Celia Lovsky

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Celia Lovsky, nata Cäcilie Lvovsky (Vienna, 21 febbraio 1897Los Angeles, 12 ottobre 1979), è stata un'attrice cinematografica e televisiva austriaca.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlia del compositore cecoslovacco Brĕtislav Emil Lvovsky (1857-1910), Celia Lovsky nacque a Vienna, dove studiò recitazione e danza presso la Royal Academy of Arts and Music. Elegante e dotata di un'aristocratica bellezza, nel 1929 la Lovsky era ormai una figura preminente dei palcoscenici viennesi[1] quando, durante una rappresentazione dell'Otello di Shakespeare, incontrò per la prima volta l'attore Peter Lorre, al quale si legò sentimentalmente e che in seguito sarebbe diventato suo marito.

Attiva in teatro sia a Vienna che a Berlino, nel 1925 la Lovsky era apparsa in due pièce surrealiste di Karl Kraus, Dream Theater e Dream Play. Dopo aver introdotto Lorre nella cerchia artistica di Kraus, l'attrice lo presentò anche al regista Fritz Lang, che stava cercando l'interprete ideale per M - Il mostro di Düsseldorf (1931)[1]. Con quel film, Lorre raggiunse grande notorietà, ma i mutamenti politici in atto in quegli anni, con l'ascesa al potere di Hitler nel 1933, spinsero la coppia a cercare rifugio a Parigi. La Lovsky e Lorre, in cerca di nuove opportunità di lavoro, si stabilirono nella capitale francese all'Hotel Ansonia, 8 Rue de Saigon, dove ritrovarono molti componenti della colonia tedesca di artisti e cineasti che stavano sfuggendo al nazismo, come Billy Wilder, Oskar Homolka, Walter Reisch e Franz Waxman[1].

Dopo aver soggiornato per un certo periodo a Parigi, la Lovsky e Lorre si trasferirono a Londra, dove furono ospiti di Lord Sidney Bernstein, loro vecchia conoscenza degli anni berlinesi e divenuto all'epoca proprietario di sale cinematografiche[1]. Nella capitale britannica la coppia si sposò il 23 giugno 1934, mentre Lorre era impegnato nelle riprese del film L'uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock, nel quale la Lovsky recitò nel brevissimo ruolo non accreditato di un'aristocratica russa.

L'anno successivo la coppia si trasferì a Santa Monica (California), e a Hollywood Lorre proseguì la propria brillante carriera. In quegli anni Celia Lovsky si dedicò esclusivamente alla vita matrimoniale e mise da parte le proprie ambizioni artistiche. Il matrimonio con Lorre si concluse con il divorzio il 13 marzo 1945, ma la coppia restò legata da profondo affetto ed amicizia: fino alla scomparsa di Lorre (che sarebbe morto nel 1964), la Lovsky continuò a seguire da vicino la carriera dell'ex marito, promuovendone il talento e assistendolo in qualità di manager, segretaria e consulente finanziario, oltre che di confidente[2].

Divorziata da Lorre, dopo la metà degli anni quaranta la cinquantenne attrice riprese la carriera e apparve in numerosi ruoli non accreditati in film come Lettera da una sconosciuta (1948), Omertà (1951), Gardenia blu (1953) e Il grande caldo (1953), e parti di madre in pellicole quali La fossa dei dannati (1954), L'ultima volta che vidi Parigi (1954), Anonima delitti (1954) e La giungla della settima strada (1957). L'aspetto fisico dell'attrice, aristocratico ma al contempo esotico, le consentì ruoli inusuali, come quello di Saba, una principessa Apache, nel western Orgoglio di razza (1957), quello della madre sordomuta di Lon Chaney (James Cagney) nel biografico L'uomo dai mille volti (1957) e quello della madre di Gene Krupa (Sal Mineo) in Ritmo diabolico (1959).

L'avanzare dell'età accentuò nella Lovsky la naturale propensione per i ruoli matriarcali, in particolare di dignitose donne indiane e di aristocratiche dame russe o ispaniche. Numerose furono le sue apparizioni televisive durante gli anni cinquanta, in serie come Carovane verso il West (1958), Alfred Hitchcock presenta (1959), Bonanza (1960), General Electric Theater (1957-1960).

La Lovsky mantenne la sua reputazione di affidabile caratterista anche durante gli anni sessanta. Da ricordare, tra le sue interpretazioni per il grande schermo, quella della grande attrice Maria Ouspenskaya nel biografico Harlow (1964), e quello della madre vedova di Reinhard Schwimmer, una delle vittime dell'eccidio al centro del film Il massacro del giorno di San Valentino (1967). Sempre in quell'anno, l'attrice diede una delle sue interpretazioni televisive più memorabili e apprezzate dal grande pubblico, quella della regale T'Pau, l'eminente e rispettata figura politica del pianeta Vulcano nell'episodio Il duello della serie televisiva Star Trek. La presenza scenica della Lovsky, il suo accento esotico e il make up del suo volto, simile a quello del vulcaniano Spock (Leonard Nimoy), risultarono estremamente efficaci per la resa del personaggio della dignitaria vulcaniana[3].

All'inizio degli anni settanta la Lovsky rallentò progressivamente l'attività. La sua ultima interpretazione cinematografica risale al 1973 nel film di fantascienza 2022: i sopravvissuti, ambientato in un desolante futuro in cui lo spazio vitale e le risorse alimentari si fanno sempre più scarsi. Dall'Ente Supremo impersonato dalla Lovsky, i due protagonisti Charlton Heston ed Edward G. Robinson intuiscono la sconvolgente verità circa l'utilizzo di cadaveri umani da parte di un'industria alimentare per produrre il Soylent, un cibo sintetico che assicura la sopravvivenza della popolazione.

Celia Lovsky si ritirò definitivamente dalla scene nel 1974, dopo essere apparsa ancora nelle serie Marcus Welby, Squadra emergenza e Le strade di San Francisco.

L'attrice, che dopo il divorzio da Peter Lorre non si era più risposata, morì a Los Angeles nel 1979, all'età di ottantadue anni, per cause naturali.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Doppiatrici italiane[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Stephen D. Youngkin, James Bigwood, Raymond Cabana Jr., The films of Peter Lorre, The Citadel Press, 1982, pag. 30-34
  2. ^ Stephen D. Youngkin, James Bigwood, Raymond Cabana Jr., The films of Peter Lorre, The Citadel Press, 1982, pag. 45
  3. ^ Allan Asherman, Guida ufficiale a STAR TREK serie classica, Fanucci Editore, 1998, pag. 95

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