Psittacidae

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Psittacidae
Macaw-jpatokal.jpg
Ara ararauna
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Superphylum Deuterostomia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Infraphylum Gnathostomata
Superclasse Tetrapoda
Classe Aves
Sottoclasse Neornithes
Superordine Neognathae
Ordine Psittaciformes
Famiglia Psittacidae
Illiger, 1811
Sottofamiglie

Gli Psittacidi (Psittacidae Illiger, 1811) sono una numerosa famiglia di uccelli dell'ordine Psittaciformes, diffusi principalmente nelle zone tropicali e subtropicali del mondo, come l'America Latina, l'India, l'Asia sudorientale, l'Africa e l'Oceania.[1]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Le loro caratteristiche principali sono:

  • il becco ricurvo, simile a quello dei rapaci, specializzato però nell'aprire frutti o semi legnosi;
  • la mandibola superiore non è fusa con il cranio, ciò permette maggiori movimenti sciolti con il becco e la testa;
  • la posizione del corpo, solitamente eretta;
  • il numero delle dita delle zampe, quattro, opposte a coppie tra loro (sono zigodattili);
  • moltissime specie riescono poi ad imitare suoni o addirittura la voce umana.

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Uccelli parlanti[modifica | modifica wikitesto]

Così come le gazze ed i merli indiani, anche numerose specie di pappagalli sono famose per questa abilità sonora, che molto colpisce la curiosità umana. I più abili parlatori sono i pappagalli cenerini (Psittacus erithacus), ma anche le are (Ara macao) più grandi. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che[senza fonte] questi uccelli riescono a riprodurre, con discreta facilità, numerose consonanti e vocali umane a causa dell'assonanza di queste con alcune loro "sillabe" utilizzate nei loro versi naturali. Tuttavia, in natura tendono a non imitare nessun verso a loro sconosciuto: l'imitazione "a pappagallo" sembra derivare, quindi, da un bisogno di attenzioni dovuto allo stato di cattività e dall'affetto che si instaura tra l'esemplare e l'allevatore o la figura umana percepita più vicina. Infatti, le vocalizzazioni si fanno più frequenti quando gli umani si allontanano o viceversa dimostrano attenzione: il pappagallo percepisce queste diverse situazioni ed emette suoni per attirare attenzioni, compagnia ed affetto. Nei primi anni 2000 grande rumore si creò intorno ad Alex, un esemplare di Cenerino che sembrava possedere, oltre ad un notevole vocabolario umano in lingua inglese, una buona comprensione alle domande poste.[2]

Colonie "aliene" negli habitat urbani[modifica | modifica wikitesto]

Importati quasi da cinque secoli in Europa e in America del Nord, molte specie di pappagalli si sono ormai stabilite in vere e proprie colonie nelle metropoli o nelle campagne adiacenti. Il caso più famoso è quello spagnolo, dove migliaia di individui vivono ormai stabilmente tra i viali alberati di Barcellona nei parchi di Madrid o a Tenerife (ma qui si pensa anche a migrazioni naturali). Note anche le varie specie (Amazona autumnalis, Amazona finschi, Brotogeris chiriri) stabilitesi ormai nella California meridionale;

Più sorprendenti, visto il clima così diverso dal loro habitat naturale, sono le colonie di parrocchetti indiani (Psittacula krameri manillensis) stabilitesi a Londra e nella contea del Surrey, ma anche in Olanda sono infatti presenti all'interno del Vondelpark di Amsterdam.

I pappagalli sono uccelli molto adattabili che si inseriscono facilmente nelle catene alimentari locali, senza però essere predati in modo sufficiente. Se per ora si registrano ben pochi episodi di sovraffollamenti, non è da escludere questo problema in futuro.

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Anche in Italia sono presenti colonie di pappagalli all'interno di spazi urbani: i Parrocchetti Monaci e i Parrocchetti dal Collare da anni nidificano nei numerosi giardini e parchi di tutta Roma; gli stessi Parrocchetti dal collare (Psittacula krameri e Psittacula krameri manillensis) vivono e si riproducono da tempo anche nei parchi di Genova e nell'orto botanico di Palermo e in alcune zone residenziali di Cagliari.

Il pappagallo nelle arti[modifica | modifica wikitesto]

Esemplari di Ara ararauna.

Simboli dell'esotismo assieme alle palme, i pappagalli, fin dalla scoperta del lontano Oriente, hanno affascinato gli Europei per la bellezza del piumaggio e per la capacità di parola. Ma rimaneva, tuttavia, un segreto della lontana India, del Catai e del Cipango. La scoperta dell'America portò maggior libertà ai regni possidenti, che poterono, finalmente, acquisire direttamente ciò che fino a pochi anni prima dovevano comprare a caro prezzo dai mercanti orientali o solamente osservare.

Fu così che, in pochi secoli, nacque un grande interesse per questi magnifici uccelli. Nel frattempo, pittura e scultura lo scelgono come soggetto, fino a spingere orafi e scultori a proporlo come gioiello od oggetto di arredamento. Dall'interesse naturalistico a quello letterario, artistico e cinematografico il passo è breve.

Ecco che nascono, quindi, racconti o romanzi, come Un cuore semplice di Gustave Flaubert e La vedova e il pappagallo, Storie per ridere di Virginia Woolf.

Il pappagallo entra anche nei fumetti, con il disneyano José Carioca, simpatico pappagallo verde brasiliano amico di giovinezza di Paperino. Tra i film si segnala Paulie - Il pappagallo che parlava troppo di John Roberts, del 1998 mentre nell'animazione degno di nota è Iago, pappagallo inizialmente antagonista (essendo un ex alleato di Jafar) poi co-protagonista della serie di film Aladdin. Nell'iconografia il pappagallo è simbolo mariano, emblema di innocenza e di purezza. Esso appare nelle scene del Paradiso Terrestre o della Madonna col Bambino perché era opinione diffusa che il suo verso più comune fosse "Ave", cioè il saluto dell'arcangelo Gabriele a Maria al momento dell'Annunciazione.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Gill F. and Donsker D. (eds), Family Psittacidae in IOC World Bird Names (ver 4.2), International Ornithologists’ Union, 2014. URL consultato il 19 maggio 2014.
  2. ^ The Alex Foundation.
  3. ^ Dizionari dell'arte, La natura e i suoi simboli, ed. Electa, p. 302-303

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]