Repubblica di San Marco

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Repubblica di San Marco
Repubblica di San Marco – Bandiera
Motto: Viva San Marco!
Dati amministrativi
Lingue ufficiali veneto
Lingue parlate veneto, friulano, italiano, ladino, emiliano, cimbro, mocheno
Capitale Venezia
Dipendente da Flag of the Kingdom of Sardinia (1848-1851).svg Regno di Sardegna (dal 5 luglio 1848)
Politica
Forma di Stato Stato unitario
Forma di governo Repubblica presidenziale
Presidente Daniele Manin
Nascita 17 marzo 1848 con Daniele Manin e Niccolò Tommaseo
Fine 22 agosto 1849
Territorio e popolazione
Bacino geografico Triveneto
Territorio originale Veneto, Friuli
Economia
Valuta Lira veneziana
Religione e società
Religioni preminenti Cattolicesimo
Religione di Stato Cattolicesimo
Religioni minoritarie Ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif Regno Lombardo-Veneto (Austria)
Succeduto da Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif Regno Lombardo-Veneto (Austria)
Moneta da 5 lire
5 lire Venezia 1848.jpg
REPUBBLICA VENETA* 22 MARZO 1848. Leone di San Marco; sul libro: PAX/TIBI/MAR/CE// EVAN/CELI/STA/MEUS UNIONE ITALIANA intorno ad una corona di alloro e quercia, 5/LIRE dentro.
AR Datata 1848 V.

La Repubblica di San Marco fu uno Stato costituito a Venezia il 22 marzo del 1848 a seguito dell'insurrezione della città, che aveva avuto inizio il 17 marzo dello stesso anno, contro il governo austriaco. La repubblica sopravvisse fino al 22 agosto 1849, quando il Veneto ritornò sotto il controllo asburgico.

Appello di Manin ai soldati italiani.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

« [...] Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,

l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia! L'ira nemica
la sua risuscita virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
Sul ponte sventola bandiera bianca! »

(Arnaldo Fusinato)
La proclamazione della Repubblica di San Marco

Lo scoppio della rivolta[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 17 marzo, fomentati delle notizie che giungevano da Vienna su una insurrezione popolare nella capitale asburgica che aveva costretto il Cancelliere di Stato Metternich a dimettersi,[1] una grande folla si raccolse in Piazza San Marco chiedendo la liberazione di Daniele Manin, Niccolò Tommaseo, e di altri patrioti arrestati a gennaio in seguito all'inasprimento della repressione austriaca contro i sospetti sovversivi.[2] Il governatore della città, il conte ungherese Aloisio Palffy, preoccupato dalle notizie che giungevano da Vienna e impressionato dalla intensità della manifestazione,[3] ordinò l'immediato rilascio dei detenuti. Appena liberati il Manin, ancora in parte ignaro dei fatti e delle ragioni per cui era stato liberato, in un discorso improvvisato[4] affermò:

« Cittadini! Ignoro per effetto di quali venti io sia stato tratto dal silenzio del mio carcere e portato in piazza San Marco. Ma vedo nei vostri volti, nella vivacità dei vostri atteggiamenti, che i sensi d'amor patrio e di spirito nazionale hanno fatto qui, durante la mia prigionia, grandi progressi, ne godo altamente e in nome della patria ve ne ringrazio. Ma deh! non vogliate dimenticare che non vi può essere libertà vera e durevole, dove non c'è ordine, e che dell'ordine voi dovete farvi gelosi custodi, se volete mostrarvi degni di libertà. Ci sono momenti e casi solenni nei quali l'insurrezione non è solo un diritto, ma è anche un dovere »

A questo punto Manin apparve come la principale figura politica di riferimento[5] a cui il governatore Palffy, il giorno seguente, si rivolse per chiedere consiglio sul modo in cui garantire il mantenimento dell'ordine pubblico. Manin propose l'istituzione di una guardia civica ma il Palffy in un primo momento rifiutò. Frattanto nuovi tumulti scoppiarono nelle strade e un gruppo di soldati croati[6] sparò su una folla di dimostranti in piazza San Marco causando la morte di cinque persone e sette feriti.[7] A sera, col postale da Trieste, giunsero nuove disposizioni da Vienna: via libera all'istituzione della guardia civica e concessione della libertà di stampa.[8] Si acconsentì allora, nei due giorni seguenti, a duecento cittadini di armarsi e mettersi al servizio del Municipio per il mantenimento dell'ordine pubblico. Malgrado queste concessioni il Manin non intendeva seguire una linea moderata di collaborazione col governo Austriaco,[9] persuaso che ogni tentativo di compromesso fosse ormai impraticabile e convinto peraltro della necessità di prevenire una probabile azione repressiva austriaca organizzando al più presto una insurrezione che avesse l'obbiettivo di cacciare gli austriaci e di proclamare la repubblica.[10] A tale scopo il Manin aveva preso segretamente contatti con gli operai dell'Arsenale e con alcuni ufficiali della Marina Imperiale che in gran parte era costituita da italiani. Contando anche sull'appoggio della guardia civica, il piano era di occupare l'Arsenale e costringere gli austriaci, che a Venezia potevano contare su un solo reggimento militare, ad abbandonare la città.[11]

La mattina del 22 marzo gli operai dell'Arsenale uccisero a sprangate il conte Giovanni Marinovich, odiato[12] comandante dell'Arsenale.[13] Manin, confortato anche dalle notizie che giungevano da Milano insorta anch'essa contro gli austriaci, comprese che era giunto il momento di agire e, tempestivamente, a capo di un gruppo di amici e di molti membri della guardia civica, occupò senza sforzo l'Arsenale.[14] Frattanto altri gruppi di guardie civiche occuparono la sede della guardia austriaca in piazza San Marco (presidiata da soldati italiani che non opposero resistenza) e l'ingresso del palazzo del governo.[15]

Il Palffy a questo punto decise di rimettere il potere decisionale nelle mani del governatore militare il tenente colonnello conte Ferdinánd Zichy (1783–1862), il quale alle 18 del 22 marzo firmò la capitolazione che prevedeva che le truppe straniere (circa 3000 uomini[16]) avrebbero abbandonato pacificamente la città mentre i soldati italiani in forza all'esercito imperiale (all'incirca altri 3000 uomini[17]) sarebbero rimasti.[18] [19][20]

Poco prima il Manin aveva tenuto un discorso in piazza San Marco in cui aveva affermato:

« [...] Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, poiché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue, né di quello dei nostri fratelli; io dico i nostri fratelli, perché tutti gli uomini per me lo sono. Ma non basta aver abbattuto l'antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con ciò non intendiamo separarci dai nostri fratelli italiani, anzi, al contrario, noi formeremo uno dei centri che serviranno alla fusione graduale, successiva, della nostra cara Italia in un solo tutto. Viva la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco![21] »

Quella stessa sera si insediò un governo provvisorio guidato dall'avvocato Giovanni Francesco Avesani da cui però il Manin era stato escluso poiché giudicato su posizioni troppo radicali.[22] Tuttavia la notizia di tale esclusione causò l'immediata e imponente protesta popolare sicché già il giorno seguente, il 23 marzo, si ebbe un nuovo governo provvisorio guidato da Manin e così composto: Daniele Manin (presidente ed esteri); Nicolò Tommaseo (istruzione e culto); Jacopo Castelli (giustizia); Francesco Camerata (guerra); Francesco Solera (marina); Antonio Paulucci (interno e costruzioni); Pietro Paleocapa (commercio).[23] Si trattava di un esecutivo di matrice decisamente liberalmoderata, estranea a posizioni mazziniane.[24]

La nuova Repubblica di San Marco richiamava nel nome l'antica Serenissima, scomparsa mezzo secolo prima.

La guerra regia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra d'indipendenza italiana.

Le insurrezioni contemporanee di Venezia e, soprattutto, di Milano avevano costretto l'esercito austriaco, comandato dal feldmaresciallo Josef Radetzky, a ripiegare verso le Fortezze del Quadrilatero, un sistema difensivo a forma di quadrilatero ai cui vertici si trovavano le fortezze di Peschiera del Garda, Mantova, Legnago e Verona, comprese fra il Mincio, il Po, e l'Adige.[25]

Il 23 marzo, all'indomani della cacciata degli austriaci da Venezia e Milano, re Carlo Alberto di Savoia, dopo lunghi ripensamenti[26] dichiarò guerra all'Austria. Aveva così inizio la Prima guerra d'indipendenza italiana. L'annessione del lombardo-veneto al Regno di Sardegna era una antica ambizione del Casato di Savoia. La decisione fu presa dal re sotto la pressione dell'opinione pubblica,[27] e a seguito dell'arrivo a Torino, la sera del 23 marzo, del conte Enrico Martini, che dopo aver comunicato l'esito vittorioso dell'insurrezione milanese consegno al re la richiesta d'aiuto del neonato governo provvisorio.[28] Una rivolta nata dal popolo e alimentata in maniera consistente da componenti democratiche e repubblicane assumeva così i contorni di una guerra regia.[29] E proprio la volontà di scongiurare sul nascere una svolta in senso repubblicano delle agitazioni lombarde e venete fu indubbiamente una delle ragioni che indusse al fine il Piemonte ad intervenire contro l'Austria.[30]

Nonostante la diffidenza di alcuni democratici intransigenti, tra cui il milanese Carlo Cattaneo,[31] la decisione del Piemonte di entrare in guerra suscitò in tutta Italia un ondata di entusiasmo che spinse migliaia di volontari da ogni parte della penisola a raggiungere il Veneto e la Lombardia per appoggiare la causa italiana.[32]

Anche la solidarietà degli altri stati italiani non tardò ad arrivare. Il Granducato di Toscana, guidato da un governo moderatamente liberale presieduto da Cosimo Ridolfi,[33] inviò verso la Lombardia un contingente di circa 7000 uomini, di cui molti volontari.[34] Anche lo Stato pontificio acconsentì all'arruoamento dei volontari ed inviò un cospicuo contingente al comando del generale Giovanni Durando e una seconda divisione al comando del generale Andrea Ferrari.[35] Ma l'aiuto più cospicuo fu dato dal re di Napoli Ferdinando II di Borbone che invio circa 16000 uomini verso il Veneto al comando del generale Guglielmo Pepe oltre ad una squadra navale in difesa di Venezia.[36]

Ma l'illusione di una guerra di liberazione nazionale durò poco. I vari sovrani iniziarono presto a temere che un eventuale sconfitta degli austriaci avrebbe al fine avvantaggiato solo il Piemonte che avrebbe potuto assumere una posizione egemone sulla penisola.[37] Particolarmente imbarazzante era poi la posizione di Pio IX che si ritrovava in conflitto contro una grande potenza cattolica. Il 29 aprile il papa fece un improvviso retromarcia e con una allocuzione annunciò il ritiro delle sue truppe.[38] Pochi giorni dopo anche il granduca Leopoldo II di Toscana ritirò il suo appoggio. A metà maggio fu la volta di Ferdinando di Borbone.[39]

Agli ordini di ritiro delle truppe da parte dei propri stati seguirono però molte diserzioni. Tra queste quelle dei generali pontifici Durango e Ferrari,[40] e quella del generale Pepe.[41] Questi a capo di gruppi volontari e di alcuni disertori degli eserciti regolari proseguirono il loro aiuto all'esercito piemontese.

A peggiorare le cose vi fu la condotta negligente della guerra da parte di Carlo Alberto. Questi si mosse in maniera lenta e poco organizzata non inseguendo tempestivamente gli austriaci nel momento di difficoltà e lasciando loro il tempo di riorganizzarsi.[42] Il re si mostrò più preoccupato di procedere a frettolose annessioni dei territori liberati che a proseguire con le operazioni militari. Inoltre la paura della rivoluzione repubblicana e la diffidenza verso i governi di Milano e Venezia[43] lo indusse ad utilizzare poco e male l'apporto dei volontari.[44]

La questione della annessione al Regno di Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso in guerra del Regno di Sardegna animato dalla volontà di annettere il lombardo-veneto e creare un unico Regno dell'Alta Italia, poneva il gravoso problema di come i governi provvisori delle varie città che si erano liberate, in parte o del tutto, dalla occupazione austriaca senza l'aiuto dell'esercito piemontese dovessero ora comportarsi nei confronti di Carlo Alberto. La questione suscitò un animato dibattito reso ancor più complesso dalle molteplici, e spesso inconciliabili, posizioni su cui si trovavano molti dei protagonisti delle rivolte. Vi erano, ad esempio, repubblicani intransigenti, come i milanesi Cattaneo e Giuseppe Ferrari, che mal guardavano all'intervento regio.[45] Ma anche repubblicani, come Mazzini[46] o Garibaldi,[47] che erano, almeno temporaneamente, disposti ad appoggiare Carlo Alberto anteponendo la lotta per l'indipendenza nazionale a quella per la repubblica. C'erano poi le posizioni dei moderati in maggior parte favorevoli all'annessione. Sul governo provvisorio milanese, composto prevalentemente da moderati favorevoli all'annessione, si esercitarono subito le pressioni in senso annessionista dei piemontesi.[48] Queste indussero il governo, che inizialmente cercò di prendere tempo, a indire, con un proclama annunciato il 12 maggio, un plebiscito tra tutti i cittadini maschi maggiorenni per decidere sulla fusione al Regno di Sardegna.[49] I risultati del plebiscito, comunicati l'8 giugno, diedero esito positivo.[50]

La questione dell'annessione al Regno di Sardegna si poneva a Venezia in termini alquanto diversi da Milano.[51] Il moto insurrezionale veneziano aveva infatti portato immediatamente alla proclamazione della repubblica. Inoltre vi fu nel Veneto un contrasto tra Venezia e le città di provincia assai più acuto che in Lombardia. Già il 23 marzo i governi provvisori provinciali aderirono formalmente a quello di Venezia, ma le città della terraferma furono restie ad allinearsi alla direzione del governo veneziano e si mostrarono, fin dai primi di aprile, propense alla fusione col Piemonte e a legare il proprio destino a quello della Lombardia.[52] Questo anche per via del fatto che in Veneto la controffensiva austriaca non tardò ad arrivare e molte città furono in tutto o in parte rioccupate. Questa situazione di estremo pericolo minacciava nell'immediato più le città della terraferma che Venezia e queste dunque erano maggiormente propense ad una rapida fusione con i sabaudi che avrebbe loro garantito, così credevano, un più rapido appoggio da parte di questi.[53]

Il governo di Venezia aveva subito preso contatti sia con quello di Milano, inviandovi l'avvocato Giuseppe Calucci, sia con il comando piemontese attraverso il conte Giovanni Cittadella e l'avvocato Bartolomeo Benvenuti.[54] Già ad aprile il governo milanese aveva proposto a quello veneziano di preparare la convocazione di un'unica assemblea costituente lombardo-veneta. La proposta aveva suscitato vivaci discussioni e il Manin e il Tommaseo si dichiararono contrari. Poi, sotto parere della consulta, si decise di riunire separatamente l'assemblea veneta per decidere su una riunione con la Lombardia e se questa avesse espresso parere favorevole si sarebbe allora proceduti a convocare un'assemblea unica.[55] Ma i rappresentanti dei comuni di Padova, Treviso, Belluno, Vicenza e Rovigo, allarmati per l'avanzare austriaco in territorio veneto, in una riunione tenutasi a Padova giudicarono inopportuna una procedura così lenta e macchinosa, e decisero di accettare la proposta milanese ed invitarono Venezia a fare altrettanto.[56] Il governo veneziano allora, nonostante l'opposizione di Manin, decise di accettare la convocazione di un'assemblea comune comunicando questa delibera al governo milanese e a re Carlo Alberto l'11 maggio.[57] Ma proprio il giorno successivo il governo milanese decideva infine per l'istituzione del plebiscito sull'annessione al Regno di Sardegna rendendo di fatto priva di valore la decisione sull'assemblea unica.[58] Nei giorni seguenti anche i comitati delle le altre venete (tranne Belluno che era stata nel frattempo rioccupata dagli austriaci[59]), decisero di indire plebisciti analoghi sull'annessione che diedero tutti esiti positivi. Il 3 giugno il governo veneziano decise di convocare un'assemblea dei deputati della provincia di Venezia, da eleggersi a suffragio universale maschile,[60] per il giorno 18 in cui decidere sulle sorti della città.[61]

Nel frattempo però l'Austria stava riconquistando le città della terraferma suscitando un clima di grande agitazione ed incertezza.[62] Per questa ragione l'assemblea fu al fine posticipata al 3 luglio.[63] Questo clima aveva fatto si che il partito fusionista fosse ormai diventato prevalente anche fra i repubblicani, convinti al fine che solo l'annessione avrebbe potuto garantire il pieno sostegno alla città da parte delle truppe di Carlo Alberto.[64] Contro la fusione si espresse il Tommaseo che fu il primo a prendere la parola:

« [...] Giacché siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l'inopportunità del trattarla in queste strette di guerra. Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.[65] »

Dopo di lui parlarono a favore Pietro Paleocapa e Giovanni Francesco Avesani.[66] Ormai l'orientamento dell'assemblea era chiaro tanto che non fu neppure concesso al Tommaseo di sviluppare ulteriormente le sue tesi contrarie, che pubblicò in secondo momento in opuscolo.[67] Prese dunque la parola Manin il quale chiese ai repubblicani di sacrificare, al meno temporaneamente, i propri principi per la causa dell'indipendenza e dell'unità degli italiani:

« All'inimico sulle nostre porte, che aspettasse la nostra discordia, diamo oggi una solenne smentita. Dimentichiamo oggi tutti i partiti; mostriamo che oggi dimentichiamo di essere o realisti o repubblicani, ma che siamo tutti italiani. Ai repubblicani dico: Nostro è l'avvenire. Tutto quello che si è fatto e che si fa è provvisorio: deciderà la dieta italiana a Roma.[68] »

Il 4 luglio l'assemblea approvò dunque l'annessione della repubblica al regno di Sardegna con 127 voti favorevoli e soltanto 6 contrari[69] in base alla seguente deliberazione proposta da Jacopo Castelli:

« Obbedendo alla suprema necessità che l'intera Italia sia libera dallo straniero, e all'intento di continuare la guerra con la maggiore efficacia possibile, come veneziani in nome e nell'interesse di Venezia e come italiani per l'interesse di tutta la Nazione votiamo l'immediata fusione della città e provincia di Venezia negli Stati Sardi ed alle condizioni stesse della Lombardia, con la quale, in ogni caso, intendiamo di restare perpetuamente incorporati , seguendone i destini politici unitamente alle altre province venete.[70] »

L'ultima parte della delibera, in cui si afferma di voler legare il proprio destino a quello della Lombardia, rivela la preoccupazione, certamente fondata,[71] che il Piemonte potesse chiedere un trattato di pace con l'Austria barattando Venezia e il Veneto con la Lombardia.[72]

Si procedette allora anche alla nomina di un nuovo governo. Manin, che fu eletto a grande maggioranza come presidente, rifiutò l'incarico.[73] Venne allora nominato Jacopo Castelli. Gli altri membri dell'esecutivo furono Francesco Camarata, Giovanni Battista Cavedalis, Leopardo Martinengo, Pietro Paleocapa, Giuseppe Reale.[74] Questi ultimi due furono inviati a Torino per trattare le modalità dell'annessione. Il parlamento piemontese accettò la fusione con le stesse modalità con cui, il 28 giugno, era stata approvata la fusione della Lombardia e delle province di Padova, Treviso, Vicenza e Rovigo: Venezia avrebbe fatto parte di una consulta veneta composta da due delegati per ognuna delle province annesse.[75]

Gli sviluppi della guerra nel Veneto[modifica | modifica wikitesto]

Il Piemonte, già provato dalla battaglia di Custoza del 27 luglio, ritirò il suo sostegno dopo l'armistizio di Salasco del 9 agosto. L'11 agosto, ad appena quattro giorni dalla nomina, i commissari regi lasciarono Venezia e, nel frattempo, se ne andava la flotta sarda. In questa situazione disperata, Manin assunse la dittatura per quarantotto ore e, il 13 agosto, il potere venne affidato ad un triumvirato formato, oltre che dallo stesso Manin (questioni civili), da Giovanni Battista Cavedalis (Guerra) e Leone Graziani (Marina).

Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all'ordine di rientro e si unì ai Veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell'esercito che difendeva la città.

Frattanto, nonostante l'eroica resistenza dei volontari, la terraferma era stata rioccupata dall'esercito austriaco. Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro forte Marghera, presidiato da 2.500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d'accordo col governo, Ulloa dovette dare l'ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia ma, trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta.

L'episodio del bombardamento di Venezia del 1849 merita una menzione particolare: infatti in quel frangente, accanto all'artiglieria, gli austriaci impiegarono per la prima volta dei palloni aerostatici nel tentativo di portare a termine un bombardamento aereo. L'uso dei palloni per scopi bellici non era del tutto nuovo, poiché fin dal 1794 i francesi avevano costituito una Compagnia aerostieri con palloni ancorati a terra da cavi, con scopi di ricognizione; ma il 2 luglio le mongolfiere austriache furono caricate con bombe incendiarie, collegate a micce a tempo che avrebbero dovuto lasciar cadere l'esplosivo esattamente quando i palloni fossero giunti sopra la città. Tuttavia il vento respinse i palloni, facendoli tornare verso le linee austriache, cosicché il primo tentativo di bombardamento aereo della storia risultò fallimentare.

La battaglia di Forte Marghera in una litografia dell'epoca

L'11 luglio 1849 i chioggiotti tentarono di incendiare la fregata austriaca "I.R. Venere" attaccandola con un brulotto al largo della costa.

Alla lunga comunque la situazione della città divenne insostenibile (a complicare le cose si aggiunse anche un'epidemia di colera), ed ai primi di agosto lo stesso Manin, vista l'impossibilità di resistere ad oltranza, iniziò a parlare di resa, e offrì anche di farsi da parte se invece si fosse deciso di combattere fino all'ultimo. L'Assemblea confermò la fiducia al Manin, e gli affidò pieni poteri per trattare la resa, che venne firmata il 22 agosto 1849 a villa Papadopoli. Il 27 gli austriaci entravano a Venezia, mentre Manin, Tommaseo, Pepe e molti altri patrioti prendevano la via dell'esilio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Candeloro, p. 153
  2. ^ Candeloro, p. 153
  3. ^ Candeloro, p. 153
  4. ^ Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone, Bompiani 2011, p. 583
  5. ^ Villari. Volume quarto, p. 90
  6. ^ Villari. Volume quarto, p. 90
  7. ^ Candeloro, p. 154
  8. ^ Villari. Volume quarto, p. 90
  9. ^ Villari. Volume quarto, p. 90
  10. ^ Candeloro, p. 155
  11. ^ Candeloro, p. 155-156
  12. ^ Pieri, p. 186
  13. ^ Villari. Volume quarto, p. 90
  14. ^ Candeloro, p. 156
  15. ^ Candeloro, p. 157
  16. ^ Pieri, p. 186
  17. ^ Pieri, p. 186
  18. ^ Candeloro, p. 157
  19. ^ Successivamente Zichy per questo suo atto fu processato e condannato a dieci anni di prigione. Candeloro, p. 158
  20. ^ "Fu indubbiamente un grave errore non aver subito utilizzato i 3000 ex milari austriaci come nucleo di un costituendo esercito, da opporre all'eventuale ritorno degli austriaci: essi furono lasciati tornare alle loro case. E intando non solo 3000 uomini da Venezia, in base alla capitolazione si recavano indisturbati a Trieste, ma altri 3000 potevano pure, alle stesse condizioni, ritirarsi a Treviso, da Belluno, da Udine, da Palmanova così che in Gorizia si formava un primo nucleo di 6000 uomini, per la formazione di un nuovo corpo d'armata , guidato dal generale Nugent. [...] Tale corpo avrebbe passato l'Isonzo il 17 apprile iniziando assai per tempo la sottomissione del Veneto e portando aiuto prezioso ai 2 corpi d'armata del Radetzsky, già tanto sminuiti dalla rivoluzione" (Pieri, cit., pag. 186-187)
  21. ^ Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone, Bompiani 2011
  22. ^ Villari. Volume quarto, p. 92
  23. ^ Candeloro, p. 157
  24. ^ Voce su Danile Manin nel dizionario biografico Treccani, treccani.it. URL consultato il 20 giugno 2016.
  25. ^ Villari. Volume quarto, p. 87
  26. ^ Candeloro, p. 173-176
  27. ^ Candeloro, p. 173-174
  28. ^ Candeloro, p. 176
  29. ^ Villari. Volume quarto, p. 98
  30. ^ Candeloro, p. 177
  31. ^ Villari. Volume quarto, p. 98
  32. ^ Villari. Volume quarto, p. 107
  33. ^ Villari. Volume quarto, p. 99
  34. ^ Villari. Volume quarto, p. 99
  35. ^ Villari. Volume quarto, p. 100
  36. ^ Villari. Volume quarto, p. 100
  37. ^ Villari. Volume quarto, p. 105-106
  38. ^ Villari. Volume quarto, p. 118
  39. ^ Villari. Volume quarto, p. 134
  40. ^ Villari. Volume quarto, p. 118
  41. ^ Villari. Volume quarto, p. 134
  42. ^ Pieri, p. 198
  43. ^ Candeloro, p. 184
  44. ^ Villari. Volume quarto, p. 113
  45. ^ Candeloro, p. 190-191
  46. ^ Candeloro, p. 191
  47. ^ Giuseppe Garibaldi, Memorie, Milano, Rizzoli, 1982, pp. 141.
  48. ^ Candeloro, p. 189
  49. ^ Candeloro, p. 193
  50. ^ Candeloro, p. 195
  51. ^ Candeloro, p. 195
  52. ^ Candeloro, p. 196
  53. ^ Candeloro, p. 196
  54. ^ Candeloro, p. 196
  55. ^ Candeloro, p. 197
  56. ^ Candeloro, p. 198
  57. ^ Candeloro, p. 198
  58. ^ Candeloro, p. 198
  59. ^ Il 5 maggio. Pieri, p. 377
  60. ^ Alberto Mario Banti, Il risorgimento italiano, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 79.
  61. ^ Candeloro, p. 198
  62. ^ Candeloro, p. 250
  63. ^ Candeloro, p. 250
  64. ^ Candeloro, p. 250
  65. ^ Denis Mack Smith, Il risorgimento italiano. Storia e Testi, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 217-218.
  66. ^ Candeloro, p. 251
  67. ^ Denis Mack Smith, Il risorgimento italiano. Storia e Testi, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 215.
  68. ^ Candeloro, p. 251
  69. ^ Candeloro, p. 251
  70. ^ Candeloro, p. 251
  71. ^ Denis Mack Smith, Il risorgimento italiano. Storia e Testi, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 215.
  72. ^ Candeloro, p. 251-252
  73. ^ Candeloro, p. 251
  74. ^ Candeloro, p. 251
  75. ^ Candeloro, p. 251

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]