Apollodoro di Damasco

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Busto di Apollodoro di Damasco, oggi esposto presso la gliptoteca (Monaco di Baviera).

Apollodoro di Damasco (50/60130) è stato un architetto e scrittore romano.

Nonostante il nome greco Apollodoro, aveva origini nabatee.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Al servizio di Traiano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Conquista della Dacia e Foro di Traiano.

Fu un favorito di Traiano, per il quale costruì presso Drobeta il ponte di Traiano sul Danubio nella campagna del 104 in Dacia[1].

Progettò inoltre un gymnasium,[2] le Terme di Traiano,[3] l'Odeon di Domiziano,[2][3] il Porto di Traiano a Porto,[3] il Foro[2][3] e la Colonna di Traiano a Roma.[2][3]

Gli sono ancora attribuiti l'Arco di Traiano di Benevento, il molo del porto di Ancona e l'Arco di Traiano che su di esso sorge. È inoltre ritenuto l'architetto dell'ultimo rifacimento del Pantheon.

Il Foro di Traiano è probabilmente la sua opera più celebre ed ambiziosa. Lo sviluppo demografico di Roma, che con ogni probabilità raggiunse il suo punto più alto in quegli anni, o subito dopo, imponeva un complesso monumentale più ampio e rappresentativo dei precedenti. Si dovette procedere al taglio di una parte del Quirinale e a un sofisticato lavoro di sistemazione urbanistica su più piani, che comprendeva anche le strutture dei cosiddetti Mercati di Traiano. La Colonna di Traiano, è una felice invenzione il primo monumento trionfale di questo genere e presenta rilievi di eccezionale qualità, attribuiti, almeno per la concezione, ad un "Maestro delle imprese di Traiano", che secondo alcuni sarebbe da identificare con l'architetto.

Apollodoro scrisse anche un trattato sulle macchine d'assedio per la guerra (Πολιορκητικά), che dedicò a Traiano[4].

La caduta in disgrazia sotto Adriano[modifica | modifica wikitesto]

Con l'ascesa di Adriano, Apollodoro, come raccontato da Cassio Dione, cadde in disgrazia per aver offeso il nuovo imperatore. Ciò sarebbe avvenuto già prima che Adriano diventasse imperatore, deridendone le opinioni architettoniche: mentre parlava di architettura con Traiano, Apollodoro si era rivolto ad Adriano, che lì presente l'aveva interrotto con alcune osservazioni, invitandolo ad andarsene e aggiungendo: "Tu di queste cose non capisci niente"[5].

In ogni caso è stata riscontrata - nei manufatti edilizi di Roma nel primo periodo dell'impero di Adriano - una comunanza di caratteristiche proprie dell'architettura trainea, il che farebbe presumere la continuazione dell'attività di Apollodoro sotto il nuovo imperatore, almeno per qualche tempo[6].

Eppure, la divergenza di vedute sarebbe riesplosa. Apollodoro trovò difetti sia sulla progettazione del Tempio di Venere e Roma, cui lo stesso imperatore aveva messo mano, sia sulle statue delle dee in esso contenute, troppo grandi rispetto alle celle in cui erano situate: "Se volessero alzarsi (dai troni) e andarsene, sarebbero impossibilitate a farlo".

Adriano non la prese bene: lo esiliò e, dopo qualche tempo, lo fece uccidere[7].

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Walter Woodbury Hyde, Trajan's Danube Road and Bridge, The Classical Weekly, Vol. 18, No. 8 (Dec. 8, 1924), pp. 59-64.
  2. ^ a b c d Cassio Dione, LIX, 4, 1.
  3. ^ a b c d e Bianchi Bandinelli, 2005, p. 268.
  4. ^ Adriano La Regina, L'arte dell'assedio di Apollodoro di Damasco, Roma, 1999.
  5. ^ Cassio Dione Cocceiano Storia Romana LXIX 4.
  6. ^ D. E. Strong, Late Hadrianic Ornament in Rome, Papers Br. School at Rome, 21, NS 8, 1953, p. 118-151.
  7. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana LXIX 4.2; per una discussione critica di questo passaggio testuale, v. R. Ridley, The fate of an architect: Apollodoros of Damascus, Athenaeum, 67, 1989, p. 551-66.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche
Fonti moderne

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • (GRC) Poliorcétique des Grecs, par C. Wescher, Paris, Imprimerie Impériale, 1867, pagg. 135-193.
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