Bombardamento navale di Genova (1684)

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Bombardamento navale di Genova (1684)
Genova-bombardamento francese (1684).jpg
Dipinto raffigurante il bombardamento su Genova
Data 17 - 29 maggio 1684
Luogo Golfo antistante la città di Genova
Tipo Bombardamento navale terroristico
Obiettivo Abitazioni civili e appostamenti militari
Forze in campo
Eseguito da Naval Ensign of the Kingdom of France.svg Regno di Francia
Ai danni di Flag of Genoa.svg Repubblica di Genova
Comandate da Luigi XIV
Marchese di Segnalay
Comandate da Doge Francesco Maria Imperiale Lercari
Bilancio
Esito Vittoria difensiva genovese

[senza fonte]

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Il bombardamento di Genova del 1684 fu un atto offensivo compiuto da una flotta di navi da guerra francesi, nei confronti della Repubblica di Genova, accusata di vari episodi indegni verso la Corte di Francia, e perché ritenuta fedele all'alleanza con la Spagna e ostinata a considerare alla pari le corone dei due imperi avversari.

Cause e antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Il Re Sole Luigi XIV, nelle sue "Memorie", riferendosi alle concessioni ottenute dalla Repubblica in Oriente nel 1666, scriveva:

« [...] i genovesi cambiando l'antica tradizione di tutta la Cristianità che aveva commerciato con i turchi sotto bandiera francese, di loro iniziativa avevano mandato loro ambasciatori alla Porta e pretendevano di trafficarvi sotto loro bandiera.
Avevo incaricato La Haje di dolersene a nome mio, ma l'ostilità che quella Corte aveva per lui, m'impedì d'averne la soddisfazione che avrei desiderato.
Decisi di farmela dare direttamente dai genovesi stessi quando avessi avuto agio di trattare serenamente la faccenda con loro
[1] »

Successivamente nel 1672, durante la guerra tra Francia e Olanda, un capitano di una nave da guerra olandese ormeggiata nel porto di Genova, appena uscito in mare aperto non esitò a predare diversi navigli francesi. La Corte di Francia attribuì ai Genovesi la responsabilità di quelle azioni, rivendicando un risarcimento danni, pena l'immediata rappresaglia contro le navi genovesi.

Questo avvenimento compromise ulteriormente le relazioni tra i due paesi, ma le efficaci azioni diplomatiche genovesi di Gio Battista Della Rovere e Paride Salvago, dimostrarono l'estraneità della Repubblica di Genova, ma furono ritenute inadeguate dal monarca francese, che ordinò il sequestro dei navigli battenti bandiera di San Giorgio ormeggiati in Provenza, e azioni dirette nel Mar Ligure, che in più occasioni causarono la risposta delle batterie costiere verso le navi francesi.

Dipinto raffigurante il bombardamento, si vedono posizionate su piattaforme galleggianti le Pallandre

Anche questi attacchi di artiglieria furono considerati offensivi dalla Corte francese, che a titolo di riparazione ne chiese la consegna, ma ciò non fu accettato dalla Repubblica che convinsero gli Ambasciatori francesi a consegnare quattro bombardieri da punire in modo esemplare nella fortezza di Marsiglia.[2]

Nel 1679 la flotta francese comandata dal signore di Mans, giunse al porto di Genova, trovando solo un'ostentata freddezza dei rappresentanti della Repubblica, ma l'indignazione del Re Sole crebbe quando seppe che le batterie del porto rimasero mute al cospetto delle insegne del Re di Francia.
Ciò provocò una forte reazione francese che sulla via del ritorno bombardarono senza preavviso Sampierdarena con 3000 proiettili; i danni furono limitati e prevalentemente furono colpite ville di nobili usate per la villeggiatura.

Ma le mire del Re Sole non si accontentarono delle trattative diplomatiche, il suo consigliere privato, Le Noble, scriveva:

« Genova e Marsiglia unite sotto lo stendardo del Giglio, darebbero legge a Cadice e ai Dardanelli, terrebbero la Barberia in forzato rispetto e farebbero tremare sino il Sultano nel serraglio di Costantinopoli; faccia il cielo che un monarca sì invincibile unisca alla sua corona questo prezioso fiore[3] »

Le ambizioni del Re quindi erano ben più ampie, e coinvolgevano anche la Lombardia, nei piani di modificare i rapporti di forza con la Spagna rivale.

I preparativi dell'attacco[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1681, in preparazione di un attacco in grande scala, il Re di Francia, inviò fidati informatori nel territorio della Repubblica, con il compito di rilevare il posizionamento delle artiglierie e la disposizione delle difese urbane.

Decine di esperti militari travestiti da pittori, ambulanti e religiosi, raccolsero informazioni su ogni aspetto difensivo della città; ogni batteria, guarnigione, forte, bastione fu appuntato, studiato e e tali informazioni furono passate all'inviato francese a Genova, Francesco di Sant Olon, che relazionò lo stato delle difese genovesi alla Corte di Francia; e ne consigliava un vivo e violento attacco.

Il sospetto della Repubblica, aumentò con la partenza di Sant Olon, via terra in concomitanza della stagione in cui le piogge erano d'impaccio al viandante, e con l'ammassarsi di una forte flotta al largo della Provenza. Nella città l'ansia saliva.

Il 5 maggio 1684 il Marchese di Seignelay, assunse il comando della formazione navale, raccolta vicino l'isola di Hieres e forte di oltre 160 navi. La flotta salpò il 12 maggio da Hieres, raggiunse Alassio e Savona il 14, rispettando le formalità di saluto per non destare sospetto.[3]

La situazione a Genova[modifica | modifica wikitesto]

Genova adottò quindi preventivamente diverse misure di sicurezza, si affidò il potere ad una giunta di otto componenti presieduta dal Doge Francesco Maria Imperiale Lercari, che per prima cosa chiese al Governatore di Milano una guarnigione di 1000 uomini di rinforzo. Al comando della difesa del territorio e dei comandi delle diverse milizie, il ruolo fu dato a don Carlo Tasso, Maestro di Campo Generale, furono inoltre riparate le mura costiere presso il Molo Nuovo, e trasferite le artiglierie, a difesa delle mura interne, a rafforzare le batterie costiere.

Ma il porto offriva comunque punti deboli, soprattutto intorno alla Lanterna.

L'assedio[modifica | modifica wikitesto]

Frontespizio del libro di F.Blondel L'art de jetter les bombes

La mattina del 17 maggio 1684, i genovesi poterono vedere davanti alla loro città, schierate 160 navi da guerra francesi, che formavano uno schieramento che andava dalla Lanterna alla foce del Bisagno.
In tutto dieci "pallandre" guardate ai lati da grosse imbarcazioni piene di moschettieri in assetto da guerra, erano pronte a far sentire il loro potere offensivo; e a mezzo miglio di distanza 20 galee e 16 vascelli con al centro la nave capitana minacciavano il porto pronte ad intervenire.[4]

Otto navi da trasporto, diciassette tartane e 72 imbarcazioni a remi per il rifornimento delle polveri da sparo per una flotta che contava in tutto 756 bocche da fuoco posizionate contro la Repubblica.

Il giorno seguente, la Giunta di Guerra presieduta dal Doge, per ritardare il massiccio bombardamento, ordinò al Maestro di Campo generale di intimare, con spari a salve, le navi nemiche ad allontanarsi, ma ciò non ebbe alcun effetto, così alcuni tiri delle artiglierie costiere diressero il loro fuoco verso le pallandre francesi più vicine, colpendone alcune e costringendo le altre a indietreggiare.

La risposta francese fu immediata, e verso sera, l'artiglieria navale francese mise in mostra la sua superiorità[5], e se anche la risposta genovese fu rabbiosa, i pezzi di artiglieria costiera erano inefficaci e non crearono molti danni alla flotta del Re Sole.

Il 19 maggio il bombardamento fu più violento, e i nuovi mortai da 330 mm[6], furono una tragica scoperta per i genovesi, con il loro effetto devastante, terrorizzarono gli abitanti e crearono molti danni, colpendo il salone del Palazzo Ducale, che finì devastato dalle fiamme in quanto usato come deposito polveri.
La Dogana fu distrutta, la Casa di Colombo, Palazzo San Giorgio, il Portofranco e le chiese di Sant'Andrea, Santa Maria in Passione, N.S. delle Grazie, subirono gravi danni

Molte abitazioni e ville furono danneggiate, via san Bernardo, via Giustiniani e via Canneto subirono danni ingentissimi, e la notte tra il 19 e 20 maggio i tiri francesi non cessarono, e le temute pallandre, difese dall'oscurità dal tiro delle batterie genovesi, avanzarono verso la costa, allungando il loro tiro verso l'interno.

Il Tesoro di S.Lorenzo e della Banca di San Giorgio, furono trasferiti al sicuro fuori dalla linea di fuoco, il Doge si trasferì nei locali dell'Albergo dei Poveri, e Don Carlo Tasso ordinò di trasferire quante più truppe possibili nei luoghi dove era più probabile uno sbarco, e operai e i camalli furono arruolati con il compito di intervenire per impedire crolli e incendi.

Il 25 maggio furono affondati alcune imbarcazioni all'imboccatura del porto, per impedire il passaggio delle navi nemiche e prevenire uno sbarco, in città erano ormai piovute circa 6.000 bombe, che:

« Pareva ormai che la città si convertisse in un totale incendio, ma che l'Inferno stesso vi avesse aggiunto parte delle sue fiamme »

Così scriveva Filippo Casoni, dopo il quarto giorno di cannoneggiamenti, ma la Repubblica di Genova tramite il tono orgoglioso del Doge Francesco Maria Imperiale Lercari, non accettarono le pesanti condizioni di resa, e rigettò l'intimidazione, rispondendo che la repubblica non era disposta a trattare sotto il fuoco nemico.[3]

Lo sbarco[modifica | modifica wikitesto]

Per tutta risposta il Segnalay intensificò il fuoco dei cannoni, prima di coordinare una simulazione di sbarco verso il litorale di levante, nei pressi della Foce, per distogliere le difese genovesi dal vero sbarco che avrebbe dovuto prendere terra fra Sampierdarena e la Lanterna.

Le Milizie locali sbaragliarono le truppe che misero piede sul litorale della Foce, ma i 3.500 fanti, protetti dal fuoco di alcune pallandre, sbarcati a Sampierdarena misero a dura prova le difese della città. Solo l'intervento di volontari della val Polcevera mise, con un intenso fuoco di fucileria, in fuga i francesi che ripresero il largo. Alcuni di loro però dovettero fuggire a lungo verso l'interno, impossibilitati a riprendere il largo, per via del furore dei polceveraschi raccontato dal sacerdote Giacomo Olcese anni dopo:

« [...] i vecchi della nostra parrocchia raccontano che alcuni videro alla Torrazza i francesi, alcuni si nascosero, altri andavano armati in cerca di qualche francese da uccidere[7] »

Una strenua resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia commemorativa del bombardamento

A nulla valsero l'imponente e sofisticato impiego dell'artiglieria, e la tattica di sbarco con l'utilizzo di oltre 4.000 fanti. La caparbietà e la tenacia della città, riuscì a non far cadere Genova in mano nemica.
Nonostante i chiari limiti delle batterie costiere, il cannoneggiamento fu sospeso il 29 maggio, quando la maggior parte della flotta riprese il mare in direzione di Tolone, desistendo dal tentativo in quanto le scorte di polvere da sparo e munizioni erano terminate, e lo sbarco fallito.

Genova mostrava i segni del martellamento navale, oltre 16.000 bombe caddero sulla città, circa la metà rimase inesplosa, circa un terzo degli edifici evidenziarono danni anche ingenti; giacché la città fu colpita fino al quartiere di Oregina dal tiro delle pallandre spintesi quasi alla costa.

L'orgoglio dei Genovesi però non cessò mai, venne eletta a protettrice della città la santa Caterina Fieschi Adorno, subito iniziarono i lavori di ricostruzione per riportare la città al consueto splendore, e vennero iniziate subito opere di rafforzamento delle difese della città e dell'ingresso del porto.

Il Doge Francesco Lercari, trattò l'arruolamento di 2.000 fanti svizzeri e 300 cavalli, il tratto dello sbarco fu al centro di attenzioni particolari di rafforzamenti antisbarco, si scavarono trinceramenti avanzati, nel tentativo di dissuadere ogni tentativo nemico futuro.

La Pace[modifica | modifica wikitesto]

Nel timore di un nuovo attacco francese, il Governo della Repubblica di Genova, si rivolse perfino a papa Innocenzo XI, per esortare Luigi XIV ad abbandonare i suoi progetti bellicosi nei confronti di Genova, anche per il timore della Santa Sede che un nuovo bombardamento avrebbe scosso le coalizioni diplomatiche, spingendo la Repubblica e la sua cerchia di alleanze a stringere commerci con paesi "barbari dove non sono Chiese né Monasteri di vergini[8], ossia i Turchi musulmani.

Così il compito fu affidato al cardinale Ranucci, rappresentante della Santa Sede a Parigi, che si recò alla corte del Re Sole:

« rappresentando il gran dolore concepito da Sua Santità per il suddetto accidente e i gravissimi danni patiti dalla Repubblica e il sommo disturbo che riceveva l'Italia e la guerra contro il turco, pregando però S.M. di tralasciare risentimenti così pregiudiziali anco a pubblico bene, e deponer ogni sinistro concetto formato contro quel Governo e reintegrarlo nella Real Gratia[8] »

.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luigi XIV, Memorie, Bordigheri, Torino, 1962
  2. ^ Pierre Goubert, Luigi XIV e venti milioni di francesi, Bari, Laterza, 1968
  3. ^ a b c Renato Dellepiane, Mura e Forti di Genova
  4. ^ Renato Dellepiane, Mura e Forti di Genova, p. 224
  5. ^ l'impiego francese delle artiglierie rappresentava la massima evoluzione del periodo, già nel 1683 a Parigi fu stampato L'Art de jetter les Bombes, scritto dal Maresciallo F. Blondel, opera indicativa sui progressi raggiunti nella teoria e sperimentazione del tiro e dei materiali d'artiglieria
  6. ^ già utilizzate dalla flotta francese due anni prima contro Algeri, con risultati molto efficaci, che indussero i francesi a moltiplicarne i pezzi e le tecniche
  7. ^ Giacomo Olcese, Storia civile religiosa di Casanova, tipografia della Gioventù, Genova, 1900
  8. ^ a b Manoscritto "Ristretto del Ministero del Sig. Cardinale Angelo Ranucci [...] nelle quali si tratta del bombardamento di Genova [...]" - Biblioteca Civica Berio, Genova

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Renato Dellepiane, Mura e Forti di Genova, Nuova Editrice Genovese, Genova, 1984
  • Luigi XIV, Memorie, Ed. Bordigheri, Torino, 1962

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]