Dafne (mitologia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Apollo e Dafne (1688-90), di Jacob Auer.

Dafne (o Daphne, dalla lingua greca Δάφνη che significa "lauro", indicante l'alloro[1]) è un personaggio mitologico greco. Si tratta di una delle Naiadi, un tipo di Ninfa femminile associata prevalentemente ai corsi d'acqua dolce nella loro generalità, quindi a fontane, pozzi, sorgenti e ruscelli.

Ci sono diverse versioni del mito che la riguarda, ma la vicenda nelle sue basi narra che a causa della sua estrema bellezza si attirò l'attenzione e l'ardore amoroso del dio Apollo. Ella però rifiutò l'amore divino e cominciò a fuggire via lontano; Apollo la inseguì ma poco prima di raggiungerla la fanciulla supplicò i genitori, il dio fluviale Ladone[2] e la madre, la naiade Creusa[3] di salvarla. Gli Dèi ascoltarono la preghiera ed ecco che, in un attimo, la giovinetta si trasformò in una pianta.

Ne Le Metamorfosi del poeta latino Publio Ovidio Nasone, che racconta la vicenda nella modalità del racconto amoroso elegiaco[4], viene invece identificata come essere la figlia di Peneo, un fiume sacro che scorre in Tessaglia[5].

Ai Giochi Pitici che si svolgevano ogni quattro anni a Delfi proprio in onore di Apollo, una corona di alloro raccolta nella Valle di Tempe in Tessaglia veniva consegnata come premio ai vincitori delle gare; secondo Pausania il Periegeta il motivo di questo era "semplicemente solo perché la tradizione prevalente vuole che Apollo si innamorò di Daphne"[6].

Il mito di Dafne ha come prologo l'uccisione da parte di Apollo del serpente Pitone. Secondo il mitografo Igino Astronomo (Fabulae 203) il dio inseguì la ninfa per tutta la Tessaglia, mentre per Pausania il fatto accadde in Arcadia; la ricerca di una ninfa locale da parte di una divinità olimpia, nell'ambito dell'adeguamento arcaico del culto religioso in terra greca è uno dei punti fondamentali della narrazione aneddotica ovidiana[7].

Il mito[modifica | modifica wikitesto]

Apollo e Dafne, di Paolo Veronese.

Dafne fu il primo amore del dio Apollo. Questi si vantò perché aveva compiuto molte azioni gloriose e Cupido, geloso, decise di farlo innamorare della ninfa Dafne. Creò due frecce una con la punta ben acuminata fatta di oro (destinata a infliggere l'amore di Apollo verso Dafne) e l'altra con la punta stondata fatta di ferro (destinata a far respingere l' amore di Apollo verso Dafne).

Sacerdotessa della Madre Terra, Dafne era una ninfa amante della propria libertà: ella non solo conquistò il cuore di Apollo, ma anche quello di un giovane mortale di nome Leucippo ("quello dei cavalli bianchi"), il figlio del re dell'Elide Enomao. Egli si travestì da donna per potersi accostare a Dafne. Secondo alcune fonti le sacerdotesse decisero, forse per suggerimento di Apollo, di effettuare nude (direttamente nel fiume Ladone) i propri riti segreti; il bagno tuttavia portò allo smascheramento di Leucippo che morì ucciso dalle stesse fanciulle le quali immersero le loro lance acuminate nel corpo nudo ed inerme del ragazzo.

Giunse allora il momento in cui Apollo, approfittando della caduta del nemico in amore, si dichiarò a Dafne, ma fu respinto. Il dio si mise all'inseguimento della fanciulla che era corsa via spaventata, e stava quasi per raggiungerla quando Dafne, invocato l'aiuto di Gea o del padre, si trasformò in un albero di alloro. Da allora fu l'albero preferito di Apollo, che ne porta i rami come una corona.

Apollo e Dafne (1636 circa), di Peter Paul Rubens.

In un'altra versione il dio del Sole, fiero di sé, vantandosi delle proprie imprese con il dio dell'Amore, cominciò a schernirlo per il fatto che le sue armi, l'arco e le frecce, non sembravano poi così adatte a lui; qui l'infatuazione del dio viene causata da un dardo scagliato da un Eros irritato, che voleva far pagare ad Apollo il fatto d'averlo preso in giro dubitando della sua abilità con l'arco. Deciso a vendicarsi, colpì quindi il dio con una freccia d’oro - in grado di far innamorare alla follia dei e mortali della prima persona su cui avessero posato gli occhi dopo il colpo - mentre la ninfa Dafne, di cui Apollo si era invaghito, con una freccia di piombo che faceva rifuggire l'amore. In tal modo dimostrava inequivocabilmente il potere dell'amore.

La ninfa colpita dalla freccia di piombo appena vide Apollo cominciò a fuggire. Questi iniziò allora ad inseguirla, finché non giunsero entrambi presso il fiume Peneo; qui la ragazza pregò il padre di aiutarla (o secondo altre varianti la ninfa si rivolse a Gea (la Dea-Terra). Dafne si trasformò così in un albero di Laurus nobilis (l'alloro). Un torpore pesante afferrò le sue membra, una corteccia sottile gli si chiuse sul petto, i capelli si trasformarono in foglie, le braccia in rami, i piedi in un attimo furono bloccati e velocemente mutati in radici, il suo volto si perse. Solo la sua bellezza splendente fu lasciata inalterata[8].

Il dio, ormai impotente, decise di rendere questa pianta sempreverde e di considerarla a lui sacra e a rappresentare un segno di gloria da porre sul capo dei migliori fra gli uomini, i più capaci di imprese esaltanti.

Apollo insegue Dafne (1755-60), di Giovambattista Tiepolo.

Vi è infine anche una versione alternativa del primo racconto che ci presenta Dafne come una mortale, figlia di Amicla; appassionata di caccia, era fermamente determinata a preservare la verginità. Percorreva le montagne insieme alle sue compagne, cacciatrici come lei, vivendo sotto la protezione di Artemide. Leucippo (lo "stallone bianco"), invaghitosi di lei, per avvicinarla si travestì da donna e si unì al gruppo delle cacciatrici; a questo punto Apollo, ingelositosi, decise di smascherare l'inganno ispirando al gruppo di giovani donne il desiderio di bagnarsi in una sorgente.

Leucippo fu costretto a spogliarsi e venne pertanto scoperto (in ciò simile al mito di Callisto); solo l'intervento degli dei, che si premurarono di renderlo invisibile, poté impedire al giovane di fare una tragica fine. Apollo nel trambusto che ne seguì cercò di rapire Dafne la quale però riuscì a sfuggirgli e, dietro sua preghiera, venne trasformata da Zeus in alloro.

Questa storia, in parte differente, narrata dal poeta ellenista Partenio nella sua "Erotica Pathemata" (i dolori dell'amore)[9], è risultata essere sempre meno familiare, anche perché l'arte del Rinascimento esaltò il racconto così come viene descritto da Ovidio. Ma a quanto ne dice anche lo storico ellenistico Filarco di Atene, la cosa era nota a Pausania, che non mancò di citarla[10][11].

Templi dedicati a Dafne[modifica | modifica wikitesto]

Vi era nella terra dei Lacedemoni, in un luogo chiamato Hypsoi[12], un tempio detto di "Artemis Daphnaia"; sorgeva sulle pendici del monte Cnacadion nei pressi dei confini dei territori soggetti a Sparta[13] e aveva tra i suoi alberi sacri l'alloro[14].

Interpretazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il mito di Apollo e Dafne è stato variamente esaminato come una battaglia tra la castità (Daphne) e il desiderio sessuale (Apollo). Come Apollo insegue per bramosia di lussuria Dafne, così questa si salva attraverso la sua metamorfosi e confinamento nell'albero d'alloro che può essere visto come un atto di castità eterna. Daphne è costretta a sacrificare il suo corpo e diventare una pianta come la sua unica possibilità di fuga dalle pressioni dei costanti desideri sessuali di Apollo. Il dio infine accoglie la castità eterna di Daphne e crea una corona dai suoi rami, trasformando il suo simbolo di castità in un simbolo culturale per lui e tutti gli altri poeti e musicisti[15].

Perché lei vuole fuggire? Perché lei è "Artemis Daphnaia", la sorella del dio, ha osservato l'antropologo e psicoanalista di derivazione freudiana Géza Róheim[16], e anche Joseph Eddy Fontenrose[17] concorda. Altri invece affermano che una sua identificazione automatica con Artemide senza alcun dubbio semplifica eccessivamente l'immagine: l'equazione di Artemide e Daphne nella trasformazione del mito stesso chiaramente non può funzionare[18].

Apollo e Dafne (1908), di John William Waterhouse.

Nella letteratura più recente si è anche sostenuto che Il bacio di Gustav Klimt possa essere un dipinto simbolico del bacio dato a Daphne da Apollo nel momento in cui si ella trasforma in un albero di alloro[19].

Nelle arti[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte delle creazioni artistiche riguardanti questo mito si focalizzano sul momento della trasformazione

Il mito di Dafne ha dato spunto alla rappresentazione artistica di moltissimi autori, quali i pittori Piero del Pollaiolo, Giorgione, Giovanni Battista Tiepolo e scultori come Gian Lorenzo Bernini, autore di una celebre versione di Apollo e Dafne (1622-25).

Il medesimo tema è stato trasposto in musica da molti compositori:

Botanica[modifica | modifica wikitesto]

Mentre la storia di Dafne è tradizionalmente collegata con l'alloro (il Laurus nobilis), quasi 90 specie di arbusti sempreverdi noti per i loro fiori profumati e i frutti velenosi sono raggruppate sotto il genere Daphne: la "ghirlanda di fiori" (Daphne cneorum), Daphne di febbraio o mezereon (Daphne mezereum) e alloro euforbia o alloro di legno (Daphne laureola). Questi generi sono classificati nella famiglia Thymelaeaceae e sono nativi in Asia, Europa e Nord Africa.

"Apollo e Dafne" (1919), di Armand Point.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il linguista R. S. P. Beekes ha suggerito un substrato preellenico nella proto-forma *dakw-(n)-. Daphne è etimologicamente correlata al laurus della lingua latina, ovvero "albero di alloro" (Etymological Dictionary of Greek, Brill, 2009, pp. 306–7).
  2. ^ Pausania il Periegeta viii.20.1 e x.7.8; Stazio, Tebaide iv.289ff; Giovanni Tzetze Ad Lycophron 6; Lucio Flavio Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana i. 16; Primo dei tre mitografi vaticani ii.216; nessuna di queste citazioni viene prima di quella di Filarco di Atene.
  3. ^ Pausania. Descrizione della Grecia. 8.20.§1-2.
  4. ^ W.S.M. Nicoll, "Cupid, Apollo, and Daphne (Ovid, Met. 1. 452 ff.)" The Classical Quarterly, New Series, 30.1 (1980; 174–182).
  5. ^ Ovidio Metamorfosi. I:452
  6. ^ Pausania. Descrizione della Grecia. 10.7.§8.
  7. ^ Ovidio, Le Metamorfosi i. 452; tutte le conseguenze sono comunemente considerate un'invenzione ovidiana: vedi H. Fränkel, Ovid: A Poet Between Two Worlds (1945) p 79, o E. Doblhofer, "Ovidius Urbanus: eine Studie zum Humor in Ovids Metamorphosen" Philologus 104 (1960), p. 79ff; per l'episodio come trasposizione arguta di Gaio Licinio Calvo' Io, vedi B. Otis, Ovid as an Epic Poet 2nd ed. 1970, p. 102
  8. ^ Translation by A. S. Kline, 2000.
  9. ^ J. L. Lightfoot, tr. Parthenius of Nicaea: the poetical fragments and the Erōtika pathēmata 1999, notes to XV, Περὶ Δάφνης, pp. 471ff.
  10. ^ Pausania viii.20.2.
  11. ^ Lightfoot (1999), p. 471.
  12. ^ G. Shipley, "The Extent of Spartan Territory in the Late Classical and Hellenistic Periods", The Annual of the British School at Athens, 2000.
  13. ^ Pausania, 3.24.8 (on-line text); Lilius Gregorius Gyraldus , Historiae Deorum Gentilium, Basel, 1548, Syntagma 10, è nota questa connessione anche in Benjamin Hederich, Gründliches mythologisches Lexikon, 1770
  14. ^ Karl Kerenyi, The Gods of the Greeks, 1951:141
  15. ^ Paulson, Ronald, and Peter Eisenman. Sin and Evil: Moral Values in Literature. Pennsylvania: Yale University Press, 2007. Print.
  16. ^ Róheim, Animism, Magic and the Divine King (London 1930:308)
  17. ^ Fontenrose, The Delphic oracle: its responses and operations 1981:49.
  18. ^ Lightfoot (1999), p. 474.
  19. ^ Julio Vives Chillida, El beso (los enamorados) de Gustav Klimt. Un ensayo de iconografía, Lulu, 2008, ISBN 978-1-4092-0530-2.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]