Anita Garibaldi

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Ritratto di Anita Garibaldi, l'unico esistente dal vivo, a opera di Gaetano Gallino, Montevideo 1845

Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita Garibaldi (Morrinhos, 30 agosto 1821Mandriole di Ravenna, 4 agosto 1849), fu una rivoluzionaria brasiliana naturalizzata italiana. Moglie di Giuseppe Garibaldi, è conosciuta come l'Eroina dei Due Mondi.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Ana Maria nacque il 30 agosto 1821 in Brasile a Morrinhos, una frazione di Laguna nello stato di Santa Catarina, figlia del mandriano Bento Ribeiro da Silva, detto "Bentòn", e di Maria Antonia de Jesus Antunes. La coppia ebbe tre figlie femmine e tre figli maschi. La bambina fu battezzata Ana e chiamata in famiglia Aninha, diminutivo di Ana in lingua portoghese. Sarà Garibaldi ad attribuirle il diminutivo spagnolo Anita, con il quale è nota. Dopo che la famiglia si trasferì a Laguna, nel 1834, in pochi mesi morirono il padre (di tifo) e i tre figli maschi.

La ragazza si mostrò emancipata sin dall'inizio: amante della natura, imparò presto a cavalcare. Non esitò a fare il bagno nuda nel mare, senza curarsi della reazione scandalizzata degli abitanti della località e della stessa madre, che reagì negativamente anche quando Ana, mentre raccoglieva granchi in riva al mare, fu toccata da un giovane ubriaco, e reagì sferrandogli un calcio, denunciandolo poi presso la gendarmeria. Lo zio Antonio, nello stesso periodo, la iniziò ai discorsi politici e agli ideali di giustizia sociale, in un Brasile governato dal pugno duro dell'impero.[1]

Tutti questi atteggiamenti suscitarono attorno a lei numerose maldicenze, e la madre, sperando ricondurla alla ragione, le impose di sposare un calzolaio di Laguna, Manuel Duarte de Aguiar. Il matrimonio avvenne il 30 agosto 1835, il giorno stesso in cui la giovane compiva quattordici anni. La veridicità storica di questa unione - talvolta contestata, ma senza successo, anche da Menotti Garibaldi, figlio primogenito di Anita e del Generale - sembra essere dimostrata da un atto di matrimonio ancora esistente[2] e da quanto scritto dallo stesso Garibaldi nelle sue Memorie.

Nel 1835 scoppiò la rivolta farroupilha, ossia la rivolta degli straccioni. La sommossa popolare segnò profondamente l'animo di Anita, che guardava con ammirazione i ribelli, sognando di poter un giorno compiere le loro stesse gesta. Dopo quattro anni, il 22 luglio 1839, i rivoluzionari conquistarono momentaneamente la città, e gran parte degli abitanti di Laguna si recò in chiesa per intonare un Te Deum di ringraziamento al Signore. La ragazza era tra loro. Fu in questa occasione che vide per la prima volta Giuseppe Garibaldi, anch'egli presente nel luogo sacro assieme agli altri protagonisti della rivoluzione.[3]

Ricorda Garibaldi, nelle Memorie, come il giorno seguente i due si incontrarono nuovamente, e lui la fissasse intensamente dicendole «Devi essere mia». Questa frase, pronunciata in italiano (non conosceva ancora bene il portoghese), la legò a lui per sempre:

« Con quelle semplici parole avevo creato un legame che solo la morte doveva sciogliere. Avevo trovato un tesoro nascosto, ma un tesoro di tale prezzo da indurmi anche a commettere un delitto per possederlo, purché tutta la responsabilità dovesse cadere sopra di me.[4] »

Da quel momento, dopo aver verosimilmente abbandonato il marito, Anita sarà la compagna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e la compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre con gli uomini, e pare che venga spesso assegnata alla difesa delle munizioni, sia negli attacchi navali sia nelle battaglie terrestri.

All'inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, Anita cade prigioniera delle truppe imperiali brasiliane. Ma il comandante, colpito dal temperamento della giovane, le concede di cercare il cadavere del marito sul campo di battaglia. Anita, approfittando della distrazione delle guardie, afferra un cavallo e fugge. Si ricongiunge con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande do Sul.

Il 16 settembre 1840 nasce il loro primo figlio al quale danno il nome di Domenico, ma che verrà sempre chiamato Menotti in onore del patriota modenese Ciro Menotti. Dodici giorni dopo il parto, Anita sfugge a una nuova cattura. I soldati imperiali circondano la sua casa, uccidono gli uomini lasciati da Garibaldi a difesa e cercano di catturarla. Ma Anita, con il neonato in braccio, esce da una finestra (o da una porta secondaria), inforca il cavallo e fugge nel bosco. La sua abilità di cavallerizza e la sua vitalità la salvano ancora una volta. Rimane nascosta nel bosco per quattro giorni, senza viveri e con il neonato al petto, finché Garibaldi e i suoi la trovano. È questo l'episodio al quale lo scultore Rutelli s'ispirò per il monumento equestre ad Anita inaugurato sul Gianicolo a Roma nel 1932. A tre mesi Menotti è portato dal padre in un fazzoletto a tracolla e riscaldato dal calore del corpo durante la ritirata nella sierra.

Nel 1841, essendo divenuta ormai insostenibile la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita prendono congedo da quella guerra e si trasferiscono a Montevideo, in Uruguay, dove rimarranno sette anni, durante i quali Garibaldi manterrà la famiglia impartendo lezioni di francese e di matematica. Il 26 marzo 1842 Anita e Garibaldi si sposano nella parrocchia di San Francesco d'Assisi. Stando alle "Memorie" del generale, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di avere notizia certa della morte del precedente marito di Anita. Negli anni successivi nascono: Rosita (1843) che morirà a soli 2 anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847), quarto e ultimo figlio.

Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita con Teresita e Ricciotti s'imbarcano per Genova per spostarsi in seguito a Nizza dove viene ospitata dalla madre di Garibaldi. Il marito la raggiunge con un altro bastimento qualche mese più tardi.

Anita a Roma[modifica | modifica sorgente]

Anita morente trasportata da Garibaldi e dal capitano G. B. Coliolo, detto Leggero

Il 9 febbraio 1849 a Roma avviene la proclamazione della Repubblica Romana. Garibaldi raggiunge la città con un corpo di volontari raccolti tra le città dell'Italia centrale, poco dopo Anita lascia Nizza e lo raggiunge. Quando il 30 aprile arrivano davanti a Roma i soldati del corpo di spedizione francese guidato dal generale Oudinot, inviato dalla Francia per rimettere Pio IX sul trono, esso subisce una sonora sconfitta da parte dei volontari romani davanti alle mura di Roma, tra Porta Cavalleggeri e Porta San Pancrazio, lasciando sul terreno centinaia di morti e decine di prigionieri. Viene stabilita una tregua che scadrà il 3 giugno durante la quale Ferdinand de Lesseps (lo stesso che anni dopo dirigerà i lavori per il canale di Suez) viene incaricato di trovare un accordo con la Repubblica. Ma si tratta solo di un inganno dei francesi per guadagnare tempo e fare arrivare altri rinforzi dalla Francia. Quando riprendono i combattimenti la preponderanza francese è netta e nonostante la strenua resistenza sul Gianicolo a poco a poco le forze della Repubblica Romana perdono terreno finché, il 4 luglio 1849, viene decisa la resa. Garibaldi però non si arrende e decide di recarsi con tutti coloro che vorranno seguirlo a Venezia che ancora resiste agli austriaci. Sebbene inseguito dai corpi di spedizione di quattro eserciti inviati dalla Francia, dalla Spagna, dall'Austria e dal regno delle due Sicilie, Garibaldi riesce a condurre in salvo i suoi uomini nel territorio "straniero" di San Marino dove scioglie la sua brigata di volontari. Anita è febbricitante, ma sebbene incinta ha seguito il marito a cavallo. Lo segue anche nella cavalcata verso Cesenatico. Quando vi giunge è divorata dalla febbre. Garibaldi con duecento seguaci cerca di raggiungere con 13 bragozzi Venezia che ancora resiste. All'altezza della Punta di Goro le navi austriache impediscono di proseguire. Alcune barche si arrendono, altre si avvicinano a terra. Tra queste quella di Garibaldi ed Anita, che cercano di sfuggire agli austriaci che li cercano.

I garibaldini si sparpagliano su strade diverse per sfuggire alla caccia dei soldati austriaci e della polizia papalina. Garibaldi rimane solo con Anita e con il fedelissimo Capitano Leggero. Nelle valli di Comacchio i fatti precipitano. La donna perde conoscenza. Pur braccati dai nemici, Garibaldi e Leggero con l'aiuto di amici fidati caricano Anita su una piccola barca e poi, su un vecchio materasso, la trasportano nella fattoria Guiccioli in località Mandriole di Ravenna, dove cercano disperatamete di rintracciare un medico, il quale accorre immediatamente ma può solo constatare che Anita è spirata: è il 4 agosto 1849 e Anita non ha ancora ventotto anni. La sua avventura umana, storica e sentimentale accanto a Giuseppe Garibaldi è durata appena undici anni.

L'incontro con Garibaldi[modifica | modifica sorgente]

La futura moglie di Giuseppe Garibaldi, che diventò quasi leggendaria nel Risorgimento italiano e incarnò l'ideale di amazzone difenditrice dei diritti dei popoli e dell'eguaglianza dei cittadini, proveniva da una famiglia molto modesta, discendente da portoghesi delle Azzorre che nel Settecento erano emigrati in Brasile, prendendo sistemazione nella provincia di Santa Catarina.

Una descrizione certamente attendibile di Anita è quella lasciata dallo stesso Garibaldi nelle sue "Memorie": “Era una donna alta, col volto ovale, i grandi occhi neri e i seni prosperosi” scriverà il generale. Nulla di più sull'aspetto fisico, che tuttavia doveva aver colpito il giovane Garibaldi in modo straordinariamente intenso, dato che dopo averla vista per la prima volta col cannocchiale scrutando un villaggio della Laguna da bordo della sua nave, volle immediatamente sbarcare per mettersi alla ricerca di quella ragazza. La cercò inutilmente per un'ora o giù di lì, finché fu invitato da un abitante del villaggio nella sua casa a prendere una tazza di caffè. Aperta la porta, Garibaldi si trovò davanti quella ragazza alta, fiera e dai "grandi occhi neri" che stava cercando.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Monumento e tomba di Anita Garibaldi al Gianicolo, inaugurato il 30 maggio 1932 A.X, in una foto recente dopo le operazioni di pulitura (2011)

Alla morte di Anita, si racconta che Garibaldi piangesse stringendo nelle mani il polso di lei e non volesse abbandonarla. A fatica il fedelissimo Leggero lo convinse a riprendere la fuga e a mettersi in salvo prima dell'arrivo della polizia papalina e dei soldati austriaci. «Generale, dovete farlo. Per i vostri figli, per l'Italia...» avrebbe detto Leggero.

Il corpo senza vita di Anita fu frettolosamente sepolto nella sabbia, dal fattore e da alcuni amici, nella vicina "motta della Pastorara", allo scopo di nascondere il corpo alle perquisizioni delle pattuglie.

Sei giorni più tardi, il 10 agosto 1849, la salma venne casualmente scoperta (un braccio affiorava dalla sabbia ed era già stato mordicchiato dai cani) da un gruppo di ragazzini. Fu trasportata al cimitero di Mandriole. Il 12 agosto il Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, conte Lovatelli (in sostanza il locale comandante della polizia papalina), consegnò a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, un rapporto nel quale si sostiene che "tutto conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sia per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza".

Il poliziotto aggiunge che il cadavere mostra "segni non equivoci" di strangolamento (tra l'altro anche lacerazioni alla trachea). Come dire che Garibaldi, per non essere impacciato nella fuga, avrebbe strangolato la moglie incinta. Il referto della polizia fu poi smentito dallo stesso medico che aveva esaminato il cadavere di Anita: nessuno strangolamento.[5]

Infatti, in seguito ad un'accurata indagine giudiziaria delle autorità pontificie (le stesse che davano la caccia a Garibaldi per ucciderlo), esse finirono col prosciogliere completamente i Ravaglia (la famiglia presso cui Anita, moribonda, aveva trovato riparo) da ogni accusa sia d'assassinio, sia di furto. I medici legali stessi (pontifici) dichiararono dopo esame del corpo che Anita era morta per cause naturali.[6] Intorno alla morte di Anita, il rapporto dice: «Fu allora mandato a chiamare dalla boaria Giuseppe Ravaglia, ed essendo stato deciso di dare ricovero a quella donna, fu intrapreso il di lei trasporto per adagiarla in un letto esistente sul piano superiore, sul quale però non poté essere posata viva, perché su per le scale fu investita da una specie di convulsione che la tolse dai viventi” Intorno ai segni che parvero di strangolamento, il rapporto recita: « E quei guasti nel suddetto cadavere riscontrati l'11 agosto, non derivano che dall'effetto della inoltrata putrefazione, la quale avendo agito meno nella parte anteriore del collo, perché il mento lo aveva maggiormente difeso dal calore tramandato dalla sabbia, le aveva lasciato un cerchio come di depressione, nel che convenne poscia lo stesso fisico in successivo esame sostenuto”[7]

Fu necessario il permesso del vescovo di Ravenna perché il parroco di Mandriole potesse ospitare il corpo nel locale cimitero e, un tempo ottenuto, Anita venne lì sepolta, avvolta in una stuoia di canne palustri. Nel 1859 alcuni patrioti della zona riesumarono i resti per dare all'Eroina più degna sepoltura, poche settimane prima dell'arrivo di Garibaldi, accompagnato dai figli Menotti e Teresita, da Nino Bixio e da alcuni fedelissimi, venuto a riprendere i resti della moglie per seppellirli a Nizza, non nascondendo la valenza affettiva e l'intento polemico della scelta:

« Al santuario
Venduto de' miei padri avranno stanza
Le tue reliquie e d'altra donna amata
Madre ad entrambi, adornerai l'avello! »
(da Anita di Giuseppe Garibaldi)

Il compito venne affidato all'amico d'infanzia Giuseppe Deideri che lo portò a termine l'11 novembre 1859 con la positura dei resti di Anita nella cappella del castello di Nizza, dove rimasero fino al 1931. Nel dicembre di quell'anno le spoglie di Anita furono nuovamente riesumate, alla presenza del nipote Ezio e trasferite provvisoriamente nel Pantheon del cimitero di Staglieno, accanto alle tombe di Nino Bixio e Stefano Canzio. Il 2 dicembre 1932, con un treno speciale, i resti vennero traslati a Roma, dove furono definitivamente deposti nel basamento del monumento equestre eretto in onore di Anita Garibaldi sul Gianicolo. La cerimonia vide la partecipazione di decine di migliaia di persone, e delle delegazioni ufficiali di molti Paesi, tra i quali Brasile, Uruguay, Polonia, Ungheria, Francia, Grecia, Cuba e Giappone. La tomba venne chiusa alle ore 10 e 45.[8]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ S. Tagliaventi, La guerriera, l'amante. Anita Garibaldi, in AA. VV., Donne del Risorgimento, Bologna 2011, pp. 51-52
  2. ^ Claudio Modena ricorda che per molto tempo «fu tenuto nascosto un atto ufficiale che stabiliva, come avvenuto, senza possibilità di dubbio, il primo matrimonio di Anita»; C. Modena, Giuseppe e Anita Garibaldi: una storia d'amore e di battaglie, Roma 2007, p. 81
  3. ^ Garibaldi aveva comandato le navi ribelli; S. Tagliaventi, cit., p. 53
  4. ^ Le memorie di Garibaldi, Milano 1860, p. 76
  5. ^ Conclusioni molto più dubitative in Davide Gnola Anita Garibaldi di sicuro c'è solo che è morta BBC History p.28-34
  6. ^ Una copia di questi documenti ufficiali si trova nel Museo del Risorgimento di Bologna, fra i manoscritti intitolati « Garibaldi (Anita Ribeyras) », serie B, dono del prof. Raffaele Belluzzi. « Estratto dal giornale il Ravennate, n. 114, del giorno 14 giugno 1882, esistente nell'Archivio di Stato di Bologna, fascicolo XXIV, nel 1849. (Archivio Pontificio Commissariato straordinario) : 1. - Rapporto del Presidente del Tribunale collegiale di Ravenna al Dicastero di Grazia e Giustizia in Roma (8 ottobre 1849). 2. - Lettera scritta dal Presidente sullo stesso argomento in data del 6 novembre 1849 ». I documenti sono citati nel capolavoro del grande storico inglese George Macaulay Trevelyan, "Garibaldi e la difesa della repubblica romana", Bologna 1907
  7. ^ Op. cit.
  8. ^ Giuseppe Fonterossi, Anita Garibaldi nella gloria di Roma, La Stampa, 3 giugno 1932

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Le memorie di Garibaldi, pubblicate da A. Dumas, Milano, Libreria Sonzogno, 1860
  • George Macaulay Trevelyan, Garibaldi e la difesa della repubblica romana, Bologna, Zanichelli, 1909
  • La Romagna e Garibaldi, Ravenna, Longo, 1982;
  • Tradizione risorgimentale e collezionismo privato, Ravenna, Longo, 1987;
  • Sauro Mattarelli (a cura di), Politica in periferia, Ravenna, Longo, 1999, con scritti di Roberto Balzani, Sauro Mattarelli, Michel Ostenc.
  • Anita Garibaldi. Vita e morte Mandriole-Ravenna, Marcabò, 2001;* Alfonso Scirocco, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, 2005
  • Claudio Modena, Giuseppe e Anita Garibaldi. Una storia d'amore e di battaglie, Roma, Editori Riuniti, Biblioteca di Storia, 2007
  • Simona Tagliaventi, La guerriera, l'amante. Anita Garibaldi, in AA. VV., Donne del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 51–64

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

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