Politica ambientale in Giappone

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Panorama della città di Tokyo coperta dallo smog

La politica ambientale in Giappone (日本環境政策 Nihon kankyō seisaku?) concentra la sua attenzione nei confronti della natura e dell'ambiente non tralasciando tuttavia il bisogno del Paese di continuare il suo processo di sviluppo economico e tecnologico. Infatti il Giappone, oltre a fare affidamento su questi ultimi due aspetti, possiede delle solide basi culturali e una sensibilità sociale sulle quali il popolo giapponese ha sempre fatto affidamento nei momenti più critici della sua storia. Tale politica, quindi, può essere ricondotta a una crescente consapevolezza della necessità di una regolamentazione, preservazione e protezione dell'ambiente maturata a partire dalla grande ondata di industrializzazione iniziata nel periodo Meiji.[1]

Per questo motivo, il governo giapponese ha dovuto adottare rigide contromisure per ovviare a tali problemi, con la promulgazione di leggi specifiche quale la Legge Base per l'Ambiente del 1993. Inoltre, in quanto firmatario del Protocollo di Kyoto, il Giappone ha l'obbligo di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica e di adottare altre misure per contrastare il cambiamento climatico, ponendo una particolare attenzione sulle questioni ambientali più importanti quali l'inquinamento da rifiuti industriali, diossina e alte tecnologie, la gestione dei rifiuti elettronici e dell'energia nucleare, soprattutto dopo il disastro di Fukushima del 2011.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Istituzione della politica ambientale[modifica | modifica wikitesto]

L'attuale politica ambientale e i suoi relativi emendamenti viene istituita a seguito di gravi disastri ambientali verificatisi negli anni cinquanta e sessanta. L'avvelenamento da cadmio, dovuto alla fuoriuscita del materiale tossico dai rifiuti industriali della prefettura di Toyama, viene riconosciuto causa della cosiddetta malattia itai-itai (イタイイタイ病 itai-itai byō?, letteralmente “malattia ahi-ahi”). Gli abitanti della città di Minamata, nella prefettura di Kumamoto rimangono avvelenati dal metilmercurio fuoriuscito dalla fabbrica chimica cittadina, dando origine alla malattia di Minamata. A Yokkaichi, città portuale della prefettura di Mie, l'inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di biossido di zolfo e biossido di azoto ha portato ad un rapido aumento del numero di persone sofferenti di asma e bronchite. Nelle aree urbane lo smog fotochimico dei fumi di scarico delle automobili e delle industrie ha contribuito all'aumento di problemi respiratori soprattutto nelle zone industriali di Tokyo-Yokohama, Nagoya e Osaka-Kobe, mentre l'avvelenamento da arsenico attribuito alla dispersione della polvere d'arsenico delle miniere ha provocato uguali danni nel distretto di Toroku nella prefettura di Miyazaki.[2]

Tali forme di inquinamento sono il risultato dell'improvvisa crescita economica del Giappone nel secondo dopoguerra, la quale politica ha dato priorità allo sviluppo economico piuttosto che concentrarsi sulla protezione della salute e della sicurezza della popolazione. Dagli anni sessanta, per evitare il ripetersi di incidenti simili, il governo giapponese ha emanato rigide regole per la salvaguardia dell'ambiente.[3]

Il dopo Minamata e le misure contro l'inquinamento[modifica | modifica wikitesto]

A marzo 2001, sono stati riconosciuti 2.265 casi ufficiali di malattia di Minamata, mentre le vittime accertate sono 1.784.[4] La Chisso Corporation, l'industria responsabile del danno ambientale, è stata condannata a risarcire più di 10.000 persone[5] per un totale di 86 milioni di dollari.[6] Tali avvenimenti hanno costretto il Giappone a regolamentare le emissioni di fuliggine e fumi attraverso un emendamento approvato nel 1962 e successivamente incorporato all'interno della Legge per il Controllo dell'Inquinamento dell'Aria del 1968. L'Unione dei consumatori del Giappone (日本消費者連盟?), fondata nel 1969, viene istituita per far fronte ai problemi di salute e alle false dichiarazioni da parte delle imprese, causa del dilagante sviluppo industriale del Giappone e viste come responsabili dei problemi dei consumatori e dei cittadini. Negli anni settanta, la stessa associazione ha intrapreso un lotta contro lo sviluppo dell'energia nucleare nel Paese, formando una campagna di sensibilizzazione anti-nucleare diffusa a livello nazionale.[7]

Negli anni successivi il governo ha perfezionato la sua politica ambientale incorporando varie regolamentazioni degli anni precedenti a precisi leggi, quali la Legge per la Tutela della Qualità dell'Acqua e la Legge per il Controllo delle Acque di Rifiuto Industriali, entrambe emanate nel 1958, incluse all'interno della Legge per il Controllo dell’Inquinamento Idrico del 1970. In seguito, vengono approvate altre leggi contro l'inquinamento, quale la Legge Base per il Controllo dell'Inquinamento Ambientale del 1967. Nel 1972, viene introdotta in numerose leggi la responsabilità colposa per il risarcimento, che considera le aziende responsabili dei problemi alla salute provocati dall'inquinamento, valevole allo stesso modo anche nei casi accidentali.[3]

Sede del Ministero dell'Ambiente giapponese, Tokyo

Nel 1984 l'Agenzia per l'Ambiente giapponese ha pubblicato il suo primo libro bianco. In uno studio del 1989, è emerso che i cittadini giapponesi ritenevano i problemi ambientali più diffusi rispetto al passato, quasi l'1,7% pensava che le cose fossero migliorate, mentre il 31% pensava non fossero stati fatti passi avanti, e quasi il 21% riteneva che la situazione fosse peggiorata. Circa il 75% degli intervistati ha espresso preoccupazione per le specie in via di estinzione, il restringimento delle foreste pluviali, l'espansione dei deserti, la distruzione dello strato di ozono, piogge acide, la diffusione dell'inquinamento idrico e atmosferico nei Paesi in via di sviluppo. La maggior parte crede che il Giappone, da solo o in cooperazione con altri Paesi industrializzati, abbia la responsabilità di risolvere i problemi ambientali mondiali. In un sondaggio del 2007, il 31,8% delle persone dichiarava che l'attività di preservazione ambientale può contribuire allo sviluppo economico, il 22% che l'attività ambientale non sempre dovrebbe ostacolare lo sviluppo economico, il 23,3% che si dovrebbe dare la priorità alla preservazione ambientale anche a costo di ostacolare lo sviluppo economico e il 3,2% ha risposto che lo sviluppo economico dovrebbe avere sempre la priorità sulle questioni ambientali.[8]

Promulgazione della Legge Base per l'Ambiente[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni novanta, la politica ambientale del Giappone è stata ulteriormente rafforzata. Nel 1993 il governo ha riorganizzato il sistema di diritto dell'ambiente e legiferato la Legge Base per l'Ambiente (环境 基本法?) e i relativi emendamenti. La legge prevede la limitazione delle emissioni industriali, restrizioni sulla produzione di prodotti industriali e relativi rifiuti, il miglioramento del processo di risparmio energetico, la promozione del riciclaggio, restrizione sull'utilizzo del territorio da parte delle industrie, la disposizione di programmi di lotta contro l'inquinamento ambientale, di soccorso delle vittime e la predisposizione delle relative sanzioni. L'Agenzia per l'Ambiente è stata promossa a Ministero dell'Ambiente a tutti gli effetti nel 2001, per contribuire alla lotta al degrado ambientale internazionale.[9]

I primi risultati di queste riforme sono stati pubblicati nel 1994, rivelandosi buoni nel campo dell'inquinamento atmosferico, mentre il Giappone riceveva i complimenti dall'OCSE per la capacità di aver saputo migliorare la qualità dell'ambiente di pari passo al suo sviluppo economico. Tuttavia, il livello di inquinamento idrico non soddisfaceva gli standard minimi di qualità.[10] Inoltre, un rapporto del 2002 indicava la politica ambientale giapponese come «altamente efficace, con normative severe, ben applicate e basate su una forte capacità di monitoraggio».[11]

Nel 2006, la relazione annuale sull'ambiente del Ministero ha riferito che gli attuali problemi principali del Giappone sono il riscaldamento globale e la salvaguardia dello strato di ozono, la preservazione dell'ambiente atmosferico, dell'acqua e del suolo, la gestione e il riciclaggio dei rifiuti, le questione riguardo alle sostanze chimiche, la preservazione dell'ambiente naturale e la partecipazione alla cooperazione internazionale.[12]

La politica ambientale a livello locale[modifica | modifica wikitesto]

Sviluppo dell'“industria ambientale”[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno 2004 il Ministero del Commercio Internazionale e dell'Industria, in collaborazione con il JETRO (Japan External Trade Organization), ha organizzato un evento denominato The Kyushu Industrial Tour il quale aveva lo scopo di promuovere gli investimenti diretti esteri in Giappone attraverso la collaborazione con il personale delle ambasciate di undici Paesi e la regione di Kyushu, ottenendo vari benefici tra cui l'introduzione di nuove tecnologie nel campo industriale ed ambientale, con lo sviluppo di industrie specializzate nel riciclaggio di materiali come l'acciaio e il cemento, oltre a disporre di know-how tecnologici per la soluzione dei problemi relativi all'inquinamento ambientale.[13]

Tali accordi, stipulati grazie al principio di una collaborazione tra esperti del governo, dell'industria e dell'università nel campo dell'ambiente e del riciclaggio, hanno contribuito alla costituzione nel 1999 del Kyushu Recycle and Environmental Industry Plaza, organizzazione coinvolta nello sviluppo e nella creazione di imprese nei settori industriali ambientali della gestione dei rifiuti, nel riciclaggio, in attrezzature di prevenzione dell'inquinamento, eco-materiali e nuove fonti di energia moderna, come il fotovoltaico e la produzione di energia da biomassa.[14]

Seguendo l'esempio della regione del Kyushu, e in particolare delle prefetture di Oita e Kumamoto, il governo giapponese ha deciso di creare un settore ambientale robusto e maturo, in collaborazione con il campo di sviluppo dell'alta tecnologia per fornire all'industria ambientale giapponese (environmental industry) uno stimolo per la crescita. Di conseguenza la decisione di fornire sussidi e incentivi alle industrie che porgono un occhio di riguardo sulla preservazione ambientale. I produttori di apparecchiature specializzate nella lotta contro l'inquinamento dell'aria, attrezzature di trattamento dei rifiuti solidi, delle acque e delle acque reflue possono beneficiare di tali agevolazioni sotto forma di forti incentivi fiscali, i quali hanno fatto aumentare gli investimenti nel settore ambientale giapponese.[15]

Piano eco-town[modifica | modifica wikitesto]

Panorama di Kitakyushu, prima eco-town del Giappone

La storia della regione del Kyushu, la quale ha dovuto risolvere il problema dell'inquinamento a causa dell'improvviso sviluppo del livello delle sue città industriali, ha permesso all'isola più meridionale del Giappone di accumulare maggiore esperienza riguardo ai problemi ambientali, ponendovi rimedio con l'ausilio di tecnologie industriali fondamentali per controllare e gestire l'emissione di sostanze nocive nello svolgimento delle attività di produzione. Grazie alla collaborazione tra comune, industria e popolazione e alla ricchezza delle risorse umane è stato possibile l'avviamento di importanti progetti ambientali nelle città di Omuta, Minamata e Kitakyushu, designate dal Ministro dell'Industria come altrettante eco-town (o città eco-sostenibili), al cui interno, nei cosiddetti eco-town college, giovani ricercatori provenienti da tutto il Giappone possono contribuire al supporto delle eco-industrie grazie a programmi di studio finalizzati alla tutela dell'ambiente con lo sviluppo in contemporanea di tecnologie e di innovazioni.

Tale progetto, nato dalla collaborazione tra Ministero dell'Economia, Commercio e Industria e Ministero dell'Ambiente, punta alla costruzione di una società economica basata sullo sviluppo di settori industriali attraverso il riciclaggio delle risorse. Al 2006, le eco-town presenti in Giappone sono 26.[16] La città di Kitakyushu, nella prefettura di Fukuoka, è la prima città eco-sostenibile istituita dal Ministero dell'Industria, e riconosciuta dall'UNIDO quale esempio per promuovere lo sviluppo industriale nel mondo. Difatti la città, una delle più “verdi” del mondo, è in possesso di un sistema di gestione dei rifiuti in grado di trattare quasi tutti gli inquinanti organici persistenti. Tale filosofia, varata dalla stessa città nel 1997, consiste nel concetto di limitare a zero il numero di emissioni attraverso il riutilizzo dei rifiuti di un settore come materie prime per un settore differente.[17]

Un progetto leggermente differente dalle suddette eco-town è il piano urbanistico di Fujisawa Smart Town, un complesso abitativo composto da un migliaio di case, pensate per essere energeticamente indipendenti. È prevista la sua realizzazione entro il 2014, trovando locazione sul sito di un antico stabilimento di produzione Panasonic, situato a 50 km a ovest di Tokyo, nella città costiera di Fujisawa. Sarà completamente popolata entro il 2018.[18] L'obbiettivo principale di questo progetto è la diminuzione delle emissioni di Co2 del 70%, grazie alla produzione di energia solare possibile per la presenza di impianti fotovoltaici in ogni abitazione.[19]

Attuali questioni ambientali[modifica | modifica wikitesto]

Inquinamento da rifiuti industriali, diossina e alte tecnologie[modifica | modifica wikitesto]

L'inquinamento da rifiuti industriali rappresenta uno dei maggiori problemi ambientali del Giappone. Dal 1970, la Legge sulla Gestione dei Rifiuti e la Nettezza Pubblica regola i metodi di smaltimento di alcuni rifiuti emessi da industrie ed aziende, quali la fuliggine, il fango, l'olio di scarto e la plastica. Quest'ultima legge è stata modificata nel 1997, implementando dure sanzioni penali per lo smaltimento illegale dei rifiuti. Infatti, in quello stesso anno, in Giappone si contavano più di 400 milioni di tonnellate di rifiuti industriali, mentre gli impianti di smaltimento sono circa 2.700. Tuttavia, un aumento delle discariche illegali e la trascurata gestione degli impianti di trattamento hanno portato a casi di lamentele dei residenti che protestavano sia per gli impianti esistenti che per il piano di costruzione di nuovi impianti per il trattamento, soprattutto nelle prefetture di Kagawa e Gifu; in quest'ultima, nel giugno 1997, è stato indetto un referendum pubblico tra i cittadini della prefettura per decidere se costruire o meno un impianto di trattamento per lo smaltimento dei rifiuti: l'80% dei votanti si opposto alla sua costruzione.[3]

Inceneritore a Toshima (Tokyo)

A causa del limitato territorio a disposizione e la conseguente impossibilità di stoccaggio dei rifiuti il Giappone è dovuto ricorrere all'incenerimento di questi ultimi per poter ovviare al problema. Pertanto la diossina rilasciata dagli inceneritori è diventata un ostacolo che il Paese nipponico è stato costretto ad affrontare. Il problema è noto fin dagli anni novanta, quando l'Agenzia per l'Ambiente e l'Agenzia per la Pesca svolsero una ricerca all'interno delle maggiori cartiere giapponesi, delle quali almeno due terzi riversavano enormi quantità di diossina nei fiumi e nelle acque costiere, successivamente rinvenuta anche nei pesci e in altri organismi nella baia di Tokyo.[20]
Come contromisure il governo giapponese ha emanato nel 1990 la normativa riguardo alla prevenzione di emissioni di diossina, stabilendo precise norme relative alle condizioni di funzionamento degli inceneritori e la quantità di diossina che avrebbero emesso quelli di nuova concezione. Tale normativa è stata perfezionata nel 1997, limitando l'emissione della diossina a 1-5 nanogrammi per metro cubo d'aria (da raggiungere entro cinque anni) per gli inceneritori esistenti, e 0,1-5 nanogrammi per metro cubo d'aria per quelli di nuova concezione.[3]
In particolare, i grammi di diossine equivalenti immessi nell'atmosfera giapponese nel 2003 dalle principali fonti inquinanti sono le seguenti: inceneritori di rifiuti urbani (71 grammi), inceneritori industriali (74 grammi), inceneritori domestici (73-98 grammi), forni elettrici e acciaierie (80,3 grammi). Tuttavia, grazie a una nuova legge degli anni duemila il Giappone, per ridurre le pesanti emissioni di diossine che avvengono sul suo territorio, ha deciso di optare per una società basata sul riciclo, limitando a un ruolo sempre più marginale gli inceneritori. Ciò nonostante, per i primi anni degli anni duemila, il Giappone ha continuato ad incenerire i propri rifiuti in 1.700 impianti, equivalenti a circa il 71% del totale dei propri rifiuti, ovvero tutti quelli che non era ancora riuscito a riciclare.[21]

Un altro problema del Giappone è l'inquinamento causato dalle alte tecnologie, ovvero da quelle industrie all'avanguardia che utilizzano la tecnologia dei circuiti integrati. Tali industrie rilasciano in acqua sostanze cancerogene quali il tricloroetilene e il tetracloroetilene, utilizzati per la pulitura dei circuiti integrati o per la pulitura a secco. Disposizioni per ridurre il rilascio di tali sostanze tossiche nelle falde idriche sono incluse nella Legge per il Controllo dell'Inquinamento dell'Acqua del 1989, revisionata nel 1996, in modo da garantire agli amministratori l'autorità per costringere gli inquinatori alla bonifica.[3]

Gestione dei rifiuti elettronici[modifica | modifica wikitesto]

Centro di riciclaggio di materiali elettronici a Okazaki, Aichi

Nel 1970 il Giappone ha iniziato a trattare i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche in modo diverso rispetto ad altri materiali, assumendo lavoratori appositamente addestrati a smontare e riciclare il materiale elettronico. Sfortunatamente, il costo del programma era troppo elevato per mantenere i lavoratori impiegati; di conseguenza, i rifiuti elettronici sono stati trattati come tutti gli altri rifiuti e smaltiti in discariche comuni.[22]

Due leggi sono entrate in vigore in Giappone nel tentativo di risolvere il problema dei rifiuti elettronici. La prima legge, modificata nel 2001, è la Legge per la Promozione dell'Utilizzo Effettivo delle Risorse, la quale incoraggia i produttori a contribuire volontariamente nel riciclo e nella riduzione della produzione dei rifiuti.[23] La seconda legge è entrata in vigore il 1º aprile 2009, nota come Legge per il Riciclo di Specifiche Categorie di Elettrodomestici, la quale impone maggiori iniziative riguardo al riciclaggio valevoli sia per i consumatori che per i produttori di elettrodomestici.[24]

All'inizio del 2010, il governo giapponese ha intrapreso una campagna di sensibilizzazione per sostenere l'utilizzo del riciclaggio dei telefoni cellulari e di altre apparecchiature elettroniche, con testimonial la idol virtuale Miku Hatsune. In poco tempo sono stati raccolti 70.000 telefoni cellulari in 1.886 negozi.[25] Il governo inoltre ha stimato che i telefoni riciclati hanno prodotto circa 22 chilogrammi di oro, 79 chili di argento, due chili di palladio e oltre cinque tonnellate di rame.[26] Secondo l'Istituto nazionale giapponese per gli studi ambientali, nell'aprile del 2005, oltre 7 milioni di PC sono stati scartati, con circa il 37% eliminato o riciclato, un altro 37% riutilizzato all'interno del Giappone, e il 26% esportato all'estero, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dell'Asia meridionale, come ad esempio nelle Filippine, dove ogni anni finiscono più di 400.000 televisori giapponesi.[26]

Campagna Cool Biz

Tra l'estate dell 2006 e quella del 2007 il governo giapponese è riuscito nell'impresa di diminuire di circa 1,4 milioni di tonnellate le emissioni di Co2 nell'aria, grazie a una campagna pubblicitaria atta a modificare lo stile dell'abbigliamento dei lavoratori giapponesi. La cosiddetta campagna Cool Biz, lanciata dall'allora ministro dell'ambiente Yuriko Koike, consiste nell'indossare abiti da lavoro più leggeri rispetto alle tradizionali giacca e cravatta, in modo da alzare il livello del termostato delle aziende dalla media di 26,2 °C a 28 °C.
Tale campagna è stata riproposta anche in inverno, con il nome di Warm Biz, ove i lavoratori giapponesi sono stati invitati a recarsi a lavoro con abiti più pesanti, permettendo di abbassare la temperatura del riscaldamento e di ridurre, di conseguenza, il consumo di elettricità.[27]

Riscaldamento globale[modifica | modifica wikitesto]

In quanto firmatario del Protocollo di Kyoto, il Giappone ha l'obbligo di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica e di adottare altre misure per contrastare il cambiamento climatico.[28] Gli obbiettivi principali di tale piano sono: garantire il perseguimento di un equilibrio tra preservazione ambientale e sviluppo economico, la promozione della tecnologia, la sensibilizzazione dei cittadini utilizzando i mezzi politici, e l'essere disponibile alla collaborazione internazionale.[29] Tokyo, grazie all'intervento dell'allora governatore Shintaro Ishihara ha deciso di stabilire un tetto per il numero di emissioni di gas serra delle sue industrie, in modo da ridurle di un 25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2000.[30]

Il Giappone è uno dei leader mondiali nello sviluppo di nuove tecnologie rispettose e compatibili con il clima,[31] e si trova al 20º posto secondo l'Indice di sostenibilità ambientale 2010.[32] I veicoli elettrici e ibridi della Toyota e della Honda[33] sono stati premiati per disporre delle migliori prestazioni nel consumo di carburante e nel contempo per le basse emissioni di gas serra.[34] La diminuzione del consumo di carburante e delle emissioni è dovuta principalmente all'uso della tecnologia avanzata dei sistemi ibridi, dei biocarburanti e all'uso di materiali più leggeri e di migliore progettazione.

Secondo i calcoli dell'Earth Simulator, comunque, la temperatura in Giappone subirà un incremento dai 3 ai 4,2 °C durante il periodo 2070-2100, mentre le precipitazioni estive aumenteranno costantemente a causa del riscaldamento globale (da un minimo del 17% a un massimo del 19%).[35]

Gestione dell'energia nucleare[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Energia nucleare in Giappone.
Manifestazioni anti-nucleari a Tokyo, 19 settembre 2011

Prima del terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011, e il conseguente disastro della centrale di Fukushima, il Giappone ricavava il 30% del suo sostentamento energetico dalle centrali nucleari, prevedendo di aumentare questa cifra fino al 40%.[36] L'energia nucleare interpretava un ruolo fondamentale nell'economia giapponese, benché ci fosse preoccupazione circa la capacità delle centrali nucleari di resistere all'intensa attività sismica del territorio giapponese. Già nel 2007, la centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa era stata chiusa per 16 mesi a causa di un terremoto verificatosi in quel periodo.[37]

A causa del terremoto del 2011, il sistema di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi ha smesso di funzionare, dando inizio a un'emergenza nucleare su larga scala, con l'evacuazione di 140.000 residenti entro 20 chilometri dalla centrale. Ciò nonostante, una valutazione globale di esperti internazionali sui rischi per la salute associati con il disastro di Fukushima ha concluso che, per la popolazione generale all'interno e al di fuori del Giappone, i rischi per la salute previsti sono bassi, senza nessun aumento considerevole di possibilità di contrarre malattie,[38] nonostante le centrali riversino quotidianamente nell'Oceano Pacifico oltre trecento tonnellate di liquido contaminato.[39] Il 6 maggio 2011, l'allora primo ministro Naoto Kan, ha deciso la chiusura della maggior parte delle centrali nucleari giapponesi.[40]

Tale decisione è stata accolta con favore dalla maggior parte dei giapponesi, i quali hanno manifestato la loro indignazione contro il nucleare marciando in strada nelle maggiori città del Giappone.[41] Tuttavia, con l'ascesa a ruolo di primo ministro di Shinzo Abe, il governo giapponese ha manifestato l'intenzione di non privarsi del nucleare, ma al contrario, di continuare a sviluppare il programma, in quanto impossibilitato di fare a meno di questa risorsa senza un adeguato piano di energia alternativa.[42]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ “Effetto serra” sulla politica ambientale giapponese, Giapponeinitalia.org, 6 ottobre 2009. URL consultato il 5 luglio 2013.
  2. ^ (EN) Japan - Pollution, Library of Congress Country Studies. URL consultato il 25 agosto 2013.
  3. ^ a b c d e INQUINAMENTO AMBIENTALE In un territorio densamente popolato, prevenire l'inquinamento è una necessità inderogabile, Ambasciata del Giappone in Italia. URL consultato il 22 agosto 2013.
  4. ^ (EN) Minamata Disease The History and Measures, Ministry of Enviroment of Japan. URL consultato il 25 agosto 2013.
  5. ^ (EN) Minamata Disease; Outbreak & Cause. URL consultato il 25 agosto 2013.
  6. ^ (EN) Jane M. Hightower, Diagnosis: Mercury: Money, Politics, and Poison, Island Press, 2008, p. 77, ISBN 1597264539.
  7. ^ (EN) History, Consumers Union of Japan. URL consultato il 25 agosto 2013.
  8. ^ (JA) 環境問題に関する世論調査, Ministry of Public Relations of Japan. URL consultato il 26 agosto 2013.
  9. ^ (EN) Ministry of Environment, Japan, Asian Environmental Compliance and Enforcement Ntetwork. URL consultato il 26 agosto 2013.
  10. ^ (EN) OECD asks how green is Japan? in The Japan Times, 2 giugno 2001. URL consultato il 26 agosto 2013.
  11. ^ (EN) ENVIRONMENTAL PERFORMANCE REVIEW OF JAPAN (PDF), OECD Environment Programme. URL consultato il 26 agosto 2013.
  12. ^ (EN) Current Environmental Issues and Government Environmental Conservation Measures (PDF), Ministry of Environment of Japan. URL consultato il 26 agosto 2013.
  13. ^ (EN) The Kyushu Industrial Tour, Institute for International Studies and Training. URL consultato il 27 agosto 2013.
  14. ^ (EN) Kyushu Recycle and Environmental Industry Plaza (K-RIP), tci-network.org. URL consultato il 27 agosto 2013.
  15. ^ (EN) Japanese Environmental Industry, EGS, Asia-Pacific Economic Cooperation, 15 luglio 2009. URL consultato il 27 agosto 2013.
  16. ^ (EN) Eco-Towns Project/Environmental Industries in Progress (PDF), Ministry of Economy, Trade and Industry of Japan, p. 3. URL consultato il 27 agosto 2013.
  17. ^ L’ONU diffonde il know-how dell’Eco-town giapponese in rinnovabili.it, 15 giugno 2010. URL consultato il 27 agosto 2013.
  18. ^ Le città intelligenti di domani: il progetto ‘Smart Sustainable Town’, panasonic.it. URL consultato il 27 agosto 2013.
  19. ^ In Giappone la città più eco del mondo, edilone.it, 1º giugno 2011. URL consultato il 27 agosto 2013.
  20. ^ GIAPPONE: ALLARME DIOSSINA NELLE CARTIERE in Adnkronos, 18 gennaio 1992. URL consultato il 27 agosto 2013.
  21. ^ RICICLO E INCENERIMENTO: IMPARARE DAL GIAPPONE, biobank.it. URL consultato il 28 agosto 2013.
  22. ^ (EN) Sung Woo Chung; Rie Murakami Suzuki, A Comparative Study of E-waste Recycling Systems in Japan, South Korea and Taiwan from the EPR Perspective: Implications for Developing Countries (PDF), Institute of Developing Economies, JETRO, 2008. URL consultato il 30 agosto 2013.
  23. ^ (EN) Law for Promotion of Effective Utilization of Resources (PDF), Ministry of Economy, Trade and Industry of Japan, 2001. URL consultato il 30 agosto 2013.
  24. ^ (EN) Revised Law Requires Recycling of Additional Home Appliances, Japan for Sustainability, 3 giugno 2009. URL consultato il 30 agosto 2013.
  25. ^ (EN) Collection Results and Income and Expenditure Structure of the FY 2009 Demonstration Program for the Promotion of Used Mobile Phone Collection (PDF), Ministry of Economy, Trade and Industry of Japan, 22 giugno 2010. URL consultato il 30 agosto 2013.
  26. ^ a b (EN) Tim Hornyak, Recycling electronic waste in Japan: Better late than never in CNN Travel, 17 settembre 2010. URL consultato il 30 agosto 2013.
  27. ^ Chris Rowthorn, Giappone, EDT srl, 2010, p. 98, ISBN 8860405467.
  28. ^ (EN) Japan sees extra emission cuts to 2020 goal-minister in Reuters, 24 giugno 2009. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  29. ^ (EN) Gist of the Kyoto Protocol Target Achievement Plan (PDF), ONU. URL consultato il 30 agosto 2013.
  30. ^ (EN) Tokyo introduces cap-and-trade scheme in Financial Times, 7 aprile 2010. URL consultato il 30 agosto 2013.
  31. ^ (EN) EU JAPAN relations in the field of environment, Commissione Europea, 15 maggio 2013. URL consultato il 30 agosto 2013.
  32. ^ (EN) 2010 Environmental Performance Index (PDF), Yale University. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  33. ^ Una riscossa in nome dell'ibrido La corsa pulita di Toyota e Honda in La Repubblica, 20 aprile 2002. URL consultato il 30 agosto 2013.
  34. ^ (EN) Automaker Rankings 2007: The Environmental Performance of Car Companies, Union of Concerned Scientists, 30 marzo 2007. URL consultato il 30 agosto 2013.
  35. ^ (EN) The latest global warming projection by using the Earth Simulator has been completed, Center for Climate System Research, Università di Tokyo, 16 settembre 2004. URL consultato il 30 agosto 2013.
  36. ^ (EN) Nuclear Power in Japan, World Nuclear Association, 5 agosto 2013. URL consultato il 30 agosto 2013.
  37. ^ (EN) Fuel loading starts at Kashiwazaki-Kariwa reactor, world-nuclear-news.org, 11 novembre 2008. URL consultato il 30 agosto 2013.
  38. ^ (EN) Global report on Fukushima nuclear accident details health risks, World Health Organization, 28 febbraio 2013. URL consultato il 30 agosto 2013.
  39. ^ Giampaolo Visetti, Radioattività nell'Oceano Pacifico. Viaggio nell'incubo di Fukushima in La Repubblica, 7 agosto 2013. URL consultato il 30 agosto 2013.
  40. ^ Naoto Kan: “Il Giappone dirà addio al nucleare” in Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2011. URL consultato il 30 agosto 2013.
  41. ^ Giappone: manifestazioni anti-nucleare a 3 mesi da Fukushima in Euronews, 11 giugno 2011. URL consultato il 30 agosto 2013.
  42. ^ Shinzo Abe fa dietrofront: il Giappone non si priverà del nucleare in Meridianionline, 7 gennaio 2013. URL consultato il 30 agosto 2013.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]