Telefo (Euripide)

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Telefo
Tragedia di cui restano frammenti
Euripide.jpg
Scultura raffigurante Euripide, conservata presso la galleria del Colosseo
Autore Euripide
Titolo originale Τήλεφος
Lingua originale Greco antico
Genere Tragedia
Ambientazione Davanti al palazzo di Agamennone a Argo
Prima assoluta 438 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Personaggi

Telefo
Clitennestra
Agamennone
Menelao
Guardia
Nunzio
Odisseo
Achille
Coro di vecchi argivi

Telefo (in greco antico: Τήλεφος, Tēlephos) è una tragedia di Euripide oggi perduta, ad eccezione di 42 frammenti sopravvissuti. Fu rappresentato alle Grandi Dionisie, ottenendo il secondo posto all'interno della tetralogia composta da Cretesi, Alcmeone a Psofide e Alcesti, come riportato dalla hypothesis di quest'ultimo dramma, l'unico pervenuto integro.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Nel prologo Telefo, re di Misia, figlio di Eracle, compare travestito da mendicante e afflitto da zoppia per essere stato ferito da Achille durante lo sbarco degli Achei nel suo territorio: dopo aver brevemente ricordato i suoi natali, ricorda come sia giunto ad Argo per farsi curare proprio dal Pelide secondo un responso oracolare. Dopo aver cercato di entrare nel palazzo, l'eroe viene respinto bruscamente da un guardiano, iniziando con lui un alterco che richiama l'attenzione della regina Clitennestra che, mossa a pietà, lo esorta ad agire con audacia.[1]

Dopo la parodo, in cui forse i vecchi argivi descrivevano le truppe[2], entrano Agamennone e Menelao in lite: il minore degli Atridi esce offeso, mentre Telefo si palesa chiedendo giustizia come un mercante greco assalito da barbari in Misia: al che Agamennone e Odisseo (giunto nel frattempo) colgono l'occasione per presentare il re di Misia come un barbaro selvaggio: Telefo difende, allora, in pratica se stesso dalle accuse, presentando l'atto dei Misii come legittima difesa e convincendo il coro, ma non Odisseo[3].

Intanto, viene annunciata da un guardiano la presenza di una spia nel campo acheo, provocando l'esitazione di Telefo a rivelare la sua identità, soprattutto dopo un interrogatorio di Agamennone che, alla presenza di Clitennestra, accusa la moglie di difendere l'intruso[4].

A quel punto, Telefo si sveste dei panni da mendico e, preso il piccolo Oreste dalle braccia della madre, minaccia di ucciderlo se non otterrà la guarigione da Achille: Odisseo, messo alle strette, si incarica di convincere il Pelide, anche perché Telefo ha svelato le sue origini argive[5].

Nell'esodo, Ulisse convince Achille a guarire Telefo, indicandogli appunto che l'eroe è in realtà greco e figlio di Eracle e che ha promesso che guiderà gli Achei a Troia. La guarigione avverrà grattando sulla ferita dell'eroe la ruggine della lancia di Achille: il dramma si chiudeva, probabilmente, con i ringraziamenti di Telefo[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Frr. 1-6 Jouan-Van Looy.
  2. ^ Euripide, Fragments. VIII/3. Sthénébée-Chrysippos, Paris 2002,p. 100.
  3. ^ Frr. 7-24 Jouan-Van Looy.
  4. ^ Frr. 25-27 Jouan-Van Looy.
  5. ^ Frr. 27-33 Jouan-Van Looy.
  6. ^ Frr. 34-42 Jouan-Van Looy.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Euripides, Telephos, cur. C. Preiser, Hildesheim 2000 (edizione critica).
  • Euripide, Fragments. VIII/3. Sthénébée-Chrysippos, curr. F. Jouan-H. Van Looy, Paris 2002, pp. 91–132.

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