Gioco reale di Ur

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Gioco reale di Ur
Copia esposta al British Museum

Copia esposta al British Museum

Tipo gioco da tavolo
Luogo origine Sumero
Editore British Museum
1ª edizione 2400 a.C. - 2600 a.C.
Regole
N° giocatori 2
Requisiti
Preparativi nessuna
Durata 30 minuti
Aleatorietà Media (dadi)

Con Gioco Reale di Ur (o anche gioco dei venti quadrati[1]) ci si riferisce ad alcune tavole da gioco trovate nelle tombe reali di Ur da Leonard Woolley negli anni venti del XX secolo[2] e datate ad un periodo compreso tra il 2400 a.C. e il 2600 a.C.[2]. È considerato tra i più antichi reperti completi di un gioco da tavolo che sia mai stato scoperto. Una tavola da gioco simile, realizzata in legno è stata ritrovata negli scavi di Shahr-i Sokhta nell'Iran meridionale[3]

Insieme al Senet è considerato da alcuni uno dei predecessori del moderno backgammon.

Reperti ritrovati[modifica | modifica sorgente]

Schema della tavola da gioco nel III millennio a.C.

La tavola da gioco consiste di un rettangolo di 8x3 caselle a cui mancano due caselle esterne da ciascuno dei due lati lunghi, anche se le decorazioni dei quadrati variano da tavola a tavola e possono andare da motivi geometrici (reperto U 10478 e U 9000) a scene che ritraggono animali selvaggi (reperto U 11162) o anche un misto di entrambe (reperto 10557. Comunque tutte hanno in comune la presenza di 5 caselle decorate con una rosetta nelle stessa posizione.[4] Le tavole da gioco sono cave e all'interno sono conservati i componenti del gioco, costituiti da quattordici pedine (sette per ogni giocatore) e da sei dadi tetraedrici[5] con le punte arrotondate in pietra o lapis lazuli con due delle quattro punte marcate con inserti (pertanto ogni dado poteva dare due risultati possibili, a seconda se a puntare verso l'alto fosse una punta intarsiata).[6]

Le qualità delle tavole da gioco ritrovate a Ur è molto differente: la più semplice è in ardesia decorata con motivi geometrici in madreperla, mentre altre sono decorate anche con inserti in lapislazzuli e corniola.[5] Solo due tavole da gioco sono state ritrovate complete, le rimanenti erano troppo rovinate per poter essere completamente restaurate e i loro componenti sono stati ritrovati nelle vicinanze.[5]

La tavoletta ritrovata a Shahr-i Sokhta è invece in legno con inciso un serpente le cui spire formano i quadretti della tavola.[3]

Diffusione[modifica | modifica sorgente]

Schema della tavola da gioco nel II e I millennio a.C., il quadrato finale di 2x2 caselle si è allungato

Il Gioco reale di Ur si diffuse, evolvendosi, in Iran, Siria, Egitto, Libano, Sri Lanka, Cipro e Creata. Per esempio sono state ritrovate tavole simili a quelle di Ur nelle tombe dell'Antico Egitto risalenti al 1580 a.C. e un'altra risalente alla stessa epoca è stata ritrovata a Ekomi sull'isola di Cipro[7], il gruppo di quadrati più piccolo che si trovava a una delle estremità si è trasformato in una fila, ma le rosette sono state conservate e il regolamento doveva essere simile. Il gioco veniva chiamato Tau dagli egizi.

Ricostruzione del regolamento[modifica | modifica sorgente]

La mancanza di descrizioni del regolamento sollevò l'interesse di diversi studiosi che avanzarono varie ipotesi proponendo regole per il gioco sulla solo base dei componenti ritrovati[8].

La faccia della tavolettaBM 3333B

Una ricostruzione più dettagliata è stata avanzata da Irving Finkel (curatore del British Museum ed esperto di incisioni cuneiformi) all'inizio degli anni ottanta, sulla base dell'analisi di due tavolette cuneiformi. La prima di queste, identificata come BM 33333B, risale al 177-176 a.C. ed è stata incisa dallo scriba babilonese Itti-Marduk-balālu, copiando una tavoletta appartenente a Iddin-Bēl, uno studioso di un'altra famiglia. È stata ritrovata nel 1880 nelle rovine di Babilonia e ceduta al Brisish Museum.[1] La seconda tavoletta facente parte della collezione privata del conte Aymar de Liedekerke-Beaufort, andò distrutta nella prima guerra mondiale, ma si salvarono le foto dettagliate che ne erano state fatte. Questa tavoletta non è datata, ma è stata valutata risalente a qualche secolo prima della tavoletta babilonese e probabilmente proveniente dalla città di Uruk.[1]

Entrambe le tavolette su una faccia riportano una griglia di linee orizzontali, verticali e diagonali che la dividono in dodici zone quadrate a loro volta contenenti un rombo affiancato da sei triangoli. Ogni zona è inscritta con uno o più caratteri cuneiformi e il rombo centrale contiene uno dei simboli dello zodiaco e questi forniscono l'ordine di lettura dei quadrati. Un'iscrizione sul lato della seconda tavoletta indica che il contenuto della tavoletta riguarda un gioco il cui nome si può tradurre come "branco di cani"[9][10] Il retro della prima tavoletta contiene due colonne di testo che contengono un elenco dei componenti del gioco, il risultato dei dadi necessari per l'ingresso di ogni pezzo e il risultato se un pezzo atterra o meno su uno dei quadrati segnati[11] sulla tavola da gioco.

Secondo la ricostruzione di Finkel si trattava di un gioco di percorso e d'azzardo in cui i giocatori devono entrare da una casella della tabella e percorrerla fino all'uscita. Il numero di caselle percorse viene determinato dal lancio dei dadi e atterrando su un pezzo avversario lo si costringe a dover ripartire dall'inizio. Se un pezzo salta una delle casell con la rosetta il giocatore deve pagare una posta alla cassa, mentre se vi atterra ritira una posta. Se un pezzo si trova su una casella con una rosetta è immune dall'essere obbligato a ricominciare il percorso.[12]

Alcuni dei componenti descritti nella tavoletta sono comunque lievemente diversi rispetto a quello delle tavole da gioco ritrovate (al posto dei dadi tetraedrici vengono usati dadi ottenuti da astragali di bue o pecora e ogni giocatore dispone di cinque pedine invece di sette.[13]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Finkel 2007, p. 16
  2. ^ a b Bell 1960, p. 23
  3. ^ a b M. Piperno e S. Salvatori, Recent results and new perspectives from the research at the graveyard of Shahr-i Sokhta, Sistan, Iran in Annali Rivista del Dipartimento di Studi Asiatici & Dipartimento di Studi e Ricerche su Africa e Paesi Arabi, n. 43, Università di Napoli, pp. pp. 24-40. citato in Becker 2007, p. 11
  4. ^ Becker 2007, pp. 11-12
  5. ^ a b c Becker 2007, p. 11
  6. ^ Finkel 2007, p. 17
  7. ^ Bell 1960, p. 25
  8. ^ Per esempio vedi Bell 1960, pp. 24-25.
  9. ^ Vedi Finkel 2007, p. 19
  10. ^ L'uso del termine per "cane" era comune anche in altre lingue antiche, vedi Finkel 2007, p. 23
  11. ^ Che secondo Finkel corrispondono ai quadrati marcati dalla rosetta, vedi Finkel 2007, p. 21
  12. ^ Vedi Finkel 2007, pp. 26-27
  13. ^ William Green, Big Game Hunter in Times, 19 luglio 2012. URL consultato il 24 dicembre 2012.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Andrea Becker, The Royal Game of Ur in Irving L. Finkel (a cura di), Ancient Board Games in Perspective, Londra, The British Museum Press, 2007. ISBN 978-0-7141-1153-7.
  • Roland Charles Bell, Board and Table Games from Many Civilization, vol. 1, revised, New York, Dover Publications, 1960, p. 23. ISBN 0-486-23855-5.
  • Irving L. Finkel, On the Rules for the Royal Game of Ur in Irving L. Finkel (a cura di), Ancient Board Games in Perspective, Londra, The British Museum Press, 2007. ISBN 978-0-7141-1153-7.

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