Anfione

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Anfione
Dettaglio del Toro Farnese.JPG
Il Toro Farnese. Particolare con Anfione intento a legare Dirce al toro furioso, Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
Sagaciclo tebano
Nome orig.Ἀμφίων
SessoMaschio

Anfione (in greco antico Ἀμφίων) è un personaggio della mitologia greca, figlio di Zeus e Antiope (a sua volta figlia di Nitteo di Tebe e di Polisso).

Secondo la tradizione, è ricordato come gentile d'animo e cultore della musica e della poesia.

Mitologia[modifica | modifica wikitesto]

Antiope fu cacciata dal padre Nitteo, quando questi conobbe della gravidanza della figlia così si rifugiò allora a Sicione, presso lo zio Lico, dove fu trattata da prigioniera.
Qui la ragazza diede alla luce due gemelli, Anfione e Zeto e quando Lico ne venne a conoscenza, ordinò che questi venissero abbandonati sul Monte Citerone dove li trovò un pastore che e li prese con sé[1].
Antiope fu quindi riportata nella Cadmea, l'antica rocca di Tebe, dove Lico e sua moglie, Dirce, avevano occupato il trono lasciato vacante dalla morte di Nitteo. Anche qui Antiope fu trattata da schiava, ma riuscì a fuggire e ritornare dai suoi figli.

Divenuti adulti, i figli decisero di vendicare la madre e uccisero Lico. Poi attaccarono Dirce ad un toro, che la trascinò via uccidendola[2]. I fratelli divennero i nuovi re di Tebe,ma fu Anfione il vero governatore della città. Essi fondarono anche le mura della città, che fino ad allora aveva solo una rocca, detta Cadmea: Zeto portava le pietre, Anfione le sistemava grazie al suono magico della sua lira. Secondo la leggenda costruì con la musica le mura di Tebe, sia per la capacità di incantare gli animali selvaggi, sia per il potere ordinatore che costringeva i massi a prendere spontaneamente il loro posto nelle mura di una città.
Anfione e Zeto governarono in accordo le due città.
Anfione sposò Niobe, figlia di Tantalo,ma quando ella si insuperbì fu punita dai nascituri Artemide ed Apollo, figli di Latona (della quale, sentendosi superiore, volle impedire alle donne Tebane il suo culto). A seguito della strage della sua prole, Anfione si suicidò, mentre Niobe fu mutata in sasso, impietrita dal dolore, per poi essere trasportata in Frigia sul monte Sipilo, dove ancora non cessa di piangere. [3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Apollodoro, Biblioteca, III 5, 5, 43.
  2. ^ Apollodoro, Biblioteca, III 5, 5, 43-44.
  3. ^ Cfr. Felice Ramorino,Mitologia classica illustrata,Milano,U. Hoepli

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Apollodoro, I miti greci, a cura di P. Scarpi e M. G. Ciano, Roma 1996, pp. 555-557 (commento del mito e loci paralleli).

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