Madonna dei Palafrenieri

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Madonna dei palafrenieri
Madonna dei palafrenieri
Autore Michelangelo Merisi da Caravaggio
Data 1605
Tecnica olio su tela
Dimensioni 292 cm × 211 cm 
Ubicazione Galleria Borghese, Roma

Madonna dei palafrenieri è un dipinto a olio su tela (292x211 cm) realizzato nel 1606 dal pittore italiano Caravaggio. È conservato nella Galleria Borghese di Roma.

Il quadro mostra Maria ed il Bambino mentre schiacciano il serpente del peccato originale, alla presenza di Sant'Anna.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'opera venne commissionata all'artista dalla Arciconfraternita dei Parafrenieri Pontifici ed era destinata all'altare della loro cappella nella nuova basilica di San Pietro, dove avrebbe dovuto sostituire un vecchio dipinto (oggi conservato nella Sagrestia Vecchia), non più compatibile con le dimensioni del rinnovato allestimento dell'altare. Nella sua sede originaria rimase però solo pochi giorni, perché l'opera fu poi trasferita nella chiesa di Sant'Anna dei Palafrenieri. La commissione al Caravaggio risale al 31 ottobre 1605.

Al momento della realizzazione dell'opera, per la quale ricevette un compenso di 70 scudi, Caravaggio si trovava a casa dell'amico giureconsulto Andrea Ruffetti. Considerando l'entità del compenso, relativamente basso se confrontato con quello delle altre opere, si può supporre che l'autore, al tempo in cui realizzò il dipinto, non godesse più di quel prestigio che aveva giustificato le più alte, precedenti remunerazioni. Sotto questo profilo, l'opera rivelerebbe l'esistenza di una fase di declino del periodo romano di Caravaggio. Il dipinto fu consegnato l'8 aprile 1606 a circa cinque mesi dalla commissione, ma rimase sull'altare pochi giorni, addirittura forse meno di un mese.

Il rifiuto dell'opera[modifica | modifica sorgente]

Il dipinto venne rifiutato dai committenti, perché fece scandalo il Bambino, troppo cresciuto per essere ritratto completamente nudo; inoltre, fecero scandalo la scollatura abbondante della Madonna e la modella scelta per quest'ultima, Lena, che era una nota prostituta (aveva posato anche per la Madonna dei Pellegrini).
Secondo alcuni studiosi[1] il vero motivo che provocò il rifiuto dell'opera è da ricercarsi nell'atteggiamento distaccato di Sant'Anna. Caravaggio infatti avrebbe negato il ruolo della Grazia (iconograficamente rappresentato da Sant'Anna) nella redenzione. Ciò avrebbe scontentato i Parafrenieri pontifici e, soprattutto, il Collegio dei Cardinali - con cui i Parafrenieri avevano quotidiani contatti a causa del loro ufficio di corte - in particolare il Cardinale di Como, Tolomeo Gallio. Gli stessi critici sostengono inoltre che la Madonna dei Palafrenieri fosse un autentico affronto nei confronti dei Cardinali: infatti vi era una disputa tra Cattolici e Protestanti su una diversa interpretazione del Vecchio Testamento sull'atto di schiacciare il serpente; secondo i Cattolici doveva essere Maria; secondo i protestanti Gesù. Nel 1566 Pio V risolse la questione riconoscendo questo ruolo ad entrambi. Tuttavia i Cardinali vollero vedere nel dipinto di Caravaggio un eccessivo coinvolgimento di Gesù nell'uccidere il serpente tanto da considerare l'opera eretica. Bisogna considerare che la disputa su chi fosse l'uccisore del serpente era terminata da pochi anni e non tutti i cardinali erano d'accordo con l'interpretazione fatta da Pio V.

L'opera venne quindi venduta per 100 scudi alla famiglia Borghese

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

La tela raffigura tre personaggi: la Madonna, Gesù bambino e Sant'Anna. I primi due personaggi appaiono molto più dinamici rispetto a Sant'Anna. La Santa segue solo con lo sguardo l'azione e sembra una "enorme bronzea figura"[2].

C'è un ottimo gioco di volumi e un'armonia di solidi a contrasto (ad esempio, il petto della Madonna e le pieghe dei vestiti) che conferiscono una estrema verosimiglianza al dipinto.

Infine, la luce gioca un ruolo fondamentale nel dipinto: una proviene da sinistra ed ha il ruolo di formare le immagini ed il volume[3], l'altra proviene dall'alto e potrebbe simboleggiare, secondo il Brandi, il lume della Grazia divina.

Per rappresentare il serpente, le cui spire ricordano il serpente di bronzo sulla colonna in Sant'Ambrogio a Milano, il pittore si è evidentemente ispirato a un cervone.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Maurizio Fagiolo dell'Arco, Maurizio Marini (a cura di). Caravaggio, collana I classici della pittura. Roma, Armando Curcio editore, 1979.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Settis e Spazzaferro
  2. ^ Marangoni
  3. ^ Brandi
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