Francesco Sensidoni

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Francesco Sensidoni (Bevagna, 1º gennaio 1901Roma, 5 novembre 1974) è stato un ingegnere italiano, ricordato come uno dei maggiori responsabili del disastro del Vajont.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Sensidoni nacque a Bevagna, in provincia di Perugia, il 1º gennaio 1901[1], figlio di Raffaele Angelo Sensidoni.[2][3] Seguì gli studi universitari nell'allora scuola superiore per gli ingegneri di Roma, ove si laureò in ingegneria civile nel 1927. Venne subito chiamato all'incarico di assistente straordinario presso la cattedra di costruzioni idrauliche della predetta scuola. Oltre allo svolgimento di compiti didattici, collaborò in quel periodo con il professor Luciano Conti, titolare, per alcuni studi sul trasporto solido.

Entrò nel corpo del genio civile nel 1930 e, destinato al servizio idrografico, fu capo reparto, prima nella sezione di Bari ove si occupò in particolare di problemi di acque sotterranee, poi nella sezione di Bologna, ove svolse in particolare studi sul trasporto solido, ed infine in quella di Roma. Su entrambi i temi fu autore di varie pubblicazioni.

Promosso ingegnere capo, fu destinato nel 1935 al servizio dighe, nel quale rimase fino al 1957. In questo periodo, il più fervido in Italia, della realizzazione di serbatoi idroelettrici e per irrigazioni, Sensidoni, acquisita una profondissima conoscenza della materia secondo gli indirizzi più avanzati e le tecnologie più moderne, fu attivissimo propulsore e consigliere del rinnovamento della tecnica delle dighe in Italia, tecnica che con le originali soluzioni, con la raffinata cura dei dettagli, con il più avanzato sfruttamento dei materiali raggiunse rapidamente un posto di primissimo piano in campo internazionale.

Partecipò quale ufficiale del genio alla seconda guerra mondiale. Addetto ai servizi tecnici in Libia, poté risolvere la difficile situazione dell'approvvigionamento idrico dell'armata italiana fascista con soluzioni originali scaturite dallo studio dei fenomeni idrologici nelle regioni costiere a clima-caldo arido.

Promosso ispettore generale del genio civile nel 1957, fu destinato al Consiglio superiore, presso il quale si occupò in particolare ancora dei problemi relativi alle dighe. Il comitato italiano delle grandi dighe del ministero dei lavori pubblici lo ebbe membro attivissimo e quello internazionale lo chiamò in numerose commissioni di studio. Progettò le dighe di Govossai e di Monte Lerno, in Sardegna.[4]

Membro della commissione di collaudo della diga del Vajont, voluta dal ministro dei lavori pubblici Giuseppe Togni, osservò le condizioni intorno al bacino artificiale e gli eventuali spostamenti di masse rocciose sulle sponde del monte Toc, autorizzando periodicamente di colmare l'invaso ad altezze sempre maggiori, dagli iniziali 595 m ai 715. Si occupò con Pietro Frosini dei collaudi a Venezia e Cortina, e la sua relazione per il ministero fu redatta direttamente da Dino Tonini, direttore dell'ufficio studi della SADE.

Fu sospeso dal servizio nel 1963 e poi collocato a riposo nel 1966 per raggiunti limiti di età. Sostenne il tormento dell'immane disastro e il peso del lungo processo con forza d'animo che si alimentava da tutto il suo passato di dedizione ai servizi presso l'amministrazione dello Stato con competenza la più avanzata, con purissima onestà, con laboriosità fino ai limiti estremi del sacrificio.

In primo grado venne assolto da tutte le imputazioni perché il fatto non costituiva reato, mentre al processo d'appello venne condannato a quattro anni e mezzo di reclusione, con tre anni di condono, insieme ad Alberico Biadene, perché entrambi riconosciuti colpevoli di inondazione aggravata dalla previsione degli eventi compresa la frana e gli omicidi. La sentenza definitiva lo condannò a tre anni e otto mesi di reclusione (un anno e otto mesi per gli omicidi colposi), di cui tre condonati: una condanna di pochi mesi interamente non scontata in carcere.

Dopo alcuni mesi di sofferenze fisiche sopravvenute in un periodo pluriennale di tristissimo e chiuso sconforto morale, il 5 novembre 1974 si spense a Roma.

Nei media[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Maurizio Reberschak, Il grande Vajont, 2013ª ed., Cierre, p. 551.
  2. ^ Italia: Ministero della guerra, Annuario ufficiale delle forze armate del Regno d'Italia. 1, Regio esercito, p. 712.
  3. ^ Bollettino ufficiale delle nomine, promozioni e destinazioni negli ufficiali e sottufficiali del Regio esercito e nel personale dell'amministrazione militare, 1933, p. 2233.
  4. ^ RID Cagliari - Dati storici, su dighe.org, 10 gennaio 2005. URL consultato il 23 novembre 2019.
  5. ^ Vajont - La diga del disonore, su antoniogenna.net. URL consultato il 4 febbraio 2020.
  6. ^ Vajont: Una Tragedia Italiana (2015), su imdb.com. URL consultato il 4 febbraio 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L'Energia elettrica, Volume 52, Edizioni 1-6, 1975, p. 114.
  • Idrotecnica, 1975, p. 234.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]