Fahrenheit 9/11

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Fahrenheit 9/11
Fahrenheit 9-11.jpg
George W. Bush in una scena d'archivio all'interno del film
Titolo originale Fahrenheit 9/11
Paese di produzione Stati Uniti d'America
Anno 2004
Durata 122 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 1,85:1
Genere documentario
Regia Michael Moore
Soggetto Michael Moore
Sceneggiatura Michael Moore
Produttore Michael Moore, Jim Czarnecki, Kathleen Glynn
Produttore esecutivo Harvey Weinstein, Bob Weinstein, Agnes Mentre
Casa di produzione Dog Eat Dog Films
Distribuzione (Italia) BIM Distribuzione
Fotografia Mike Desjarlais, Kirsten Johnson, William Rexer
Montaggio Kurt Engfehr, Todd Woody Richman, Chris Seward
Musiche Jeff Gibbs, Bob Golden + AA. VV.
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi
« La temperatura a cui la libertà brucia! »
(Tag-line del film)

Fahrenheit 9/11 è un film-documentario del 2004 diretto dal regista statunitense Michael Moore. A causa delle critiche espresse contro l'amministrazione del presidente statunitense George W. Bush il film suscitò molte polemiche e opinioni contrastanti alla sua uscita.

Il titolo del film si rifà a quello del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451, da cui Francois Truffaut trasse l'omonimo film. Il richiamo è ancora più enfatizzato nella tag-line, The temperature where freedom burns (la temperatura a cui la libertà brucia), ispirata a The temperature at which books burn di Fahrenheit 451. Bradbury si è detto molto infastidito dal "furto" del titolo, chiedendo più volte le scuse di Moore e un cambio di titolo del film.[1][2]

Trama[modifica | modifica sorgente]

Il film verte sui legami segreti tra la famiglia del presidente degli Stati Uniti George W. Bush e la famiglia Bin Laden, ponendo l'accento su quelle che, a detta del film, sono state strumentalizzazioni politiche degli attentati dell'11 settembre 2001, con le seguenti campagne militari americane in Afghanistan e Iraq.

Sui legami tra la famiglia Bush e la famiglia Bin Laden[3], il film cita una serie di fonti[4] che evidenziano come le famiglie Bush e Bin Laden fossero entrambe consociate del Gruppo Carlyle, appaltatore di veicoli militari e oleodotti, che dalla guerra d'Iraq avrebbe tratto grandissimi profitti.

Dopo gli attentati dell'11 settembre, la famiglia Bin Laden fu costretta dalla direzione del Gruppo a liquidare le proprie quote[5]. Bush Senior fu Senior Advisor nel Carlyle Asia Board per due anni, e la famiglia Bin Laden nominò nel 1976 James Bath, amico dei Bush, amministratore degli investimenti della famiglia in Texas[6].

Fra il 14 e il 24 settembre 2001, 6 voli charter riportano in patria 142 persone di nazionalità saudita, dei quali 24 erano membri della famiglia Bin Laden, altri della casa regnante Saudi. Il 14 settembre, tre sauditi rientrarono in patria con un volo dal Tampa International Airport a Lexington, Ky, con successivo cambio per l'Arabia Saudita[7]. Uno di questi voli, il 20 settembre, rimpatriò 26 persone, la maggior parte delle quali appartenenti alla famiglia Bin Laden[8].

Il film ha rischiato fino all'ultimo di non essere proiettato negli Stati Uniti, in quanto la Walt Disney Company, produttrice del film, si è pentita e ne ha bloccato la distribuzione, subendo numerose e pesanti critiche, soprattutto a fronte della vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes 2004. Successivamente il film, che nel frattempo ha trovato distributori in tutto il mondo (gli USA sono stati il penultimo paese, prima solo dell'Albania), è stato acquistato dalla Miramax per sei milioni di dollari. Dopo l'iniziativa della casa di Harvey e Robert Weinstein, il film è stato distribuito negli USA da un gruppo di case di distribuzione, battezzato da Moore (con un chiaro riferimento a Bush e l'Iraq) la "coalizione dei volenterosi": si tratta, oltre alla Miramax, della Lions Gate e dell'IFC Films. Successivamente il documentario è diventato un successo strepitoso al botteghino battendo ogni record nel 2004.

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Il film ha ottenuto ben 4 Razzie Awards nel 2004:

Molte personalità pubbliche americane, fra cui il giornalista Christopher Hitchens, il magistrato Dave Kopel e il politico democratico Ed Koch, hanno contestato i contenuti di Fahrenheit 9/11, accusandolo di contenere notizie distorte o del tutto false, per il solo fine di fare propaganda[9][10]. Kopel e Hitchens, in particolare, hanno pubblicato numerosi articoli elencando errori e inesattezze del film[11][12][13][14][15][16]. Moore ha pubblicato una lista dove associa le informazioni contenute nel suo film ai documenti rilasciati dalla Commissione sull'11 settembre. Tale lista si sofferma però su altri punti, non andando quindi a confutare le critiche di Kopel e Hitchens[17][18] .

Parte degli errori contenuti in Fahrenheit 9/11 sono diventati il soggetto di un altro film-documentario, intitolato FarenHYPE 9/11.

Debbie Melnyk e Rick Caine, due giornalisti canadesi di orientamento Repubblicano, sono gli autori di Manufacturing Dissent, film documentario presentato il 9 marzo 2007 a Austin, in Texas, e arrivato in prima europea a Torino. Il film parla delle mistificazioni e manipolazioni mediatiche di Moore, che non concesse mai un'intervista ai due autori.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Chris Matthews, "Fahrenheit 451" author wants title back, MSNBCdata=29 giugno 2004.
  2. ^ (EN) Call it a tale of two 'Fahrenheits', MSNBC, 29 giugno 2004.
  3. ^ già soci di George Bush ai tempi della Arbusto Energy
  4. ^ Sito del film di Michael Moore
  5. ^ Kurt Eichenwald, “Bin Laden Family Liquidates Holdings with Carlyle Group,” The New York Times, October 26, 2001
  6. ^ Notarized Trust Agreement, Harris County, Texas, signed by Salem M. Binladen, July 8, 1976
  7. ^ St. Petersburg Times, Jun 9, 2004
  8. ^ (EN) National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, Threats and Responses in 2001, Staff Statement No. 10, The Saudi Flights, p. 12
  9. ^ (EN) Christopher Hitchens, Unfairenheit 9/11: The lies of Michael Moore, slate.com, 21 giugno 2004.
  10. ^ Ed Koch, Moore's propaganda film cheapens debate, polarizes nation, World Tribune, 28 giugno 2004.
  11. ^ (EN) Dave Kopel, Fifty-nine Deceits in Fahrenheit 9/11, Independence Institute, 12 novembre 2004.
  12. ^ (EN) Opinion: Focus on facts not Moore's bill of goods
  13. ^ (EN) Ireland - 2004, June 16
  14. ^ (EN) The trouble with Mike | The Australian
  15. ^ (EN) NewsLibrary.com - newspaper archive, clipping service - newspapers and other news sources
  16. ^ (EN) Moore, media feed lies to Americans - Opinion
  17. ^ Michael Moore, Factual Back-Up For Fahrenheit 9/11, MichaelMoore.com.
  18. ^ 59 errori di Fahrenheit 9/11. URL consultato il 9 luglio 2014.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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