Niobe (Eschilo)

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Niobe
Tragedia di cui restano frammenti
Aischylos Büste.jpg
Busto di Eschilo conservato ai Musei Capitolini
AutoreEschilo
Titolo originaleΝιόβη
Lingua originaleGreco antico
GenereTragedia
AmbientazioneDavanti al palazzo di Anfione a Tebe?
Prima assolutaTeatro di Dioniso, Atene
Personaggi
 

Niobe (in greco antico: Νιόβη, Nióbē) è una tragedia di Eschilo andata quasi completamente perduta, che trattava un episodio del Ciclo tebano.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Da Aristotele,[1] sembrerebbe che Eschilo non avesse, a differenza di alcuni altri autori, sviluppato tutta la storia di Niobe, ma solo una parte. Niobe, secondo Omero,[2] si era vantata di essere una madre più prolifica di Leto,[3] sicché i due figli di quest'ultima, Apollo e Artemide, uccisero i suoi sette figli e sette figlie. Si deduce, comunque, che ella rimanesse sulla scena per tutto il dramma.[4] Dal momento che è esplicitamente riferito che Sofocle nella sua Niobe fece ritornare la sciagurata madre nella sua nativa Lidia dopo la distruzione dei suoi figli a Tebe, è probabile che questo trasferimento del luogo di azione da Tebe alla Lidia non fosse stato anticipato da Eschilo. Non vi è alcuna indicazione se Eschilo avesse, poi, adottato la leggenda secondo la quale Niobe fu trasformata in pietra. Inoltre, il poeta più anziano non dà alcun indizio per quanto riguarda la ragione per la calamità scagliata da Zeus su Anfione, il marito di Niobe.

Il luogo e l'azione di questo famoso dramma non possono essere determinate con certezza. A parte l'eroina protagonista, l'unico personaggio di cui si sa che partecipasse all'azione era Tantalo, il padre di Niobe - egli stesso, come la figlia, distrutto a causa dell'orgoglio generato dalla sua grande fortuna. Fino ad un terzo della tragedia, comunque, Niobe rimaneva seduta senza parole sulla tomba della sua prole, a quanto pare l'esempio più celebre del dispositivo drammatico del silenzio spesso impiegato da Eschilo.[5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Poetica, 18, 1456a 16.
  2. ^ Iliade, XXIV, 602-617.
  3. ^ Fonti diverse dal testo ci informano che Eschilo aveva attribuito a Niobe quattordici figli, un numero adottato anche da Euripide e Aristofane.
  4. ^ Fr. 81 R.
  5. ^ Il commediografo Aristofane ridicolizzò questo uso del silenzio da parte di Eschilo nelle Rane:

    « EURIPIDE: All'inizio [Eschilo] metteva in scena qualcuno imbacuccato, tipo Achille o Niobe, senza neanche far vedere la faccia. Vere e proprie comparse, che non spiccicavano parola. [...] E il coro ci appoggiava anche quattro filze di canti una dopo l'altra; e quelli sempre zitti. [...] Lo spettatore stava ad aspettare che Niobe parlasse, e il dramma andava avanti. [...] Dopo queste insulsaggini, quando il dramma era verso la metà, ci piazzava un dozzina di parole pesanti come buoi, superbe e impennacchiate, una sorta di spaventapasseri mai visti né conosciuti. [...] E mai niente di chiaro. »

    (Aristofane, Le rane, vv. 911-925. Trad. di Guido Paduano)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) A. Garzya, Sur la Niobé d'Eschyle, in "REG", n. 100 (1987), pp. 185–202.
  • M. Alfani, La Niobe di Eschilo: una storia degli studi, in "Appunti Romani di Filologia", 1 (1999), pp. 1–26.
  • Aristofane, Le rane, a cura di Guido Paduano, BUR, Milano 2005 (con ampio commento sui passi eschilei citati), ISBN 978-88-17-17080-2.
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