Bernardo Barbiellini Amidei

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Bernardo Barbiellini Amidei
Bernardo Barbiellini Amidei.jpg

Deputato del Regno d'Italia
Legislature XXVII, XXVIII, XXIX, XXX

Consigliere nazionale del Regno d'Italia
Legislature XXX
Gruppo
parlamentare
Corporazione delle Industrie estrattive

Dati generali
Partito politico PNF
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza e in scienze politiche
Professione Docente universitario, giornalista
Bernardo Barbiellini Amidei
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataRegio Esercito
CorpoGenio militare
Reparto48º Reggimento fanteria, 23ª Divisione fanteria "Ferrara"
GradoTenente Colonnello
GuerrePrima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale
CampagneCampagna di Grecia
Decorazioniqui
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Bernardo Barbiellini Amidei (Roma, 24 gennaio 1896Kalibaki, 7 novembre 1940[1]) è stato un politico italiano. Tenente colonnello di complemento del Regio Esercito, fu decorato di Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Roma figlio del conte Gaspare e Carlotta Gattorno[2]. Con suo fratello Raffaele e sua sorella passò la sua infanzia a Piacenza, dove la nonna materna Anna Rosa Gattorno, vedova, aveva fondato le Figlie di Sant'Anna.

Interruppe gli studi universitari del Politecnico e si lasciò coinvolgere dalla politica, inizialmente come nazionalista, successivamente nelle file del Fascismo.

Nel maggio del 1915, all'età di diciotto anni, si arruolò volontario nel Regio Esercito partecipando alla Prima guerra mondiale, dove si distinse particolarmente, tanto da concludere il conflitto con il grado di Capitano, decorato con una Medaglia d’argento al valor militare.

L'otto giugno 1920 fu iniziato in Massoneria nella Loggia Cinque ottobre di Tripoli[3].

All'inizio del 1921 divenne il capo carismatico dello squadrismo piacentino e, successivamente alla presa del potere, podestà di Piacenza. In questo periodo fondò anche il "Dopolavoro", prima grande istituzione a livello nazionale ad occuparsi della gestione del tempo libero dei lavoratori. Sotto la sua direzione il numero di aderenti arrivò a superare il milione (forse un milione e mezzo) di persone. Fu inoltre fondatore di una scuola di lingue orientali molto importante a Napoli.

Fu un uomo incendiario e indipendente, espressione della volontà innovatrice propria del fascismo provinciale, per questo appartenente alla schiera dei cosiddetti fascisti dissidenti e spesso detto "socialista in camicia nera"[4] o "asceta folle", un uomo passionalmente portato all'intransigenza nel nome di una venatura operaista e un marcato disprezzo per la classe capitalista.[5]

Amava spesso autodefinirsi come:

«"Un ras di provincia con le scarpe pesanti capaci di calpestare le ingiustizie."»

(Bernardo Barbiellini Amidei[6])

Pur con il passare del tempo e il tramontare del periodo della guerra civile, non rinunciò mai alla linea improntata sul purismo rivoluzionario che lo caratterizzava, mantenendosi oltranzista e moralizzatore, populista e intransigente, mai disposto a rinunciare ai propri principi. Fu questo, unitamente ai grandi camaleonti del regime probabilmente a limitare la propria importanza al locale e, in seguito, a determinare la sua "morte" politica, scandita da due espulsioni dal Partito Nazionale Fascista (PNF) e in parte causata dall'inimicizia che sempre gli portò Giuseppe Bottairevisionista e normalizzatore[senza fonte]. Il 19 giugno 1929 venne infine sospeso da ogni attività dopo una lettera di Augusto Turati.

Fu deputato alla Camera del Regno, per il PNF ininterrottamente dal 1924 alla morte, per 4 legislature[7]. Durante lo svolgimento del suo incarico di parlamentare ricoprì la funzione di Segretario dell'Ufficio di Presidenza dal 5 marzo al 7 novembre del 1940, e fu autore di quattro progetti di legge.

Nel 1932 sposò la contessa Anna Maria Pullè, originaria di una famiglia veneta, da cui ebbe cinque figli, Rosanna, Gaspare, Guido, Silvia e Carla[8] Bernardo ebbe stretti rapporti con Mussolini; infatti prese sotto la sua protezione la figlia del Duce stesso, Edda,[9] nei periodi di maggior turbolenza del primo dopoguerra.

Professore nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma, dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia, avvenuta il 10 giugno 1940, si arruolò come volontario[10] per la campagna di Grecia, partendo per il fronte albanese in forza al 48º Reggimento fanteria, della 23ª Divisione fanteria "Ferrara", con il grado di Tenente Colonnello[10] di complemento. Il 7 novembre 1940, sui monti dell'Albania, rimase gravemente ferito ad una gamba,[11] e si rinchiuse il moncone da solo[12] utilizzando un filo telefonico, spegnendosi poco dopo per dissanguamento.[12] Per il coraggio dimostrato in questo frangente[13] gli fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.[14]

Come per moltissimi altri squadristi e fascisti intransigenti, tornati in auge nei momenti di difficoltà per il fascismo e/o durante la Repubblica Sociale Italiana, il destino fu benevolo con lui, riportandolo al termine della vita sulla via da lui prescelta[senza fonte].

La città di Roma lo ha onorato intitolandogli una via nel quartiere Balduina, zona nord della città.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Mutilato della grande guerra, partiva volontario per l’Albania ove, per quanto in età avanzata, chiedeva insistentemente il comando di un reparto. Addetto al comando di un reggimento di fanteria, si prodigava con giovanile entusiasmo e con assoluto spirito di sacrificio per il buon funzionamento di ogni servizio. Sempre primo ove maggiore fosse il pericolo entusiasmava con vibranti parole di fede i fanti, ai quali prodigava ogni premuroso interessamento. Durante un aspro combattimento nell’intento di individuare una batteria nemica che riusciva particolarmente molesta, col suo fuoco preciso, si recava su di un osservatorio esposto ad intenso tiro avversario e per quanto invitato a desistere, non abbandonava il suo posto. Colpito mortalmente da una granata nemica nel momento in cui era riuscito ad individuare la batteria avversaria, trovava ancora la forza d’incoraggiare i militari che lo avevano soccorso, incitandoli ed esaltando loro l’immancabile vittoria. Fulgido esempio di abnegazione e sentimento del dovere.»
— Zona Profeta Elia (Fronte greco), 3- 7 novembre 1940.
— Regio Decreto 29 novembre 1941.[15]
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
avanzamento per merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria avanzamento per merito di guerra
«Combattente della Grande Guerra. Decorato al valore. Più volte ferito. Promosso capitano per merito di guerra. Squadrista. Animatore del fascismo piacentino. Deputato al parlamento
— Regio Decreto 19 settembre 1936.[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bernardo Barbiellini Amidei / Deputati / Camera dei deputati - Portale storico
  2. ^ Figlia della Beata Anna Rosa Gattorno.
  3. ^ Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, 2005, p. 24.
  4. ^ Franco Molinari Bernardo Barbiellini Amidei il Fascista del Dissenso (1896-1940), Queriniana, Brescia, 1982.
  5. ^ Giuseppe Bottai Vent'anni e un giorno, Garzanti, Milano, 1977
  6. ^ G. Gatta Gli uomini del Duce, Rusconi, Milano, 1986
  7. ^ Bernardo Barbiellini Amidei / Deputati / Camera dei deputati - Portale storico
  8. ^ Nata pochi giorni prima della sua morte.
  9. ^ Secondo alcune indiscrezioni dell'epoca pare, tra l'altro, che Edda si fosse innamorata di lui.
  10. ^ a b Lanna 2011, p. 16.
  11. ^ Ebbe una gamba amputata e una ferita.
  12. ^ a b Barbiellini Amidei 2003, p. 35.
  13. ^ Secondo Indro Montanelli le sue ultime parole furono: Dite ai soldati che vadano avanti, e poco dopo Salutate il Duce e dite che aiuti i miei figli...
  14. ^ Lanna 2011, p. 17.
  15. ^ Registrato alla Corte dei Conti li 12 gennaio 1942-XX, registro 1, foglio 317.
  16. ^ Registrato alla Corte dei Conti li 8 ottobre 1936-XIV, registro 32, foglio 3423.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Bottai, Vent'anni e un giorno, Milano, Garzanti Editore, 1977.
  • Alberto Cavaciocchi, Andrea Ungari, Gli italiani in guerra, Milano, Ugo Mursia Editore s.r.l., 2014.
  • Bruni Gatta, Gli uomini del Duce, Milano, Rusconi Editore, 1986.
  • Roberto Giardina, 1914 la grande guerra: L'Italia neutrale spinta verso il conflitto, Reggio Emilia, Imprimatur s.r.l., 2014, ISBN 88-6830-159-8.
  • Luciano Lanna, Il fascista libertario, Milano, Sperling & Kupfer, 2011.
  • Franco Molinari, Bernardo Barbiellini Amidei il Fascista del Dissenso (1896-1940), Brescia, Queriniana, 1982.
  • (EN) John R. Schindler, Isonzo: The Forgotten Sacrifice of the Great War, Westport, Praeger Publishers, 2001, ISBN 0-275-97204-6.
  • Mario Silvestri, Isonzo 1917, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2001, ISBN 978-88-17-07131-4.

Periodici[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Chiavacci, Fortunato Colella, Le Medaglie d'oro al valor militare conferite agli elbani dal Risorgimento alla Seconda Guerra Mondiale, 1991, pp. 31-33.
  • Indro Montanelli, Barbiellini Amidei e la quota maledetta, in Corriere della Sera, Milano, dicembre 1940.
  • Gasparre Barbiellini Amidei, Indro e mio padre, in Corriere della Sera, Milano, dicembre 2003, p. 35.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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