Battaglia di Bibracte

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Battaglia di Bibracte
Mappa della città di Bibracte
Mappa della città di Bibracte
Data luglio 58 a.C.
Luogo Bibracte, Gallia
Esito Vittoria dei Romani
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
30.000 tra legionari ed alleati galli Probabilmente 50.000 Elvezi, più 15.000 alleati tra Boi e Turingi
Perdite
Sconosciute 100.000 tra armati e civili
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La battaglia di Bibracte (combattuta 25 km a sud di questa importante città degli Edui) costituisce il primo importante scontro tra Gaio Giulio Cesare e le popolazioni celtiche degli Elvezi. Cesare riuscì, come in altre occasioni, a battere un esercito nettamente superiore al suo, e questo gli diede anche il pretesto per cominciare la conquista della Gallia.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Il sud della Gallia era già da circa 70 anni sotto il dominio romano (Gallia Narbonense), quando Cesare ne divenne il suo governatore. Il condottiero romano era interessato ad ampliare i confini di Roma (ma soprattutto il suo prestigio) e per questo non si fece scappare l'occasione offertagli dalla migrazione degli Elvezi.

Quest'ultimi occupavano il territorio dell'attuale Svizzera, ma nel 58 a.C. decisero di migrare in massa, perché pressati dai vicini Germani (al di là di Danubio e Reno, e dalla recente invasione delle popolazioni suebe guidate da Ariovisto). Bruciarono così tutti i loro villaggi e si misero in marcia verso le terre dei Santoni, nella parte sud-occidentale della Gallia.

Il percorso che avevano stabilito avrebbe dovuto transitare in territorio romano, nelle terre degli Allobrogi. Gli Elvezi chiesero il permesso di attraversare il territorio romano, ma ottennero un netto rifiuto dopo aver atteso una risposta dal proconsole, Cesare, per due settimane sulle rive del fiume Rodano di fronte a Ginevra (era il 13 aprile). Cesare temeva che, una volta attraversato il territorio romano, potessero lasciarsi andare ad azioni di saccheggio. Gli Elvezi furono, così costretti a chiedere il permesso di passaggio ai vicini Sequani che, grazie all'intercessione dell'eduo Dumnorige, accettarono.

A quel punto Cesare (che disponeva solo una legione), avrebbe potuto disinteressarsi della vicenda, ma cercava solo il pretesto per intervenire in Gallia. Tornò nella vicina provincia della Gallia cisalpina, dove recuperò le tre legioni di stanza ad Aquileia, ed arruolate altre due nuove legioni (la XI e XII), tornò in Gallia a marce forzate.

Finalmente ricevette la richiesta d'aiuto, che aspettava per poter intervenire. Gli Edui, popolo amico ed alleato del popolo romano, chiesero l'intervento armato romano a causa dei continui saccheggi compiuti dagli Elvezi al loro passaggio nei loro territori. Cesare aveva ora, il pretesto, per poterli attaccare in modo legale ed ineccepibile anche agli occhi del Senato romano.

Mosse così verso il fiume Saona. Qui i tre quarti dell'esercito nemico avevano già guadato il fiume (erano lì già da tre settimane a compiere l'operazione), eccezion fatta per i Tigurini.

Colti totalmente alla sprovvista non ebbero alcuna possibilità di difesa e il tutto si risolse in una carneficina (almeno 90.000 uccisi tra soldati e civili). Cesare, una volta costruito un ponte sul fiume, ricevette un'ambasciata da parte degli Elvezi. Nessun accordo fu però raggiunto, tanto che Cesare fu costretto ad inseguire gli Elvezi nelle terre degli Edui. E dopo un paio di nuovi piccoli scontri, anche tra le rispettive cavallerie, arrivò il giorno dello scontro campale.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Preludio[modifica | modifica sorgente]

Cesare distava non più di 18 miglia (27 km circa) da Bibracte, la città più grande e ricca degli alleati Edui. Decise di abbandonare per il momento l'inseguimento degli Elvezi, recandosi nella vicina città edua per approvvigionarsi. La qual cosa fu annunciata al nemico dagli schiavi fuggiti a Lucio Emilio, decurione dei cavalieri galli. Gli Elvezi potrebbero anche aver considerato questo cambio di direzione da parte di Cesare forse come un gesto di debolezza, ma confidavano di poter impedire il vettovagliamento dell'armata romana. Decisero, così, di effettuare una conversione di marcia e presero, essi stessi ad inseguire ed a provocare la retroguardia dei Romani.[1]

Prima fase[modifica | modifica sorgente]

Quando si accorse di essere inseguito, Cesare decise di ritirare le sue truppe sopra un colle lì vicino,[2] inviando contro gli Elvezi alcuni reparti di cavalleria ausiliaria e di alleati Edui per distrarre il nemico, al fine di poter schierare le truppe al meglio in vista della battaglia.

« Cesare schierò a metà del colle le quattro legioni di veterani [la VII, VIII, IX e X)] in tre file[3] mentre ordinò di collocare sulla cima le due legioni appena arruolate [la XI e XII] ... insieme alle truppe ausiliarie [...] oltre a radunare i bagagli in un sol luogo, e che questo luogo fosse fortificato dai soldati schierati nella parte più alta della collina. Gli Elvezi che avevano seguito i romani con tutti i loro carri, radunarono in un sol luogo i bagagli, poi in file serrate, rigettata la cavalleria romana, si fecero sotto alla prima schiera dopo aver formato una falange. »
(Cesare, De bello Gallico, I, 24.)

Cesare continua nella sua descrizione accurata della battaglia:

« Cesare fece allontanare il suo cavallo e quello di tutti gli ufficiali, perché tutti si trovassero in egual pericolo e non potessero fuggire, poi attaccò battaglia. I legionari scagliando i pilum da posizione più elevata, facilmente scompigliarono la falange degli Elvezi. E dopo averla scompaginata mossero all'attacco sguainando la spada. »
(Cesare, De bello Gallico, I, 25.)

Gli Elvezi si trovavano in grande difficoltà poiché il fitto lancio di pila romani, non solo aveva provocato numerose ferite tra le file della falange elvetica, ma perforando gli scudi e piegandosi le punte dei giavellotti, li rendevano inservibili, tanto che molti preferirono abbandonare lo scudo e lanciarsi nella mischia, senza difesa. Alla fine a causa delle troppe ferite subite molti furono costretti ad indietreggiare ed a ritirarsi su di una collina lì vicina.

Le tre fasi della battaglia tra Gaio Giulio Cesare e gli Elvezi a sud di Bibracte.

Seconda fase[modifica | modifica sorgente]

Gli Elvezi occupata una collina lì vicina, videro sopraggiungere sul teatro della battaglia gli alleati Boi e Tulingi (in numero di 15.000 armati), i quali costituivano le retrovie dell'enorme schieramento. Questi ultimi mossero contro i Romani lungo il fianco destro, circondandoli, con la conseguenza di rinfrancare il morale degli Elvezi che ancora si stavano ritirando, e che, pertanto, ripreso il morale, tornarono a contrattaccare i Romani. Poteva essere la mossa finale che avrebbe deciso la battaglia, e forse la sconfitta di Cesare, ma quest'ultimo con mossa geniale, al fine di evitare di essere stritolato in una "manovra a tenaglia", ordinò ai Romani di:

« operare una conversione costituendo ora due fronti: la prima e la seconda schiera per far fronte a quelli che erano già stati battuti [vale a dire gli Elvezi] la terza schiera [quella dei triarii] per resistere all'assalto dei nuovi arrivati [Boi e Tulingi]. »
(Cesare, De bello Gallico, I, 25, 7.)

Terza fase[modifica | modifica sorgente]

Si tornò a combattere su due fronti con grande accanimento e rinnovato ardore da parte degli Elvezi, che erano in netta superiorità numerica. Ma ancora una volta non riuscendo a sostenere gli assalti dei Romani, cominciarono ad indietreggiare. Una parte di loro tornò a rifugiarsi sopra una collina lì vicina, identificabile con Armecy, altri si raccolsero presso i carri ed i bagagli e qui lottarono disperatamente. Si combatté fino a tarda notte di fronte ai bagagli degli Elvezi. Qui era stata formata una barricata con i carri, da dove erano scagliati dardi da una posizione più elevata, sui Romani che tentavano di avvicinarsi per porre fine alle loro ultime resistenze. Finalmente i Romani si impadronirono del campo dei nemici con grande strage degli stessi. La battaglia, che era cominciata attorno a mezzogiorno, giunta la notte, permise anche ad una parte degli Elvezi di fuggire nell'oscurità verso il paese dei Lingoni, senza che i Romani potessero accorgersi. Ne sopravvissero in tutto "solo" 130.000 dei 368.000[4] che avevano preso parte alla campagna iniziale.

Cesare, una volta seppelliti i morti e curati i feriti, inviò ai Lingoni degli ambasciatori affinché non fornissero agli Elvezi alcun aiuto, in caso contrario sarebbero stati considerati nemici del popolo romano. Riprese, infine la marcia, all'inseguimento degli stessi, fino a quando gli Elvezi, spinti dalla mancanza di ogni cosa, mandarono a Cesare degli ambasciatori per trattare la resa[5].

Conclusioni[modifica | modifica sorgente]

Cesare accettò la resa degli Elvezi a condizione che gli lasciassero ostaggi, armi, gli schiavi che erano fuggiti da loro e che tornassero nei loro luoghi d'origine insieme agli alleati Tulingi e Latovici, ordinando agli Allobrogi di fornire loro frumento sufficiente per il viaggio.

« Cesare diede ordine di far ritorno nei loro luoghi d'origine, affinché non restasse disabitato il paese dal quale gli Elvezi erano partiti, ed i Germani, che abitavano oltre il Reno, non si trasferissero dal loro paese in quello degli elvezi, attratti dalla fertilità dei campi, e potessero diventare popoli confinanti con la Gallia Narbonense e gli Allobrogi. Su richiesta degli Edui concesse loro di accogliere nelle loro terre i Boi, valenti guerrieri. Gli Edui diedero loro campi da coltivare e più tardi riconobbero loro le stesse condizioni di diritto e libertà pari alle proprie. »
(Cesare, De bello Gallico, I, 28.)

La battaglia segnò l'inizio vittorioso della conquista della Gallia e provocò fortissime perdite (più di 100.000 uomini) nel campo elvetico. Le sei legioni romane che si scontrarono a 25 km a sud di Bibracte con i 60.000 armati elvetici ed i 15.000 tra Boi e Tulingi erano la VII, VIII, IX, X, XI, XII che assommavano, secondo alcuni calcoli, circa 25.000 legionari e 4-5.000 cavalieri ausiliari tra provinciali ed edui (nella maggior parte).

Bibracte, che era stata scelta come capitale per la sua posizione geografica nel centro della Gallia, fu successivamente abbandonata intorno al 5 a.C. dagli abitanti, che fondarono per volere di Augusto una nuova città poco distante (a circa 25 km), Augustodunum, l'odierna Autun.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Gaio Giulio Cesare, Commentarii de bello Gallico, I, 23.
  2. ^ La collina è da identificarsi con Montmort a nord di Toulon sur Arroux, come indica A. Constans, in Guide Illustre des Campagnes de Cesar en Gaule, Classical Journal, Vol. 25, No.9 (Jun., 1930), p.24.
  3. ^ Questa formazione era nota come triplex acies, ed era la preferita di Cesare (Cowan, Ross, Roman Battle Tactics 109 BC - 313 AD, Osprey, 2007, ISBN 978-1-84603-184-7, p. 25).
  4. ^ Cesare (Bell.Gall., I, 29.) racconta che all'inizio della grande migrazione i popoli potevano contare su: 263.000 persone tra gli Elvezi, 36.000 Tulingi, 14.000 Latovici, 23.000 Raurici e 32.000 Boi; tra tutti questi 92.000 in grado di portare le armi. Le fonti sul numero di persone che presero parte alla grande migrazione sono molto discordanti: secondo Plutarco (Cesare, 18, 1.) erano 300.000 di cui 190.000 combattenti; per Appiano (in Celtica, 1,8 e 15,2) erano 200.000 di cui 80.000 morti; per Strabone (IV, 3, 3.) furono 400.000 i morti nella guerra ed 8.000 i superstiti; per Paolo Orosio (VI, 7, 5.) erano 157.000 di cui 47.000 morti e 110.000 tornati in patria; ed infine per Polieno (Στρατηγήματα, VIII, 23, 3.) erano 300.000 di cui 200.000 armati.
  5. ^ Cesare, De bello Gallico, I, 26.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Fonti secondarie[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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