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Sarda sarda

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Palamita
Stato di conservazione
Rischio minimo[1]
Classificazione scientifica
DominioEukaryota
RegnoAnimalia
PhylumChordata
ClasseActinopterygii
OrdineScombriformes
FamigliaScombridae
GenereSarda
SpecieSarda sarda
Nomenclatura binomiale
Sarda sarda
(Bloch, 1793)
Sinonimi

Palamita sarda (Bloch, 1793)
Pelamis sarda (Bloch, 1793)
Pelamys sarda (Bloch, 1793)
Sarda mediterranea
(Bloch & Schneider, 1801)
Sarda pelamis (Brünnich, 1768)
(sinonimo ambiguo)
Scomber mediterraneus
Bloch & Schneider, 1801
Scomber palamitus
Rafinesque, 1810
Scomber pelamis Brünnich, 1768
(sinonimo ambiguo)
Scomber ponticus Pallas, 1814
Scomber sarda Bloch, 1793
Thynnus brachypterus
Cuvier, 1829
Thynnus sardus (Bloch, 1793)
[2][3]

Nomi comuni

Palamita

La palamita[4] (Sarda sarda Bloch, 1793) è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Scombridae[5], comune nel mar Mediterraneo[6].

Banco di palamite

Distribuzione e habitat

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L'areale della palamita comprende l'intero oceano Atlantico. Sul lato est la sua diffusione va dalla Norvegia meridionale[1] (molto rara a nord delle isole britanniche[7]) al Sudafrica compresi il mar Mediterraneo e il mar Nero[1]; in quest'ultimo bacino la presenza è solo estiva e non avviene la riproduzione[8]. Sul lato americano S. sarda è presente dal Massachusetts (raramente fino alla Nuova Scozia) al nord dell'Argentina, si trova nel golfo del Messico settentrionale, ma pare assente dal mar dei Caraibi[1].

La palamita ha abitudini epipelagiche e migratrici[9]; si può trovare sia in alto mare che in acque costiere[7] dove si trova in periodi variabili a seconda delle località, ma di solito nei mesi estivi e autunnali[8]. Raramente può penetrare nelle foci fluviali. La profondità massima nota è di circa 200 metri[1]. Effettua lunghe migrazioni, ad esempio gli esemplari del mar Nero vi migrano in primavera ed estate dal mar Egeo per ritornarvi alla fine di luglio[8].

È un pesce dal corpo allungato e fusiforme, poco compresso ai lati, e peduncolo caudale sottile con 2 carene laterali. La testa è appuntita, con bocca ampia che supera l'occhio, armata di numerosi denti conici abbastanza evidenti[6]. Le pinne dorsali sono due: quella anteriore è più lunga e triangolare, con altezza decrescente e bordo superiore dritto[7], è composta da 21-24 raggi spinosi; la seconda, contigua, è corta, con due raggi spiniformi e 12-14 raggi molli, ed opposta all'anale (2 raggi spinosi e 11-13 molli). Sul peduncolo caudale sono presenti delle pinnule, da 8 a 9 nella parte dorsale e da 6 a 8 su quella ventrale[8]. Le pinne ventrali e le pinne pettorali sono piccole. La pinna caudale è biloba, falcata, con lobi appuntiti[6].

Il colore è azzurro metallico sul dorso e digrada in un colore argenteo sui fianchi, per assumere un colore bianco madreperlaceo sul ventre. Sul dorso ci sono 7-10 barre nere o grigiastre oblique, quasi orizzontali[7].

Arriva a misurare oltre 90 cm per 11 kg di peso, ma la taglia media si aggira sui 50 cm[9].

Comportamento

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La palamita è gregaria e forma grandi banchi[8].

Alimentazione

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S. sarda è un animale predatore la cui dieta è composta prevalentemente di pesci e secondariamente di cefalopodi e crostacei[10]. Tra le prede più comuni nel Mediterraneo si hanno acciughe, sardine, cefali, aguglie e costardelle[6].

Avviene in primavera-estate. Le uova sono pelagiche e misurano 1,2-1,3 mm di diametro. I giovani tra 32 mm e 30 cm presentano bande scure verticali[8].

Tra i predatori noti alla scienza si hanno il wahoo e la lampuga. È anche comune il cannibalismo[11].

Date le carni ottime e la sua indole combattiva è molto apprezzata sia da pescatori sportivi che da pescatori professionali: i primi la insidiano soprattutto dalla barca con la tecnica della traina e da terra a spinning, mentre i secondi la catturano soprattutto con apposite reti da posta, denominate palamitare[6]. La pesca della palamita ha un discreto interesse economico, in particolar modo in Turchia dove viene insidiata durante la migrazione verso il mar Nero[8].

Conservazione

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La palamita appare comune o abbondante in gran parte del suo vastissimo areale. Lo sfruttamento è abbastanza intenso e lo è stato molto di più in passato ma non si è assistito ad alcun depauperamento delle popolazioni nè a segni di sovrapesca e gli stock appaiono abbodanti. La IUCN classifica S. sarda come "a rischio minimo"[1].

  • Francesco Costa, Atlante dei pesci dei mari italiani, Milano, Mursia, 1991, ISBN 8842510033.
  • Patrick Louisy, Guida all'identificazione dei pesci marini d'Europa e del Mediterraneo, a cura di Trainito, Egidio, Milano, Il Castello, 2006, ISBN 888039472X.
  • Tortonese E., Osteichthyes: pesci ossei. Vol. 1, collana Fauna d'Italia, Bologna, Calderini, 1975, ISBN 9788870190977.

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