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Ippolito (Euripide)

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Ippolito
Tragedia
La morte di Ippolito(Lawrence Alma-Tadema, 1860)
La morte di Ippolito
(Lawrence Alma-Tadema, 1860)
Autore Euripide
Titolo originale Ἱππόλυτος στεφανοφόρος
Lingua originale Greco antico
Genere Tragedia greca
Ambientazione Trezene, Grecia
Prima assoluta 428 a.C.
Teatro di Dioniso, Atene
Premi Vittoria alle Grandi Dionisie del 428 a.C.
Personaggi
 

Ippolito è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene, alle Grandi Dionisie del 428 a.C., dove vinse il primo premio. Il suo titolo completo è Ippolito coronato (Ἱππόλυτος στεφανοφόρος / Hippólytos stephanophóros), per distinguerla da una precedente tragedia euripidea (oggi perduta), l'Ippolito velato, di cui il Coronato è un rifacimento.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Ippolito, figlio di Teseo, re di Atene, e della regina delle Amazzoni, è un giovane che si dedica esclusivamente alla caccia e al culto di Artemide, trascurando completamente tutto ciò che riguarda la vita comunitaria e la sessualità, andando anzi orgoglioso della propria verginità. Per tale motivo Afrodite decide di punirlo suscitando in Fedra (seconda moglie di Teseo e quindi matrigna di Ippolito) una insana passione per il giovane.

Questo sentimento fa apparire Fedra sconvolta e malata agli occhi degli altri. Dietro le insistenze della Nutrice perché riveli la causa del suo malessere, Fedra è costretta a rivelare il suo segreto. La Nutrice, tentando in buona fede di aiutare Fedra, lo rivela a Ippolito, imponendogli il giuramento di non farne parola con nessuno. La reazione del giovane è rabbiosa e offensiva, al punto che Fedra, sentendosi umiliata, decide di darsi la morte. Prima di impiccarsi lascia, per salvare il suo onore, un biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata.

Quando Teseo, tornato da fuori città, scopre il cadavere della moglie e il biglietto, invocando Poseidone lancia un anatema mortale nei confronti di Ippolito.[1] Il giovane dice al re di non avere alcuna responsabilità, ma non può raccontare l'intera storia perché vincolato dal giuramento fatto alla Nutrice. Teseo non gli crede e lo bandisce da Atene. Mentre Ippolito sta lasciando la città su un carro con i suoi compagni, la maledizione puntualmente si compie: un toro mostruoso uscito dal mare fa imbizzarrire i cavalli, che fanno schiantare il carro contro le rocce.

Ippolito viene riportato agonizzante a Trezene, dove appare Artemide ex machina. La dea espone a Teseo la verità sui fatti, dimostrando quindi l'innocenza di Ippolito. Il re si rivolge allora al figlio, ottenendone in punto di morte il perdono.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

L'antisocialità di Ippolito e Fedra[modifica | modifica wikitesto]

Tanto Ippolito quanto Fedra (personaggi che, pur determinando l'uno le vicende dell'altro, non si incontrano mai) pongono in essere atteggiamenti che mettono in discussione il valore fondante della famiglia, e sono dunque entrambi destinati ad una sorte infausta.

I due vengono traditi da coloro che hanno di più caro e fidato: Fedra dalla nutrice e Ippolito da Teseo e Artemide, a sottolineare l'inconsistenza delle pur poche certezze umane sulla vita. In particolare, il tradimento di Teseo è una colpa di incomunicabilità, che Euripide volle mettere in evidenza con la caratterizzazione inedita del classico eroe ateniese come portatore di un comportamento dagli altissimi rischi sociali. Il tradimento di Artemide sta invece nell'indifferenza con cui la dea accoglie la morte del suo devoto Ippolito: essa lascia la scena, perché la visione di un decesso non si addice a una divinità e con ciò rimarcando la sostanziale distanza degli dei dal mondo degli uomini.

Il testo contiene anche un messaggio antisocratico, in antitesi rispetto all'intellettualismo etico propugnato da Socrate secondo cui chi conosce il bene non può che farlo. Alla rivelazione di Fedra riguardo la propria passione illecita, la Nutrice osserva: «Anche le persone sagge e virtuose, non per loro volere, ma amano il male» (358-59). Euripide organizza attorno all'eros un nucleo di esperienze e di forze psichiche per cui valgono norme diverse da quelle razionali.[2]

Nella misoginia di Ippolito e nella sua invettiva contro il genere femminile si legge una critica a un atteggiamento diffuso nella Grecia del V secolo a.C. che screditava le donne. Spesso è stato attribuito un giudizio del genere allo stesso Euripide, ma nei suoi drammi egli attribuisce sempre discorsi misogini a personaggi negativi (Ippolito o il Giasone della Medea), mentre nelle trame dei suoi drammi attua invece una difesa appassionata delle donne e una critica alla loro situazione sociale.

Il motivo di Potifar[modifica | modifica wikitesto]

L'argomento trattato dalla tragedia riprende un argomento ricorrente in molti racconti folklorici, il cosiddetto motivo di Potifar (da un episodio biblico della Genesi, in cui la moglie dell'egiziano Potifar, respinta da Giuseppe, lo accusa di averle usato violenza). Euripide tuttavia sviluppa in maniera originale tale motivo, poiché l'attenzione non viene posta tanto sul tentativo di seduzione, quanto sul tormento interiore della donna.

Personaggi[modifica | modifica wikitesto]

Fedra[modifica | modifica wikitesto]

Non si conosce letteratura precedente alla tragedia euripidea sul mito di Fedra, mentre sono meglio noti nella mitologia altri illustri componenti della sua famiglia: il padre Minosse, re di Creta, la madre Pasifae, la sorella Arianna. Fa parte di una famiglia di maghe, discendenti della stirpe del Sole (sua zia è Circe, sua cugina Medea), ma Euripide non fa alcuna allusione al suo possibile retroterra sinistro, facendone una donna onesta e virtuosa.

Fedra è scossa da forti tensioni contrapposte: da una parte vi sono i doveri di fedeltà nei confronti della famiglia, dall'altra la pulsione irresistibile per Ippolito che Afrodite ha scatenato in lei. È una donna dilaniata, sconvolta, dominata da una forza oscura che la fa apparire delirante e fuori di sé. Tutto questo rende Fedra uno dei più grandi personaggi tragici, perché, pur non avendo alcuna colpa (è stata la volontà quasi capricciosa di una dea ad accendere la passione per il figliastro), in lei vive un continuo conflitto tra ragione e passione.

Ippolito[modifica | modifica wikitesto]

Ippolito è un personaggio completamente dedito alla caccia e alla vita a contatto con la natura, che rifiuta la propria corporalità per vivere di sola spiritualità e della vicinanza con la dea Artemide. Appare come un giovane che non desidera entrare nel mondo degli adulti, poiché non accetta l'ingresso nella sessualità, con il matrimonio e la famiglia. Questi valori sono disprezzati da Ippolito, fiero del suo essere vergine e quindi ben lontano dal sentire comune alla maggioranza degli uomini. Tale atteggiamento superbo costituisce un atto di hybris, ossia la tracotanza di chi non accetta di sottostare alle leggi della natura. La sua punizione lo costringe a un totale recupero della fisicità: se in vita negava l'istanza corporale, la morte provocata dallo straziamento sulle rocce lo riduce solo a un mucchio di carne.

Teseo[modifica | modifica wikitesto]

Teseo è il mitico re ateniese autore del sinecismo dei villaggi dell'Attica nella città di Atene. Rappresenta tradizionalmente l'eroe "apritore di strade", il campione della comunicazione, perciò dell'ascolto delle ragioni, della comprensione, della difesa dei più deboli, tanto amato dagli ateniesi da venir considerato il fondatore della democrazia (cosa storicamente falsa).

Nella caratterizzazione datagli da Euripide colpisce invece in primo luogo la sua impulsività, che lo induce a non ascoltare le ragioni di Ippolito e ad agire con irruenza e intransigenza contro il figlio.

Nutrice[modifica | modifica wikitesto]

La nutrice è espressione della medietas, il sentire comune armato di buoni sentimenti e intenzioni. Le sue battute procedono spesso per luoghi comuni, argomenti tipici della mentalità popolare, e con un linguaggio semplice, spesso rivolgendosi a Fedra come se fosse ancora la bambina che ha allattato e allevato.

Ippolito velato[modifica | modifica wikitesto]

Ippolito velato
Tragedia di cui restano frammenti
La morte di Ippolito(Marmo di Jean-Baptiste Lemoyne senior, 1715)
La morte di Ippolito
(Marmo di Jean-Baptiste Lemoyne senior, 1715)
Autore Euripide
Titolo originale Ἱππόλυτος καλυπτόμενος
Lingua originale Greco antico
Ambientazione Atene, Grecia
 

L'Ippolito velato (Ἱππόλυτος καλυπτόμενος, Hippólytos Kalyptómenos) è una tragedia oggi perduta (ad eccezione di uno scarno numero di frammenti) che venne messa in scena in data ignota, alcuni anni prima dell'Ippolito coronato, di cui costituisce in effetti la prima stesura. L'opera, ambientata in Atene,[3] non ebbe successo per la scabrosità del tema trattato. In questa versione infatti era Fedra stessa, e non la Nutrice, a rivelare al figliastro i propri sentimenti,[4] forse suggerendogli addirittura di sostituire il padre alla guida del regno. Un atteggiamento spudorato di questo tipo, in una donna, doveva apparire scandaloso nella Atene di quei tempi. Aristofane definì polemicamente alcune eroine euripidee, alludendo anche alla Fedra in questa sua prima versione, delle vere e proprie pórnai, delle volgari prostitute.[5]

Dato l'insuccesso dell'opera, Euripide alcuni anni dopo ne scrisse una nuova versione, il Coronato,[6] depurandola dei motivi più "scandalosi" e rendendola quindi più apprezzabile agli ateniesi: l'amore di Fedra per Ippolito viene scatenato da un dio, assolvendo quindi Fedra da ogni colpa, inoltre non è lei a rivelare ad Ippolito i suoi sentimenti, ma si dimostra oltremodo pudica e virtuosa.[3] In questo modo Euripide poté registrare un grande successo al concorso tragico del 428 a.C., conseguendo una delle sue poche vittorie.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Poseidone aveva promesso a Teseo di far avverare tre suoi desideri: il re utilizza proprio tale dono divino per chiedere la morte di Ippolito.
  2. ^ Guido Paduano, La rivelazione dell'eros, in Euripide, Ippolito, Milano, Bur, 2010, pp. 26-27.
  3. ^ a b Marina Cavalli, Lo spettacolo nel mondo greco, Milano, Bruno Mondadori, 2008, p. 118.
  4. ^ Una volta conosciuti i sentimenti della matrigna, Ippolito per la vergogna si copriva il volto con il mantello: questo spiega il titolo di Ippolito velato.
  5. ^ Aristofane, Le Rane, verso 1043.
  6. ^ Il nome deriva dalla corona che Ippolito offre in dono alla statua della dea Artemide nel prologo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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