Referendum abrogativo del 1974 in Italia

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Referendum abrogativo del 1974
Stato Italia Italia
Data 12 e 13 maggio
Candidati NO
Voti 19.138.300
59,26 %
13.157.558
40,74 %
Left arrow.svg 1946 1978 Right arrow.svg

Il referendum abrogativo del 1974, meglio noto come referendum sul divorzio, tenutosi il 12 e 13 maggio 1974 in Italia, aveva a oggetto la richiesta ai cittadini se volessero o meno abrogare la legge 898/70, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, altrimenti nota come «legge Fortuna-Baslini», dal nome dei primi firmatari del progetto in sede parlamentare.

Entrata in vigore quattro anni prima, la legge aveva introdotto il divorzio in Italia, causando controversie e opposizioni, in particolare da parte di molti cattolici (la dottrina cattolica sancisce l'indissolubilità del vincolo matrimoniale, ma gli antidivorzisti presentarono la loro posizione come motivata laicamente, cioè desunta dall'essenza stessa del matrimonio come istituto di diritto naturale, non come sacramento). Il fronte divorzista intese la sua battaglia nel senso d'un ampliamento delle libertà civili, ma anche d'uno spostamento a sinistra del quadro politico nazionale: alla vittoria del no nel 1974 seguiranno infatti importanti conquiste elettorali delle sinistre nel 1975 e nel 1976 e la formazione di governi con l'appoggio esterno del PCI prima nel 1976 e poi nel 1978.

Quadro sociale[modifica | modifica wikitesto]

Al momento della promulgazione della legge (1º dicembre 1970) il fronte sociale e politico era fortemente diviso sull'argomento. Le forze laiche e liberali si erano fatte promotrici dell'iniziativa parlamentare[1] (la legge nacque, infatti, a opera del socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini). Forti differenze erano comunque presenti fra le avanguardie più radicali (femministe, LID, Partito Radicale, l'ala socialista di Fortuna) e parti consistenti del PCI orientate verso una trattativa con la DC, o l'ala socialista di De Martino[2][3]. La Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano si erano opposti alla legge[1], ma parte del mondo cattolico si era comunque dichiarato favorevole, come le ACLI, o il movimento dei cattolici democratici di Gozzini, Scoppola, La Valle e Prodi[4]. Fra i movimenti cattolici solo Comunione e Liberazione era rimasta completamente fedele alle indicazioni della CEI[3]. Il Vaticano aveva covato in un primo tempo il progetto d'un divorzio ammissibile per i matrimoni civili e vietato per i matrimoni concordatari (il progetto era piaciuto ad Andreotti, ma aveva grossi difetti, anche per la Chiesa): c'era il rischio, con questa normativa, d'incrementare enormemente il numero dei matrimoni civili. Fanfani aveva preferito una battaglia campale, confortato in questo da tutto il suo partito, anche se la sinistra DC e il Governo (compreso il presidente del Consiglio Mariano Rumor) rimasero in disparte durante la campagna referendaria. Lo schieramento del no era molto ampio, andando dal PLI di Giovanni Malagodi agli extraparlamentari di sinistra[2].

Posizioni dei partiti[modifica | modifica wikitesto]

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No[modifica | modifica wikitesto]

Libertà di scelta[modifica | modifica wikitesto]

Affluenza e risultati[modifica | modifica wikitesto]

Referendum abrogativo del 1974 in Italia.png
Risultati[7]
Risposta Voti Percentuale
SiY 13.157.558 40,74%
X mark.svg No 19.138.300 59,26%
Voti validi 32.295.858 97,80%
Schede bianche o nulle 727.321 2,20%
Voti totali 33.023.179 100%
Affluenza alle urne 87,72% (quorum raggiunto)
Totale elettori 37.646.322
Yes check.svg 
13.157.558
(40,74%)
X mark.svg No
19.138.300
(59,26%)

50%

Conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

Amintore Fanfani, segretario dei democristiani e principale sostenitore del fronte antidivorzista, pagò il maggior scotto dall'esito referendario.

L'esito del referendum fu altresì interpretato come una dura sconfitta personale per Amintore Fanfani, visto come l'attore principale del fronte del sì[8]. Il segretario della DC, infatti, aveva cercato di sfruttare la campagna referendaria anche a fini prettamente politici[9], convinto che un'eventuale vittoria abrogazionista avrebbe frenato l'allora ascesa del PCI di Enrico Berlinguer, al contrario fra i maggiori esponenti del fronte del no. La sconfitta antidivorzista rappresentò di fatto l'inizio della caduta politica di Fanfani, tra i più longevi protagonisti della Prima Repubblica: la successiva débâcle democristiana alle regionali del 1975 lo costringerà a lasciare la carica di segretario a Benigno Zaccagnini[8].

La vittoria del no fu un duro colpo anche per la Chiesa, che aveva sospeso a divinis l'abate Don Giovanni Franzoni, essendo favorevole al mantenimento della legge. Fanfani, nel luglio 1974, tentò di spiegare la sconfitta e di attenuarne la portata durante un Consiglio nazionale in cui sostenne che «la DC non promosse né incoraggiò la richiesta di referendum» e che «non possiamo concedere che l'essere riusciti a far convergere sulle tesi sostenute ben tredici milioni di voti rappresenti una sconfitta»[2].

Tendenze regionali del voto[modifica | modifica wikitesto]

Sostanzialmente il Centro-Nord si è espresso in maniera contraria all'abrogazione, mentre il Sud si è espresso in senso anti-divorzista. Il no ha prevalso però in Abruzzo, Sicilia e Sardegna e il sì in Veneto e Trentino-Alto Adige.

Di seguito i dati percentuali regionali, secondo il raggruppamento regionale generalmente adottato in ambito statistico.

Italia Settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

Regione No
Valle d'Aosta Valle d'Aosta 24,90% 75,10%
Piemonte Piemonte 29,10% 70,90%
Liguria Liguria 27,40% 72,60%
Lombardia Lombardia 40,70% 59,30%
Trentino-Alto Adige Trentino-Alto Adige 50,60% 49,40%
Veneto Veneto 50,70% 49,30%
Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia 36,00% 64,00%
Emilia-Romagna Emilia-Romagna 29,10% 70,90%

Italia Centrale[modifica | modifica wikitesto]

Regione No
Toscana Toscana 31,20% 68,80%
Marche Marche 42,40% 57,60%
Umbria Umbria 32,60% 67,40%
Lazio Lazio 36,60% 63,40%

Italia Meridionale[modifica | modifica wikitesto]

Regione No
Abruzzo Abruzzo 48,80% 51,20%
Molise Molise 60,10% 39,90%
Campania Campania 52,20% 47,80%
Basilicata Basilicata 56,70% 43,30%
Puglia Puglia 52,20% 47,80%
Calabria Calabria 50,80% 49,20%

Italia Insulare[modifica | modifica wikitesto]

Regione No
Sicilia Sicilia 49,50% 50,50%
Sardegna Sardegna 44,70% 55,30%

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Fausto De Luca, Saragat firma la legge sul divorzio. Il «decretone» trasmesso al Senato, in La Stampa, 2 dicembre 1970. URL consultato il 18 dicembre 2012.
  2. ^ a b c Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  3. ^ a b Giambattista Scirè, Il divorzio in Italia. Partiti, Chiesa, società civile dalla legge al referendum, Milano, Mondadori, 2007 ISBN 978-88-6159-033-5, p. IX.
  4. ^ 12 maggio. Il significato culturale del referendum sul divorzio, Culturacattolica.it. URL consultato il 28 aprile 2014.
  5. ^ Il 10 luglio 1972 il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica confluì nel Movimento Sociale Italiano, che assunse la denominazione di «Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale».
  6. ^ Grande vittoria della libertà, in l'Unità, 14 maggio 1974. URL consultato il 10 agosto 2010.
  7. ^ Archivio Storico delle Elezioni – Referendum del 12 maggio 1974, in Ministero dell'Interno. URL consultato il 27 dicembre 2014.
  8. ^ a b Giampaolo Pansa, La caduta di Fanfani, in la Repubblica, 8 maggio 2004. URL consultato il 9 dicembre 2015.
  9. ^ Maurizio Crippa, Fanfani, Pasolini e storie cattoliche, su Il Foglio, 13 maggio 2014. URL consultato il 9 dicembre 2015.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]