Crisi finanziaria asiatica
La Crisi finanziaria asiatica fu una crisi finanziaria, a cui seguì una recessione, che interessò alcuni paesi dell'Est asiatico alla fine degli anni novanta (a partire dal 1997): nata da una serie di speculazioni finanziarie che provocarono una forte svalutazione della moneta. La crisi provocò un ritiro dei capitali da parte degli investitori stranieri e delle banche, generando un forte indebitamento da parte delle aziende ed una forte recessione economica.
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Contesto economico[modifica]
L'est asiatico, nei tre decenni precedenti la crisi, era cresciuto più velocemente di qualsiasi altra economia mondiale, abbattendo drasticamente il proprio tasso di povertà ed alzando il reddito medio procapite. L'economia poggiava su solide basi, frutto di politiche governative orientate su un forte risparmio e sulla scelta di investimenti oculati in ambito nazionale. Le oscillazioni della congiuntura mondiale furono ben sopportate dalle economie orientali dando origine a quello che fu definito come il "miracolo asiatico". Particolare attenzione era stata rivolta alla ristrutturazione del settore dell'istruzione e alla promulgazione di politiche industriali atte all'annullamento del gap tecnologico con l'Occidente. La regione asiatica poté inoltre riqualificarsi sul piano turistico ed industriale, grazie soprattutto ad un ammodernamento delle vie di comunicazione e dei sistemi di trasporto. Come osservato dall'economista americano Joseph Stiglitz[1] fu inoltre determinante, per il fiorente sviluppo, la capacità di redistribuzione della ricchezza accumulata, che aveva migliorato le condizioni di vita di decine di milioni di abitanti senza trascurare obiettivi di macrostabilità internazionale. Con queste premesse, la crisi scoppiata nel luglio del '97, prese di sorpresa osservatori economici ed istituzioni internazionali, allorché per la regione asiatica, l'FMI aveva pronosticato una durevole e sostenuta crescita economica.
Thailandia[modifica]
La crisi[modifica]
L'inizio della crisi, datata 2 luglio 1997, ebbe il suo epicentro nella regione thailandese. La moneta nazionale (il baht), scambiata fin dalla metà degli anni ottanta con un tasso fisso di 25:1 rispetto al dollaro, subì nell'arco della giornata una svalutazione del 25% del suo valore nominale. L'economia thailandese era cresciuta, tra il 1985 ed il 1996, con tasso annuo record del 9% spingendo (fino al 1996) hedge fund americani ad affrontare transazioni per un valore complessivo di circa 400 milioni di dollari in valuta thailandese. Tra il 14 ed il 15 maggio 1997, il baht thailandese fu colpito da enormi attacchi speculativi che tuttavia non convinsero il Primo Ministro Chavalit Yongchaiyudh a svalutare immediatamente la moneta (questo comportamento del governo thailandese di non difendere la propria valuta dagli attacchi speculativi, è stata indicata da alcuni economisti come la scintilla che diede il via alla crisi economica in Thailandia ed in Asia). Circa 2 mesi dopo i primi attacchi speculativi, il 2 luglio, il baht fu disancorato dal dollaro e lasciato fluttuare sul mercato nazionale. Con due approvazioni datate 11 e 20 agosto 1997, il FMI cercò di arginare la crisi versando nelle casse thailandesi oltre 20 miliardi di $ per risanare il deficit nazionale e ripristinare la fiducia del mercato dei cambi nel baht. Questa azione sollevò tuttavia alcuni sospetti apparendo come il tentativo di fornire valuta pregiata per rimborsare le banche occidentali che avevano contratto prestiti con le aziende thailandesi[2]. Paradossalmente i fondi versati dal FMI non fecero altro che alimentare le speculazioni e la fuga di capitali dall'economia thailandese, infatti il nuovo tasso vantaggioso (ma insostenibile per un'economia in piena crisi) del baht convinse i possessori di valuta a convertire i propri patrimoni in $ ed a trasferirli rapidamente all'estero. Insieme al cospicuo finanziamento l'FMI presentò alle istituzioni un pacchetto di riforme per risolvere i problemi strutturali alla base della crisi. Il pacchetto di "riforme strutturali" prevedeva oltre alla levitazione dei tassi di interesse, al taglio della spesa pubblica a all'aumento della pressione fiscale, una maggiore apertura e trasparenza del sistema finanziario unita ad una riforma della legislatura su banche ed istituti di credito. Questa manovra non mancò di sollevare ulteriori dubbi sulla "neutralità" del FMI, accusato di minare la sovranità monetaria nazionale in favore di una liberalizzazione del mercato dei capitali a beneficio degli investitori occidentali.
Oggi[modifica]
Dal 2001 la Thailandia ha manifestato segnali di ripresa economica. Il nuovo sistema fiscale ha permesso alla nazione di azzerare il proprio deficit nel 2004, con 4 anni di anticipo sulle previsioni. Nel novembre 2006 il baht ha raggiunto il suo precedente record di cambio di 36,5 col dollaro e dal maggio successivo si è regolarmente stabilizzato sui 33 baht per $. Nel marzo 2008 la moneta è stata scambiata con un tasso di 31 baht per $ e il continuo rafforzamento ha spinto il governo thailandese a pronosticare una crescita economica del 6% per il 2009.
Indonesia[modifica]
Nel giugno 1997 l'Indonesia sembrava ancora lontana da una possibile crisi economica. A differenza della Thailandia, aveva subito con minore intensità il fenomeno del credito estero, potendo vantare un'inflazione contenuta, un surplus nella bilancia commerciale di circa 900 milioni di dollari, riserve di valuta estera per un totale di circa 20 miliardi di dollari ed un sistema bancario efficiente. Nel luglio 1997, mentre la Thailandia era alle prese con i problemi di svalutazione del baht, l'Indonesia acconsenti ad aumentare il "trading band" della rupia dall'8% al 12%. Gli attacchi speculativi subiti dalla valuta costrinsero tuttavia il governo, nell'agosto dello stesso anno, a rintrodurre il sistema dei tassi di cambio variabili accelerandone la svalutazione. L'FMI intervenne prontamente con un finanziamento di 23 miliardi di dollari, impennando la domanda di valuta pregiata ed inondando il mercato indonesiano di valuta nazionale. La rupiah toccò così nel settembre 1997 il suo minimo storico. Benché la crisi fosse iniziata fin dall'estate gli effetti cominciarono a farsi sentire sui bilanci delle imprese indonesiane nel novembre successivo. Le imprese che si erano indebitate fortemente in valuta USA dovettero far fronte agli insostenibili costi dettati dalla svalutazione della rupiah, acquistando $ per ripagare i propri creditori e contribuendo ad un'ulteriore svalutazione. La crescita del tasso d'inflazione e conseguentemente dei prezzi degli alimenti scatenarono rivolte in tutto il paese, conclusesi con più di 500 morti nella sola Giacarta. Nel febbraio 1998, il Presidente Suharto licenziò il Governatore della Banca Centrale Indonesiana. Ciò non produsse reali miglioramenti costringendo il Presidente stesso a dimettersi. Il cambio indonesiano, che prima della crisi si era stabilizzato sulle 2000 rupie per dollaro, toccò picchi di 18000 rupie per dollaro durante il periodo di recessione economica. Nel 1998 l'Indonesia subì una variazione negativa del proprio PIL pari al 13,5%.
Corea Del Sud[modifica]
La crisi[modifica]
La Corea del Sud era riuscita dopo la guerra a formulare una strategia di crescita economica, che le aveva permesso di incrementare di otto volte il reddito pro capite in tre decenni. La riduzione dell'analfabetismo e i forti investimenti per colmare il gap tecnologico con le principali economie mondiali le avevano permesso all'inizio degli anni '90 di diventare membro stabile dell'OCSE e di divenire una delle principali produttrici di microchip. La crisi in questo paese fu innescata da problemi strutturali legati al forte indebitamento delle proprie grandi imprese con creditori esteri. Nel 1997, mentre la Thailandia veniva risucchiata nel baratro della recessione, l'istituto di rating finanziario Moody's decise di declassare la Corea dal livello A1 al livello A3 e, successivamente, al livello B2. Alla base della decisione sembrava esserci, oltre al trend negativo in cui i mercati asiatici si stavano incanalando, la richiesta da parte del colosso coreano Kia Motors di un prestito di emergenza. Le banche occidentali decisero quindi di non rinnovare i propri prestiti alle imprese coreane, limitando fortemente l'afflusso vitale di capitali e paralizzando l'economia. La borsa coreana perse il 4% nella sola giornata del 7 novembre 1997, e il 7% il giorno successivo. Il 24 novembre le richieste di pesanti "riforme strutturali", formulate dal FMI a fronte di un prestiro, fecero crollare i titoli coreani del 7,2%. Samsung perse oltre 5 miliardi di dollari durante la crisi, e Daewoo fu assorbita dal gruppo americano GM. Il cambio passò da 800 won per dollaro ad oltre 1800.
Oggi[oggi quando?][modifica]
Nonostante la crisi abbia costretto alla bancarotta numerose compagnie nazionali, la Corea del Sud è riuscita dal 1997 ad oggi a triplicare il proprio PIL, mantenendo il ruolo di una tra le più veloci e fiorenti economie mondiali. A tal scopo è sufficiente notare come dal 1960 a oggi[oggi quando?] il PIL pro capite sia passato, in termini nominali, da 80$ a 21.000$. Gli effetti maggiori della crisi si sono fatti sentire sul debito pubblico, quasi triplicato dal 13 al 30% negli ultimi 10 anni.
Stiglitz e le critiche al FMI[modifica]
| « Io ritengo che la liberalizzazione dei movimenti di capitali sia stato il fattore che ha contribuito maggiormente alla crisi. » |
| (Joseph Stiglitz) |
Il ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nella crisi asiatica scoppiata nel 1997 è stato lungamente dibattuto in ambito economico raccogliendo le maggiori critiche dall'economista americano Joseph Stiglitz. Quest'ultimo ha aspramente criticato l'operato del fondo sia prima che durante la crisi asiatica, accusandolo di aver inutilmente esposto economie con alti tassi di risparmio alla volatilità dei capitali esteri e di aver versato ingenti somme nelle casse dei paesi in difficoltà con l'unico scopo di rimborsare le banche creditrici occidentali e causando ulteriori danni alle economie già in difficoltà. Accuse giungono anche per la leggerezza dimostrata dal FMI nella valutazione del situazione asiatica, il cui studio, che prese il nome di "The East Asian Miracle", fu commissionato solo a seguito delle pressioni esercitate dal governo giapponese (che se ne accollò i costi).
È opinione dell'economista americano che le istituzioni internazionali non vedessero di buon occhio le ingerenze dei governi orientali, che avevano dato il via a sviluppi così floridi in aperto contrasto con le politiche liberali occidentali. A fronte di una richiesta di rapida liberalizzazione del mercato finanziario e dei capitali, i governi asiatici avevano preferito intraprendere un passaggio graduale, alle privatizzazioni del modello americano, avevano risposto sovvenzionando le imprese strategiche per l'interesse del paese. Stiglitz afferma inoltre che, alla base di un così rapido sviluppo economico, vi fu anche la capacità degli stati asiatici di limitare le diseguaglianze riducendo la povertà ed impegnandosi in un'equa redistribuzione della ricchezza accumulata, requisiti fondamentali per promuovere lo sviluppo industriale e tecnologico. In definitiva, mentre i governi Asiatici si preoccupavano di plasmare e dirigere i mercati, il FMI avrebbe preferito un ruolo da comparsa per quest'ultimi, promuovendo un ulteriore liberalizzazione del mercato dei capitali senza valutarne le conseguenze economiche. Le "riforme strutturali" richieste proprio dal FMI come condizione indispensabile per il versamento di capitali d'aiuto, avrebbero, secondo Stiglitz, avuto proprio lo scopo di avvantaggiare le speculazione dei creditori esteri, causando ulteriori danni a economie già in forte recessione.
Stiglitz ha avvalorato le sue tesi attirando l'attenzione sul caso malese, indicato come esempio di economia che ha saputo reagire prontamente alla crisi proprio ignorando i dettami del FMI, riferendosi principalmente alle politiche del Primo Ministro Mahathir mirate all'abbattimento dei tassi di interesse e a limitare il deflusso dei capitali speculativi.
Note[modifica]
- ^ J.E. Stiglitz La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi
- ^ J.E. Stiglitz La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, p. 95
Voci correlate[modifica]