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Euphausiacea

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Krill
Meganyctiphanes norvegica2.jpg
Krill nordico: Meganyctiphanes norvegica
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Sottoregno Eumetazoa
Ramo Bilateria
Phylum Arthropoda
Subphylum Crustacea
Classe Malacostraca
Sottoclasse Eumalacostraca
Superordine Eucarida
Ordine Euphausiacea
Dana, 1852
Famiglie

Con il termine krill (termine di origine norvegese) si indicano diverse specie di creature marine invertebrate appartenenti all'ordine Euphausiacea.

Questi piccoli crostacei, che vivono in tutti gli oceani del mondo, con particolare concentrazione nelle acque fredde e polari, sono importanti organismi che compongono lo zooplancton, cibo primario di balene, mante, squali balena, pesce azzurro e uccelli acquatici.

La pesca commerciale del krill è praticata nelle acque meridionali delle coste giapponesi. La produzione globale ammonta a 150-200.000 tonnellate annue.

La maggior parte del krill viene usato come cibo per acquacultura e allevamento in acquario, come esche per la pesca e per l'industria farmaceutica. In Giappone (e nella Russia orientale) viene consumato come cibo umano ed è conosciuto in giapponese come okiami (オキアミ?).

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Il krill appartiene ai crostacei, pertanto possiede un esoscheletro chitinoso, diviso in tre segmenti: il cephalon (testa), il torace e l'addome. Il primo e il secondo segmento sono fusi assieme in un unico segmento, chiamato cefalotorace, che nelle maggior parte delle specie di krill è trasparente e lascia vedere gli organi interni.

Gli occhi sono compositi; inoltre alcune specie possono adattarsi a differenti condizioni di luce attraverso l'uso di pigmenti protettivi. Tutti i generi possiedono due antenne e alcune paia di arti toracici chiamati toracopodi, il cui numero varia a seconda delle specie. Queste includono delle pinne filtranti che permettono il raccoglimento del cibo. Alcune specie inoltre possiedono 5 arti a forma di pinna (pleopodi o  piedi addominali) lungo l'addome.

Le dimensioni variano in media tra 1-2 cm, ma alcune specie raggiungono i 6-15 cm di lunghezza (Thysanopoda spinicauda).

Il krill è distinguibile dagli altri crostacei per le sue branchie esterne facilmente visibili.

Ciclo vitale[modifica | modifica wikitesto]

La femmina trasporta le sue uova sotto al cefalotorace in sacche membranose. Rilascia in acqua le uova, il quale numero varia da poche decine ad alcune centinaia a seconda della specie[1].

La larva che esce dalle uova non è segmentata, anche se abbastanza avanzato nello sviluppo (tant'è che viene chiamato pseudometanauplio)[2], e passa attraverso una serie di mute durante la crescita; man mano che si sviluppa, si aggiungono nuovi segmenti fra le mandibole e la regione terminale del corpo, il telson. Dopo due stadi di nauplio, che seguono la schiusa dell'uovo, la larva giunge allo stadio di metanauplio[2]; l'addome infatti continua a segmentarsi, passando in tre fasi di calyptopis e poi in stadi di furcilia, durante i quali si sviluppano gli occhi peduncolati ed i pleiopodi in individui che già somigliano all'adulto. Lo stadio adulto viene raggiunto dopo almeno sei stadi di furcilia, come nel krill antartico (Euphausia superba)[3].

Famiglie e specie[modifica | modifica wikitesto]

L'ordine Euphausiacea, stabilito da James Dwight Dana nel 1852, è diviso in due famiglie. La famiglia Bentheuphausiidae comprende solo una specie, Bentheuphausia amblyops, un crostaceo batipelagico che vive al di sotto dei 1.000 m di profondità. È considerata la specie vivente più antica dei krill.

L'altra famiglia, quella degli Euphausiidae comprende 10 generi per un totale di 85 specie (solo il genere Euphausia raggruppa 31 specie).

Le specie più conosciute, poiché soggette alla pesca commerciale, sono il krill antartico (Euphausia superba), il krill pacifico (Euphausia pacifica) e il krill del Nord (Meganyctiphanes norvegica).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Avancini M., Cicero A. M., Di Girolamo I., Innamorati M., Magaletti E. e Sertorio Zunini T., Guida al riconoscimento del plancton dei mari italiani - Vol. II Zooplancton neritico (PDF), Roma, Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio - ICRAM, 2006, p. 209. URL consultato il 13 luglio 2015.
  2. ^ a b Conway D.V.P.
  3. ^ Avancini et al., p.209.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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