Dagon (racconto)

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Dagon
Dagon.jpg
Dagon
Autore Howard Phillips Lovecraft
1ª ed. originale 1919
Genere racconto
Sottogenere orrore
Lingua originale inglese
Serie Ciclo di Cthulhu

Dagon è il secondo racconto di Howard Phillips Lovecraft, pubblicato sulla rivista Weird Tales (lo scrittore lo inviò ben cinque volte nel 1923, ma prima era già stato pubblicato sull'amatoriale The Vagrant nel novembre 1919).

Scritto nel luglio del 1917, prende il titolo dal dio mitologico Dagon (che compare nel Primo libro di Samuele) e narra, da un punto di vista soggettivo (come del resto quasi tutti i racconti dell'autore), una particolare vicenda accaduta anni prima ad un uomo adesso sull'orlo del suicidio (come si evince dalle prime righe dello scritto).

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Prima di gettarsi dalla finestra della propria soffitta, il protagonista scrive di getto alcuni appunti sul suo stato mentale (ha finito tra l'altro la propria morfina, «la sola [cosa] che renda la [sua] vita sopportabile», e i mezzi di sostentamento), ricordando un'avventura occorsagli all'inizio della prima guerra mondiale. Fatto prigioniero da una nave tedesca nell'Oceano Pacifico, dopo soli cinque giorni riesce a fuggire, portando con sé pochi viveri su di una scialuppa; vaga alla deriva nel mare finché un pomeriggio, dopo essersi addormentato, si risveglia arenato su una sorta di isola dal terreno fangoso, grigio, ricoperto di pesci morti ed in putrefazione. L'uomo ipotizza che la causa della comparsa della terra, che non aveva mai notato in precedenza all'orizzonte, sia l'eruzione subitanea di un vulcano sottomarino; rimane qualche tempo presso la propria imbarcazione, quindi si decide a lasciarla per esplorare il territorio circostante.

Dopo giorni di cammino arriva ad un crepaccio, al cui interno si trova acqua oceanica nella quale si specchia la Luna; sul versante opposto al suo si trova un enorme monolito decorato con bassorilievi a tema subacqueo. Mentre è teso in osservazione del monumento, la sua attenzione viene catturata da un gigantesco vortice marino dal quale, con sommo orrore dell'uomo, fuoriescono due arti titanici, seguiti da un altrettanto ciclopico corpo squamoso e viscido, ad abbracciare la pietra del monolito.

A questo punto, ridendo come un folle, e correndo ed urlando, il protagonista scappa a tutta velocità risalendo il pendio verso la propria barca, presso la quale presumibilmente sviene, dato che si risveglia in una stanza d'ospedale a San Francisco.

La narrazione prosegue tornando al tempo presente, e la conclusione si avvicina, quando l'uomo sta appuntando questo scritto sul proprio diario; alla fine sente, o crede di sentire, il grattare di una enorme mano, probabilmente la mano di Dagon stesso, viscida, alla porta, e le ultime parole lasciate sulla carta sono queste:

(EN)

« It shall not find me. God, that hand! The window, the window! »

(IT)

« Egli non mi troverà. Dio, quella mano! La finestra, la finestra! »

(Dagon, 1917)

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Dagon era un dio mesopotamico adorato dai Filistei (Primo libro di Samuele, 5, 2-7), ed il suo nome significa «grano». In effetti è una delle poche divinità del pantheon lovecraftiano (insieme a Nodens, dio celtico) ripresa da entità venerate realmente in epoche più o meno remote; dopo, infatti, sull'esempio di Lord Dunsany, lo scrittore cominciò a descrivere una serie di creature di propria invenzione, dando vita a una mitologia autonoma (denominata successivamente alla morte del Solitario «Miti di Cthulhu» o «Ciclo di Cthulhu», da uno degli immaginari Dei più famosi).

All'inizio, con molta probabilità, il processo fu inconsapevole; solo dopo alcuni anni l'autore acquisì coscienza della portata della propria opera mitografica, in cui gli dèi non sono essenze trascendenti che guardano con occhio benevolo ai propri fedeli, bensì creature cosmiche pre-umane giunte dallo spazio sulla Terra, e pronte a riappropriarsene quando il tempo avrà fatto il suo corso, senza tenere conto dell'intero genere umano che, per Lovecraft, altro non è che un granello nell'universo, un incidente biologico sul percorso della creazione, in un cosmo privo di scopo e di pietosi dèi salvifici per gli insignificanti uomini.

Del resto, i critici hanno dibattuto a lungo se inserire o meno Dagon fra le divinità del Ciclo di Cthulhu; infatti si ritiene (seppur Lovecraft mai lo chiarì) che egli non sia altro che uno degli esponenti di una razza sottomarina di suoi simili, che a loro volta venerano esseri superiori; anche lui, quindi, in posizione di adoratore e non di adorato.

Temi[modifica | modifica wikitesto]

Nel racconto compaiono già, seppur in nuce, molti spunti del Lovecraft più maturo: tutta l'impronta visionaria ed onirica dello scritto rimanda ad un filone di testi, successivi a Dagon, che arrivano fino a circa il 1927, in cui lo scrittore di Providence affronta la tematica del sogno, e della sua incidenza sulla realtà.

In effetti, il lettore può immaginare che il protagonista abbia vissuto l'avventura di cui scrive, ma potrebbe d'altro canto benissimo pensare (come in effetti fanno tutti coloro, da medici ad amici, a cui l'uomo racconta la vicenda) che sia stata tutto il frutto di una mente allucinata dalla fame e dalla solitudine, spersa nell'Oceano Pacifico da chissà quanti giorni; e a supportare questa tesi si aggiunge l'utilizzo continuativo che l'uomo fa della morfina, che a suo dire gli permette di tirare avanti, scappando dalla realtà per dimenticare la visione del terribile essere, ma d'altra parte lo porta ancor più a fondo nell'abisso allucinato dei suoi pensieri distorti. Il lettore, comunque, viene spinto dal racconto a dare credito alla versione dell'io narrante, quindi la bilancia fra il credito dato al fantastico e la sua critica è leggermente spostata verso il primo.

Un altro tema lovecraftiano presente nel racconto, legato al precedente, è l'esistenza di una realtà altra da quella con cui ogni giorno abbiamo a che fare; una dimensione in cui le nostre certezze vengono scosse alle fondamenta, e le stesse concezioni di «possibile» e di «umanità» devono essere ritrattate su basi totalmente differenti.

Questo si esplica, ad esempio, nelle raffigurazioni dei «mostri marini» che il protagonista scorge sulla superficie del monolito, raffigurati come appena poco più piccoli di balene, o nei simboli che, ancora, sono scolpiti sulla pietra, figure grottesche che, nonostante la loro alienità, riescono comunque a comunicare un profondo senso d'inquietudine all'uomo. Infine, come in una sorta di climax, ecco spuntare Dagon, la manifestazione concreta di tutto ciò che, tramite le figure sul monolite, l'uomo aveva soltanto immaginato, il mostro che emerge dagli abissi dell'oceano abbracciando, titanico, la scultura, raggruppando metaforicamente tutte le inquietudini suscitate nel protagonista, ed ampliandole conferendo loro forma tangibile e ben raffigurata.

Davanti a questa manifestazione terrena, ma allo stesso tempo assurda, di impossibilità concretizzatasi, all'uomo non possono che spalancarsi gli abissi della follia, ed infatti il protagonista prende a correre, urlare e cantare come un pazzo, precipitandosi verso la barca.

Ancora, abbiamo infine, collegata ai primi due punti, la tematica delle divinità aliene all'uomo, entità superiori, inumane e pre-umane, che non riconoscono importanza alla vita umana, né al genere umano nella sua totalità, nell'universo vuoto e caotico immaginato dal solitario di Providence.

Questo tema, come abbiamo già visto sopra, è però solo accennato, ed infatti passeranno dieci anni prima che Lovecraft inizi (per di più senza consapevolezza, in principio) a dare una sistematizzazione al proprio personale pantheon di divinità.

Simboli[modifica | modifica wikitesto]

In Dagon sono presenti simboli che torneranno spesso nella produzione di Lovecraft, sia negli scritti a tematica onirica che in quelli legati al Ciclo di Cthulhu.

In primo luogo, l'oceano, un'enorme distesa di acqua che separa ciò che sta sopra, che si vede, da ciò che si trova sotto, invisibile a cose normali, solo appena percepibile quando risale sempre più verso la superficie. Questo mare della mente umana può quindi ben rappresentare la separazione fra cosciente ed inconscio, e la nave, simbolo che qua è solamente accennato, ma sviluppato molto più approfonditamente in altri racconti (The White Ship, del 1919), rimanda a un'esplorazione della propria mente, che si svolge inizialmente in superficie, per poi scendere sempre più in profondità.

Il protagonista fugge dalla nave, interrompendo così questa sorta di «esplorazione del sé», ma ancora si ritrova su un'imbarcazione, seppur più piccola, che lo porterà infine, fortunosamente, all'approdo sul terreno fangoso, che (come ipotizza l'uomo) è emerso dal mare per frutto di un'intensa attività vulcanica sottomarina. Alla fine, quindi, volente o nolente, intrapreso il viaggio introspettivo l'uomo non può più abbandonarlo, e dal suo inconscio è emersa questa zona di attracco da esplorare, che a sua volta lo rimanderà ancora a scoperte più profonde.

Sull'isola, infatti, il protagonista entrerà in contatto (perlomeno visivo ed uditivo) con Dagon, mostro marino emerso dai simbolici abissi del suo inconscio, e questo incontro-scoperta lo porterà alla follia, esasperata nell'immediato e placata solamente da un ritorno alla realtà umana (e non a caso il racconto riprende dal suo risveglio in un ospedale, un luogo di cura - fisica, ma simbolicamente mentale, di ripresa di contatti con gli uomini, con i suoi simili), ma che poi durerà, sotterranea, fino alla fine dei suoi giorni.

Nell'immaginario lovecraftiano, le divinità sono state associate, da molti critici, a pulsioni inconfessabili dell'uomo; così, ad esempio Shub-Niggurath rappresenterebbe l'impulso sessuale represso, vissuto di nascosto e quasi come peccato e non con tranquillità liberatrice, mentre il Grande Cthulhu, che morto sogno nella perduta città di R'lyeh è metafora della volontà di potenza degli uomini sugli altri, costantemente avvilita o distrutta dallo scontro con la realtà.

E così, seppur a Dagon in questo racconto non sia possibile associare una ben definita pulsione umana, è emblematico il fatto che il mostro, nella sua titanica, terrificante figura, fuoriesca dagli abissi dell'inconscio umano, dove si annidano le pulsioni nascoste e segrete, spesso represse, degli uomini.

Ed infine, sopra a tutto, splende la Luna; ancora, questo è un simbolo ricorrente in Lovecraft, che si specchia costantemente nel mare dell'inconscio. Ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, essa non è benefica: infatti, è una luce, la più grande luce notturna, la cui funzione è permettere di scorgere i contorni, ma non lasciarli vedere del tutto, di ciò che sotto di lei si trova. E, nel mare dell'inconscio, la conoscenza diventa terribile, mentre l'oscura ignoranza può essere salvifica: così come per il protagonista uno svenimento potrebbe essere benefico per l'integrità della sua mente, il fatto di rimanere cosciente è invece dannoso; ma, ancora più approfonditamente, il personaggio non rimane totalmente cosciente, bensì ha una forma di pazzia che gli permette di comprendere solo in parte ciò che vede, o che forse lo aiuta a rimanere sveglio. E la Luna, per parte sua, illumina i contorni dell'inconscio, senza però permettere di comprenderli nitidamente, aumentando così il senso di straniamento e terrore nella mente del protagonista.

Del resto, proprio il giocare su ciò che si vede, e ciò che rimane nascosto, è uno dei punti di forza della narrazione lovecraftiana: accenna, suggerisce, ma mai definisce, delinea, mostra chiaramente. Come con la luce lunare, rimangono zone d'ombra (ed ancora non è un caso che il protagonista ricordi questa vicenda, con terrore, soprattutto nel periodo della falce di Luna), che vengono colmate dalle paure più recondite della mente umana.

Trasposizioni[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

La versione ufficiale in lingua inglese del testo di Dagon, cui tutte le altre case editrici si sono conformate, è quella a cura di S. T. Joshi, pubblicata nel 1986 dalla Arkham House e raccolta in Dagon and Other Macabre Tales.

In Italia il racconto si trova variamente (e con notevoli differenze anche interne) tradotto da diverse case editrici, ma le versioni maggiormente curate sono quelle della Newton&Compton (ne Le storie del Ciclo di cthulhu, volume I: Il mito, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco), e quella della Arnoldo Mondadori Editore (in Tutti i racconti 1897-1922, a cura di Giuseppe Lippi); entrambe presentano apparati critici e note esplicative relative a tutti i racconti contenuti.

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