Urla del silenzio

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Urla del silenzio
Urla del silenzio.png
Una scena del film.
Titolo originale The Killing Fields
Paese di produzione Regno Unito
Anno 1984
Durata 140 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico, guerra
Regia Roland Joffé
Soggetto Sydney Schanberg
Sceneggiatura Bruce Robinson
Fotografia Chris Menges
Montaggio Jim Clark
Effetti speciali Fred Cramer
Musiche Mike Oldfield
Scenografia Roy Walker
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Urla del silenzio (The Killing Fields) è un film drammatico inglese del 1984 diretto da Roland Joffé.

Il regista inglese, al suo debutto alla regia di un lungometraggio, firma questa cruda e toccante rievocazione dei giorni tragici e folli che vissero le popolazioni della Cambogia dopo l'evacuazione americana del 1975. La storia è liberamente tratta dal best-seller del giornalista del New York Times Sydney Schanberg, corrispondente da Phnom Penh in quel periodo.

Il titolo originale del film, The Killing Fields (it. 'I campi di sterminio'), è il nome con cui sono oggi noti i campi di lavoro della Kampuchea Democratica.

Il film ha vinto tre premi Oscar: a Haing S. Ngor come migliore attore non protagonista, alla fotografia e al montaggio.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Cambogia, 7 agosto 1973[modifica | modifica sorgente]

Sidney Schanberg ed il suo interprete e guida Dith Pran vengono mandati in Cambogia per compiere una cronaca sulla guerra tra i Khmer Rossi e il governo del premier Lon Nol in quel paese. Tra i due si stabilisce un fedele rapporto di amicizia e stima, che li spinge ad una proficua collaborazione sulla diffusione di informazioni di un Paese sempre più devastato dalla guerra civile e dai bombardamenti americani (il presidente Richard Nixon vuole infatti impedire che la Cambogia si organizzi e dia aiuto al Vietnam del Nord contro gli Stati Uniti).

Phnom Penh, 10 marzo 1975[modifica | modifica sorgente]

I Khmer Rossi occupano la capitale. Intanto la popolazione cambogiana fa festa illudendosi che la guerra sia in qualche modo terminata, ma non è così. Infatti mentre Sidney e Pran tornano a casa, un gruppo di Khmer li cattura, umiliandoli; ma grazie al coraggio di Pran, vengono liberati e trovano rifugio nell'ambasciata francese, assieme a molti altri rifugiati, i quali attendono l'arrivo degli elicotteri statunitensi che dovrebbero ricondurli in patria. Per ordine dei Khmer Rossi, però, tutti i cittadini cambogiani senza passaporto devono essere espulsi dall'ambasciata e devono tornare a vivere nel paese. Per i cittadini muniti di passaporto, invece, vengono messi a disposizioni degli elicotteri per tornare in Europa o in America; purtroppo, Dith Pran non ne ha più uno (gli è stato rubato dai soldati Khmer durante la precedente cattura), così un amico di Sidney, Al, cerca di fabbricarne uno che lo identifichi come cittadino inglese, ma riescono ad allegarvi solo una foto di pessima qualità che sbiadisce inesorabilmente, rendendo non valido il passaporto.

Dith viene quindi costretto a lasciare l'ambasciata, per finire internato nei campi di lavoro. Il programma dei Khmer Rossi di Pol Pot, infatti, è di deportare l'intera popolazione urbana nei campi per ricreare dal nulla una società basata sul comunismo agrario, secondo i dettami dell'Anno zero.

New York, 1976[modifica | modifica sorgente]

Sidney è ormai rientrato a New York; ha contattato numerosi campi profughi e agenzie di soccorso internazionale nella speranza di sapere se Dith è riuscito a lasciare il paese, ma le truppe di Pol Pot hanno steso un velo di silenzio su qualsiasi cosa stia avvenendo in Cambogia. Frattanto, Sidney vince il Premio Pulitzer per i suoi reportage di guerra in Cambogia, e quando gli viene chiesto se nei suoi resoconti abbia sottovalutato la ferocia dei rivoluzionari cambogiani, egli accusa il governo americano di aver spezzato la sanità mentale dei Khmer Rossi tramite l'immane campagna di bombardamenti. Decide di dedicare il premio a Dith, nella speranza che sia ancora vivo.

Cambogia, tra gli anni 1976 e 1979.[modifica | modifica sorgente]

Dopo essere stato internato, Dith viene sottoposto a fatiche massacranti assieme a migliaia di suoi connazionali; il cibo è scarso (solo due ciotole di riso al giorno) e le infrazioni vengono solitamente punite con la morte per percosse o soffocamento. Spinto dalla fame, Dith arriva a nutrirsi del sangue di un bovino della stalla tramite un'incisione sul collo dell'animale, ma viene scoperto e punito venendo legato a un albero senza cibo né acqua, per poi esser liberato da una delle guardie che aveva conosciuto prima della rivoluzione; in seguito cerca di scappare, ma viene nuovamente catturato e incaricato di servire i dirigenti del campo di lavoro. Poiché gli ordini del Partito sono di sterminare chiunque abbia conoscenza di altre lingue oltre al Khmer, Dith finge di essere un ex-autista di taxi ed evade in continuazione le domande dei guardiani del campo, ma viene in seguito scoperto mentre ascolta con una radio un notiziario in lingua straniera. Con l'invasione della Cambogia da parte dei Vietnamiti, il Partito ordina di evacuare i campi e di giustiziare i prigionieri per nascondere le prove dello sterminio; a Dith viene quindi affidato il figlio di uno dei comandanti del capo, che gli chiede di portarlo oltre il confine in Thailandia; sfortunatamente, il figlio del membro del Partito muore mentre è in braccio ad uno dei compagni di fuga di Dith, a causa di una mina. Alla fine Dith arriva da solo al confine thailandese nell'ottobre del 1979, in un campo della Croce Rossa, dove riesce finalmente a contattare il suo amico Sidney a New York.

Campo profughi della Thailandia, 9 ottobre 1979[modifica | modifica sorgente]

Sidney si precipita al confine e, una volta arrivato, finalmente può riabbracciare il suo amico che è riuscito a rifugiarsi oltre il confine Thailandese. Alla domanda di Sidney 'Mi perdoni?', Dith risponde 'Niente da perdonare, Sidney, niente'. Il film si conclude con Imagine di John Lennon e queste didascalie finali: Dith Pran tornò con Sidney Schanberg in America per ricongiungersi con la famiglia. Ora lavora come fotografo per il New York Times assieme a Sidney. Il tormento della Cambogia non è ancora finito. I campi profughi sul confine thailandese sono ancora affollati dai bambini sfuggiti ai campi di sterminio.

Critica e riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Il film ha ottenuto un voto del 91% su Rotten Tomatoes.[1] Nel 1999 il British Film Institute l'ha inserito al 100º posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.[2]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ http://www.rottentomatoes.com/m/killing_fields/
  2. ^ (EN) The BFI 100. URL consultato il 18 giugno 2008.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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