Repubblica di San Marco

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Repubblica di San Marco
Repubblica di San Marco – Bandiera
Motto: Viva San Marco!
Dati amministrativi
Lingue ufficiali italiano
Lingue parlate veneto, friulano, italiano, ladino, emiliano, cimbro, mocheno
Capitale Venezia
Dipendente da Flag of the Kingdom of Sardinia (1848-1851).svg Regno di Sardegna (dal 5 luglio 1848)
Politica
Forma di Stato Stato unitario
Forma di governo Repubblica presidenziale
Presidente Daniele Manin
Nascita 17 marzo 1848 con Daniele Manin e Niccolò Tommaseo
Fine 22 agosto 1849 con Daniele Manin e Niccolò Tommaseo
Territorio e popolazione
Bacino geografico Triveneto
Territorio originale Veneto, Friuli
Economia
Valuta Lira veneziana
Religione e società
Religioni preminenti Cattolicesimo
Religione di Stato Cattolicesimo
Religioni minoritarie Ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif Regno Lombardo-Veneto (Austria)
Succeduto da Flag of Kingdom of Lombardy-Venetia.gif Regno Lombardo-Veneto (Austria)
Moneta da 5 lire
5 lire Venezia 1848.jpg
REPUBBLICA VENETA* 22 MARZO 1848. Leone di San Marco; sul libro: PAX/TIBI/MAR/CE// EVAN/CELI/STA/MEUS UNIONE ITALIANA intorno ad una corona di alloro e quercia, 5/LIRE dentro.
AR Datata 1848 V.

La Repubblica di San Marco fu uno Stato costituito a Venezia il 22 marzo del 1848 a seguito dell'insurrezione della città, che aveva avuto inizio il 17 marzo dello stesso anno, contro il governo austriaco. L'episodio è uno dei più significativi nel contesto dei moti insurrezionali del 1848 che coinvolsero numerose città italiane ed europee. È inoltre inscindibilmente legato agli eventi della fallimentare prima guerra di indipendenza italiana. La repubblica sopravvisse fino al 22 agosto 1849 quando, dopo una strenua resistenza, la città tornò sotto il dominio asburgico.

Lo scoppio della rivolta e la proclamazione della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

« [...] Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,

l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia! L'ira nemica
la sua risuscita virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
Sul ponte sventola bandiera bianca! »

(Arnaldo Fusinato)

La giornata del 17 marzo 1848[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 17 marzo, fomentati delle notizie che giungevano da Vienna su una insurrezione popolare nella capitale asburgica che aveva costretto il Cancelliere di Stato Metternich a dimettersi,[1] una grande folla si raccolse in Piazza San Marco chiedendo la liberazione di Daniele Manin, Niccolò Tommaseo, e di altri patrioti arrestati a gennaio in seguito all'inasprimento della repressione austriaca contro i sospetti sovversivi.[1] Il governatore della città, il conte ungherese Aloisio Palffy, preoccupato dalle notizie che giungevano da Vienna e impressionato dalla intensità della manifestazione,[1] ordinò l'immediato rilascio dei detenuti. Manin, ancora in parte ignaro dei fatti e delle ragioni per cui era stato liberato, in un discorso improvvisato[2] affermò:

« Cittadini! Ignoro per effetto di quali venti io sia stato tratto dal silenzio del mio carcere e portato in piazza San Marco. Ma vedo nei vostri volti, nella vivacità dei vostri atteggiamenti, che i sensi d'amor patrio e di spirito nazionale hanno fatto qui, durante la mia prigionia, grandi progressi, ne godo altamente e in nome della patria ve ne ringrazio. Ma deh! non vogliate dimenticare che non vi può essere libertà vera e durevole, dove non c'è ordine, e che dell'ordine voi dovete farvi gelosi custodi, se volete mostrarvi degni di libertà. Ci sono momenti e casi solenni nei quali l'insurrezione non è solo un diritto, ma è anche un dovere »

Durante il suo periodo di detenzione Manin, fino a quel momento fermo su posizioni moderate di lotta legale, era infatti giunto alla conclusione che il momento storico richiedesse un'azione insurrezionale come unico modo di garantire la libertà di Venezia.[3] Questa analisi della situazione non era però condivisa né dal Tommaseo, convinto che una rivoluzione fosse prematura, né dagli altri amici e simpatizzanti di Manin.[3] Il gruppo di persone che si raccoglieva intorno a Manin rappresentava uno dei due principali centri di attività cittadina. L'altro era quello legato alla congregazione municipale presieduta dal podestà Giovanni Correr (1798-1871). Costituita da membri dell'aristocrazia o dell'alta borghesia cittadina i membri della municipalità erano ostili a qualunque soluzione insurrezionale ed erano orientati a sfruttare il momento di crisi del governo austriaco per chiedere una costituzione e maggiori libertà.[4]

La giornata proseguì con ulteriori scontri nel pomeriggio tra gruppi di manifestanti e soldati che causarono numerosi feriti.[5]

L'istituzione della guardia civica[modifica | modifica wikitesto]

Uniforme dell'esercito imperiale austriaco durante la fine della prima metà del 1800.

La mattina seguente un gruppo di soldati croati[6] sparò su una folla di dimostranti che si era riunita in piazza San Marco causando la morte di otto persone e nove feriti.[5][N 1]

A questo punto Manin apparve come la principale figura politica di riferimento[6] a cui il governatore Palffy si rivolse per chiedere consiglio sul modo in cui garantire il mantenimento dell'ordine pubblico. Una delegazione guidata da Manin si recò dal governatore per chiedere l'immediata istituzione di una guardia civica, ossia di gruppi di cittadini armati da impiegare nel mantenimento dell'ordine pubblico.[7] Palffy però rifiutò tale proposta che avrebbe consentito la formazione di bande di veneziani armati su cui non avrebbe avuto controllo.[N 2] Manin si rivolse allora alla municipalità che esercitò anch'essa pressioni sul governatore, preoccupata che la situazione in città potesse precipitare. Persino il patriarca di Venezia, il cardinale Jacopo Monico, forte sostenitore della casa d'Asburgo, preoccupato della situazione in città appoggiò la proposta.[8] Sotto queste pressioni Palffy, il pomeriggio del 18 marzo, acconsentì al fine che duecento cittadini fossero armati nei due giorni seguenti e si mettessero al servizio del Municipio per il mantenimento dell'ordine pubblico. Si trattò di una fondamentale vittoria per Manin. Questi infatti non vedeva nella guardia civica solo un'arma di difesa dell'ordine sociale contro eventuali eccessi "anarchici" delle classi meno abbienti, ma una condizione indispensabile per supportare una eventuale azione insurrezionale. Egli infatti confidava, come poi effettivamente avvenne, che la guardia avrebbe appoggiato il suo progetto rivoluzionario e che i soldati italiani in forza all'esercito austriaco avrebbero solidarizzato con esso.[9]

Daniele Manin e Niccolò Tommaseo dopo la loro liberazione dalle carceri austriache (particolare da un dipinto di Napoleone Nani del 1876).

Il progetto insurrezionale di Manin[modifica | modifica wikitesto]

La stessa sera del 18 da Trieste giunse un proclama da Vienna (emanato il giorno 15[10]) in cui si annunciava che in Lombardia e in Veneto sarebbero state concesse una carta costituzionale[11] e la libertà di stampa.[6] Questa notizia fu accolta con grande giubilo sia da ampi strati della società veneziana, convinti che queste concessioni esaurissero gli obiettivi del movimento italiano, sia dagli austriaci che credettero svanita ogni ipotesi di insurrezione popolare. Il Palffy manifestò la sua soddisfazione per essere il primo governatore costituzionale della città e la sera gli austriaci vennero accolti con gli applausi dal pubblico del teatro La Fenice.[11] Nei tre giorni seguenti, anche a causa della pioggia persistente che scoraggiò ulteriori dimostrazioni di piazza,[12] la situazione sembro tornare alla normalità e non vi furono eventi significativi.[10]

Tuttavia, malgrado queste concessioni, Manin non intendeva seguire una linea moderata di collaborazione col governo austriaco,[6] persuaso che ogni tentativo di compromesso fosse ormai impraticabile. Egli era convinto peraltro della necessità di prevenire una probabile azione repressiva che gli austriaci avrebbero potuto mettere in atto una volta ripreso il controllo della situazione. Egli decise quindi di organizzare al più presto una insurrezione che avesse l'obbiettivo di cacciare gli austriaci e di proclamare la repubblica.[13] A tale scopo aveva preso segretamente contatti con gli operai dell'Arsenale e con alcuni ufficiali della Marina Imperiale[N 3] che in gran parte era costituita da italiani. Contando anche sull'appoggio della guardia civica, il piano era di occupare l'Arsenale e costringere gli austriaci, che a Venezia potevano contare su un solo reggimento, ad abbandonare la città.[14] Era inoltre persuaso che, nonostante l'apparente calma, i veneziani non avessero dimenticato i fatti sanguinosi del giorno 18. Il 21 marzo, inoltre, cominciarono ad arrivare le prime informazioni precise sulla insurrezione di Milano e si diffuse in città la falsa notizia che gli austriaci volessero bombardare Venezia.

La capitolazione austriaca e la proclamazione della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

La proclamazione della Repubblica di San Marco.
Targa dedicata all'avvocato Giovanni Francesco Avesani in Calle Larga de l'Ascension. Questi, il pomeriggio del 22 marzo 1848, convinse il governatore militare di Venezia, il conte Ferdinànd Zichy, a firmare la capitolazione degli austriaci e ad abbandonare la città. Si pose così a capo del governo provvisorio di Venezia ma il giorno seguente fu costretto a cederne la guida a Daniele Manin.

La mattina del 22 marzo gli operai dell'Arsenale uccisero a sprangate il conte Giovanni Marinovich, odiato[10] comandante dell'Arsenale.[6] Manin, confortato anche dalle notizie che giungevano da Milano, comprese che era giunto il momento di agire e, tempestivamente, a capo di un gruppo di amici e di molti membri della guardia civica, occupò senza sforzo l'Arsenale.[15][N 4] Nel frattempo all'esterno cominciarono ad affluire soldati del reggimento Wimpffen e fanti della marina. Ma i molti italiani in forza all'esercito austriaco si rifiutarono di aprire il fuoco contro le guardie civiche e si ammutinarono.[16] Manin costrinse il viceammiraglio Antonio Stefano Martini, ispettore generale del'Arsenale, a consegnare le chiavi dei depositi di armi. In questo modo gli arsenalotti e molti cittadini accorsi sul luogo furono tempestivamente armati.[17] Frattanto altri gruppi di guardie civiche occuparono la sede della guardia austriaca in piazza San Marco (presidiata da soldati italiani che non opposero resistenza) e l'ingresso del palazzo del governo.[18]

Raggiunti dalle notizie di quanto stava accadendo[N 5] i membri della Municipalità decisero di inviare una delegazione, guidata dall'avvocato Giovanni Francesco Avesani, al palazzo del governatore.[17] Avesani chiese a gran voce che Palffy rimettesse i suoi poteri alla municipalità. Questo allo scopo sia di evitare ulteriori conflitti che avrebbero potuto ulteriormente alimentare la rivoluzione in corso, sia in un estremo tentativo di impedire che Manin proclamasse la Repubblica.[17] Palffy a questo punto decise di rimettere il potere decisionale nelle mani del governatore militare, il tenente colonnello conte Ferdinánd Zichy, il quale alle ore 18 del 22 marzo firmò la capitolazione che prevedeva che le truppe straniere (circa 3000 uomini[10]) avrebbero abbandonato pacificamente la città, senza dover consegnare le armi, mentre i soldati italiani in forza all'esercito imperiale (all'incirca altri 3000 uomini[10] ) sarebbero rimasti.[18][N 6][N 7] La flotta navale, le fortezze della laguna, e tutti gli equipaggiamenti militari in esse presenti, restavano nelle mani del città.[19]

Poco prima[N 8] il Manin aveva tenuto un discorso in piazza San Marco in cui aveva affermato:

« [...] Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, poiché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue, né di quello dei nostri fratelli; io dico i nostri fratelli, perché tutti gli uomini per me lo sono. Ma non basta aver abbattuto l'antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti. Con ciò non intendiamo separarci dai nostri fratelli italiani, anzi, al contrario, noi formeremo uno dei centri che serviranno alla fusione graduale, successiva, della nostra cara Italia in un solo tutto. Viva la Repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco![20] »

Quella stessa sera si insediò un governo provvisorio, composto da soli membri della Municipalità, guidato da Avesani. Da questo governo Manin era stato escluso poiché giudicato su posizioni troppo radicali.[21] Tuttavia la notizia di tale esclusione causò l'immediata e imponente protesta popolare sicché già il giorno seguente, il 23 marzo,[N 9] si ebbe un nuovo governo provvisorio guidato da Manin e così composto: Daniele Manin (Presidente e Affari Esteri); Nicolò Tommaseo (Istruzione e Culto); Jacopo Castelli (Giustizia); Francesco Camerata (Guerra); Francesco Solera (Marina); Antonio Paulucci (Interno e Costruzioni); Pietro Paleocapa (Commercio).[22] Si trattava di un esecutivo di matrice decisamente liberalmoderata, estranea a posizioni mazziniane.[23]

La nuova Repubblica di San Marco richiamava nel nome l'antica Serenissima, scomparsa mezzo secolo prima.

La rivolta nelle province[modifica | modifica wikitesto]

I fatti di Venezia ebbero subito larga eco in tutto il Veneto. Anche nella terra ferma si vennero così a creare due diverse fazioni tra coloro che volevano evitare il conflitto con gli austriaci, e che ritenevano soddisfacente la concessione della costituzione, e coloro che erano pronti a dar battaglia per cacciare lo straniero.[24] Del primo gruppo facevano parte i membri delle municipalità delle principali città venete, appartenenti tutti alla aristocrazia e alle fasce più ricche della borghesia, spesso con anni di fedele servizio presso le istituzioni austriache. Queste, preoccupate che la situazione potesse degenerare, si affrettarono ad istituire guardie civiche conformandosi al decreto del vicerè del Lombardo-Veneto Giuseppe Ranieri, emanato il 19 marzo, che ne autorizzava la istituzione. Queste guardie avevano il principale scopo di assicurare le proprietà delle classi più ricche da possibili attacchi delle classi meno abbienti. Per tale ragione si fece in modo che fossero numericamente limitate e costituite solo da cittadini "scelti", per lo più possidenti, commercianti e professionisti.[25] Anche nelle campagne si istituirono guardie civiche, ma queste avevano un carattere più popolare ed erano spesso numericamente più consistenti. Alla guida di tali guardie si trovavano sovente uomini della stessa municipalità e addirittura membri del clero rurale.[25] Questa diversa natura dei due corpi rispecchiava la radicata ostilità verso gli austriaci delle zone rurali, sottoposte dal governo di Vienna ad una forte pressione fiscale. La causa nazionale si intrecciava in tali zone con la speranza di abbassamento del carico fiscale e di migliori condizioni economiche.[24]

Tuttavia la repentina rivoluzione veneziana e lo stato di sbandamento in cui si trovò l'esercito austriaco fecero sì che quasi ovunque nelle province le autorità civili e militari austriache seguissero l'esempio di Palffy e Zichy a Venezia ed abbandonassero le città senza che vi fu necessità di conflitti a fuoco.[26] Anche nelle province si vennero così a formare dei governi provvisori che, immediatamente, inviarono i loro emissari a Venezia. L'atteggiamento di questi governi nei confronti della repubblica veneziana fu tuttavia da subito molto diffidente, sia per via della forma di governo repubblicana assunta; sia per il timore che la città lagunare volesse tornare al suo antico isolazionismo, tradendo così la causa italiana; sia per il ricordo, ancora vivo, dell'antico dominio della vecchia Repubblica di Venezia sulle città della terraferma.[N 10] Comunque già il 24 marzo Manin invitò formalmente le province a far parte della neonata repubblica.[27] Per rassicurare i membri dei governi egli scrisse:

« Le province [...] faranno con noi una sola famiglia senza veruna disparità di vantaggi e diritti, poiché uguali a tutti saranno i doveri; e incominceranno dall'inviare in giusta proporzione i loro Deputati ciascuna a formare il comune statuto [...]. L'esempio che noi dobbiamo porgere si è quello [...] della non sovvertitrice, ma giusta e religiosamente esercitata uguaglianza[27] »

Gli emissari dei vari governi giunti a Venezia poterono inoltre constatare la natura moderata degli esponenti della nuova Repubblica e furono ulteriormente rassicurati sull'atteggiamento che questa intendeva perseguire nei confronti delle province e sull'appoggio alla causa della unità nazionale.[27] Per assicurarsi inoltre l'appoggio del popolo Manin fece seguire due decreti con i quali aboliva la tassa personale e riduceva di un terzo l'imposta sul sale. Questi decreti destarono grande entusiasmo in tutto il Veneto.[27] Così tra il 24 e il 29 marzo Treviso, Padova, Belluno, Rovigo, Udine e Vicenza aderirono alla Repubblica.[28]

L'inizio della prima guerra d'indipendenza italiana e l'annessione al Regno di Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

La guerra regia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra d'indipendenza italiana.
Re Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all'Austria il 23 marzo 1848.

Le insurrezioni contemporanee di Venezia e, soprattutto, di Milano avevano costretto l'esercito austriaco, comandato dal feldmaresciallo Josef Radetzky, a ripiegare verso le Fortezze del Quadrilatero, un sistema difensivo a forma di quadrilatero ai cui vertici si trovavano le fortezze di Peschiera del Garda, Mantova, Legnago e Verona, comprese fra il Mincio, il Po, e l'Adige.[29]

Il 23 marzo 1848, all'indomani della cacciata degli austriaci da Venezia e Milano, re Carlo Alberto di Savoia, dopo lunghi ripensamenti[30] dichiarò guerra all'Austria. Aveva così inizio la prima guerra d'indipendenza italiana. L'annessione del lombardo-veneto al Regno di Sardegna era un'antica ambizione del Casato di Savoia. La decisione fu presa dal re sotto la pressione dell'opinione pubblica,[31] e a seguito dell'arrivo a Torino, la sera del 23 marzo, del conte Enrico Martini, che dopo aver comunicato l'esito vittorioso delle cinque giornate di Milano consegnò al Re la richiesta d'aiuto del neonato governo provvisorio di Milano.[32] Una rivolta nata dal popolo e alimentata in maniera consistente da componenti democratiche e repubblicane faceva nascere una guerra regia che si sarebbe sviluppata in parallelo.[33] E proprio la volontà di scongiurare sul nascere una svolta in senso repubblicano delle agitazioni lombarde e venete fu indubbiamente una delle ragioni che indusse al fine il Piemonte ad intervenire contro l'Austria.[34]

Nonostante la diffidenza di alcuni democratici intransigenti, tra cui il milanese Carlo Cattaneo,[33] la decisione del Piemonte di entrare in guerra suscitò in tutta Italia un'ondata di entusiasmo che spinse migliaia di volontari da ogni parte della penisola a raggiungere il Veneto e la Lombardia per appoggiare la causa italiana.[35]

Papa Pio IX. Con l'allocuzione Non semel del 29 aprile 1848 ritirò il suo appoggio alla coalizione italiana.

Anche la solidarietà degli altri Stati italiani non tardò ad arrivare. Il Granducato di Toscana, guidato da un governo moderatamente liberale presieduto da Cosimo Ridolfi,[36] inviò verso la Lombardia un contingente di circa 7000 uomini, tra cui molti volontari.[36] Anche lo Stato pontificio acconsentì all'arruolamento dei volontari ed inviò un cospicuo contingente al comando del generale Giovanni Durando e una seconda divisione al comando del generale Andrea Ferrari.[37] Ma l'aiuto più consistente sarebbe stato dato dal re di Napoli Ferdinando II di Borbone che invio circa 16.000 uomini verso il Veneto al comando del generale Guglielmo Pepe oltre ad una squadra navale in difesa di Venezia.[37]

Ma l'illusione di una guerra di liberazione nazionale durò poco. I vari sovrani iniziarono presto a temere che un'eventuale sconfitta degli austriaci avrebbe al fine avvantaggiato solo il Piemonte che avrebbe potuto assumere una posizione egemone sulla penisola.[38] Particolarmente imbarazzante era poi la posizione di Pio IX che si ritrovava in conflitto contro una grande potenza cattolica. Il 29 aprile il papa fece un'improvvisa retromarcia e con una allocuzione annunciò il ritiro delle sue truppe.[39] Pochi giorni dopo anche il granduca Leopoldo II di Toscana ritirò il suo appoggio. A metà maggio fu la volta di Ferdinando di Borbone.[40]

Il generale pontificio Giovanni Durando.

Agli ordini di ritiro delle truppe da parte dei propri Stati seguirono però molte diserzioni. Tra queste quelle dei generali pontifici Durando e Ferrari,[39] e quella del generale napoletano Guglielmo Pepe.[40] Le truppe pontificie disobbedirono al Papa e si ritrovarono, quasi intatte, a difendere il Veneto dalla controffensiva austriaca. Quelle napoletane, invece, obbedirono al loro Re e tornarono quasi tutte indietro. Solo alcuni reparti rimasero in Italia settentrionale e si batterono al fianco dei piemontesi e dei veneti.

A peggiorare le cose vi fu la condotta negligente della guerra da parte di re Carlo Alberto. Questi si mosse in maniera lenta e poco organizzata non inseguendo tempestivamente gli austriaci nel momento di difficoltà e lasciando loro il tempo di riorganizzarsi.[41] Il Re si mostrò più preoccupato di procedere a frettolose annessioni dei territori liberati che a proseguire con le operazioni militari. Inoltre la paura della rivoluzione repubblicana e la diffidenza verso i governi di Milano e Venezia[42] lo indusse ad utilizzare poco e male l'apporto dei volontari.[43]

La questione dell'annessione al Regno di Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

L'ingresso in guerra del Regno di Sardegna animato dalla volontà di annettere il lombardo-veneto e creare un unico Regno dell'Alta Italia, poneva il gravoso problema di come i governi provvisori delle varie città che si erano liberate, in parte o del tutto, dalla occupazione austriaca senza l'aiuto dell'esercito piemontese dovessero ora comportarsi nei confronti di Carlo Alberto. La questione suscitò un animato dibattito reso ancor più complesso dalle molteplici, e spesso inconciliabili, posizioni su cui si trovavano molti dei protagonisti delle rivolte. Vi erano, ad esempio, repubblicani intransigenti, come i milanesi Cattaneo e Giuseppe Ferrari, che mal guardavano all'intervento regio.[44] Ma anche repubblicani, come Mazzini[45] o Garibaldi,[46] che erano, almeno temporaneamente, disposti ad appoggiare Carlo Alberto anteponendo la lotta per l'indipendenza nazionale a quella per la repubblica. C'erano poi le posizioni dei moderati in maggior parte favorevoli all'annessione. Sul governo provvisorio milanese, composto prevalentemente da moderati, si esercitarono subito le pressioni in senso annessionista dei piemontesi.[47] Queste indussero il governo, che inizialmente cercò di prendere tempo, a indire, con un proclama annunciato il 12 maggio, un plebiscito tra tutti i cittadini maschi maggiorenni per decidere sulla fusione al Regno di Sardegna.[48] I risultati del plebiscito, comunicati l'8 giugno, diedero esito positivo.[49]

La questione dell'annessione al Regno di Sardegna si poneva a Venezia in termini alquanto diversi da Milano.[49] Il moto insurrezionale veneziano aveva infatti portato immediatamente alla proclamazione della repubblica. Inoltre vi fu nel Veneto un contrasto tra Venezia e le città di provincia assai più acuto che in Lombardia. Ciò anche perché il governo veneziano disilluse in gran parte le promesse fatte al momento di annettere le altre province venete . Manin si era convinto che la causa nazionale dovesse essere anteposta a quella per la repubblica. Assunse così un atteggiamento in parte ambiguo:[50] non rinnegò la scelta repubblicana, che tanti malumori aveva suscitato nel governo milanese[N 11] oltre che, naturalmente, in Piemonte, ma non si sforzò neppure di rafforzarla. Ritenne invece opportuno, per non compromettere l'unità delle forze nazionali in funzione antiaustriaca, allinearsi all'atteggiamento assunto dal governo milanese: qualunque decisione sulla forma di governo da assumere e sulle modalità di amministrazione del potere sarebbero state prese solo a guerra finita.[51] Decise così di rinviare la promessa assemblea costituente delle province venete sostituendola temporaneamente con una semplice consulta[N 12] che avrebbe avuto solo poteri consultivi.[50][N 13] Questa decisione creò molti malumori tra le città di provincia[N 14] restie ad allinearsi all'atteggiamento attendista assunto da Manin. Esse si mostrarono, fin dai primi di aprile, propense all'immediata fusione col Piemonte e a legare il proprio destino a quello della Lombardia.[52] Questo anche per via del fatto che in Veneto la controffensiva austriaca non tardò ad arrivare e molte città furono in tutto o in parte rioccupate. Questa situazione di estremo pericolo minacciava nell'immediato più le città della terraferma che Venezia e queste dunque speravano in una rapida fusione con i sabaudi che avrebbe loro garantito, così credevano, un più rapido appoggio da parte di questi.[52]

L'annessione delle province[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Cittadella. Fu inviato da Manin come ambasciatore presso il comando piemontese.

Il governo di Venezia aveva subito preso contatti sia con quello di Milano, inviandovi l'avvocato Giuseppe Calucci, sia con il comando piemontese attraverso il conte Giovanni Cittadella e l'avvocato Bartolomeo Benvenuti.[52] Già ad aprile il governo milanese aveva proposto a quello veneziano di preparare la convocazione di un'unica assemblea costituente lombardo-veneta. La proposta aveva suscitato vivaci discussioni e il Manin e il Tommaseo si dichiararono contrari. Si decise allora di riunire separatamente l'assemblea veneta per prendere una decisione sulla fusione con la Lombardia e se questa avesse espresso parere favorevole si sarebbe allora proceduti a convocare un'assemblea unica.[53] Ma i rappresentanti dei comuni di Padova, Treviso, Belluno, Vicenza e Rovigo, allarmati per l'avanzare austriaco in territorio veneto, in una riunione tenutasi a Padova il 26 aprile, giudicarono inopportuna una procedura così lenta e macchinosa, e decisero di accettare la proposta milanese ed invitarono Venezia a fare altrettanto.[54] Il governo veneziano allora, nonostante l'opposizione di Manin, decise di accettare la convocazione di un'assemblea comune comunicando questa delibera al governo milanese e a re Carlo Alberto l'11 maggio.[54] Ma proprio il giorno successivo il governo milanese decideva infine per l'istituzione del plebiscito sull'annessione al Regno di Sardegna rendendo di fatto priva di valore la decisione sull'assemblea unica.[54] Nei giorni seguenti anche i comitati delle altre province venete (tranne Belluno che era stata nel frattempo rioccupata dagli austriaci[N 15]), decisero di indire plebisciti analoghi sull'annessione che diedero tutti esiti positivi. Il 3 giugno il governo veneziano decise di convocare un'assemblea dei deputati della provincia di Venezia, da eleggersi a suffragio universale maschile,[55] per il giorno 18 in cui decidere sulle sorti della città.[54]

L'annessione di Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Nel frattempo però l'Austria stava riconquistando le città della terraferma suscitando un clima di grande agitazione ed incertezza.[56] Per questa ragione l'assemblea fu al fine posticipata al 3 luglio.[56] Questo clima aveva fatto sì che il partito fusionista fosse ormai diventato prevalente anche fra i repubblicani, convinti al fine che solo l'annessione avrebbe potuto garantire il pieno sostegno alla città da parte delle truppe di Carlo Alberto.[56] Contro la fusione si espresse il Tommaseo che fu il primo a prendere la parola:

« [...] Giacché siamo, o cittadini, al secondo punto, cioè se Venezia abbia a fare uno Stato da sé, o associarsi al Piemonte, non debbo tacere che la questione, posta così, sempre più mi dimostra l'inopportunità del trattarla in queste strette di guerra. Perché potrebb’essere che l’aggregazione deliberata adesso paresse atto invalido a chi la giudicherà con animo riposato, e preparasse fomiti di discordie e rivoluzioni; potrebb’essere che l’aggregazione intempestiva nocesse al Piemonte stesso, suscitando le pestifere gare municipali, delle quali vediamo già un doloroso principio. In tale frangente né Venezia né il Piemonte può conoscere quale sia veramente il suo meglio.[57] »

Dopo di lui parlarono a favore Pietro Paleocapa e Giovanni Francesco Avesani.[58] Ormai l'orientamento dell'assemblea era chiaro tanto che non fu neppure concesso al Tommaseo di sviluppare ulteriormente le sue tesi contrarie, che pubblicò in secondo momento in opuscolo.[59] Prese dunque la parola Manin il quale chiese ai repubblicani di sacrificare, al meno temporaneamente, i propri principi per la causa dell'indipendenza e dell'unità degli italiani:

« All'inimico sulle nostre porte, che aspettasse la nostra discordia, diamo oggi una solenne smentita. Dimentichiamo oggi tutti i partiti; mostriamo che oggi dimentichiamo di essere o realisti o repubblicani, ma che siamo tutti italiani. Ai repubblicani dico: Nostro è l'avvenire. Tutto quello che si è fatto e che si fa è provvisorio: deciderà la dieta italiana a Roma.[58] »

Il 4 luglio l'assemblea approvò dunque l'annessione della repubblica al regno di Sardegna con 127 voti favorevoli e soltanto 6 contrari[58] in base alla seguente deliberazione proposta da Jacopo Castelli:

« Obbedendo alla suprema necessità che l'intera Italia sia libera dallo straniero, e all'intento di continuare la guerra con la maggiore efficacia possibile, come veneziani in nome e nell'interesse di Venezia e come italiani per l'interesse di tutta la Nazione votiamo l'immediata fusione della città e provincia di Venezia negli Stati Sardi ed alle condizioni stesse della Lombardia, con la quale, in ogni caso, intendiamo di restare perpetuamente incorporati , seguendone i destini politici unitamente alle altre province venete.[58] »

L'ultima parte della delibera, in cui si afferma di voler legare il proprio destino a quello della Lombardia, rivela la preoccupazione, certamente fondata,[60] che il Piemonte potesse chiedere un trattato di pace con l'Austria barattando Venezia e il Veneto con la Lombardia.[61]

Si procedette allora anche alla nomina di un nuovo governo. Manin, che fu eletto a grande maggioranza come presidente, rifiutò l'incarico.[58] Venne allora nominato Jacopo Castelli. Gli altri membri dell'esecutivo furono Francesco Camarata, Giovanni Battista Cavedalis, Leopardo Martinengo, Pietro Paleocapa, Giuseppe Reale.[58] Questi ultimi due furono inviati a Torino per trattare le modalità dell'annessione. Il parlamento piemontese accettò la fusione con le stesse modalità con cui, il 28 giugno, era stata approvata la fusione della Lombardia e delle province di Padova, Treviso, Vicenza e Rovigo: Venezia avrebbe fatto parte di una consulta veneta composta da due delegati per ognuna delle province annesse.[58]

Gli sviluppi della guerra nel Veneto[modifica | modifica wikitesto]

Appello di Manin ai soldati italiani.
La battaglia di Forte Marghera in una litografia dell'epoca.
Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II (realizzato da Ettore Ferrari nel 1887 e situato in Riva degli Schiavoni): il leone marciano sconfitto nel 1848-49 morde le proprie catene.

Il Piemonte, già provato dalla battaglia di Custoza del 27 luglio, ritirò il suo sostegno dopo l'armistizio Salasco del 9 agosto. L'11 agosto, ad appena quattro giorni dalla nomina, i commissari regi lasciarono Venezia e, nel frattempo, se ne andava la flotta sarda. In questa situazione disperata, Manin assunse la dittatura per quarantotto ore e, il 13 agosto, il potere venne affidato ad un triumvirato formato, oltre che dallo stesso Manin (Questioni civili), da Giovanni Battista Cavedalis (Guerra) e Leone Graziani (Marina).

Un valido aiuto giunse invece dal generale napoletano Guglielmo Pepe, mandato inizialmente dal suo sovrano a combattere al fianco dei piemontesi, che rifiutò di obbedire all'ordine di rientro e si unì ai veneziani con duemila volontari, prendendo il comando dell'esercito che difendeva la città.

Frattanto, nonostante l'eroica resistenza dei volontari, la terraferma era stata rioccupata dall'esercito austriaco. Il 4 maggio 1849 gli austriaci iniziarono le ostilità contro forte Marghera, presidiato da 2.500 uomini al comando del colonnello napoletano Girolamo Ulloa. La difesa fu accanita, ma la notte del 26, d'accordo col governo, Ulloa dovette dare l'ordine di evacuare il forte. Gli austriaci avanzarono allora lungo il ponte della ferrovia ma, trovando anche qui una forte resistenza, iniziarono un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache Radetzky, fu sdegnosamente respinta.

L'episodio del bombardamento di Venezia del 1849 merita una menzione particolare: infatti in quel frangente, accanto all'artiglieria, gli austriaci impiegarono per la prima volta dei palloni aerostatici nel tentativo di portare a termine un bombardamento aereo. L'uso dei palloni per scopi bellici non era del tutto nuovo, poiché fin dal 1794 i francesi avevano costituito una Compagnia aerostieri con palloni ancorati a terra da cavi, con scopi di ricognizione; ma il 2 luglio le mongolfiere austriache furono caricate con bombe incendiarie, collegate a micce a tempo che avrebbero dovuto lasciar cadere l'esplosivo esattamente quando i palloni fossero giunti sopra la città. Tuttavia il vento respinse i palloni, facendoli tornare verso le linee austriache, cosicché il primo tentativo di bombardamento aereo della storia risultò fallimentare.

L'11 luglio 1849 alcuni abitanti di Chioggia tentarono di incendiare la fregata austriaca "I.R. Venere" attaccandola con un brulotto al largo della costa.

Alla lunga, comunque, la situazione della città divenne insostenibile (a complicare le cose si aggiunse anche un'epidemia di colera), ed ai primi di agosto lo stesso Manin, vista l'impossibilità di resistere ad oltranza, iniziò a parlare di resa, e offrì anche di farsi da parte se invece si fosse deciso di combattere fino all'ultimo. L'Assemblea confermò la fiducia al Manin, e gli affidò pieni poteri per trattare la resa, che venne firmata il 22 agosto 1849 a villa Papadopoli. Il 27 gli austriaci entravano a Venezia, mentre Manin, Tommaseo, Pepe e molti altri patrioti prendevano la via dell'esilio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative
  1. ^ Benché non vi siano informazioni precise è possibile dedurre che i manifestanti in piazza San Marco fossero prevalentemente studenti e membri della classe lavoratrice. Cfr. Ginsborg, p. 105
  2. ^ Acconsenti però che l'avvocato Pietro Fabris e il nobile Nicolò Morosini, due membri della delegazione che aveva accompagnato Manin al palazzo del governatore, si recassero immediatamente a Verona dal viceré Giuseppe Ranieri per chiedere il consenso per l'istituzione della guardia civica. La mattina del 19, attraverso l'emanazione di un decreto, il viceré diede il suo consenso, ma a quel punto a Venezia la guardia era già stata istituita Cfr. Ginsborg, p. 106-107
  3. ^ In particolare con il capitano Antonio Paolucci che era stato membro della società segreta dei fratelli Bandiera la Esperia. Questi sostenne Manin nell'idea che in caso di insurrezione molti marinai ed ufficiali avrebbero appoggiato un piano per impadronirsi dell'Arsenale. Cfr. Ginsborg, p. 107
  4. ^ Appena giunto all'Arsenale Manin chiese al viceammiraglio Antonio Stefano Martini, di poter fare ispezionare l'Arsenale, per assicurarsi che le voci sui preparati per bombardare la città fossero false. Cfr. Ginsborg, p. 111
  5. ^ Verso mezzogiorno fu interrogato l'arsenalotto che aveva colpito a morte Marinovich. Secondo la testimonianza di Leone Pincherle: "[...] entrò nella sala del consiglio l'Arsenalotto che aveva ucciso Mrinovich, e fuori di sé, in stato di assoluta ebrezza, si gloriava di quello che aveva fatto, e ricordava a Correr l'amore straordinario che tutti gli Arsenalotti portavano a suo padre. Un'impressione profonda s'impadronì degli astanti." Alle tre del pomeriggio arrivarono al palazzo municipale anche Bartolomeo Benvenuti e Angelo Mengaldo. Il primo portò notizie sulla caduta dell'Arsenale nelle mani di Manin; il secondo, che aveva da poco conferito con Palffy e con Zichy, riferì che questi erano disposti a trovare un compromesso con il Municipio per far cessare la rivolta in città. Cfr. Ginsborg, p. 112
  6. ^ Successivamente Zichy per questo suo atto fu processato e condannato a dieci anni di prigione. Cfr. Candeloro, p. 158
  7. ^ "Fu indubbiamente un grave errore non aver subito utilizzato i 3000 ex militari austriaci come nucleo di un costituendo esercito, da opporre all'eventuale ritorno degli austriaci: essi furono lasciati tornare alle loro case. E intanto non solo 3000 uomini da Venezia, in base alla capitolazione si recavano indisturbati a Trieste, ma altri 3000 potevano pure, alle stesse condizioni, ritirarsi a Treviso, da Belluno, da Udine, da Palmanova così che in Gorizia si formava un primo nucleo di 6000 uomini, per la formazione di un nuovo corpo d'armata , guidato dal generale Nugent. [...] Tale corpo avrebbe passato l'Isonzo il 17 aprile iniziando assai per tempo la sottomissione del Veneto e portando aiuto prezioso ai 2 corpi d'armata del Radetzsky, già tanto sminuiti dalla rivoluzione" (Pieri, cit., pag. 186-187)
  8. ^ Intorno alle 16:30. Cfr. Ginsborg, p. 112
  9. ^ Avesani si dimise la mattina del 23 marzo alle 3:30. Affidò il governo della città ad Angelo Mengaldo che, immediatamente, lo trasferì a Manin. Lo stesso Mengaldo a mezzogiorno proclamò in piazza San Marco ufficialmente Manin presidente della Repubblica e lesse la lista dei membri del nuovo governo Cfr. Ginsborg, p. 114
  10. ^ Il capo del governo padovano ad esempio scrisse a Manin: "L'intitolazione di Venezia che avete data alla vostra Repubblica e lo stemma di S.Marco che avete adottato, destano dei timori di troppa circoscritta fratellanza, di risorgimento di antiche e ormai impossibili istituzioni, di rapporti di sudditanza tra il Dipartimento della capitale e gli altri." Sempre nella stessa città, il 28 marzo, si diffuse un volantino che recitava: "Non abbiamo, no, gridato Viva S.Marco; questo grido trova fra noi ancora un eco dolore e di spavento". Cfr. Ginsborg, p. 131
  11. ^ Ad esempio, in una lettera datata 28 marzo, Jacopo Pezzato, un amico repubblicano di Manin che si trovava a Milano, gli scrisse: "Qui produsse perciò dispiacere la proclamazione della Repubblica a Venezia, temendosi quasi che Venezia si voglia distaccare dalla famiglia italiana per ritornare all'individualismo di San Marco. La repubblica è desiderio di tutti...Ma questo Governo provvisorio non poteva, né dovea pronunciarsi. Le armate sarde non sarebbero entrate nel nostro territorio per cacciare il comune nimico fuori dall'Italia, se fossero state chiamate da un governo repubblicano. Carlo Alberto ama troppo il suo trono, e delle armate sarde noi avevamo bisogno..." Cfr. Ginsborg, p. 164
  12. ^ Come scriverà più tardi il Tommaseo: "[...] tale consulta, segnatamente in Governo che si faceva chiamar Repubblica, era una specie di scherno" Cfr. Ginsborg, p. 170
  13. ^ Questa decisione venne da lui comunicata il giorno 7 aprile con queste parole: "Il Presidente [Manin] opina debba starsi in uno stato provvisorio fino all'espulsione dei tedeschi. Così si desidera anche in Lombardia, dove spiacque la costituzione d'una Repubblica...Crede meglio nominare una consulta [delle provincie] che assista il Governo." Cfr. Ginsborg, p. 171
  14. ^ Tra le province soltanto Belluno reagì alla notizia dell'istituzione di una semplice consulta riaffermando il suo pieno appoggio alla repubblica. Cfr. Ginsborg, p. 171
  15. ^ Il 5 maggio. Cfr. Pieri, p. 377
Riferimenti
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  60. ^ Denis Mack Smith, Il risorgimento italiano. Storia e Testi, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 215.
  61. ^ Candeloro, p. 251-252


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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