Palazzo presidenziale di Cartagine

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Palazzo presidenziale di Cartagine
قصر الجمهورية
Palazzo ufficiale del Presidente della Repubblica Tunisina
PalaisCarthageMai2010.jpg
Visione aerea della residenza.
Localizzazione
StatoTunisia Tunisia
GovernatoratoGovernatorato di Tunisi
LocalitàCartagine
Coordinate36°51′25″N 10°20′19″E / 36.856944°N 10.338611°E36.856944; 10.338611Coordinate: 36°51′25″N 10°20′19″E / 36.856944°N 10.338611°E36.856944; 10.338611
Informazioni generali
CondizioniIn uso
Costruzione1960-1969
Inaugurazione1969
Usoresidenza ufficiale dei Presidenti della Tunisia
Area calpestabilecirca 40 ha
Realizzazione
ArchitettoOlivier-Clément Cacoub

Il Palazzo presidenziale di Cartagine, ufficialmente Palazzo della Repubblica[1] (in arabo قصر الجمهورية), è la sede ufficiale e la residenza del presidente della Tunisia. Il palazzo è ubicato a Cartagine, nelle vicinanze dell'omonimo sito archeologico, a 15 km nord-est di Tunisi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Sotto il Protettorato francese della Tunisia il palazzo ospitava la residenza ufficiale del segretario generale del Governo tunisino, funzionario francese incaricato di controllare i ministri ed il governo del Bey di Tunisi.

Dopo l'indipendenza della Tunisia, il primo presidente tunisino Habib Bourghiba costruì un palazzo fondato sulle sue ambizioni sul culto della personalità.

Il palazzo fu costruito dall'architetto franco-tunisino Olivier Clément Cacoub in tre manche distribuite dal 1960 al 1969, secondo una architettura arabo-andalusa. Il complesso del palazzo si estende su una superficie totale che va dai 38 ai 40 ettari[2].

Durante la presidenza di Bourghiba, il palazzo servì come sua residenza e luogo di lavoro. La sua famiglia visse nel palazzo fino al colpo di stato di Zine El-Abidine Ben Ali, avvenuto il 7 novembre del 1987. Ben Ali si rifiutò di usare l'ufficio del suo predecessore e si propose di sviluppare una residenza presidenziale completamente nuova[3].

Il 15 gennaio 2011, ad un solo giorno di distanza dalla fuga di Ben Ali dal Paese, durante la rivoluzione, l'esercito tunisino martellò il palazzo perché ospitava i membri della sicurezza presidenziale rimasta fedele al presidente deposto[4].

Fouad Mebazaâ, presidente della Repubblica supplente, successore di Ben Ali, decise di occupare gli uffici del palazzo di Cartagine annunciando la sua intenzione di stabilirsi lì conformemente alle sue funzioni.

Poco dopo la sua elezione da parte dell'Assemblea costituente, Moncef Marzouki annunciò la sua intenzione di lavorare e di soggiornare nel palazzo stesso. Decise insediarsi nello stesso ufficio di Bourghiba, decorandolo coi ritratti di, oltre che dello stesso Habib Bourghiba, di Mohamed Bouazizi, Farhat Hached, Mohamed Daghbaji e Salah Ben Youssef[3].

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Il complesso del palazzo è diviso in quattro parti: il palazzo stesso, composto da un corpo centrale e uno per gli alloggiamenti, un'ala per la sicurezza presidenziale e altri due edifici con funzione di uffici per vari enti[3].

All'interno del complesso è presente anche la residenza dell'ambasciatore svizzero, edificio messo a disposizione da Bourghiba dopo il tentato di colpo di stato del 1962[3] e un sito archeologico denominato "Fonte delle mille anfore".

Le camere del palazzo prendono il nome dalle più importanti figure tunisine che hanno giocato un ruolo decisivo nella storia del paese, come: Habib Bourghiba, Abdelaziz Thâalbi e Abu l-Qasim al-Shabbi.

I ricevimenti ufficiali si svolgono nel salone degli ambasciatori, le delegazioni sostano nella Sala Azzurra, dove si trova un modello della moschea del Profeta di Medina, regalato dal re dell'Arabia Saudita Fahd a Ben Ali[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Repubblica Tunisina
  2. ^ Zouhour Harbaoui, « À la mesure du culte de la personnalité ! », Tunis Hebdo, 30 avril 2012
  3. ^ a b c d e Cherif Ouazani, « Révolution à Carthage », Jeune Afrique, 11 mars 2012, pp. 39-41
  4. ^ « Tunisie : l'armée donne l'assaut au palais présidentiel » Archiviato il 7 aprile 2014 in Internet Archive. [archive], Agence France-Presse, 16 janvier 2011

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]