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Prometeo liberato (Eschilo)

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Prometeo liberato
Tragedia di cui restano frammenti
Herakles Prometheus Louvre MNE1309.jpg
Eracle libera Prometeo
(cratere di Atene, 500 a.C. circa, Museo del Louvre)
Autore Eschilo
Titolo originale Προμηθεὺς Λυόμενος
Lingua originale Greco antico
Ambientazione Caucaso
Prima assoluta 460 a.C. circa?
Teatro di Dioniso, Atene
Personaggi

Prometeo
Eracle
Coro di Titani

Il Prometeo liberato (Προμηθεὺς Λυόμενος) è una tragedia perduta di Eschilo[1].

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Nella trilogia dedicata alla figura di Prometeo, seguiva il Prometeo incatenato, unica tragedia rimasta[2], mentre non sappiamo se il Prometeo portatore del fuoco (anch'esso perduto) fosse la prima o la terza opera della serie.
Da alcuni frammenti sopravvissuti sappiamo che, accanto al protagonista, la tragedia includeva il personaggio di Eracle e un coro di Titani.
All'inizio della tragedia Prometeo, scomparso tra le folgori nell'ultima scena del Prometeo incatenato, ricompare, sempre incatenato, sul Caucaso: visitato dal coro dei Titani, descrive le sue tortures[3] e i suoi doni all'uomo[4].

« PROMETEO: O voi Titani, o figli di Urano,
sangue, parenti miei! Eccomi qui
incatenato e a queste rocce
bloccato, come nave che è ormeggiata
in fretta da paurosi marinai,
che temono la notte per il mare
ruggente. Così è Zeus, figlio di Crono,
che mi ha fissato, e alla volontà
di Zeus la mano ha prestato Efesto.
Con l'arte sua crudele ha lacerato
le membra mie, bloccate in questi chiodi.
Ahimè, infelice che sono ormai io!
Dalla sua abilità paralizzato,
mi blocca delle Erinni questa rocca.
E ora, ogni giorno doloroso,
con un colpo terribile, il ministro
di Zeus con i suoi artigli uncinati
mi lacera a pezzi come pasto
crudele. Poi, stipato e sazio appieno
del mio fegato grasso, emette un grido
ch'è prodigioso e, svettante in alto,
con ali saettanti cala ancora.
Ma, quando si gonfia il fegato mio
rinnovato in crescita, egli avido
ritorna ancora al suo pasto infame.
Così io posso alimentare questo
custode della mia tortura orrenda,
che mi mutila il viver con ambascia
senza fine. Perché, incatenato,
come vedete, di Zeus dai vincoli,
non ho il potere di allontanare
dalle mie viscere l'uccello odioso.
Così, io, derubato di difesa,
sopporto le disgrazie tormentose:
desidero la morte, guardo intorno
per una fine alla mia miseria;
ma per la volontà di Zeus mi spinsi
lontano dalla morte. E questa mia
antica dolorosa agonia,
che è intensificata dagli eoni
terribili, sul corpo mio è fissata,
e da esso, cotto dal sol cocente,
cadono gocce che incessantemente
io verso sulle rocce del Caucaso. »
(Prometeo liberato, fr. 107 N. - trad. A. D'Andria.)

Nel frattempo, in modo molto simile a Io nella tragedia precedente, compare in scena Eracle, che vaga alla ricerca dei pomi delle Esperidi: il titano offre al figlio di Zeus direzioni per il suo viaggio oltre le terre del lontano nord[5] e i pericoli che incontrerà nel ritorno a casa, dopo aver ucciso Gerione nel lontano ovest[6].
A quel punto, per ringraziare Prometeo, Eracle sfodera l'arco e, pregati gli dei, colpisce l'aquila che divorava il fegato del Titano[7]. Liberato, dunque, da Eracle, Prometeo accetterà l'autorità di Zeus; si ritiene che, probabilmente, questo fosse il significato di fondo della trilogia, ossia la necessità che tutti rispettino la volontà di Zeus ed accettino ciò che egli riserva a uomini e dei.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Frr. 104-114 N.
  2. ^ Schol. Prom., 511.
  3. ^ Fr. 107 N.
  4. ^ Fr. 108 N.
  5. ^ Frr. 109-111.
  6. ^ Fr. 112.
  7. ^ Frr. 113-114.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • M. Valgimigli, Eschilo: la trilogia di Prometeo (Pr. Pyrphoros, Pr. Desmotes, Pr. Lyomenos). Saggio di una esposizione critica del mito e di una ricostruzione scientifica della trilogia, Bologna 1904.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]