Massenzio

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Marco Aurelio Valerio Massenzio
Emperor Maxentius Louvre Ma3522bis n2.jpg
Busto di Massenzio.
Imperatore romano
Predecessore Massimiano
Successore Costantino I
Nome completo Marcus Aurelius Valerius Maxentius
Nascita 278
Morte Roma, 312
Padre Massimiano
Madre Eutropia
Figli Valerio Romolo

Marco Aurelio Valerio Massenzio (latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l'Italia e l'Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Severo (da lui fatto uccidere), Massimino e Licinio, cosa che il rivale Costantino invece otterrà, anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore.

Figlio dell'imperatore Massimiano, co-regnante di Diocleziano, e di Eutropia, nacque nel 278 e si sposò nel 293, a soli quindici anni con Valeria Massimilla, figlia del cesare Galerio. Secondo la volontà di Diocleziano e Massimiano, inoltre, Massenzio e Costantino, figli di Costanzo Cloro e Massimiano stesso, avrebbero dovuto subentrare come cesari di Costanzo e Galerio, ma questi ultimi non li scelsero, optando per Massimino e Severo.[1][2][3] Massenzio e Costantino presero così il potere con la forza dei loro sostenitori, anche se il secondo riuscirà ad avere infine l'investitura, mentre il primo fu sempre considerato solo un usurpatore. Governò, prima come cesare e poi come augusto, assieme a suo padre che gli conferì tali titoli nel periodo 306-07, anche se in seguito Massimiano, estromesso dopo la forzata abdicazione del 305, tenterà di riprendere il potere da solo nel 308 e nel 310, disconoscendo il figlio e finendo sconfitto da Costantino.

Ultimo imperatore a risiedere stabilmente in Roma, Massenzio cercò di abbellire, restaurare e migliorare l'antica capitale, realizzando importanti opere edilizie, tra cui il tempio del Divo Romolo (dedicato al figlio defunto), la basilica di Massenzio (ultima grande basilica civile, completata da Costantino), la villa e il circo di Massenzio e altre. Massenzio morì nella battaglia di Ponte Milvio contro le truppe di Costantino.

Augusto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile romana (306-324).
Moneta di Massenzio, celebrante l'eternità degli augusti.

Nel 305 i due augusti della Tetrarchia - Diocleziano e il padre di Massenzio, Massimiano - abdicarono e al loro posto successero i cesari Galerio e Costanzo Cloro. Tuttavia alla morte di Costanzo Cloro, nel 306, Massenzio fu proclamato augusto al posto del successore designato Severo, nei territori precedentemente governati dal padre, ossia l'Italia e l'Africa, mentre in Gallia e Britannia l'esercito proclamava augusto il figlio illegittimo di Costanzo Cloro, Costantino.

Massenzio continuò a tenere l'Italia e l'Africa sotto il suo dominio, facendo leva sul malcontento del popolo di Roma e della Guardia pretoriana, che vedevano declinare la propria importanza a vantaggio delle capitali delle province (Treviri capitale della Gallia Belgica, Milano, Nicomedia, Antiochia, terza città dell'impero dopo Roma e Alessandria), anche grazie al possesso della provincia africana che gli consentì inizialmente di assicurare a Roma il vettovagliamento di grano e olio.

Per qualche tempo Massenzio cercò di destreggiarsi tra le minacce rappresentate dagli eredi di Diocleziano, richiamando al potere suo padre Massimiano, cercando l'alleanza con Costantino (il cui potere al momento era ancora precario quanto il suo) anche attraverso il matrimonio con la propria sorella Fausta nel 307, e il 21 aprile 308 si proclamò Augusto legittimo.

Tuttavia la secessione africana del 308 guidata da Lucio Domizio Alessandro (che un paio d'anni dopo si alleerà esplicitamente con Costantino), il peggioramento dei rapporti con Massimiano (che passerà anch'egli dalla parte di Costantino), la morte del figlio Valerio Romolo nel 309 che privava il suo disegno imperiale di ogni possibilità di continuità dinastica, rappresentano nella vicenda di Massenzio l'inizio della fine.

Massimiano tornò a Roma nell'inverno 307-308, ma entrò rapidamente in contrasto col figlio e, nella primavera del 308, ne sfidò l'autorità. Davanti ad un'assemblea di soldati romani, Massimiano parlò del debole governo, di cui accusò Massenzio, e strappò le vesti imperiali del figlio; si attendeva che i soldati lo acclamassero, ma questi si schierarono con Massenzio, e Massimiano fu obbligato a lasciare l'Italia.[4]

Massenzio, copia di un ritratto al museo Pushkin di Mosca

L'11 novembre 308 si tenne a Carnuntum, sull'alto Danubio, un incontro cui parteciparono Galerio, che lo organizzò, Massimiano e Diocleziano, richiamato da Galerio; in questa occasione Massimiano fu obbligato ad abdicare, mentre Costantino fu nuovamente degradato a cesare, e Licinio, un leale commilitone di Galerio, fu nominato augusto d'Occidente.[5] All'inizio del 309 Massimiano tornò alla corte di Costantino in Gallia, l'unica dove fosse ancora ben accetto.[6] Massimiano si ribellò nuovamente nel 310 ma fu sconfitto e poi costretto al suicidio da Costantino. Dopo la sua morte, Massimiano giocò un ruolo nelle vicende che videro opposti Massenzio e Costantino. Malgrado la precedente rottura dei loro rapporti, dopo il suicidio di Massimiano, Massenzio si atteggiò a figlio devoto;[7] coniò monete recanti l'immagine del padre divinizzato e dichiarò di volerne vendicare la morte.[8] Costantino, invece, prima presentò il suicidio come una sfortunata disgrazia familiare, poi, a partire dal 311, diffuse un'altra versione, secondo la quale Massimiano, perdonato da Costantino, aveva deciso di uccidere il genero nel sonno; Fausta svelò il piano del padre a Costantino, il quale mise un eunuco nel proprio letto e fece arrestare Massimiano dopo che l'ebbe ucciso; vistosi offerto un onorevole suicidio, Massimiano avrebbe accettato.[9] Inoltre Costantino decretò per Massimiano la damnatio memoriae, facendo cancellare il suo nome da tutte le iscrizioni e distruggendo tutte le opere pubbliche che recavano la sua effigie.[10]

La sconfitta[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la morte di Galerio gli altri due augusti, Licinio e Massimino Daia - occupati a contendersi la metà orientale dell'impero - lasciarono a Costantino, che disponeva ormai in occidente di margini di manovra migliori che per il passato, il compito di eliminare l'usurpatore. Dopo aver vinto la battaglia di Verona impadronendosi così dell'Italia del nord, questi scese verso Roma.

Massenzio, invece di ripararsi dietro le mura che aveva ricostruito, uscì in battaglia incontro al suo avversario, e ne fu sconfitto alla battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312). Morì nella battaglia e fu gettato nel Tevere dopo essere stato decapitato. Secondo altri resoconti cadde con l'armatura nel fiume e morì annegato. I soldati ne trovarono il corpo e presero la testa per portarla in parata. Con la morte di Massenzio, tutta l'Italia passò sotto il controllo di Costantino.[11] Eutropia, obbligata da Costantino, dichiarò sotto giuramento che Massenzio non era figlio di Massimiano, e Costantino riabilitò la memoria del suocero. L'apoteosi di Massimiano voluta da Massenzio fu dichiarata nulla e fu divinizzato nuovamente, probabilmente nel 317. Per Massenzio invece fu decretata la damnatio memoriae. Sono state recentemente ritrovate a Roma, alle pendici del Palatino, delle aste da parata e delle insegne imperiali (piccoli scettri sormontati da globi di vetro), accuratamente riposti e nascosti in un vano sotterraneo. Considerata la datazione e il carattere del nascondiglio, gli archeologi ritengono siano le insegne imperiali di Massenzio, nascoste in un vano segreto dai suoi seguaci, per sottrarle a Costantino. Sono attualmente esposte al Museo Nazionale Romano.

Massenzio "il romano"[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Massenzio, Museo archeologico ostiense

Massenzio pose la sua residenza nei palazzi imperiali sul Palatino (l'ultimo a risiedervi stabilmente era stato, brevemente, Aureliano). Il ripristino della grandezza di Roma e dei suoi dèi fu al centro del progetto imperiale di Massenzio. Ciò è evidente anche nel programma iconografico della sua monetazione, coniata nelle officine di Roma e di Ostia, ispirato alle grandi leggende di fondazione della Città: la lupa che allatta Romolo e Remo, Marte rappresentato sia come dio guerriero che come padre dei gemelli fondatori.

Nella stessa direzione andava il vasto programma edilizio dell'imperatore, che per la brevità del suo regno fu realizzato solo in parte, del quale può essere considerata emblema la grandiosa Basilica, compiuta solo dopo il 312 da Costantino, che vi collocò la propria statua colossale. Costantino riprese i suoi programmi edilizi ma non risiedette in pianta stabile a Roma, preferendo altre sedi imperiali come Augusta Treverorum (Treviri), fino a che nel 324-330 trasferì la capitale a Costantinopoli, l'antica Bisanzio divenuta Nova Roma, più legata al mondo greco-orientale. Massenzio fu quindi l'ultimo a ritenere Roma come il vero cuore dell'impero, puntando a ripristinarne l'unità sotto il governo dell'Urbe, mentre i successori (anche quelli della parte occidentale) vi soggiornarono al massimo di passaggio o per ricevere l'investitura formale dal Senato.

Oltre all'avvio della basilica, Massenzio volle la ricostruzione del vicino Tempio di Venere e Roma dell'epoca adrianea, l'ampliamento del Clivus Sacrae Viae, dove innalzò da una parte l'heroon di suo figlio Romolo (tempio del Divo Romolo) e la Basilica Nova, e dall'altra la Porticus margaritaria[12], il restauro e l'innalzamento delle mura di Aureliano, che dotò anche di un fossato[13]. Provvide inoltre a restaurare la via Appia fino a Brindisi e diversi acquedotti.

Nella sua tenuta sulla Via Appia edificò una grande villa suburbana, dotata anche di un circo e di un mausoleo. Accanto alla villa fu costruito il mausoleo del figlio defunto. Altra maestosa testimonianza del suo prestigio è nella celebre Villa di Piazza Armerina (Enna), a lui ascritta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 25–26.
  2. ^ Lactantius, De Mortibus Persecutorum 19.2–6; Barnes, Constantine and Eusebius, 26; Potter, 342.
  3. ^ Lenski, "Reign of Constantine," 60–61; Odahl 2004, pp. 72–74; Southern, 152–53.
  4. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, p. 32; Lenski, p. 64; Odahl, pp. 89, 93.
  5. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, pp. 32–34; Elliott, pp. 42–43; Lenski, p. 65; Odahl, pp. 90–91; Pohlsander, Emperor Constantine, p. 17; Potter, pp. 349–50; Treadgold, p. 29.
  6. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, p. 32.
  7. ^ Elliott, p. 43; Lenski, p. 68; Pohlsander, Emperor Constantine, p. 20.
  8. ^ Barnes, New Empire, p. 34; Elliott, p. 45; Lenski, p. 68.
  9. ^ Lattanzio, De mortibus persecutorum 30.1; Barnes, Constantine and Eusebius, pp. 40–41, 305.
  10. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, p. 41; Lenski, p. 68.
  11. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, pp. 42–44.
  12. ^ Si veda in Rodolfo Lanciani, Nuove storie dell'antica Roma, Newton Compton 2006, p. 30 e sgg.
  13. ^ che tuttavia non portò a compimento, stando all'autore del Chronographus Romanus Anni 354 (T. Mommsen, M.G.H., Chronica Minora, I, 1892, p. 146).

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