Resurrezione di Lazzaro (Caravaggio)

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Resurrezione di Lazzaro
Resurrezione di Lazzaro
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1609
Tecnica olio su tela
Dimensioni 380×275 cm
Ubicazione Museo Regionale, Messina

Resurrezione di Lazzaro è un dipinto di Caravaggio ed è stata prodotto su olio su tela (380 x 275 cm), e fu realizzato nel 1609. Quest'opera è conservata al Museo Regionale di Messina.

[modifica] Storia

Trasferitosi a Messina, dopo essere fuggito dalle prigioni maltesi e sbarcato a Siracusa, Caravaggio nel 1609 ricevette dal ricco mercante genovese Giovanni Battista de' Lazzari l'ordine per l'esecuzione di una pala per la cappella maggiore della chiesa dei Padri Crociferi, detta anche dei Ministri degli Infermi.

Secondo Francesco Susinno, il biografo settecentesco dei pittori messinesi, scegliendo La Resurrezione di Lazzaro come soggetto per la tela il committente avrebbe voluto alludere alla sua casata. Inoltre Susinno narra di come il Caravaggio avrebbe preso a rasoiate la tela della Resurrezione di Lazzaro, offeso per le critiche con cui il pubblico l'aveva accolta. Di questa prima versione, sostituita secondo la leggenda da un'altra realizzata a tempo di record sempre da Caravaggio, non è rimasta alcuna traccia ed è probabile che si tratti di un parto del fantasioso biografo, suggerito forse dal fatto che, essendo tutta la parte superiore del dipinto molto scura nonché vuota, sia stato eseguito in gran fretta al punto da sembrare addirittura incompiuto.

Di questa tela si parla anche ne Le Vite de' pittori scultori e architetti moderni di Giovan Pietro Bellori (1613-1696):

« [...] Passando egli dopo a Messina, colorì a' Cappuccini il quadro della Natività, figuratavi la Vergine col Bambino fuori la capanna rotta e disfatta d'assi e di travi; e vi è San Giuseppe appoggiato al bastone con alcuni pastori in adorazione. Per li medesimi Padri dipinse San Girolamo che sta scrivendo sopra il libro, e nella Chiesa de' Ministri de gl'Infermi, nella cappella de' signori Lazzari, la Risurrezione di Lazzaro, il quale sostentato fuori del sepolcro, apre le braccia alla voce di Cristo che lo chiama estende verso di lui la mano. Piange Marta e si maraviglia Madalena, e vi è uno che si pone la mano al naso per ripararsi dal fetore del cadavero. Il quadro è grande, e le figure hanno il campo d'una grotta, col maggior lume sopra l'ignudo di Lazzaro e di quelli che lo reggono, ed è sommamente in istima per la forza dell'imitazione. Ma la disgrazia di Michele non l'abbandonava, e 'ltimore lo scacciava di luogo in luogo. [...] »

Il pittore stesso si sarebbe autoritratto in quest'opera come l'uomo con le mani giunte dietro l'indice di Cristo. Il realismo è sconvolgente: Lazzaro, obbedendo al gesto di un Cristo in penombra e quasi minaccioso nella sua imponenza, viene investito in pieno dalla salvifica luce divina che, come corrente elettrica, ne scioglie i muscoli irrigiditi dalla morte e gli ridona la vita; nell'atto di rinascere, egli stira le braccia mimando il gesto allusivo della croce.

Osservando per bene il dipinto, viene subito in mente la Vocazione di San Matteo dipinta qualche anno prima per la chiesa di S.Luigi dei Francesi: anche qui come allora, infatti, la luce è il simbolo della Grazia. Ma mentre nella tela romana la luce era diretta e creava contorni netti, qui è più soffusa e guizzante, creando un effetto di maggiore drammaticità. Per questo, il dipinto è uno dei più rappresentativi degli ultimi anni di Caravaggio, dedicati ad una maggiore sperimentazione sulla luce, tendente ormai a "cancellare" i personaggi.

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