Ferdinando Burlando

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Ferdinando Burlando (Torino, 1923) è un militare, partigiano e avvocato italiano, medaglia d'oro al valor militare.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nel 1941 dopo aver frequentato l'Accademia militare di Modena, viene destinata al Battaglione "Morbegno" del 5º Reggimento Alpini con il grado di sottotenente. L'8 settembre, si trova al passo di San Candido in provincia di Bolzano.

Decide di combattere contro i tedeschi e dopo aver convinto gran parte dei suoi uomini a seguirlo, parte per la Val Pesio e passa nel canavese, inizia così l'organizzazione delle prime formazioni partigiane, che diventeranno la 9ª Divisione "Giustizia e Libertà".

Diventa comandante di brigata e con i suoi uomini porta a compimento diverse azioni audaci, nella zona di Ciriè, nel canavese, nella Valle del Lanzo e nel Monferrato tanto da meritarsi l'appellativo "Diavolo Bianco", ferito diverse volte durante gli scontri subisce 11 interventi, viene catturato dai tedeschi torturato, messo davanti al plotone d'esecuzione come metodo di tortura infine liberato dai suoi uomini. Lui e il suo gruppo hanno avuto un ruolo preminente nella liberazione di Torino. Alla fine della guerra viene trasferito al Ministero della Guerra e successivamente posto in riserva come invalido di guerra, consegue la laurea in legge all'Università di Roma e intraprende la professione di avvocato.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Sottotenente degli alpini, sdegnando per due volte la resa, sottraeva tutti i suoi uomini alla cattura da parte del tedesco e li costituiva in formazioni partigiane alle quali accorse numerosa schiera di giovani entusiasti ed impazienti di impugnare le armi contro l’oppressore. Animatore e trascinatore, dava prova di audacia superiore ad ogni umano ardimento in numerosi fatti d’arme, attaccando e sbaragliando con pochi uomini formazioni di autocolonne tedesche e, in audaci atti di sabotaggio, distruggendo diecine di pezzi di artiglieria nemica. Due volte arrestato, opponeva fiero silenzio alle sevizie infertegli sebbene ferito. Condotto tre volte innanzi al plotone di esecuzione che per sadica crudeltà non eseguiva l’infame sentenza, affrontava serenamente la morte che lo sfiorava senza ghermirlo; finché veniva arditamente liberato da una squadra di partigiani pochi minuti prima che il capestro, cui era stato condannato, ponesse fine al suo calvario. Sette volte ferito in distinti cruenti combattimenti, con le membra stroncate, sorreggendosi a stento sulle stampelle, riprendeva con maggiore ardore il suo posto di combattimento, compiendo ancora leggendarie gesta. Fulgido esempio di indomito valore e di altissimo amore di Patria..[1]»
— Piemonte, settembre 1943 - aprile 1945

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Quirinale Scheda 14764 - vista 6 dicembre 2008

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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