Michele Bianchi

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Michele Bianchi
Michele Bianchi.jpg

Ministro dei Lavori Pubblici del Regno d'Italia
Durata mandato 12 settembre 1929 –
3 febbraio 1930
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Benito Mussolini
Successore Araldo di Crollalanza

Segretario del Partito Nazionale Fascista
Durata mandato 11 novembre 1921 –
13 ottobre 1923
Predecessore carica istituita
Successore Francesco Giunta

Deputato del Regno d'Italia
Legislature XXVII, XXVIII
Gruppo
parlamentare
Partito Nazionale Fascista
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Fasci Italiani di Combattimento
(1919-1921)
Partito Nazionale Fascista
(dal 1921)
Professione sindacalista, giornalista pubblicista

Michele Bianchi (Belmonte Calabro, 22 luglio 1882Roma, 3 febbraio 1930) è stato un politico, sindacalista e giornalista italiano. È stato il primo segretario del Partito Nazionale Fascista, dall'11 novembre 1921 al 13 ottobre 1923.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La gioventù socialista[modifica | modifica wikitesto]

Bianchi frequentò prima il liceo a Cosenza e, successivamente, la facoltà di giurisprudenza a Roma, dedicandosi al giornalismo ancor prima di concludere gli studi. Assunto nel 1903 come redattore dall'Avanti!, aderì al Partito Socialista Italiano (PSI), di cui fu dirigente nella Capitale, e nel 1904 prese parte al congresso del partito tenutosi a Bologna, in cui appoggiò la corrente guidata da Arturo Labriola.

Nel 1905 si dimise dall'Avanti! ed assunse, dal 1º luglio e per qualche mese, la direzione di Gioventù socialista, organo della Federazione dei giovani socialisti. Dalle colonne della sua nuova testata lanciò una campagna antimilitarista che lo costrinse prima al carcere e poi al trasferimento forzato a Genova.[1]

Sindacalista[modifica | modifica wikitesto]

Aveva aderito già nel 1904 al sindacalismo rivoluzionario, divenendo segretario delle Camere del Lavoro rivoluzionarie di Genova e Savona, quindi direttore di Lotta socialista (1905-1906).[2]

Nel 1906, in appoggio ad alcune sollevazioni operaie, espresse al PSI la sua linea neutralista, che non fu accolta positivamente in maniera unanime. Trasferitosi a Savona, ebbe una parte di rilievo nelle vicende che condussero alla scissione dei sindacalisti dal Partito Socialista, avvenuta prima al congresso giovanile socialista di Bologna nell'aprile del 1907, e poi al primo congresso sindacalista tenuto a Ferrara nel luglio dello stesso anno.

Dopo vari arresti e viaggi in giro per l'Italia, nel maggio del 1910 divenne direttore del giornale La Scintilla in cui lanciò l'idea, poi non accolta, di una lista unica di socialisti e sindacalisti rivoluzionari in vista delle imminenti elezioni amministrative. Messo in minoranza per "aver tradito la spontanea genuinità del sindacato", decise, dato l'aumento dei suoi lettori, di trasformare La Scintilla da settimanale in quotidiano, da cui diresse alcune rivolte proletarie scoppiate nel 1911.

Le difficoltà economiche gli imposero la soppressione del giornale, non prima però di essere nuovamente arrestato a Trieste per un articolo in cui attaccò Giovanni Giolitti e la guerra Italo-Turca da lui voluta. Tornato a Ferrara grazie ad un'amnistia, fondò e diresse il giornale La Battaglia, creato appositamente in vista delle elezioni politiche del 1913 in cui si candidò senza successo.

In quel tempo si spostò a Milano, dove divenne nel 1913 uno dei maggiori esponenti della locale Unione Sindacale Italiana (USI) guidata in città da Filippo Corridoni. Massone, Bianchi aderiva alla comunione della Gran Loggia di Piazza del Gesù[3]. Fu

Interventista[modifica | modifica wikitesto]

Esattamente come Benito Mussolini, Bianchi si schierò nel 1914 su posizioni interventiste e partecipò alla scissione dell'USI del settembre 1914, con Alceste De Ambris, Edmondo Rossoni e Corridoni, da cui nacque il Fascio d'azione rivoluzionaria di cui fu segretario politico [4]. Nel 1915 partecipò da volontario alla Prima guerra mondiale, diventando sottufficiale prima di fanteria e poi di artiglieria. Conclusosi il conflitto bellico, divenne redattore capo del Popolo d'Italia, e fu sansepolcrista della prima ora e partecipò alla fondazione prima dei Fasci Italiani di Combattimento, di cui fu primo segretario della giunta esecutiva, e poi nel novembre 1921 del Partito Nazionale Fascista (PNF), di cui venne eletto primo segretario nazionale.[1] In questa veste cercò di stabilire un'alleanza tra i fascisti e le forze di destra ma autorizzò un gran numero di raid eseguiti dalle squadre d'azione.[senza fonte]

Quadrumviro[modifica | modifica wikitesto]

Michele Bianchi, sfila a Napoli il 24 ottobre 1922 davanti a Cesare Maria De Vecchi e Benito Mussolini

Dopo aver portato al fallimento lo sciopero legalitario, portato avanti dal partito socialista in ottica antifascista, nell'ottobre del 1922 partecipò come quadrumviro alla Marcia su Roma, che portò alla nomina di Benito Mussolini alla carica di Presidente del Consiglio dei ministri.

Il 4 novembre dello stesso anno Bianchi assumeva la carica di segretario generale al Ministero dell'interno nel neonato governo guidato dal futuro Duce. In breve tempo, dopo essersi dimesso nel 1923 dalla carica di segretario del PNF, Bianchi restò membro del Gran Consiglio del Fascismo e nel maggio 1924 fu eletto deputato alla Camera nella Lista Nazionale nella circoscrizione calabra.[1] Il 14 maggio si era dimesso dall'incarico di segretario generale agli Interni per incompatibilità.[2]

Sottosegretario e Ministro[modifica | modifica wikitesto]

Il 31 ottobre 1925 divenne sottosegretario ai Lavori pubblici, e nel marzo 1928 fu nominato sottosegretario al Ministero dell'Interno [5]. Il 12 settembre 1929 venne nominato Ministro dei Lavori Pubblici, fino alla morte nel marzo 1930.[2]

Ai Lavori Pubblici, Bianchi promosse la realizzazione di alcune opere pubbliche in Calabria, in particolare nella sua provincia di Cosenza. È di quel periodo la fondazione del centro invernale di Camigliatello Silano, un tempo chiamato appunto Camigliatello Bianchi; così come pure alcune opere pubbliche realizzate nella città di Cosenza sotto la gestione del podestà Tommaso Arnoni (1925-1934).

Era stato rieletto deputato nel 1929 [6], ma le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente tanto da portarlo alla morte, a soli 48 anni.

Dopo la morte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: monumento a Michele Bianchi.

Nel 1932 venne sepolto nel monumento funebre, edificato in suo onore sulla collina di Bastia davanti al suo paese natale, Belmonte Calabro.

A Mantova fu intitolato a Michele Bianchi il palazzo della Camera di Commercio (oggi MaMu, "Mantova Multicentre") in largo Pradella, edificato alla fine degli Trenta ed inaugurato nel 1941.[7]

A Roma gli venne dedicato un tratto del viale del Policlinico, strada che dopo la caduta del fascismo acquistò nuovamente il suo vecchio nome[8].

Il suo nome venne dato ad un sommergibile classe Marconi della Regia Marina, in servizio dal 1940 ed affondato nel 1941.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia commemorativa della Marcia su Roma, oro - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della Marcia su Roma, oro
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918
Medaglia Interalleata della Vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Interalleata della Vittoria
Caporale d'onore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale - nastrino per uniforme ordinaria Caporale d'onore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c AA.VV., Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, 1980.
  2. ^ a b c Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, 2000.
  3. ^ Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1992, pag. 486
  4. ^ Dizionario Biografico Treccani
  5. ^ Governo Mussolini
  6. ^ Storia Camera
  7. ^ Gazzetta di Mantova - Quando il Michele Bianchi era un simbolo del fascismo (12-10-2003), su ricerca.gelocal.it. URL consultato il 17-06-2013.
  8. ^ Le strade che hanno cambiato nome dopo il fascismo, su rerumromanarum.com.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma, 1980.
  • Vittorio Cappelli, Il fascismo in periferia, Editori Riuniti, Roma, 1992 (poi: Marco, Lungro, 1998).
  • Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato, Il sindacalismo fascista, Bonacci, 1998.
  • Francesca Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, Firenze, 2000.
  • Marco Bernabei, Fascismo e nazionalismo in Campania (1919-1925), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1975.
  • Bruno Bianchi Michele Bianchi il calabrese sindacalista che inventò il fascismo, 2001.
  • Enzo Misefari, Il quadrumviro col frustino: Michele Bianchi, Lerici, 1977.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN29095866 · ISNI (EN0000 0000 8367 6938 · SBN IT\ICCU\MILV\212458 · LCCN (ENno91014994