Espulsione dei tedeschi dopo la seconda guerra mondiale

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Dalla fine della Seconda guerra mondiale, nell'immediato dopoguerra, la maggior parte delle popolazioni tedesche fuggirono o furono espulse dai territori occupati dalle forze alleate in Europa; in molte regioni regnava un forte risentimento anti-tedesco, soprattutto nelle regioni che furono occupate militarmente dalle forze naziste durante la guerra.

I territori in cui la popolazione tedesca fu maggiormente maltrattata, e dai quali fu costretta a emigrare, furono:

La maggior parte delle espulsioni si verificarono nei territori dell'ex Germania orientale trasferita alla Polonia e all'Unione Sovietica (circa 7 milioni di profughi[2]), e dalla Cecoslovacchia (circa 3 milioni di profughi[2])[1]. Gli espulsi poi furono portati nelle zone di occupazione alleata in Germania e Austria.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Con la fine del conflitto, nell'Europa centro-orientale si crearono molti problemi legati ai milioni di profughi scappati durante la guerra dai territori contesi o dalle zone di occupazione, profughi a cui mancava una precisa localizzazione geo-politica. Molte popolazioni etnicamente localizzate in certi luoghi, si trovavano a occupare altre zone geografiche, e per questo non mancarono episodi di intolleranza e xenofobia, soprattutto contro le popolazioni austro-tedesche, ma anche contro le popolazioni che vivevano ai confini tra stati belligeranti, come avvenne per gli italiani in Jugoslavia.

Non ci fu sempre armonia fra questi gruppi che già nel corso dei secoli avevano a volte avuto conflitti politici, militari o religiosi, che la guerra fece tornare alla luce[3].

Con l'aumento del nazionalismo nel XIX secolo l'etnia dei cittadini divenne un problema[3], causando rivendicazioni territoriali, auto-percezione di identità come Stato e rivendicazioni di superiorità etnica. La Prussia introdusse il concetto di "insediamento su base etnica" nel tentativo di garantire la propria identità territoriale.

La Prussia fu anche il primo Stato moderno europeo a proporre la pulizia etnica come mezzo finalizzato alla risoluzione dei "conflitti di nazionalità"[4].

Durante la guerra[modifica | modifica wikitesto]

I tedeschi nelle Americhe[modifica | modifica wikitesto]

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, le organizzazioni estere del partito nazista (NSDAP/AO) riuscirono ad organizzare e rimpatriare i cittadini tedeschi residenti negli stati americani[5], e dopo l'attacco di Pearl Harbor, l'FBI compilò una lista di tedeschi sospettati in quindici paesi dell'America Latina di attività sovversive e ne chiese l'espulsione dai territori degli stati. A seguito di ciò 4.058 tedeschi furono espulsi da questi paesi. Fra di loro fra il 10% e il 15% appartenevano al partito nazista, incluse alcune dozzine di reclutatori dell'NSDAP/AO; otto persone erano sospettate di spionaggio[6]. Inoltre vi erano 81 ebrei tedeschi che erano fuggiti dalle persecuzioni della Germania nazista. Alcuni erano tedeschi senza affiliazioni politiche che erano residenti in quegli Stati da anni o decenni. Argentina, Brasile, Cile e Messico non parteciparono al programma di espulsione statunitense.

Oltre ad essere stati cacciati dal territorio USA, furono istituiti campi nazionali di internamento per cittadini tedeschi in Brasile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Curacao, Repubblica Dominicana, Messico, Nicaragua, Venezuela, come anche nella Zona del Canale di Panama[6]. I campi di internamento statunitensi nei quali furono diretti i tedeschi provenienti dall'America Latina si trovarono in Texas (campi Crystal City, Kennedy, Seagoville), Florida (campo Blanding), Oklahoma (Stringtown), Nord Dakota (Fort Lincoln), Tennessee (campo Forrest) ed in altre aree[6].

I tedeschi minacciati dall'Armata Rossa[modifica | modifica wikitesto]

Civili tedeschi morti a Nemmersdorf, Prussia orientale[7].

Sul finire della guerra, con l'avanzata dell'Armata Rossa verso occidente, molti tedeschi avevano timore dell'imminente occupazione sovietica[7][8]; la maggior parte di loro era a conoscenza delle rappresaglie dei Sovietici sulla popolazione civile[8]. Soldati sovietici commettevano numerosi stupri ed altri crimini[7][8][9]. Notizie di atrocità come il massacro di Nemmersdorf[7][8], vennero in parte esasperate e ampiamente diffuse dalla macchina della propaganda nazista, alimentarono la fuga delle popolazioni tedesche.

Le varie autorità naziste prepararono piani di evacuazione della popolazione di etnia tedesca dall'Europa orientale e dagli ex territori tedeschi. In molti casi, tuttavia, l'applicazione fu impedita fino a quando i Sovietici e le forze Alleate non avanzarono direttamente nelle aree da evacuare, in quanto alcune autorità tedesche vedevano l'evacuazione come un atteggiamento disfattista (a causa del fanatismo di molti funzionari del Reich), e non in linea con l'esecuzione degli ordini di Adolf Hitler di non ritirarsi[7][9][10].

Il primo esodo di massa dei civili tedeschi dai territori orientali fu dovuto a fughe ed evacuazioni spontanee, iniziate nell'estate 1944,che continuarono sino agli inizi della primavera del 1945[11]. La situazione divenne caotica durante l'inverno, quando file di rifugiati lunghe chilometri spingevano i loro carri nella neve cercando di non farsi raggiungere dall'Armata Rossa incalzante[8][12].

Evacuazione e fuga in Danimarca[modifica | modifica wikitesto]

Dalle coste baltiche molti soldati e civili furono evacuati con una nave nel corso dell'Operazione Annibale[8][12].

Fra il 23 gennaio 1945 e la fine della guerra 250.000 tedeschi[13] furono evacuati principalmente dalla Prussia orientale, dalla Pomerania, e dagli Stati Baltici, verso la Danimarca occupata dai tedeschi[13][14], secondo un ordine emesso da Hitler il 4 febbraio 1945[15].

Come conseguenza, alla fine della guerra, la popolazione tedesca rifugiata in Danimarca era pari al 5% del totale della popolazione danese. I rifugiati erano in larga parte donne, anziani e bambini, un terzo dei quali era di età inferiore ai quindici anni[13] .

Campo profughi ad Aabenraa (Apenrade) in Danimarca, febbraio 1945

Dopo la guerra, furono internati in centinaia di campi in tutta la Danimarca, il più grande dei quali si trovava a Oksbøl con 37.000 detenuti[13]. I campi venivano sorvegliati da unità militari danesi[13].

Espulsioni in seguito della sconfitta della Germania[modifica | modifica wikitesto]

La linea Oder-Neisse, confine orientale tedesco sin dal 1945.

La fine della seconda guerra mondiale in Europa si concluse con la sconfitta nel maggio 1945 della Germania Nazista. Da quel momento tutta l'Europa orientale e gran parte di quella Centrale furono sotto l'occupazione sovietica, e i tedeschi furono espulsi da Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia dopo gli Accordi di Potsdam[16].

Profughi tedeschi, 1946

Dopo Potsdam si verificarono una serie di espulsioni in tutti i paesi dell'Europa orientale controllati dai Sovietici[17][18]. La proprietà dei beni immobili e dei territori interessati e appartenuti alla Germania o ai tedeschi fu confiscata e trasferita all'Unione Sovietica, nazionalizzata, o ridistribuita ai cittadini. Delle tante migrazioni forzate del dopoguerra, la maggior parte riguardarono l'etnia tedesca proveniente dall'Europa centrale ed orientale, soprattutto dai territori cecoslovacchi (inclusi quelli che storicamente erano di lingua tedesca, sulle montagne dei Sudeti lungo i confine Tedesco-Ceco-Polacco) e dal territorio che nel dopoguerra divenne parte della Polonia.

Cecoslovacchia[modifica | modifica wikitesto]

Prima dell'annessione tedesca del 1938 più del 20% della popolazione Cecoslovacca era di etnia germanica, con ascendenze familiari risalenti fino al XII secolo e oltre[19]. Nel maggio 1945, circa 3.5 milioni di tedeschi furono espulsi dai Sudeti o in altri territori cecoslovacchi[20][21].

Ungheria[modifica | modifica wikitesto]

Ritirata della Wehrmacht, Ungheria, Marzo 1945

L'espulsione dei tedeschi dall'Ungheria iniziò il 22 dicembre 1944 dopo l'ordine del Comandante in Capo Sovietico. Il 3% della popolazione tedesca presente prima della guerra, (circa 20.000 persone), furono evacuati in Austria, ma molti ritornarono a casa in primavera. In totale 60.000 tedeschi fuggirono[17].

Nel gennaio 1945 32.000 tedeschi furono arrestati e trasportati in Unione Sovietica ai lavori forzati. In alcuni villaggi, tutta la popolazione adulta fu presa per essere impiegata in campi di lavoro nel Bacino del Donec[17]. Molti di loro morirono a causa di stenti e maltrattamenti. Nel complesso tra 100.000 e 170.000 ungheresi di etnia tedesca furono deportati in Unione Sovietica[22].

Paesi Bassi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il governo olandese decise di espellere i 25.000 tedeschi che vivevano in Olanda[23]. I tedeschi, nonostante avessero spesso consorti e figli olandesi, vennero etichettati come soggetti ostili (olandese: vijandelijke onderdanen)[23]. L'operazione iniziò il 10 settembre 1946 ad Amsterdam, quando i tedeschi furono arrestati nelle proprie case durante la notte e furono costretti a preparare un bagaglio del peso di 50 kg nel tempo massimo di un'ora. Inoltre furono autorizzati a prendere solamente 100 fiorini con loro, mentre il resto dei loro beni veniva confiscato dallo Stato. Furono portati nei campi di internamento al confine con la Germania, il maggiore dei quali fu a Mariënbosch vicino a Nimega. In tutto circa 3.691 tedeschi (meno del 15% dei 25.000 tedeschi dei Paesi Bassi) furono espulsi.

Le forze alleate di occupazione nella Germania occidentale si opposero a questa operazione, temendo che le altre nazioni potessero seguire l'esempio. La zona occidentale non era in condizione economica di poter ricevere un gran numero di sfollati a quel tempo. Le truppe britanniche reagirono mandando 100.000 cittadini di etnia olandese dalla Germania nei Paesi Bassi.

Romania[modifica | modifica wikitesto]

La fuga dei tedeschi dalla Romania iniziò nell'autunno del 1944[17]. All'inizio del 1945 le forze di occupazione sovietiche iniziarono l'espulsione forzata dell'etnia tedesca. I 213.000 di rumeni di etnia tedesca furono successivamente evacuati, espulsi, o emigrarono. Come per tutte le popolazioni emigrate in quel periodo, alcuni di loro persero la vita. Di 786.000 tedeschi di Romania prima della guerra la popolazione di etnia tedesca, rimasero circa 400.000 nel 1950. Nel 1977 vi erano ancora 355.000 tedeschi. Durante gli anni 1980 molti iniziarono a lasciare il paese, di cui oltre 160.000 nel solo 1989. Dal 2002 la popolazione di etnia tedesca era di 60.000 cittadini[17][24].

Polonia ed ex territori del Reich[modifica | modifica wikitesto]

Tedeschi rifugiati in Prussia, 1945

In tutto il 1944 e nei primi mesi del 1945 l'Armata Rossa avanzò in tutta l'Europa orientale e nelle provincie orientali della Germania. Mentre molti erano fuggiti davanti all'avanzare dell'Armata Rossa, spaventati dalle voci sulle atrocità sovietiche che in alcuni casi erano esagerate e sfruttate dalla propaganda della Germania nazista[25], milioni di persone restavano ancora in Polonia e un altro milione ritornò in patria quando le operazioni militari terminarono[26]. Nel 1943 il corriere polacco Jan Karski avvisò il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt della possibilità di rappresaglie polacche, descrivendole come "inevitabili" e "incoraggiando tutti i tedeschi in Polonia ad andare a ovest, in Germania, visto che ne facevano parte"[27].

Unione Sovietica e territori annessi[modifica | modifica wikitesto]

Evacuazione di civili e truppe tedesche in Curlandia, ottobre 1944

Dopo l'invasione nazista dell'Unione Sovietica Stalin, nel settembre 1941, ordinò il reinsediamento dei tedeschi residenti in zone controllate dai Soviet dell'URSS, come una potenziale etnia ostile; in particolare circa 400.000 tedeschi del Volga e circa 80.000[28] tedeschi provenienti da Leningrado e da altre aree furono portati in aree remote in Siberia, Kirghizistan, Kazakhistan, dove furono costretti a restare dopo la guerra[28], costretti ai lavori forzati.

Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte delle 500.000 persone di lingua tedesca della Jugoslavia poterono emigrare negli USA. A causa del sostegno di alcuni tedeschi alla Germania Nazista, come per esempio gli arruolati nella 7ª Divisione SS volontari di montagna Prinz Eugen, tutti i tedeschi soffrirono le persecuzioni con gravi perdite a livello personale ed economico[17]. Molte popolazioni locali furono uccise ed i partigiani si vendicarono per le atrocità commesse dai tedeschi[17][29] con stupri di massa e detenzione nei campi di concentramento[29]. Almeno 5.800 furono uccisi[30] e quelli sopravvissuti furono costretti ai lavori forzati[30].

I Sovietici alla fine del 1944 deportarono dai 27.000 ai 30.000 tedeschi, dei quali il 90% erano donne destinate al bacino del Donec ai lavori forzati; il 16% morirono[17][30].

Demografia[modifica | modifica wikitesto]

Area di espulsione[modifica | modifica wikitesto]

Tedeschi espulsi nella Germania nord-occidentale nel 1948

Durante il periodo tra il 1944/1945 - 1950 forse più di 14 milioni[31][32] di tedeschi fuggirono, furono evacuati o espulsi a seguito della sconfitta della Germania Nazista. Rudolph Joseph Rummel riassunse diverse stime in un intervallo compreso fra gli 11,6 e i 18 milioni e concluse che molto probabilmente 15 milioni di persone furono colpite[33].

Fra il 1944 ed il 1948 più di 12 milioni furono espulsi e reinsediati nella Germania del dopoguerra, la maggior parte di essi, (11,5 milioni), dai territori della Polonia e della Cecoslovacchia[34]. Queste cifre non comprendono quelli che furono espulsi dall'Austria né coloro che presero la residenza altrove nel dopoguerra[34]. Circa tre milioni di tedeschi rimasero nelle aree di espulsione, ma gradualmente emigrarono ad ovest all'epoca della Guerra fredda e negli anni successivi[35].

Germania del dopoguerra e Austria[modifica | modifica wikitesto]

Campo profughi in Baviera 1945

Il 29 ottobre 1946 nelle zone di occupazione della Germania si trovavano 9.5 milioni di rifugiati ed espulsi: 3,6 milioni nella zona britannica, 3,1 milioni nella zona americana, 2,7 milioni nella zona sovietica, 100.000 a Berlino e 60.000 nella zona francese[36].

Questi numeri successivamente aumentarono, con oltre due milioni in più di espulsioni conteggiate nella Germania Ovest nel 1950 per un totale di 7.9 milioni[37] (16.3% della popolazione)[36][38]. Sin dalle origini la popolazione tedesca espulsa consisteva in circa 5.5 milioni di persone dalla Polonia del dopoguerra, principalmente dall'ex Germania Est/nuova Polonia occidentale, due milioni dai Sudeti, ed il rimanente fu soprattutto dall'Europa sud-orientale, dagli stati baltici e dalla Russia[35].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  4. ^ A History of Modern Germany: 1840-1945. Hajo Holborn, Princeton University Press, 1982 page 449
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  6. ^ a b c Thomas Adam (a cura di), Transatlantic relations series. Germany and the Americas: Culture, Politics, and History : a Multidisciplinary Encyclopedia. Volume II, ABC-CLIO, 2005, p. 182, ISBN 1-85109-628-0.
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  9. ^ a b Earl R. Beck, Under the Bombs: The German Home Front, 1942-1945, University Press of Kentucky, 1999, p.176, ISBN 0-8131-0977-9
  10. ^ Werner Buchholz, Pommern, Siedler, 1999, p.516, ISBN 3-88680-272-8: reference confirming this for Pomerania
  11. ^ Matthew J Gibney e Randall Hansen, Immigration and Asylum: From 1900 to the Present, 2005, pp. 197-198, ISBN 1-57607-796-9.
  12. ^ a b Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage: Die bewaffnete Macht in der Endphase der nationalsozialistischen Herrschaft 1944 bis 1945, 2nd edition, Oldenbourg Wissenschaftsverlag, 2007, p.93, ISBN 3-486-58388-3
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  14. ^ Karl-Georg Mix, Deutsche Flüchtlinge in Dänemark 1945-1949, Franz Steiner Verlag, 2005, p. 16, ISBN 3-515-08690-0.
  15. ^ Karl-Georg Mix, Deutsche Flüchtlinge in Dänemark 1945-1949, Franz Steiner Verlag, 2005, p. 13, ISBN 3-515-08690-0.
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  20. ^ The Expulsion of 'German' Communities from Eastern Europe at the end of the Second World War, Steffen Prauser and Arfon Rees, European University Institute, Florense. HEC No. 2004/1. p.17
  21. ^ Richard Overy, The Penguin Historical Atlas of the Third Reich, Penguin Books, London, 1996, p.111
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  33. ^ Rudolph Joseph Rummel, Death by government, 6ª ed., Transaction Publishers, 1997, p. 305, ISBN 1-56000-927-6. URL consultato il 27 agosto 2009.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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