Tito Labieno

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Testa elmata di Tito Labieno - nel contorno “TITVS LABIENVS”

Tito Labieno (latino: Titus Labienus; Cingoli, 100 a.C. circa – Munda, 17 marzo 45 a.C.) è stato un comandante militare della Repubblica romana, tribuno della plebe e comandante di cavalleria, luogotenente di Gaio Giulio Cesare in Gallia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Tito Labieno, padre di Quinto, combatté insieme a Giulio Cesare, nel 78 a.C., nella campagna navale di Publio Servilio (proconsole in Cilicia dal 78 al 75) contro i pirati cilici.

Dopo aver rivestito la carica di tribuno della plebe nel 63 a.C.; con la pretesa di vendicare la morte dello zio, accusò Gaio Rabirio di perduellio. La ragione vera di questa presa di posizione era quella di favorire Gaio Giulio Cesare. Fu molto probabilmente su suggerimento di Cesare, ansioso di dimostrare la propria riconoscenza verso Pompeo, che Labieno e il suo collega Tito Ampio Balbo proposero di riservare tali onori a Pompeo.

In base a questa nuova legge per Cesare fu facile farsi eleggere ed ottenere la dignità di pontefice massimo quello stesso anno.

Labieno fu legato di Giulio Cesare in Gallia e seppe mostrare le sue doti di abile comandante durante i sette anni della campagna gallica; riportò importanti vittorie contro le popolazioni dei Tigurini (58 a.C.), dei Belgi, degli Atrebati, dei Morini, dei Treveri (54 a.C.) in più di un'occasione, dei Belgi (53 a.C.); si dimostrò particolarmente abile nel sedare una rivolta scoppiata nella regione di Lutezia nel 52 a.C.

Nel 51 a.C. Cesare gli affidò il governo della Gallia Cisalpina. Prima che Cesare attraversasse il Rubicone Labieno si unì a Pompeo portando con sé numerosi cavalieri gallici e germanici. Pompeo lo nominò comandante della cavalleria.

Dopo Farsalo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sconfitta di Pompeo a Farsalo, Labieno fuggì a Dyrrhachium, dove trovò Cicerone e lo informò della disfatta[1], ma allo stesso tempo, per incoraggiare la fazione pompeiana, sostenne che Cesare fosse stato severamente ferito nella battaglia[2]. Da Dyrrhachium riparò con Lucio Afranio prima a Corcira e poi a Cirene in Africa per incontrarsi con Catone, ma questi rifiutò di incontrarlo[3]. Alla fine riuscì a riunirsi con i resti dell'esercito pompeiano in Africa; qui Scipione e Catone, due dei maggiori comandanti rimasti della parte pompeiana, avevano costituito un nuovo esercito e riorganizzato la resistenza repubblicana. A Labieno fu affidato il comando di un'armata nei pressi di Ruspina e riportò una prima vittoria contro lo stesso Cesare presso la stessa città nel 46 a.C., ma alla lunga dovette ritirarsi. Poco dopo Labieno unì le proprie forze con quelle di Scipione, sotto il quale servì come legato per il resto della campagna africana[4][5].

Fu sconfitto tre mesi dopo nella battaglia di Tapso e nuovamente costretto a fuggire, rifugiandosi presso Gneo Pompeo in Spagna.

Morì durante la battaglia di Munda il 17 marzo del 45 a.C.; la sua testa mozzata fu portata a Cesare[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cicerone, De divinazione, I, 32
  2. ^ Frontino, Stratagemata, II, 7
  3. ^ Plutarco, Catone minore, 56
  4. ^ Dione Cassio, XLII, 10, XLIII, 2
  5. ^ Appiano di Alessandria, Storia Romana, De bellis civilibus, II, 95
  6. ^ Appiano di Alessandria, Storia Romana, De bellis civilibus, II, 105

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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