Gaetano Polverelli

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«Al Viminale[1] occorre oggi una personalità dal pugno di ferro, un uomo che abbia come il Colleoni tre segnacoli di virilità al posto che due.»

(Gaetano Polverelli, La legge o la scure, ne Il Popolo d’Italia, 2 ottobre 1922.)
Gaetano Polverelli
Gaetano Polverelli.jpg

Ministro della Cultura Popolare del Regno d'Italia
Durata mandato 6 febbraio 1943 -
25 luglio 1945
Predecessore Alessandro Pavolini
Successore Guido Rocco

Sottosegretario del Ministero della Cultura Popolare
Durata mandato 12 gennaio 1941 -
6 febbraio 1943
Presidente Benito Mussolini
Successore Renato Rinaldi

Deputato del Regno d'Italia
Legislature XXVII, XXVIII, XXIX

Consigliere nazionale del Regno d'Italia
Legislature XXX
Gruppo
parlamentare
Corporazione delle professioni e delle arti

Dati generali
Partito politico PNF
Professione Giornalista

Gaetano Polverelli (Visso, 17 novembre 1886Anzio, 17 settembre 1960) è stato un giornalista e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giornalista dell'Avanti! e de Il Popolo d'Italia, fu tra i fondatori del fascio di Roma e gerarca di Camerino, capo ufficio stampa del Duce e del ministero degli affari esteri, deputato, sottosegretario di stato e in seguito ministro della cultura popolare (dicastero popolarmente chiamato dagli Italiani "Minculpop") durante l'ultimo Governo Mussolini (dal 6 febbraio 1943 al 25 luglio 1943).

Fra le cariche ricoperte in ambito della professione giornalistica, fu segretario del Sindacato romano giornalisti fascisti e del Sindacato interprovinciale fascista giornalisti, membro della Commissione Superiore per la Stampa, presidente dell'Associazione Stampa Romana.

Come capo ufficio stampa prima e come ministro poi, emanò direttive, le cosiddette "veline", per orientare secondo istruzioni governative l'informazione sui mass-media dell'epoca. Oltre che con il governo, aveva rapporti istituzionali con il Partito Nazionale Fascista, il cui segretario era allora Achille Starace e con il direttore dell'Agenzia Stefani, la voce "ufficiosa" del regime, il giornalista Manlio Morgagni.

I rapporti fra Polverelli e la stampa, non appena iniziata la diffusione delle veline, raggiunsero livelli di critica tensione. Una relazione di servizio della Polizia Politica del gennaio 1932 riferì che le amministrazioni dei giornali erano "furibonde" contro Polverelli, "che eccede i limiti della minimissima libertà ormai rimasta ai giornali stessi". Le ingerenze, prosegue il rapporto, erano tali che "i titoli debbono essere dettati dai corrispondenti romani dietro suggerimento del Capo Ufficio Stampa"[2].

Una delle più note veline è quella del 24 dicembre 1932, facente parte di una circolare di 37 articoli intitolata "Rinnovare il tipo del giornale", con la quale ordinò di ridurre drasticamente lo spazio riservato alla cronaca nera, da ridursi "ad un solo titolo su due colonne per i casi più gravi", mentre d'ordinario sarebbero bastate "una colonna e mezza complessivamente anche se ripartita in pagine diverse"[3]. Due mesi dopo, nel febbraio 1933, lo spazio "concesso" si sarebbe ulteriormente ridotto a 30 righe complessive, "con titoli non vistosi e su una colonna"[4].

Per conto del PNF gestì anche le trattative, nel 1933, per l'acquisto dei diritti di traduzione in italiano del libro "Mein Kampf" di Adolf Hitler, appena salito al potere; le trattative non andarono poi in porto poiché la traduzione fu poi effettuata in Germania[5].

Del suo incarico di ministro resta noto il sequestro dell'antologia "Americana", avente per tema appunto la letteratura di quel continente e diretta da Elio Vittorini; il libro aveva superato il vaglio del precedente ministro Pavolini e già qualche copia cominciava a circolarne quando, mentre già era considerato una sorta di "testo sacro dell'antifascismo"[6], ne fu ordinato il sequestro da Polverelli.

Fu tra coloro che votarono contro la mozione Grandi alla seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943: motivo il suo no con queste le parole "Sono nato mussoliniano e così morirò"[7]. Aderì successivamente alla Repubblica Sociale Italiana.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Allora sede della Presidenza del Consiglio.
  2. ^ Rapporto polizia Politica del 29 gennaio 1932, in ACS, Ministero dell'interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Divisione Polizia Politica, 1927-1944, b.165, f.3, "Ufficio Stampa del capo del governo"
  3. ^ Così in Mauro Forno, La stampa del ventennio: strutture e trasformazioni nello stato totalitario, Rubbettino, 2005
  4. ^ Id.
  5. ^ Giorgio Fabre, Il contratto, Mussolini editore di Hitler, edizioni Dedalo, 2004
  6. ^ Così in Massimiliano Morini et al., Forme della censura, Liguori Editore, 2006
  7. ^ "Sono nato mussoliniano e così morirò", Il Giornale d'Italia, 23 ottobre 2013

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cannistraro, La fabbrica del consenso, Fascismo e mass media, Laterza, 1974.
  • Mauro Forno, La stampa del ventennio: strutture e trasformazioni nello stato totalitario, Rubbettino, 2005
  • Paolo Murialdi, La stampa del regime fascista, Laterza, 2000

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