Le troiane

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Le troiane
Tragedia
Astianax.jpg
Astianatte viene precipitato dalle mura di Troia
Autore Euripide
Titolo originale Τρώαδες
Lingua originale Greco antico
Fonti letterarie Iliade di Omero
Ambientazione Accampamento greco davanti a Troia
Prima assoluta 415 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Personaggi
Riduzioni cinematografiche Le troiane, film di Michael Cacoyannis (1971)

Le troiane, o Le troadi (Τρώαδες in lingua originale), è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta nel 415 a.C., durante la guerra del Peloponneso.

La trilogia euripidea sulla guerra di Troia[modifica | modifica wikitesto]

L'opera faceva parte di una trilogia ambientata durante la guerra di Troia, assieme a due tragedie, Alessandro e Palamede, di cui rimangono solo frammenti.

La trama della prima era incentrata su Paride (chiamato appunto anche Alessandro) e sul suo ritorno a Troia dopo l'abbandono alla nascita, dovuto alle profezie funeste che l'accompagnavano. Ne sopravvivono solo frammenti, conservati nel papiro di Strasburgo o tramandati indirettamente, in particolare da Giovanni Stobeo.

La seconda verteva sull'ingiusto trattamento subito dal greco Palamede da parte dei suoi stessi commilitoni. Con la sua astuzia egli aveva dimostrato la finta pazzia di Ulisse, costringendolo a partecipare alla guerra. Ulisse si vendicò quindi di lui con l'inganno. Alla fine della trilogia venne rappresentato anche il dramma satiresco Sisifo, anch'esso perduto.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

La città di Troia, dopo una lunga guerra, è infine caduta. Gli uomini troiani sono stati uccisi, mentre le donne devono essere assegnate come schiave ai vincitori. Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo. Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo nuovo padrone una volta tornati in Grecia,[1] ed il lungo viaggio che Odisseo dovrà subire prima di rivedere Itaca.[2] Andromaca subisce una sorte terribile, poiché i Greci decidono di far precipitare dalle mura di Troia Astianatte, il figlio che la donna aveva avuto da Ettore, per evitare che un giorno il bambino possa vendicare il padre e porre fine alla stirpe troiana. Successivamente Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario, per stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra. Elena si difende ricordando il giudizio di Paride e l'intervento di Afrodite, ma Ecuba svela infine la colpevole responsabilità della donna, fuggita con Paride perché attratta dal lusso e dall'adulterio. Alla fine, il corpicino di Astianatte viene riconsegnato ad Ecuba per il rito funebre, Troia viene data alle fiamme, e le prigioniere vengono portate via mentre salutano per l'ultima volta la loro città.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

L'opera ebbe il secondo premio alle grandi Dionisie ateniesi del 415 a.C., vinte dal quasi sconosciuto Senocle.

Alcuni adattamenti moderni[modifica | modifica wikitesto]

Il filosofo Jean-Paul Sartre ne ha scritto una versione moderna aderente all'originale, con riferimenti all'imperialismo europeo in Asia, mentre negli anni sessanta il regista messicano Sergio Vèjar ne ha tratto un film in bianco e nero, ''Las Troyanas''.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

La violenza e la dignità[modifica | modifica wikitesto]

In tutto il dramma la presenza viva ed acuta del dolore si congiunge con la convinzione dell'eroicità della sventura di fronte alla vittoria dei distruttori. Tale vittoria è però solo apparente, poiché ognuna delle protagoniste dell'opera trova il modo di reagire, a proprio modo, alla tremenda sventura che le ha colpite. I vincitori, invece, che sono poi alcuni dei più grandi eroi della mitologia greca, si comportano solo come insensati aguzzini, capaci della più bruta barbarie senza la minima remora. Le donne troiane insomma hanno perso tutto, ma non la loro dignità umana, che invece gli spietati soldati greci sembrano non aver mai posseduto.

L'antimilitarismo[modifica | modifica wikitesto]

L'opera, come anche l'Elena e le Supplici dello stesso autore, è venata da un evidente antimilitarismo. Troia è caduta, gli uomini sono stati uccisi e alle donne troiane si apre la prospettiva di trascorrere nella schiavitù il resto dei loro giorni. Tutto insomma è già avvenuto, e niente resta a parte i morti e il dolore dei sopravvissuti. Risulta evidente la centralità del punto di vista dei vinti e non dei vincitori: questo tipo di prospettiva (già adottato da Eschilo nei Persiani) evidenzia non tanto l'eroismo di chi vince, quanto la disperazione dei vinti, con lo scopo di gettare luce sulle sofferenze portate dai conflitti armati.

I fatti di Melo[modifica | modifica wikitesto]

Schema della guerra del Peloponneso (431 - 404 a.C.)

C'è un fatto che differenzia le Troiane dalle altre tragedie antimilitariste di Euripide. Piuttosto che una generica condanna della guerra, vi è infatti un chiaro riferimento ad un preciso atto bellico compiuto da Atene pochi mesi prima. Nel 416 a.C., in piena guerra del Peloponneso, Atene aveva chiesto all'isola di Melo (oggi Milo) di aderire alla lega delio-attica, sottomettendosi così alla dominazione ateniese. I meli avevano rifiutato, perché erano una colonia spartana e perché erano indipendenti da 800 anni. Avevano però offerto ad Atene la loro neutralità nella guerra e la possibilità di intrecciare rapporti di amicizia. Gli ateniesi, temendo che un atteggiamento troppo morbido verso Melo potesse dare un'impressione di debolezza alle poleis alleate e nemiche, avevano infine attaccato l'isola, passando per le armi i suoi uomini e vendendo come schiavi le donne e i bambini.[3] Il sacco di Melo aveva sconvolto la coscienza civica ateniese e generato numerosi interrogativi. Pochi mesi dopo, Euripide mette in scena, davanti agli stessi autori di quell'atto,[4] un'opera che ripropone la stessa situazione che si era creata a Melo: tutti gli uomini sono stati uccisi, e le donne e i bambini vengono ridotti in schiavitù. Al tragediografo va riconosciuto il coraggio di aver rappresentato un'opera che criticava in maniera chiara e molto dura lo spietato imperialismo della sua città.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I due verranno entrambi uccisi da Clitennestra, moglie di Agamennone. L'episodio è narrato da Eschilo nell’Orestea.
  2. ^ Il viaggio, ovviamente, è quello raccontato nell’Odissea.
  3. ^ Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V, capp. 89-116.
  4. ^ Sicuramente molti dei soldati ateniesi che avevano materialmente compiuto l'attacco a Melo erano presenti tra il pubblico durante la messa in scena.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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