqua doppia verso valle. La suddetta supposizione non trovava però fondamento in quanto la velocità di caduta della frana (stimata in 100 km/h), ha fatto sì che la stretta valle a monte della diga venisse riempita di materiale molto velocemente, tanto da creare un nuovo sbarramento al lago posto a monte della frana.

La diga oggi[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni è avvenuta una ripresa di interesse verso la diga e la tragedia del Vajont[3] e si sono fatte frequenti le visite guidate da parte di specialisti interessati agli aspetti scientifici della diga, ma anche di gente comune.

La diga, oggi vista dal belvedere sulla strada S.R 251

L'ENEL, oggi proprietaria delle strutture e dei terreni, ha aperto al pubblico nell'estate 2002 la prima parte del coronamento sopra la diga, affidando ad alcune associazioni del territorio: (tra cui l'Associazione Pro Loco di Longarone) il compito di gestire le visite guidate.

Da sabato 11 agosto 2007, è stato aperto al pubblico, dopo l'inaugurazione ufficiale, il coronamento della diga. La gestione è affidata al Parco naturale delle Dolomiti Friulane. I turisti possono ora accedere all'intero percorso del coronamento, pur senza la prenotazione, ma solo nelle giornate di apertura al pubblico come precisato nel calendario annuale, per osservare con i propri occhi l'impressionante scenario della frana del Monte Toc e della valle sottostante di Longarone.

Non si possono ancora perlustrare, invece, le gallerie interne alla montagna, anche se, dal settembre 2006, è stata ideata una manifestazione podistica non competitiva, con cadenza annuale, denominata "I Percorsi della Memoria", che permette al pubblico partecipante di poter attraversare anche le strutture all'interno della montagna.

Per il 2013, in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro, la regione Veneto ha stanziato un milione di euro per la messa in sicurezza e il recupero delle gallerie interne alla montagna, dette "strada del Colomber" (la vecchia statale 251). Nel 2014 il finanziamento è stato riassegnato dalla giunta regionale per la realizzazione del nuovo Centro Sanitario di Longarone, nell'ambito della fusione tra gli ex comuni di Longarone e Castellavazzo[4].

I cortometraggi[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni di costruzione della diga vennero realizzati dalla Sade a scopo di propaganda, due cortometraggi a colori sulla costruzione della diga, dal titolo Uomini sul Vajont e H MAX 261,6 M. Regia di Luciano Ricci, prodotti dalla UniEuropa Film[5].

  • Uomini sul Vajont è un cortometraggio che mette in luce la dimensione umana degli operai che stanno lavorando alla costruzione della diga.
  • H MAX 261,6 M (Altezza massima 261,6 metri) è un cortometraggio, nel quale l'ing. Carlo Semenza progettista della diga, in veste di narratore, illustra le varie fasi di studio, progettazione, e costruzione della diga, dalle prime volate di mina nel 1957 a fino a marzo 1960, con l'acqua nel bacino per il primo invaso sperimentale, e la diga alle rifiniture finali con il cantiere in via di smantellamento.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il disastro del Vajont, Fondazione BEIC.
  2. ^ Il progetto, su ProgettoDighe. URL consultato il 22 ottobre 2015.
  3. ^ Tutto è cambiato, ma le ferite restano aperte, Vajont 1963-2013, su temi.repubblica.it, Corriere delle Alpi, 2013. URL consultato il 04 febbraio 2016.
  4. ^ Dettaglio Deliberazione della Giunta Regionale - Bollettino Ufficiale della Regione del Veneto, bur.regione.veneto.it. URL consultato il 04 febbraio 2016.
  5. ^ Uomini sul Vajont, su cinestore.cinetecadibologna.it, Cinestore. URL consultato il 04 febbraio 2016.

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