Tempio di Venere e Roma

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Coordinate: 41°53′27.21″N 12°29′23.1″E / 41.890892°N 12.48975°E41.890892; 12.48975

Tempio di Venere e Roma
Il tempio visto dal Colosseo.
Il tempio visto dal Colosseo.
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Roma-Stemma.png Roma
Amministrazione
Ente Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma
Responsabile Patrizia Fortini
Visitabile si
sito web

Il tempio di Venere e Roma (templum Veneris et Romae) era il più grande tempio conosciuto dell'antica Roma. Situato nella parte orientale del Foro romano occupa tutto lo spazio tra la basilica di Massenzio e il Colosseo. Era dedicato alla dee Venus Felix (Venere portatrice di buona sorte) e Roma Aeterna.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'abside della cella est

Precedentemente si trovava in questo sito l'atrio della Domus Aurea di Nerone, dove era collocato il colosso dell'imperatore, un'enorme statua bronzea alta 35 metri più la base. Quando Adriano decise la costruzione del tempio, procedette a ridedicare la statua al dio Sole e la fece spostare, con l'aiuto di ventiquattro elefanti. I saggi archeologici al di sotto del tempio hanno trovato i resti di una ricca casa di età repubblicana.

L'architetto del tempio fu lo stesso imperatore Adriano. La costruzione, iniziata nel 121, fu inaugurata ufficialmente da Adriano nel 135 e finita nel 141 sotto Antonino Pio. L'opera venne aspramente criticata dall'architetto imperiale Apollodoro di Damasco, che pagò con la vita la sua audacia.

Cassio Dione Cocceiano narra così la vicenda: (Adriano) gli fece recapitare i disegni del tempio di Venere e Roma per fargli vedere come una così grande opera potesse essere realizzata anche senza il suo aiuto, e chiedendogli cosa gli sembrasse del progetto dell'edificio. Nella sua risposta, come primo punto, l'architetto dichiarò che si sarebbe dovuto costruire il tempio su di un piano sopraelevato, di modo che esso avrebbe potuto meglio dominare la Via Sacra dalla sua posizione rialzata, e che si sarebbero potuti così creare sottostanti locali capaci di accogliere macchine teatrali da tener nascoste, rendendo possibile la loro introduzione nell'adiacente teatro (Colosseo) senza che nessuno le vedesse in anticipo. Come secondo punto, a proposito delle statue delle dee, disse che erano troppo grandi per l'altezza delle loro celle. "Di fatto," osservò, "se le dee volessero alzarsi dai loro troni per uscire dal tempio, sarebbero impossibilitate a farlo." Quando egli scrisse tutto questo ad Adriano così, senza mezzi termini, l'imperatore ne fu irritato, e a maggior ragione dispiaciuto, essendo ormai troppo tardi per poter rimediare agli errori in cui era caduto, e incapace di contenere la sua rabbia e il suo rincrescimento, lo fece uccidere.[1] Sempre lo stesso autore spiega che i rapporti dell'architetto con l'imperatore erano pessimi fin da quando, molti anni prima, mentre Apollodoro parlava di architettura con Traiano, egli si era rivolto ad Adriano, che lì presente l'aveva interrotto con alcune osservazioni, invitandolo ad andarsene e aggiungendo: "Tu di queste cose non capisci niente."[2]

Danneggiato dal fuoco nel 307, fu restaurato dall'imperatore Massenzio. Un ulteriore restauro fu eseguito sotto Eugenio, un effimero usurpatore (392-394) contro Teodosio I, la cui politica mirava alla restaurazione dei culti pagani. Nel 625 inizia la rovina del tempio, il cui tetto venne strappato da papa Onorio I per riutilizzarne i materiali nella basilica di San Pietro in Vaticano. Nel IX secolo un terremoto distrusse il tempio. Sul suo lato nord fu costruita, nel IX secolo, la basilica di Santa Maria Nova (dal XV secolo divenuta basilica di Santa Francesca Romana).

Le colonne che vediamo oggi furono dissotterrate e allineate, secondo la posizione originaria, nella prima metà del Novecento, nel corso dei lavori per aprire la via dei Fori Imperiali.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

La pianta del tempio

Posto su un podio che misurava 145 metri in lunghezza e 100 metri in larghezza, il peristilio misurava 110 x 53 metri ed era formato da 10 x 21 colonne (seguendo quindi la formula N = 2n + 1). Due doppi colonnati sui lati lunghi cingevano poi l'area sacra, con dei propilei al centro. Alcune delle colonne in granito della prima fase adrianea tuttora esistenti facevano parte di questi portici.

La peristasi del tempio è scomparsa e ne resta solo traccia in pianta, dove sono state collocate siepi di bosso e comprendeva originariamente dieci colonne sui lati brevi (tempio decastilo) e ventidue[senza fonte] sui lati lunghi seguendo lo schema dei templi dipteri[3] e quattro davanti ai pronai.

Lo stilobate con gradini seguiva uno stile tipicamente greco, come in auge al tempo di Adriano. Il tempio consisteva in due cellae adiacenti, orientate simmetricamente verso l'esterno con la parete di fondo adiacenti. Originariamente non avevano abside ed avevano una copertura piana a travi lignee: le attuali absidi e le volte furono aggiunte dal restauro di Massenzio. Ognuna delle celle ospitava la statua di una dea: Venere, la dea dell'amore e fondatrice della gens Iulia, in quanto madre mitologica di Enea, e Roma, la dea che personificava lo Stato romano, ambedue sedute su un trono.

La cella occidentale, dove si trovava la statua di Roma, venne inglobata nell'ex convento di Santa Francesca Romana, che oggi ospita l'Antiquarium del Foro. Grandi colonne in porfido ne scandiscono le pareti e fiancheggiano l'abside. È visibile un tratto di pavimento originale e una parte del basamento in laterizio della statua. Altre colonnine in porfido poste su mensole inquadrano le nicchie dove erano collocate altre statue, secondo uno schema decorativo tipico dell'epoca imperiale che si trova anche nella basilica di Massenzio e nella ricostruzione dioclezianea della Curia Iulia.

La cella orientale, visibile dall'esterno, è peggio conservata, ma resta una parte degli stucchi del catino absidale. Tra il 1815 e il 2000 furono eseguiti vari restauri: nel 2003 il tempio fu aperto al pubblico.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cassio Dione Cocceiano Storia Romana LXIX 4
  2. ^ Cassio Dione Cocceiano Storia Romana LXIX 4
  3. ^ Alessandro Cassatella, s.v. "Venus et Romae, aedes, templum", in Eva Margareta Steinby (a cura di), Lexicon Topographicum Urbis Romae, V, Roma 1999, p. 122.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Andrea Barattolo, Sulla decorazione delle celle del tempio di Venere e Roma all’epoca di Adriano, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, 84, 1974-75, pp. 133-148.
  • Andrea Barattolo, Nuove ricerche sull’architettura del tempio di Venere e Roma in età adrianea, in Römische Mitteilungen, 80, 1973, pp. 243-269.
  • Andrea Barattolo, Il tempio di Venere e Roma un tempio "greco" nell'urbe, in Römische Mitteilungen, 85, 1978, p. 397 s.
  • Ferdinando Castagnoli, Il Tempio di Roma nel Medioevo, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, 70, 1947, pp. 163-169.
  • Alessandro Cassatella e Stefania Panella, Restituzione dell'impianto adrianeo del Tempio di Venere e Roma, in Archeologia Laziale, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1990, pp. 52-54.
  • Vincent Laloux, Restauration du temple de Vénus et Rome, in Mélanges de l’Ecole Française de Rome - Archéologie, 1882, pp. 362-370.
  • Sandro Lorenzatti, Vicende del tempio di Venere e Roma nel Medioevo e nel Rinascimento, in Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e storia dell’Arte, 13, 1990, pp. 119-138.
  • Giuseppe Lugli, Il restauro del tempio di Venere e Roma, in Pan, 5, 7, 1935, pp. 364-375.
  • Antonio Muñoz, Il tempio di Venere e Roma, in Capitolium, 13, 1935, pp. 215-234.
  • Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Arnoldo Mondadori Editore, Verona 1984.

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