ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb

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Calligrafia di ʿOmar

ʿOmar (oʿUmar) ibn al-Khaṭṭāb, arabo: عمر بن الخطّاب‎ (La Mecca, 581 circa – Medina, 3 novembre 644), fu il secondo califfo islamico dopo Abū Bakr. Resse la Umma dal 634 al 644.

Prima della conversione[modifica | modifica sorgente]

Umar fu inumato accanto a Maometto: onore che prima di lui fu riservato anche ad Abu Bakr. Il sepolcro si trova all'interno della Moschea del Profeta di Medina. La prima finestra da destra permette di osservarne il sacello (vuoto, in base alle usanze islamiche che prevedono l'inumazione nella nuda terra).

Appartenente al clan meccano dei Banū ʿAdi, della tribù dei Bànu Quraysh, ʿOmar non fu uno dei primissimi convertiti e, anzi, si distinse inizialmente per un acceso odio nei confronti dell'Islam. Si tramanda che la sua conversione fosse avvenuta in seguito a un apprezzamento di un suo concittadino, come lui pagano, che gli avrebbe detto che la sua ostilità nei confronti della religione predicata da Maometto avrebbe dovuto esprimersi anche all'interno della famiglia di ʿOmar e nei confronti della sorella Fāṭima, diventata musulmana.

Precipitatosi in casa, avrebbe sorpreso la sorella intenta a leggere uno scritto. Dopo averla schiaffeggiata provocandole una sanguinosa ferita Omar si sarebbe vergognato del suo gesto tanto vile e avrebbe chiesto di conoscere il contenuto dello scritto. Erano i primi otto versetti della sura XX del Corano, detta Ta-Ha: .

« Noi non t'abbiam rivelato il Corano perché tu patisca,
bensì soltanto come ammonimento a chi teme,
rivelazione che vien da Colui che ha creato la terra e i cieli alti.
Il Misericordioso s'è assiso in gloria sul Trono!
A Lui appartiene tutto quel ch'è nei cieli e quel ch'è sulla terra e tutto quel ch'è frammezzo, e tutto quel ch'è sotto il suolo.
È inutile che tu parli ad alta voce! Egli conosce l'intimo tuo e cose ancor più occulte! Non c'è altro dio che Lui, l'Iddio cui appartengono i nomi più belli »
(trad. A. Bausani, Il Corano, Firenze, Sansoni, 1955; poi Milano, Rizzoli)

Il califfato[modifica | modifica sorgente]

Estensione del regno durante il califfato di Umar ibn al-Khaṭṭāb

Organizzò le prime incursioni nei territori arabofoni sotto diretto o indiretto controllo dei Bizantini e dei persiani Sasanidi. Di fronte all'inconsistenza della reazione i piani iniziali che prevedevano probabilmente una semplice serie di razzie e, al massimo, l'assoggettamento a tributo dei sedentari installati a ridosso della steppa (bādiya) arabo-siriana, si trasformarono in vere e proprie operazioni di conquista. Caddero così sotto il potere islamico la Siria-Palestina, l'Egitto, la Mesopotamia e la Persia occidentale.

In tali imprese si misero in luce lo stesso Abū ʿUbayda b. al-Jarrāh, Yazīd b. Abī Sufyān, Shuraḥbīl b. Ḥasana, ʿAmr b. al-ʿĀṣ e, più di tutti, Khālid b. al-Walīd, recente trionfatore nella guerra della ridda nel corso del precedente califfato.

ʿOmar creò la prima struttura amministrativa dello Stato islamico, tanto civile quanto militare, facendo predisporre appositi registri (dīwān, pl. dawawīn, ovvero daftar, pl. dafātir) tenuti in ordine da personale che scriveva in greco, ebraico, aramaico, copto o persiano (visto lo stato imperfetto della lingua araba scritta) che, di conseguenza, era per lo più cristiano, israelita o zoroastriano. Fu sempre ʿOmar, per le medesime finalità burocratiche, a disporre che come anno 1 del calendario islamico fosse fissato l'anno in cui Muḥammad aveva ordinato l'egira dei primi musulmani (622).

Con lui si cominciò a usare la fortunata espressione "Comandante dei credenti" (Amīr al-muʾminīn), per evitare che la già lunga espressione Khalīfat rasūl Allāh (Successore dell'Inviato di Dio) per indicare il califfo, diventasse ancor più lunga, vista la tendenza iniziale a chiamarlo Khalīfat khalīfat Rasūl Allāh (Successore del successore dell'Inviato di Dio).

ʿOmar morì sotto i colpi di lama d'uno schiavo, forse persiano, di nome Luʾluʾa, senza che sia possibile scorgere nell'atto una qualsiasi motivazione politica. Era però la prima fine violenta d'un successore del Profeta e non sarebbe stata l'ultima.

Fece appena a tempo, prima di morire, a disporre che a designare il suo successore fosse un Consiglio (Shūrā) formato dai Compagni del Profeta sopravvissuti. Fu sepolto accanto ad Abū Bakr che, a sua volta, era stato inumato accanto al Profeta in quella che è poi divenne la Moschea del Profeta.

La sua famosa spada, Dhū l-Wišāḥ (Quella dalla cintura gemmata)[1] fu ereditata dal figlio ʿUbayd Allāh, per poi essere comprata da Muʿāwiya b. Abī Sufyān.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ṭabarī, I, 3315.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Califfato dei Rashidun Successore
Abu Bakr (632–634) 634–644 ʿUthmān b. ʿAffān (644–656)

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