Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Angkor

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Angkor
(EN) Angkor
Tipo Culturali
Criterio (i) (ii) (iii) (iv)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1992
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Angkor è il sito archeologico più importante della Cambogia ed uno dei più importanti del Sud-est asiatico.[1] Nel periodo compreso fra il IX ed il XV secolo fu il maggior centro politico-religioso e la capitale dell'Impero Khmer.

Occupa parte della vasta pianura alluvionale compresa tra il grande lago Tonle Sap e il gruppo montuoso del Phnom Kulen. La città di Siem Reap, sviluppatasi a partire dagli anni venti parallelamente all'aumento del flusso turistico, è il punto principale di accesso.

La maggioranza dei templi più noti e visitati è concentrata in un'area di circa 15 km per 6,5 km a nord di Siem Reap, ma l'area totale definibile come Angkor è molto più vasta: il "parco archeologico di Angkor" si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.[2]

Angkor
Angkor Wat.jpg
Veduta panoramica di Angkor Wat
Localizzazione
Stato Cambogia Cambogia
Provincia Provincia di Siem Reap
Amministrazione
Ente Gruppo Sokimex

Coordinate: 13°26′N 103°50′E / 13.433333°N 103.833333°E13.433333; 103.833333

Studi recenti del "Greater Angkor Project"[N 1] hanno confermato l'esistenza passata di una vasta conurbazione a bassa densità,[3] intervallata da campi di riso ed ampia più di 1.000 km², con una popolazione di diverse centinaia di migliaia di abitanti,[4] in un'epoca in cui le più grandi città europee arrivavano a qualche decina di migliaia. Si trattava quindi del più vasto sito abitato in epoca pre-industriale.[5]

Le costruzioni principali sono circa un'ottantina ma in totale nell'area vi sono centinaia di templi, per quanto di molti esistano solo tracce o rovine costituite da modeste pile di mattoni.[N 2] Quelli più visitati sono stati ripuliti dalla vegetazione e in larga misura ricostruiti secondo il metodo dell'anastilosi a partire dal novecento, nel periodo della dominazione coloniale francese. Il tempio più conosciuto è il famoso Angkor Wat, considerato il più vasto edificio religioso del mondo,[6] la cui effigie stilizzata compare nella bandiera cambogiana. I monumenti visibili hanno tutti carattere religioso perché gli edifici comuni, compresa la residenza reale, erano costruiti in materiali deperibili quali il legno e ne sono sopravvissuti solo pochi resti.[7]

Il termine Angkor[modifica | modifica wikitesto]

Angkor vista dallo spazio
Angkor vista dallo spazio
Rilievo satellitare di Angkor e mappa
Rilievo satellitare di Angkor e mappa.
Sudest asia nel 900
Situazione politica del Sud-est asiatico nel 900, con al centro il territorio grossomodo controllato dall'Impero Khmer.

Il termine con cui viene designato il sito, in special modo il nucleo di costruzioni prossimo al Phnom Bakheng, è di origine relativamente moderna. Entrò infatti in uso dopo il suo abbandono da parte della corte reale e di gran parte degli abitanti, in seguito all'invasione thai nel 1431. Deriva dalla pronuncia khmer del sanscrito nagara (नगर in devanagari), "città".[N 3]

In realtà il nome con cui i suoi costruttori denominavano la città nelle iscrizioni su pietra era Yaśodharapura.[N 4] Il nome venne mantenuto nel corso dei secoli,[8] malgrado riedificazioni o spostamenti del suo nucleo principale, costituito da un "tempio di stato". Venne chiamata così anche la sua ultima sua incarnazione, la capitale edificata da Jayavarman VII e cinta da possenti mura di 3 km di lato, oggi Angkor Thom.[9]

Allo stesso modo il nome moderno dei singoli templi quasi sempre non ha alcuna correlazione con il nome con cui erano indicati ai tempi della loro costruzione e dedica alla divinità.[10]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dalla preistoria all'Impero Khmer[modifica | modifica wikitesto]

Una presenza umana antichissima in territorio cambogiano, risalente all'Acheuleano, è testimoniata da ciottoli lavorati in quarzo e quarzite rinvenuti in terrazzamenti lungo il Mekong, nelle province di Kratié e Stung Treng, e nella provincia di Kampot.[11][12]

Nella fase successiva all'ultima glaciazione, con l'ingresso nell'Olocene circa 12000 anni fa, il livello del mare si alzò di circa 120 metri. Nella zona del sudest asiatico, l'area che via via era stata sommersa (conosciuta come Sundaland) aveva ospitato gruppi di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, che si erano spostati a colonizzare aree come l'Australia, adattandosi ad ambienti assai differenti.[13]

Riguardo la transizione al Neolitico, sono stati rinvenuti insediamenti stanziali di cacciatori-raccoglitori risalenti alla seconda metà del III millennio a.C., all'epoca costieri (il livello del mare era circa due metri più elevato dell'attuale), che ancora non presentano segni di agricoltura e allevamento nei resti sepolcrali. Un altro sito contemporaneo della Thailandia centrale, Khok Phanom Di, situato ai tempi nell'ambiente ricchissimo di risorse alimentari costituito dalla foresta a mangrovia di un estuario, mostra invece in una delle sue fasi storiche la presenza di soggetti di provenienza esterna che si alimentavano anche con riso.[13][14]

La fondamentale coltivazione del riso sembra infatti essere stata importata da popolazioni austroasiatiche mon-khmer, che attuarono una lenta penetrazione da nord nel terzo millennio a.C. e si mescolarono alla popolazione esistente a costituire il nucleo del popolo khmer.[15] Diversi studiosi attribuivano alla regione del sudest asiatico un primato nella coltivazione del riso e nella forgiatura del bronzo,[16] sebbene le ipotesi più recenti situino la domesticazione del riso nella bassa valle del fiume Azzurro.[13]

Secondo i dati attualmente disponibili, si ritiene che il Neolitico in Cambogia ebbe una durata breve.[17] A partire da questo periodo compaiono dei caratteristici terrapieni circolari ("circular earthworks"), scoperti a partire dalla fine degli anni cinquanta nella provincia di Kampong Cham a cavallo del confine vietnamita, la cui funzione è ancora discussa.[18][19]

Ci sono prove di un'occupazione preistorica di siti successivamente angkoriani, come ad esempio a Non Dua.[20] Anche Phimai riporta tracce di insediamenti preistorici.[21] Ad Angkor la presenza dei templi non ha agevolato la ricerca archeologica preistorica. Il sito di Lovea si trova comunque pochi chilometri a nord-ovest.[20]

La transizione all'età del bronzo è ancora poco conosciuta e non ci sono prove di autorità od organizzazioni che all'epoca si estendessero al di là del singolo villaggio, struttura di base tipica della società pre-angkoriana che tale rimase anche in epoche successive.[22]

L'entrata dell'area nell'età del ferro e l'origine dei processi sociopolitici che portarono alla civiltà angkoriana si stimano avvenuti a partire dal V secolo a.C.[20] A differenza del bronzo (importato dall'Isan, oggi regione thailandese), il ferro veniva estratto e lavorato anche in loco, ma la maggior parte dei siti finora rinvenuti e studiati di quest'epoca sono situati anch'essi in Thailandia, sull'altopiano di Khorat, nelle valli dei fiumi Mun e Chi. Dalle sepolture si evidenzia un aumento della disponibilità alimentare, della ricchezza, del commercio tra le comunità e dell'organizzazione sociale.[20]

Innesco fondamentale sembra essere stato il grande sviluppo del commercio marittimo lungo le rotte che univano India e Cina, caratteristico dell'epoca Han, e l'aumento della popolazione che si ebbe nell'età del ferro. Sulle coste o in zone facilmente raggiungibili da esse, nell'epoca conosciuta come Funan sorsero diversi centri urbani e di produzione artigianale, con magazzini e cinte difensive, come Óc Eo e Angkor Borei.[23]

Tracce evidenti di irrigazione sistematica e creazione di canali di drenaggio, utilizzati probabilmente anche per il trasporto di beni, compaiono nel delta del Mekong. Le regioni dell'interno, compresa quella di Angkor, erano invece meno esposte alle influenze esterne ed assorbirono in ritardo anche innovazioni quali l'utilizzo dei campi allagati nella coltivazione del riso, che ancora nei primi secoli dell'era cristiana era in genere effettuata "a secco", con un basso rendimento. Aree interne come Sambor Prei Kuk mostrano l'esistenza di opere idrauliche, di estensione però minima in confronto a quella che ebbero successivamente ad Angkor. A tale epoca risale un processo che risulta fondamentale per la successiva epoca khmer e Angkor, genericamente indicato come "indianizzazione".[24]

Il passaggio dalla preistoria alla storia nella zona avviene tra il II secolo a.C. e il V secolo d.C., periodo definito "protostorico" perché malgrado manchino fonti scritte locali vi sono riferimenti in fonti esterne, come appunto le cronache cinesi su Funan.[25] Tra il VI e l'VIII secolo d.C. si situa il periodo pre-angkoriano,[11] mentre ai primi decenni del 600 d.C. sono databili le più antiche iscrizioni su pietra in khmer finora ritrovate.[N 5] Esse appartengono al cosiddetto Regno di Chenla, entità politica (o più probabilmente insieme di entità) autenticamente khmer. Vista anche la distribuzione geografica delle iscrizioni attribuite a regnanti come Bhavavarman e Mahendravarman, si ipotizza originò nel nord della Cambogia, tra Vat Phou (oggi Laos meridionale) e la zona a sud dei monti Dangrek.[26][27] Più che un vassallo di Funan che ne prese il posto, come raccontano le cronache cinesi, sembra si sia trattato di una serie di centri di potere politico (maṇḍala[N 6]), tra cui Iśanapura e Banteay Prei Nokor,[19] in contrapposizione politica ma accumunati da usi e cultura.[28] Più che di una frattura violenta tra l'epoca di Funan e quella Chenla viene modernamente ipotizzata una continuità, correlata a uno spostamento verso l'interno di popolazione, attività economiche e poteri,[26] secondo un processo speculare a quanto avverrà sette secoli dopo.[29] A sua volta è ravvisabile una forte continuità politica, religiosa e culturale tra il periodo Chenla e Angkor, benché nel primo risulti mancante il controllo centralizzato sui sistemi irrigativi che appare un aspetto fondamentale di Angkor.[30]

Dal IX all'XI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Impero Khmer.

Data di fondazione dell'Impero Khmer è considerato l'802,[N 7] allorché Jayavarman II, impegnato in un'opera di riunificazione dei regni Chenla tramite conquiste militari, matrimoni e vassallaggi, si proclamò chakravartin (sovrano universale, letteralmente "re le cui ruote del carro sono inarrestabili") a Mahendraparvata, in una cerimonia sacra volta a garantire l'indipendenza della Kamvujadeśa da chvea (il regno giavanese dei Sailendra secondo Coedes, Champa secondo interpretazioni più tarde o, meno plausibilmente, Srivijaya).[31][32][N 8] Ipotesi generalmente accettata è che tale località sia Phnom Kulen e Philippe Stern nel 1936 vi identificò nel Rong Chen il primo "tempio montagna" khmer.[33][34][35]

Terrazza superiore del Phnom Bakheng
Terrazza superiore del Phnom Bakheng.
Ta Keo
Ta Keo, angolo sud-ovest.

Tali assunzioni si basano in buona parte sulle 340 righe di iscrizioni in sanscrito e khmer antico della stele di fondazione di Sdok Kok Thom (classificata come K.235), che risale al 1052 circa. Si tratta della fonte primaria principale sulla dinastia fondata da Jayavarman, che regnò su Angkor per circa due secoli.[36]

Proveniente dal sudest dell'attuale Cambogia, secondo le iscrizioni Jayavarman II sembra si sia mosso tra diversi città o capitali Chenla, come Indrapura e Vyadhapura.[31] A cavallo del IX secolo si spostò nella pianura attorno al grande lago, che garantiva un surplus alimentare in forma di riso e pesce, nonché fertilità del suolo e disponibilità costante di acqua dolce. Per qualche tempo la sua capitale fu Amarendrapura. La locazione precisa non è conosciuta, ma tra le varie ipotesi (è stata proposta anche la provincia di Battambang)[31] c'è che potesse trovarsi proprio nella zona di Angkor, in prossimità del lato ovest del baray occidentale. Qui un gruppo di templi in rovina sembrano essere appartenuti a tale epoca, quantomeno nelle loro fondazioni originali, o anche al secolo precedente, come Ak Yum. La sua prima fondazione sembra infatti risalire ai primi anni del VII secolo ed era un sito importante e riportato nelle iscrizioni già ai tempi di Jayavarman I. Finì successivamente semisepolto nella costruzione della diga sud del baray occidentale e fu scavato da George Trouvé nel 1935).[37] Jayavarman finì poi con lo stabilirsi ad Hariharalaya, l'odierna Roluos, a meno di 15 km da Angkor, dove morì nell'834-5 piuttosto che nell'850.[38][N 9] Ivi rimase la capitale con i re successivi,[33] per quanto la cronologia tradizionale sia discussa[38] e dei primi due re (Jayavarman II e suo figlio Jayavarman III) non si abbiano iscrizioni contemporanee a testimonianza, ma solo riferimenti posteriori.[39][40]

Poco dopo la sua ascesa al trono nell'889, a seguito di una lotta violenta per la successione, Yasovarman I spostò la capitale da Hariharalaya ad Angkor, attorno alla collina di Phnom Bakheng, che fece terrazzare e adornò di santuari, creandovi il suo tempio di stato come nucleo della nuova capitale, chiamata da Groslier "Yaśodharapura I". Edificò inoltre il primo grande bacino idrico di Angkor, il baray orientale.[38] Le ragioni di tale spostamento non sono chiare e sono state avanzate diverse ipotesi, per quanto appaia oggi comprovato che il fiume Siem Reap che approvvigiona il grande baray sia di natura completamente artificiale piuttosto che la rettificazione di un corso d'acqua esistente. Appare infatti creato con una diversione dal fiume Puok 10 km a nord contemporaneamente all'erezione dei templi.[N 10]

La mancanza di una regola chiara di successione diretta da padre a figlio, caratteristica dei regni khmer precedenti[N 11], e la complessa rete di relazioni e parentele tra le famiglie nobili erano spesso all'origine di dispute violente tra gli eredi diretti e pretendenti che potevano vantare diritti alla successione. Ciò spiega inoltre l'utilizzo tipico da parte dei nuovi regnanti (specialmente nel IX e X secolo) di genealogie rivisitate, a volte incoerenti e spesso citando linee regali pre-angkoriane, a supporto dei propri diritti. Questo ha reso in qualche misura complicata e incerta la ricostruzione cronologica delle successioni.[41]

Fu questo il caso di Jayavarman IV, correlato per parte materna a Yasovarman, che alla sua morte si oppose alla successione filiale. Spostatosi circa 70 km a nord-est, vi creò la propria capitale Lingapura, l'odierna Koh Ker, ed estese più tardi il suo dominio all'intero regno.[42] Alla sua morte, dopo qualche anno di conflitto si ebbe il ritorno di Yasodharapura al rango di capitale incontrastata, ad opera di Rajendravarman, nipote sia Jayavarman IV che di Yasovarman. Il nuovo regnante edificò Mebon orientale e Pre Rup, che si ritiene potrebbe aver costituito il fulcro di una nuova città reale situata a sud del baray orientale.[43]. Il suo figlio e successore Jayavarman V fece invece edificare Hemasringagiri ("montagna dalla cima dorata"), l'odierno Ta Keo, considerato il primo tempio khmer completamente in arenaria.[44][45]

Dall'XI secolo alla costruzione di Angkor Wat[modifica | modifica wikitesto]

Da un periodo di guerra civile durato un decennio, attorno all'anno 1010 emerge la figura di Suryavarman I. Secondo la distribuzione geografica delle iscrizioni che lo menzionano sembra provenire da nord o nordest, dove ha esercitato il suo potere prima di regnare ad Angkor, malgrado siano ancora assenti le caratteristiche eulogie reali.[46] La nuova dinastia vanta nelle iscrizioni un lignaggio antico e correlazioni a stirpi regali precedenti Jayavarman II. Viene chiamata "dei re del sole" per la presenza della divinita solare Surya o Uditya/Āditya nel nome dei regnanti.[46] Grande costruttore (suoi sono il Preah Vihear e Wat Phu, nell'odierno Laos, nonché le opere iniziali del grande complesso di Preah Khan Kompong Svay), Suryavarman celebrò l'acquisizione del potere con una vasta serie di opere nella capitale.[47]

Il Baphuon ricostruito

Oltre a iniziare i lavori del Baray occidentale, fece costruire un grandioso palazzo reale, di cui restano solo residui delle fondazioni (essendo stato costruito in materiali deperibili) e delle mura perimetrali in laterite, che racchiudevano un'area di 600 per 250 metri.[47]

Fu un'epoca contraddistinta da prosperità e pace interna ma anche da guerre di espansione, che allargarono i confini dell'impero nei territori degli odierni Laos e Thailandia. La tolleranza religiosa esercitata ha fatto supporre Suryavarman I potesse essere buddista, ma in diversi angoli del regno stabilì i propri linga secondo il culto shivaita caratteristico dei suoi predecessori.[46] Il suo successore Udayadityavarman II completò il baray, edificandovi al suo centro il Mebon occidentale,[48] e il grande Baphuon. Costruito su terreno instabile, modificato più volte e già parzialmente crollato in epoca angkoriana, è stato oggetto di un lungo sforzo di ricostruzione e inaugurato nel 2011.[49]

Dopo un periodo di dispute, giunse al potere attorno al 1113 Suryavarman II. Inizia così il periodo Mahīdhara, in cui si assistono a diversi cambiamenti. La centralizzazione del potere nella figura reale appare aumentata, viene ripresa una politica militare espansionistica, sia verso nord che verso est, e viene promosso il buddhismo Mahāyāna, inizialmente nella corrente Vajrayana caratteristica di Phimai.[50]

Angkor Wat[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Angkor Wat.
Pianta di Angkor Wat
Pianta della struttura centrale di Angkor Wat.

Durante il regno di Suryavarman II viene raggiunta la massima espressione dell'arte classica khmer nella costruzione di Angkor Wat, il tempio più conosciuto di Angkor.[51] Eretto fra il 1113 e il 1150, probabilmente fu terminato dopo la morte del sovrano e forse utilizzato anche come suo mausoleo.[51][52] A differenza degli altri templi della capitale, dedicati solitamente a Shiva e orientati ad est, è infatti consacrato a Vishnu ed orientato verso ovest. Oltre a essere associato al dio, l'ovest è una direzione legata alla morte e ai riti funebri.[53] La recinzione più esterna è un muro rettangolare, alto 4,5 m, lungo 1024 in senso est-ovest e largo 802 nel senso nord-sud. All'esterno una trentina di metri di terreno aperto la dividono dal fossato che la circonda completamente, ampio 190 metri.[54] Angkor Wat ritrae perfettamente la cosmologia Indù: le torri centrali rappresentano il Monte Meru (la casa degli dei), i muri esterni le montagne che racchiudono il mondo e il fossato l'oceano oltre le montagne. Inoltre nelle misure e nei rapporti architettonici sembra presentare numerosi riferimenti astronomici e ai cicli del Sole e della Luna.[55][56]

La struttura è composta dal vecchio tema architettonico-religioso del tempio-montagna (di cui in zona gli esempi più antichi sono Ak Yum e Bakong) e da quello più recente delle gallerie concentriche. Semplificando, si tratta infatti di una struttura centrale a piramide, con tre livelli concentrici, ognuno dei quali è delimitato da una galleria quadrangolare, con quatto gopura sui lati e quattro torri agli angoli. Il livello più alto presenta la tipica disposizione di cinque torri a quinconce, con la torre centrale ad innalzarsi per 42 metri. Il tempio sorge al centro della zona racchiusa dal fossato, su una terrazza di circa 332 per 258 m. I rimanenti 9/10 dell'area sembrano essere stati occupati da costruzioni civili, disposte a griglia, e dal palazzo reale (secondo la tradizione a nord del tempio).[54] Tale ipotesi, avanzata da Groslier negli anni sessanta, pare infatti confermata dai recenti rilievi Lidar.[57]

L'entrata avviene tradizionalmente da occidente, tramite una strada lastricata sopraelevata che supera il fossato e che in realtà è posteriore di almeno un secolo alla costruzione principale. Lunga 350 metri, è ornata da balaustrate nāga e attraversa il gopura occidentale, largo 230 metri con i resti di tre torri. Il santuario della torre sud contiene una granda statua di Viśnu ad otto braccia che probabilmente veniva venerata nel santuario centrale.[54] La strada è affiancata da due costruzioni caratteristicamente angkoriane, le "biblioteche".[N 12][54]

Una terrazza cruciforme precede il grande gopura occidentale di ingresso alla galleria esterna, su cui sono scolpite alcune delle quasi 2000 apsaras che ornano Angkor Wat, compresa l'unica il cui sorriso mostra i denti.[54]

La galleria più esterna ospita dal lato interno i famosi bassorilievi, che con un'estensione di 600 m in lunghezza e 2 in altezza costituiscono il gruppo scultoreo continuo più lungo al mondo.[58] Tre lati su quattro sono occupati da raffigurazioni di origine tipicamente indiana, come delle scene del Mahābhārata e del Rāmāyaṇa (soggetto originario del Reamker, opera letteraria khmer appartenente all'epoca ben più tarda in cui il buddismo Theravada sarà il culto maggioritario). Sul lato sud vi sono due scene distinte con re Suryavarman II, oltre al giudizio delle anime di Yama, con le raffigurazioni dei paradisi e degli inferni, che riportano scene di grande crudezza.[54]

Il gruppo di soggetto storico, che occupa il semilato di sudovest e lungo 94 m,[N 13] fornisce dettagli interessanti. Uno è un'udienza reale di Suryavarman, forse un giuramento di fedeltà,[52] l'altra una processione militare, nella forma tradizionale descritta da Zhou Daguan. Principi e comandanti, identificati da iscrizioni e la cui importanza è svelata dal numero di parasoli, precedono e seguono il re, scolpito in dimensioni maggiori con 15 parasoli, tutti montati su massicci elefanti da guerra. Verso la fine il principe Jayasimhavarman conduce un reparto della provincia di Lavo; lo segue un corpo di mercenari thai, dall'aspetto selvaggio, armati di lance.[54] Si è anche ipotizzato si tratti di una sorta di marcia funeraria, visto il soggetto dei bassorilievi di sudest.[52]

La sezione meridionale del lato orientale porta invece la grandiosa raffigurazione della zangolatura dell'oceano di latte, lunga 49 metri. Il dettaglio arriva a rappresentare numerose forme di vita marina, reali o mitiche, quali pesci, coccodrilli, tartarughe, draghi e naga. La scena centrale, con il monte Mandara a fare da pilastro per l'operazione, è ricca di dettagli, ma rimasta incompleta attorno alla figura del Visnu centrale. Caratteristica squisitamente khmer è la presenza di Ravana e Hanuman, due personaggi del Rāmāyaṇa assenti nel mito originale.[54]

Anche due dei quattro padiglioni d'angolo, quelli di sudovest e nordovest, sono decorati da bassorilievi.[54]

Jayavarman VII, Angkor Thom e le cronache di Zhou Daguan[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Angkor Thom.
L'entrata meridionale di Angkor Thom, a sinistra naga a nove teste.

Angkor Thom è l'ultima capitale edificata ad Angkor.[59][9] Le sue mura quadrate in laterite alte 8 metri, di circa 3 km di lato, racchiudono un'area di 145,8 ettari e sono circondate da un fossato ampio 100 metri.[60] Venne costruita da Jayavarman VII a cavallo della fine del XII secolo, dopo un periodo di oscure dispute di potere culminato nel saccheggio della capitale da parte dei vicini Chăm nel 1177 e la loro sconfitta ad opera di Jayavarman, acclamato re. Ospitava il sovrano, l'elite religiosa e militare e i funzionari del governo, mentre la popolazione comune viveva al di fuori. Mercanti e visitatori stranieri, come Zhou Daguan, la definivano una città opulenta.[60]

L'imponenza e rilevanza della struttura chiusa di Angkor Thom persuase molti studiosi a cercare traccia di strutture simili ad essa precedenti. Goloubew ad esempio investigò largamente sulla capitale di Yasovarman negli anni trenta.[9] Finora però tutti le tracce che sono state via via proposte come possibili indizi dell'esistenza di vere e proprie cinte murarie precedenti hanno trovato interpretazioni conclusive diverse. Si ritiene generalmente che Angkor sia rimasta fino al regno di Jayavarman VII una struttura fondamentalmente aperta, senza delimitazioni formali, e che nel caso di Angkor Thom abbia giocato un ruolo importante il trauma causato dall'invasione Cham del 1177.[9][43][N 14]

L'accesso avviene tramite cinque grandi strade rialzate che portano a grandi gopura, alti 23 metri e sormontati dalle caratteristiche facce in stile Bayon e da Indra che monta un elefante a tre teste. Quattro corrispondono alle vie principali che tagliano a metà la città lungo le direzioni cardinali. Il quinto, chiamato "porta della vittoria", si apre a est ed è allineato con il palazzo reale e le due terrazze ad esso prospicienti. Ai quattro angoli vi sono quattro piccoli santuari, chiamati tutti Prasat Chrung, le cui steli di fondazione hanno fornito informazioni preziose sul periodo.[60]

La struttura ha evidenti significati simbolici e la capitale si pone come un microcosmo che rappresenta l'intero universo.[60] Per le strade di ingresso sono state date diverse interpretazioni. Fiancheggiate da statue di dei e demoni (diversificati dall'atteggiamento: sereno da un lato, guerresco dall'altro) che hanno sotto di sé il corpo squamoso di un grosso naga la cui sommità a nove teste si apre alla fine del ponte, sono state correlate al mito induista dell'oceano di latte o al simbolo dell'arcobaleno, che unisce il cielo alla terra. Boisselier ha suggerito un'interpretazione basata sulla vittoria di Indra sui demoni, con le sculture in pietra a simboleggiare yakṣas a guardia di futuri attacchi a sorpresa.[60]

Il Bayon
Il Bayon, con le caratteristiche facce scolpite, circa 200.

L'enorme attività del suo costruttore, Jayavarman VII, si svolse secondo Stern in uno schema a tre fasi, caratteristico di diversi regnanti khmer a partire da Indravarman I.[61][62] Nella prima edificò opere pubbliche, come le dharmasala, ponti e strade ed il proprio baray, lo Jayatataka, associato al grande tempio di Preah Khan, costruito secondo la tradizione sul luogo della vittoria sui Cham. Nella seconda fase costruì una serie di templi, dedicati ai propri progenitori divinizzati. Il primo fu il noto Ta Prohm, dedicato alla madre in forma divinizzata di Prajnaparamita, dea della saggezza e madre in senso metaforico dei Buddha. Jayavarman professava infatti il buddhismo mahayana e lo impose come religione di Stato, promuovendo l'identificazione del sovrano nella figura di Lokeśvara. Seguì il Preah Khan, dedicato al padre. La terza fase culminò nella costruzione del "tempio-montagna" noto come Bayon (nome attribuitogli dai francesi nel XIX secolo, il suo nome originario era Madhyadri),[63] centro ideale della nuova capitale, con le sue enigmatiche torri quadrate che riportano sui lati raffigurazioni enormi del volto di Lokeśvara.[64][N 15] Caratteristiche dello stile denominato proprio Bayon, oltre che in diversi altri templi di Angkor Thom, sono presenti anche a Banteay Chhmar e nel Preah Khan Kompong Svay. Ricerche recenti hanno determinato che il loro numero, stabilito in 49 torri da Dumarçay (di cui 37 ancora erette), potrebbe arrivare a 59 contando quelle posizionate sulla galleria più esterna, secondo una disposizione inizialmente non considerata possibile.[65] Leggermente scostato dal centro geometrico di Angkor Thom, caratteristica comune nell'architettura khmer,[9] il Bayon dimostra in alcuni dettagli che l'attività edilizia di quegli anni fu talmente frenetica da impedire di raggiungere il grado di raffinatezza e precisione di costruzioni precedenti, sia dal punto di vista ingegneristico che artistico.

Dopo la frenesia caratteristica del regno di Jayavarman VII l'edificazione di templi in pietra sembra praticamente cessare, ci si limitò perlopiù a modifiche e interventi sugli edifici esistenti. L'ultimo tempio in pietra costruito ad Angkor risulta infatti essere il Mangalartha[66], inaugurato nel 1295 da Jayavarman VIII. Succeduto a Indravarman II, figlio di Jayavarman VII, riportò lo shivaismo al rango di religione di Stato, tanto che durante il suo regno si ebbero atti di iconoclastia su statue ed edifici di ispirazione buddhista.[N 16] Nel XIV secolo il buddhismo theravada diventò però la religione ufficiale, ancor oggi dominante in Cambogia.

Alla fine del XIII secolo la capitale venne visitata dal diplomatico cinese Zhou Daguan, che vi soggiornò tra il 1296 e il 1297.[67] Mosso da interessi commerciali a conoscere usi e costumi del popolo e della corte reale, ne lasciò un colorito resoconto, oltre a una descrizione della città al culmine del suo splendore, in cui spicca la grande "torre di bronzo", identificata con il Baphuon.

Il declino[modifica | modifica wikitesto]

Il Neak Pean prima del restauro (1936)
Il Neak Pean nel 1936, prima del restauro.

L'ultima iscrizione in sanscrito ritrovata (K.300) menziona l'ultimo re sicuramente shivaita, Jayavarmādiparameśvara, salito al trono nel 1327.[68][69][70] A ratificare un mutamento evidente nella diminuzione dell'attività e della qualità artistica, nella storia dell'arte la fine del XIV secolo viene del resto talvolta definita già "post-angkoriana".[71]

Nel corso del XV secolo Angkor conobbe un rapido e definitivo declino del suo peso politico e demografico, malgrado ancora alla metà del XVI secolo sembra venisse sottoposta a restauri e usata come sede reale.[N 17]

L'ipotesi tradizionale attribuiva l'abbandono quasi esclusivamente all'espansionismo di Ayutthaya, con il quale vi fu un conflitto permanente dalla metà del XIV secolo, e al saccheggio avvenuto dopo un lungo assedio nel 1431, con un susseguente sprofondamento in un periodo buio, definito "medioevale".[N 18][3] Oltre a ciò tra le cause della decadenza venne pure menzionata la diffusione del buddismo theravada,[72] sebbene tale religione fosse la stessa della potente Ayutthaya. Tuttavia ancora alla metà del XVI secolo i khmer apparivano in alcune occasioni abbastanza forti militarmente da contrastare con successo i thai,[73] con i quali peraltro erano stabiliti da tempo forti legami economici e soprattutto culturali, tanto che nel XIV e buona parte del XV secolo lo khmer fu probabilmente lingua ufficiale comune ad entrambi i regni.[74]

Studi successivi hanno portato a considerazioni aggiuntive circa le ragioni dello spostamento del centro politico ed economico del regno nella zona dell'attuale capitale Phnom Penh, ad esempio l'aumento del commercio marittimo cinese dell'epoca Ming e la necessità di migliori collegamenti con le zone costiere a seguito del rilievo assunto dai commerci rispetto alla produzione agricola.[75][76] In tali commerci giocarono probabilmente un ruolo malesi e cinesi, che entrarono per via matrimoniale nelle famiglie dell'elite khmer, legando ancora di più i commerci alla corte reale.[74]

L'ipotesi avanzata compiutamente[N 19] da Groslier in un articolo pubblicato nel 1979[77] circa una decadenza determinata più da motivi ecologici che da eventi storici precisi ha però trovato riscontro in diverse ricerche a partire dalla seconda metà degli anni novanta.[78][79] Secondo tale tesi, lo sfruttamento eccessivo del territorio e la diminuita efficienza dell'apparato irrigativo (con una serie di conseguenze, tra le quali è stata ipotizzata anche la diffusione della malaria) portarono a una diminuzione della centralizzazione e del controllo sulla periferia, del potere reale e del surplus di manodopera necessario alla costruzione e manutenzione dei templi, nonché al rapido declino demografico-politico del sito.

Studi stratigrafici sui sedimenti dei baray e del fossato di Angkor Thom e su terreni adibiti a coltivazione hanno ulteriormente perfezionato l'ipotesi del dissesto ecologico, confermando che abbiano giocato un ruolo rilevante nel declino della "città idraulica"[80] le variazioni climatiche avvenute tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, legate alla fine del periodo caldo medievale.[59][81][75]

In ogni caso il modello politico-economico angkoriano, comprendente il primato della casta sacerdotale induista, venne sostituito da nuove forme di organizzazione socioeconomica. Il fatto che Angkor si trovasse oltretutto in una zona scarsamente difendibile, lungo le naturali direttive di invasioni thai e reazioni khmer che si succedettero fino alla seconda metà del XVI secolo, poté ulteriormente contribuire allo spopolamento e all'abbandono quasi totale del sito.[74]

Storia recente[modifica | modifica wikitesto]

La "riscoperta"[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie su un'incredibile città di pietra racchiusa dalla giungla giunsero in Occidente verso la fine del XVI secolo, ad opera di portoghesi transfughi da Sumatra, occupata dagli Olandesi.[82] Il primo resoconto dettagliato in ordine di tempo[N 20] fu opera di Diogo do Couto, che si ritiene abbia raccolto la testimonianza del frate cappuccino Antonio de Magdalena, che visitò Angkor attorno al 1585.[83][84]

La facciata di Angkor Wat, disegno di Mouhot del 1860 circa
La facciata di Angkor Wat, disegno di Mouhot del 1860 circa

Nel 1601 Marcelo de Ribadeneira ipotizzò addirittura che le grandi costruzioni semiricoperte dalla giungla fossero opera di Alessandro Magno o dei romani.[82] 46 anni più tardi le rovine di Angkor Thom, paragonate all'Atlantide di Platone, vennero fantasiosamente attribuite all'imperatore romano Traiano.[85][86]

La grande città e i suoi templi restarono in buona parte nascosti dalla vegetazione fino alla seconda metà del XIX secolo, quando i resoconti di esplorazioni in maggioranza francesi, ma anche inglesi e statunitensi, portarono al grande pubblico il mito della "città perduta nella giungla" che affascinò generazioni di europei. Preminente in tal senso fu l'influenza dei racconti di viaggio di Henri Mouhot, che aveva ottenuto il supporto della Royal Geographic Society. Furono probabilmente i pregevoli disegni che illustravano Voyage dans les royaumes de Siam, de Cambodge, de Laos, pubblicato postumo causa la morte per malaria a Luang Prabang alla fine del 1861,[82] a garantirgli il successo che non avevano avuto resoconti precedenti. Era stato infatti già pubblicato ad esempio Voyage dans l'Indo-Chine, 1848-1856 di padre Bouillevaux, un missionario francese che aveva visitato Angkor dieci anni prima (cosa accreditatagli da Mouhot stesso).[87] Il francese del resto non si presentò mai come lo "scopritore di Angkor", appellativo che gli venne in seguito attribuito dalla stampa popolare.[84] In realtà il sito era rimasto comunque in parte abitato e manutenuto. Angkor Wat era un monastero buddista oggetto di pellegrinaggio, visitato più volte nel XVII secolo da portoghesi e spagnoli.

Restano tracce persino di visitatori giapponesi nel XVII secolo, ad esempio su un pilastro del secondo livello di Angkor Wat c'è un'iscrizione calligrafica che riporta la data del 1632 e la prima planimetria nota di Angkor Wat è opera di Kenryio Shimano, che visitò Angkor tra il 1632 e il 1636.[82]

Caratteristica di Mouhot e di altri esploratori e visitatori fu l'attribuzione dei monumenti a una civiltà molto più antica che non avrebbe avuto nulla a che fare coi moderni khmer, visti come miseri indigeni barbari, in un'ottica tipicamente colonialista.[87] Del resto i locali stessi sembravano ignorare la storia delle costruzioni e attribuirle ad entità mitologiche. Sul finire del XIX secolo rilievi archeologici veri e propri, compiuti dal primo direttore dell'EFEO Louis Finot,[83] e lo studio delle iscrizioni, ove spicca l'attività di Étienne Aymonier, chiarirono che i monumenti risalivano in realtà a pochi secoli prima ed erano sicuramente khmer.[88]

Inoltre, sebbene le ultime iscrizioni in sanscrito risalgano alla prima metà del XIV secolo, sono stati documentati lavori di edificazione abbastanza estesi (ad esempio sulla Terrazza del Re lebbroso, sul Phnom Bakheng e attorno al Bayon) e di cura dei canali continuati fino al XVII secolo. Anche i bassorilievi di Angkor Wat dei corridoi a nordest furono terminati appena verso la fine del XVI secolo.[3]

Ricerca e restauro[modifica | modifica wikitesto]

Durante la dominazione francese vennero intrapresi innanzitutto lo studio e quindi anche il restauro dei monumenti. Nel 1907 la regione di Siem Reap venne infatti restituita dal regno del Siam alla Cambogia e la soprintendenza alla conservazione archeologica di Angkor venne assegnata all'EFEO. Il primo soprintendente di Angkor fu Jean Commaille, ucciso da rapinatori nel 1916,[89] che aveva intrapreso la ripulitura di Angkor Wat e di parti di Angkor Thom, Bayon compreso.[90]

Negli anni venti fu inaugurato il Museo nazionale di Cambogia, creato a Phnom Penh da George Groslier, e venne istituito il parco archeologico di Angkor,[91][92] sebbene il numero di visitatori stranieri fosse ancora assai limitato.[N 21] Sotto l'attiva guida di Henri Marchal vennero intrapresi lavori di scavo e restauro su scala più vasta, in buona parte con il metodo dell'anastilosi, continuati con Georges Trouvè e Maurice Glaize.[93] Marchal operò per vent'anni, ritornando poi anche in tarda età a ricoprire nuovamente il ruolo di soprintendente. Non esitò ad attuare interventi radicali anche discutibili, utilizzando ad esempio il cemento. Nondimeno si evitarono crolli e deterioramenti ulteriori delle strutture.[94] In diversi casi si badò tuttavia a mantenere quel certo alone di abbandono che contribuisce al fascino di Angkor. Ad esempio nel Ta Prohm le radici dei grandi alberi[N 22] che abbracciano le opere in pietra vennero in buona parte risparmiate. Ciò però rende tuttora il mantenimento della struttura in qualche misura problematico.[95]

Diagrammi per il restauro della libreria ovest del Bayon
Diagrammi per il restauro della libreria ovest del Bayon

Già dagli anni venti vennero organizzati rilievi aerei, particolarmente adatti a rinvenire vestigia di grandi opere difficilmente apprezzabili dal basso nella vegetazione subtropicale. Negli anni trenta Victor Goloubew li usò estensivamente nel tentativo di provare le sue ipotesi sulla capitale di Yasovarman, con al suo centro Phnom Bakheng, identificato come il Vnam Kantal menzionato nelle iscrizioni.[89][9] George Coedès iniziò a pubblicare nel 1937 le Inscriptions du Cambodge e una serie di saggi fondamentali nella storiografia dei regni khmer,[83] basati sullo studio delle iscrizioni in sanscrito scoperte fino ad allora e il confronto con le cronache cinesi tradotte da Pelliot a inizio novecento.

Dopo la parentesi della seconda guerra mondiale e l'occupazione giapponese, l'opera dell'EFEO venne ripresa. Un notevole impulso alla ricerca archeologica venne dalla nomina a curatore di Bernard Philippe Groslier[93], figlio di George, già attivo nella ricerca archeologica nel sudest asiatico, che continuò e ampliò l'opera del predecessore Jean Laur dalla fine del 1959. In quel periodo aumentò notevolmente il coinvolgimento di personale cambogiano a tutti i livelli, non solo come manodopera.[96] Malgrado dal 1970 la linea del fuoco corresse tra Siem Reap e Angkor, Groslier si sforzò di continuare i lavori, destreggiandosi tra le parti in conflitto e contando in larga misura su personale cambogiano. Nel gennaio 1974, dopo un ferimento ad opera di un giovane khmer, si risolse a partire definitivamente per la Thailandia. Col suo avallo, il Ministero della Cultura nominò come suo successore il primo Conservatore di Angkor cambogiano: Pich Keo.[97] Il sito venne in parte minato dai khmer rossi, che comunque non danneggiarono i monumenti, dalla cui grandezza erano in qualche misura ossessionati,[97] considerandoli in chiave nazionalista come un simbolo delle capacità del popolo khmer.[98] Vi furono anche visite selezionate, come quelle di Ceaușescu nel maggio 1978.[97]

I primi studiosi a tornare ad Angkor, malgrado l'incerta situazione politica, furono indiani. Un team di nove membri nel marzo 1982 eseguì infatti studi preliminari sullo stato di Angkor Wat e Bayon.[92]

I lavori di studio e restauro ripresero però in misura apprezzabile solo dopo il ritiro delle truppe vietnamite del 1989. Nel 1991 Federico Mayor, direttore dell'UNESCO, visitò il sito, che l'anno successivo venne inserito tra i patrimoni dell'umanità.[99] All'EFEO si unirono team giapponesi, dell'UNESCO e di altre organizzazioni, come il World Monuments Fund e il "German Apsara Conservation Project". Per coordinare i vari team e offrire supporto tecnico, nel 1993 venne creato lʾInternational Coordinating Committee for the Safeguarding and Development of the Historic Site of Angkor (ICC), guidato da francesi e giapponesi.[100][101] Dal lato cambogiano, il governo ad interim creò con l'aiuto internazionale già nel 1992 la National Heritage Protection Authority for Cambodia (NHPAC).[92] Nel 1995 per decreto reale venne costituito l'APSARA (Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap), con giurisdizione sul parco archeologico.[102][103] A testimonianza del lavoro svolto, nel 2004 Angkor è stato rimosso dalla lista dei patrimoni dell'umanità che si trovano in stato di pericolo.[104]

Angkor è oggetto di ricerche eseguite con tecnologie moderne dalla metà degli anni novanta. Nel 1994 sono stati raccolti dati a mezzo radar per una mappatura ad alta risoluzione della regione tramite lo Spaceborne Imaging Radar-C/X-band trasportato dallo Space Shuttle Endeavour. Tali dati sono stati integrati da un rilevamento AIRSAR del Jet Propulsion Laboratory nel 1996.[105] Ciò ha permesso l'identificazione di strutture non visibili da terra e la formulazione delle ipotesi più aggiornate circa le dimensioni e la complessità della conurbazione di Angkor.[106] Nel 2012 si è cominciato ad usare estensivamente il rilevamento laser tramite Lidar. Questo ha permesso di evidenziare con una precisione che non era ancora stata raggiunta sia l'estensione dei sistemi di gestione idrica ad altre zone (come Koh Ker e il Phnom Kulen)[107] che altri elementi di Angkor, come i resti delle costruzioni non religiose, le cui tracce sono minime. I dati raccolti sembrano suggerire che la natura di Angkor non fosse quella di un unico centro altamente urbanizzato circondato da una vasta periferia rurale con densità demografica minore, ma che vi fossero diversi nuclei disseminati altamente urbanizzati in corrispondenza di diversi templi esterni al nucleo e al reticolato di canalizzazioni principale.[108]

Problematiche[modifica | modifica wikitesto]

Vita notturna nella turistica Siem Reap
Vita notturna nella turistica Siem Reap

Grazie alla sua fama, Angkor è stata oggetto di numerosi progetti internazionali di conservazione e restauro a partire dall'epoca coloniale, sebbene con varie parentesi causa la travagliata storia cambogiana del novecento. Del resto i materiali di cui sono costruiti i templi tendono a deteriorarsi nel clima tropicale, sia per le loro caratteristiche (l'arenaria tende ad esempio a sfogliarsi) che per cause chimiche e biologiche (ad esempio i sali e i batteri contenuti nel guano dei pipistrelli che li abitano).[109]

Con la fine della guerra civile negli anni novanta e il ripristino dei flussi turistici, uno dei pericoli principali per la salute dei monumenti di Angkor secondo gli esperti è costituito proprio dal massiccio afflusso turistico nella zona, che può causare danni diretti (danneggiamenti involontari e vandalismi) e indiretti. Ad esempio l'utilizzo eccessivo delle risorse idriche da parte delle strutture turistiche e dell'aumentata popolazione di Siem Reap potrebbe minare la stabilità del terreno.[110]

Folla all'Angkor Wat
Folla di turisti in attesa dell'alba ad Angkor Wat

Furti d'arte e vandalismi[modifica | modifica wikitesto]

Causa anche le travagliate condizioni politiche e l'estrema povertà della popolazione, il saccheggio dei monumenti e il traffico di beni artistici è storicamente un grave problema in Cambogia. Statue ed altri manufatti vennero sottratti del resto già ai tempi del saccheggio di Angkor da parte dei thai nel quindicesimo secolo. A Mandalay sono esposte delle statue di bronzo khmer sottratte a loro volta ai thai dai birmani nel saccheggio di Ayutthaya.[111]

Famoso il caso che coinvolse nel dicembre 1923 un André Malraux ventitreenne. Egli asportò dei bassorilievi da Banteay Srei, sostenendo il suo diritto di farlo in quanto il tempio non era ancora stato classificato come bene archeologico e contestando il diritto esclusivo dell'EFEO a disporre dei manufatti khmer.[98] Condannato a tre anni di prigione, grazie ad una campagna guidata dalla moglie con il sostegno di intellettuali francesi come Breton, Gide e Mauriac, venne liberato e ritornò a Parigi nel novembre 1924.[112]

I templi più remoti e vicini al confine thailandese sono stati quelli in genere più saccheggiati nell'era moderna. Ciò non toglie che anche Angkor abbia subito danni rilevanti dal commercio illegale di opere artistiche o da semplici vandalismi. Ad esempio nel 1969 Groslier fece trasportare la nota statua del "re lebbroso" (che si ritiene essere una raffigurazione di Yama)[113] al Museo Nazionale di Cambogia, sostituendola con una copia in cemento proprio per preservarla da vandalismi.[114][N 23]

Copia del "re lebbroso" ad Angkor Thom
Copia in cemento della statua del "re lebbroso" che ha sostituito l'originale sulla Terrazza del Re Lebbroso.

Durante la guerra civile e l'occupazione vietnamita alcuni monumenti vennero danneggiati o mutilati per ottenerne parti da rivendere.[115] I danni riportati durante il conflitto furono comunque tutto sommato minimi, in buona parte grazie al valore simbolico riconosciuto di Angkor.[116] Nella confusione politica dei primi anni novanta però il traffico di opere d'arte riprese vigore: statue, frontoni e architravi scolpiti presero la via della Thailandia.[116] A seguito della conferenza di Tokyo dell'ottobre 1993, dalla quale sorse l'ICC-Angkor,[100] il governo cambogiano promulgò una legge apposita contro il traffico di opere d'arte e con l'aiuto della Francia e dell'UNESCO creò un'unita di polizia specializzata, con il risultato di ridurre ai minimi termini furti e vandalismi a danno dei beni artistici.[115] Sono seguite inoltre iniziative per il recupero dei beni sottratti, come la pubblicazione di Looting in Angkor nel 1993 e nel 1997 da parte dell'ICOM ("International Council of Museum"), che riporta un inventario di opere rubate selezionate, catalogate dall'Interpol.[117] Il buon successo di tali iniziative permise al Museo Nazionale di Cambogia di tenere nel 1999 una mostra di oggetti recuperati.[115]

Turismo di massa[modifica | modifica wikitesto]

Sul finire degli anni venti malgrado le difficoltà di accesso il sito cominciò a diventare un'attrazione turistica, inizialmente per un pubblico d'elite. Lo testimoniano l'apertura del Grand Hotel d'Angkor e lo sviluppo dell'originario villaggio di Siem Reap. Celebre la visita di Charlie Chaplin nel 1936.[118] La fine dei conflitti all'inizio degli anni novanta ha riportato ad Angkor il turismo di massa, con i relativi problemi di conservazione dovuti alla massiccia presenza di turisti, che nel 2007 ha superato i due milioni di presenze annue,[119] in larga percentuale asiatici. Punto principale d'accesso resta Siem Reap, dotata di un aeroporto internazionale con oltre un milione di arrivi l'anno[120] e di collegamenti con la Thailandia.

Sfruttamento delle falde acquifere[modifica | modifica wikitesto]

Correlato all'incremento del turismo e del relativo sviluppo di strutture di accoglienza è lo sfruttamento delle falde acquifere che esso comporta. Diversi esperti hanno espresso preoccupazione per le conseguenze che ciò potrebbe comportare sulla stabilità del suolo sabbioso sul quale sorgono i monumenti di Angkor,[121] anche perché la stagione di maggior afflusso turistico è quella secca.[119]

Cultura e religione[modifica | modifica wikitesto]

L'aspetto religioso di Angkor appare centrale. Infatti la religione, strettamente legata all'organizzazione politica e ai fenomeni di centralizzazione politico-amministrativa che resero in buona misura possibile Angkor,[122][123][124][125] fu la fonte di ispirazione delle manifestazioni artistiche ed architettoniche khmer.[126]

Fondamentale risulta la combinazione di eclettismo e sincretismo religioso[127][128] che spiega tra le altre cose la coabitazione di templi induisti e buddisti e la compresenza di elementi riferibili all'animismo originario (ad esempio il culto di pietre sacre in cui si ritiene infuso uno spirito) e al culto degli antenati (Nak Ta). Del resto tali aspetti caratterizzano la religiosità cambogiana anche in tempi moderni, come in altri paesi in cui è maggioritario il culto Theravada.[123]

Essi trovano origine e modalità di espressione in un processo socioculturale chiamato tradizionalmente dagli studiosi "indianizzazione", tutt'altro che chiaro e univocamente definito, le cui caratteristiche lo rendono pressoché unico nella storia delle civiltà umane.[129]

L'indianizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Battaglia tra Deva e Asura nei bassorilievi di Angkor Wat

Col termine "indianizzazione" (o "sanscritizzazione" o anche "arianizzazione") a partire dagli anni venti si è voluto delineare l'evidente adozione da parte di numerosi regni e culture sorti nel sud-est asiatico di religioni, mitologie e forme di espressione artistica estremamente affini a quelle indiane, come pure del sanscrito, delle leggi di Manu, di istituzioni e di un concetto di regalità tipicamente indiano.[129][130][25]

Le modalità con cui un processo di tale vastità e complessità possa essere avvenuto sono state ampiamente dibattute: nel tempo si sono succedute o affiancate diverse ipotesi e il termine stesso ha subito diverse reinterpretazioni e critiche. Appare comunque certo che l'instaurazione di tali costumi fu pacifica, non imposta.[131][130][132]

Lo si suppone cominciato verso l'inizio dell'era volgare, quindi in epoca pre-angkoriana, e durato 4-5 secoli. Vi sono indizi, come il ritrovamento di manufatti in vetro e perline, che rapporti quantomeno indiretti con la penisola indiana siano iniziati ben prima, oltre che della presenza di artigiani indiani nei centri di artigianato costieri.[130][132] Tuttavia è solo dal V secolo d.C. che l'utilizzo del sanscrito, di titoli onorifici e di sistemi di datazione indiani, nonché l'assorbimento di culti locali in una sovrastruttura induista e buddista, appaiono largamente diffusi.[132] In Cambogia le si devono tuttora costumi caratteristici, come l'utilizzo di posate e dita per mangiare, che ad esempio la differenziano dal vicino Vietnam.[130]

L'indianizzazione fu ritenuta un vero e proprio processo di civilizzazione, in cui i popoli locali erano grossomodo recipienti passivi, oltre che dai teorici della "Grande India", come Majumdar (che formularono ipotesi di evangelizzazione su larga scala da parte di bramini o colonizzazione vera e propria da parte di gruppi di indiani, della casta dei mercanti o dei guerrieri),[133][25] dalla generazione di studiosi che si occuparono della decifrazione delle culture del sudest asiatico in epoca coloniale, come Coedès, autore di Les états hindouisés d'Indochine et d'Indonésie, e nelle sintesi di lavori precedenti come la monumentale A history of Southeast Asia di D.G.E.Hall.[134][131] Il concetto venne sottoposto a una revisione critica nei decenni successivi da autori come Mabbett, che indicò anche l'opportunità di evitare la percezione della cultura indiana come un monolite omogeneo che gli appariva caratteristica dei sanscritisti.[135] In realtà già autori contemporanei a Coedes come Paul Mus (Cultes indiens et indigenes au Champa, BEFEO, 33 (1933)) e Van Leur (Indonesian Trade and Society, The Hague, 1955) avevano criticato l'implicito eurocentrismo e le modalità interpretative colonialiste secondo le quali le preesistenti culture indigene sarebbero stati meri recipienti passivi del processo.[131] Van Leur scrisse che gli elementi caratteristicamente indiani non erano altro che uno strato sottile sovrapposto alla preesistente cultura locale,[25] mentre Mus ipotizzò una "cultura dei monsoni", in cui giocavano un ruolo preminente divinità ancestrali protettrici dell'agricoltura, su cui si sarebbero innestati gli elementi indiani.[136]

Ipotesi successive, da Wolters in avanti,[137] furono in ogni caso maggiormente centrate sulla rielaborazione endogena,[N 24] interpretando l'indianizzazione come un cambiamento che ebbe le sue basi in culti e costumi preesistenti e la sua ragion d'essere in motivazioni locali, quali la creazione o il consolidamento di elite politiche, e mantenne carattere fondamentalmente autonomo.[31] Non vi sono ad esempio evidenze dell'adozione effettiva del sistema indiano delle caste (varnas)[138][139] (sebbene alcuni autori indiani abbiano ipotizzato una qualche sua forma di applicazione, anche per un uso politico che non troverebbe precedenti in India),[132] né vennero adottate le prescrizioni alimentari del Manusmṛti, in quanto pesce e maiale venivano consumati, anche durante feste religiose.[140]

Il dibattito trovò cornice politico-filosofica più grande in considerazioni centrate sulla fondamentale autonomia o eteronomia della storia del sudest asiatico, in riferimento al tormentato secondo dopoguerra.[131]

Generalmente si ritiene che un ruolo prevalente sia da attribuirsi agli scambi commerciali, probabilmente con le culture dvaravati e malesi più che direttamente con l'India, come testimoniato dai reperti correlati al Funan, e agli influssi delle popolazioni austromelanesiane fortemente impegnate nel commercio marittimo.[31] Un rapporto comunque indiretto con culture e regni indiani è testimoniato dal fatto che mai i regnanti khmer si rivolsero direttamente a corrispettivi indiani per approvazione o aiuto, al contrario di quanto ad esempio successe tra Vietnam e Cina.[139]

Il processo è riassunto come in altri stati del sudest asiatico da un mito fondatore: il matrimonio tra una principessa nāga e un principe straniero, il bramino Kaundinya, da cui sarebbe originato il popolo cambogiano. Riportato nelle cronache cinesi che parlano di Funan, è un mito di origine indiana cui è facile attribuire diversi significati altamente simbolici (unione tra natura e cultura, luna e sole e via dicendo, oltre al fondamentale ciclo delle acque cui sono collegati i naga). Il termine kambuja del resto appare già in un'iscrizione del IX secolo e i sovrani khmer basarono regolarmente la loro legittimità a governare su una vantata discendenza diretta dalla coppia mitica.[130] Ancora alla fine del XIII secolo Zhou Daguan riportava del legame mistico tra il re khmer e uno spirito-guardiano serpente che si presentava in forma femminile, a garanzia dell'armonia del regno.[141]

Lo shivaismo e il culto devaraja[modifica | modifica wikitesto]

Pur nell'eclettismo caratteristico khmer, testimoniato ad esempio dal culto di Harihara a Hariharalaya, ad Angkor fino al XII secolo assunse una rilevanza certa il culto shivaita. Furono infatti dedicati a tale divinità induista i templi principali di una lunga serie di regnanti, considerati veri e propri "templi di stato", che vi installavano un linga reale,[142] come in Champa.[143] Nelle iscrizioni i linga vengono citati con un nome formato da quello del regnante (o di suoi antenati) più il suffisso -īśvara, titolo di Śiva, secondo una consuetudine comune a diversi regni indianizzati dell'Indocina, ad ulteriore affermazione sacrale della legittimità del regnante, non essendoci all'epoca nozione di appartenenza ed obbedienza a uno stato impersonale.[144]

La diffusione di tale culto, anche in senso devozionale oltre che strettamente politico (vista la relazione particolare del regnante con la divinità e il suo presentarsi come veicolo e canalizzatore delle energie spirituali delle terre che controlla),[143] è stata correlata da Wolters alla presenza in terra khmer di asceti Pāśupata, testimoniata da iscrizioni del VII secolo in cui sono presenti invocazioni classiche di tale corrente, che ritiene Shiva l'essere supremo, di cui gli altri dei sono solo ulteriori manifestazioni.[143][145][N 25]

Nell'iscrizione della stele di Sdok Kok Thom viene menzionato largamente il culto devarāja,[N 26] di cui la stirpe sacerdotale di Sadaśiva, patrono del tempio, era officiante. Esso avrebbe legato Śiva alla persona del re, perciò divinizzandolo in vita. La rilevanza della stele come fonte primaria portò diversi sanscritisti ad esagerarne con ogni probabilità l'importanza,[146] che in effetti non ha trovato conferma in scoperte e ritrovamenti successivi. Nei decenni successivi vari autori, a partire da Filliozat, Kulke[147] e Mabbett[148] ne hanno ridimensionato la possibile rilevanza effettiva,[149] ponendo l'accento sul fatto che si trattasse di un oggetto che veniva spostato e ipotizzando una separazione di tale culto da quello del linga reale vero e proprio.[144] Kulke, notando la presenza in templi induisti moderni di immagini di Śiva che, al contrario dei linga principali, vengono spostate (ad esempio in occasione di festività), ipotizzo che il devaraja fosse una raffigurazione sacra in bronzo, una sorta di palladio che il re custodiva con sè, nel palazzo reale. Probabilmente i riti ad esso associati erano mantenuti segreti e l'aura di mistero che lo avvolge ha contribuito a mantenere aperto il dibattito.[150][N 27] Nel 2001 Hiram W.Woodward jr.ha ipotizzato ad esempio un legame tra il devaraja e il fuoco sacro, che veniva trasportato in un'arca, come visibile in un bassorilievo di Angkor Wat.[151]

Architettura e scultura[modifica | modifica wikitesto]

Galleria a falso arco di Preah Khan
Galleria di Preah Khan a "falso arco".

Partendo dalla fondamentale ispirazione indiana, l'arte khmer trovò motivi espressivi originali, spesso condivisi con altre culture del sud-est asiatico. La stessa forma del "tempio-montagna" ad esempio è caratteristica della regione, dove compare nel V-VI secolo, e non trova espressione nelle culture della penisola indiana.[152] Similmente nel campo della scultura diversi studiosi hanno rilevato che già nel periodo più antico in cui avvenne la cosiddetta indianizzazione si assiste alla diffusione di stili e modelli che non hanno un chiaro precursore indiano né dimostrano stadi di sviluppo paralleli alla cronologia stilistica indiana.[153]

Il metodo costruttivo originario dell'intero Sud-est asiatico è il sistema pilastro-trave, legato all'utilizzo di materiali vegetali, primariamente legno e bambù per le strutture di sostegno e paglia o foglie per le coperture. I pilastri venivano conficcati a coppie nel terreno o in basamenti in pietra o mattone e i pavimenti spesso rialzati, per isolamento termico e protezione dalle inondazioni. Il tetto, elemento che godeva della massima visibilità, veniva realizzato a più livelli nelle strutture più grandi, in cui i pilastri anziché trovarsi agli angoli, come nella classica forma a capanna, erano interni. Vi era una forte componente animistica nell'associare i pilastri allo spirito dell'albero e nel caratterizzare come maschio-femmina la prima coppia di pilastri, spesso associandoli ad un antenato del rispettivo sesso. Tali forme antiche esplicano quindi una cosmologia originaria diversa da quella induista e buddista, che vi si sovrapposero nei primi secoli dell'era cristiana, assieme alla consuetudine tipicamente indiana di costruire edifici religiosi interamente in mattoni e pietra.[152]

I khmer continuarono a costruire le abitazioni e gli edifici a uso civile (compreso lo stesso palazzo reale) in materiali deperibili, principalmente legno, e ben pochi resti ne sono sopravvissuti.[7] Va inoltre tenuto presente che i templi khmer non erano deputati ad accogliere assemblee di culto. Edificati da re o aristocratici per accumulare meriti spirituali,[154] erano destinati a dimora degli dei cui erano dedicati, nella forma di una raffigurazione (un linga o una statua) permeata dalla divinità, installata in una stanza centrale di dimensioni ridotte. Ad esempio il santuario centrale dell'Angkor Wat misura solo 4,6 per 4,7 m. In molti casi un singolo tempio poteva ospitare una moltitudine di santuari secondari e raffigurazioni divine, spesso aggiunte in seguito, in special modo dal regno di Jayavarman VII in avanti.[155] Ad esempio Preah Khan originariamente ne ospitava 400 e ne furono poi aggiunte altre.[155] Alcuni templi induisti furono successivamente adattati a templi buddisti mentre altri, come Ta Prohm, lo furono fin dall'origine.

La struttura di base dei templi angkoriani del periodo classico è basata sulla cosmografia induista. La torre o tempio centrale (prasat) è in ogni caso dominante ed è spesso elevata su una terrazza o in cima a una piramide, nel caso del tempio di stato. Rappresenta il monte Meru, centro del mondo dove risiedono gli dei. Spesso è fiancheggiata da altri quattro torri minori, nella disposizione a quinconce. Le recinzioni quadrangolari, presenti nella forma più semplice fin dai templi preangkoriani di Sambor Prei Kuk, rappresentano le montagne che lo circondano e il fossato spesso presente simboleggia l'oceano.[155]

Considerazioni gerarchiche oltre alla distribuzione geometrica caratterizzano anche il tipo e la posizione degli elementi decorativi. Il tempio centrale è infatti decorato in modo più vasto e ricco, mentre mano mano che ci si allontana dal centro le decorazioni diminuiscono.[155]

Il ritrovamento di sarcofagi in diversi templi ha fatto ipotizzare già negli anni trenta che si trattasse anche di monumenti funerari, in special modo nel caso di Angkor Wat. Si ipotizza del resto che il corpo del re venisse cremato, con cerimonie simile a quelle di cui si hanno riscontri più avanti, tipiche anche del Siam, che facevano parte della trasmutazione reale in divinità. A distanza di decenni la funzione precisa e il modo in cui venivano utilizzati i templi rimangono però in gran misura ignoti e non si può escludere tale utilizzo.[52][N 28]

Caratteristica peculiare di Angkor è la presenza di vasti bacini idrici (baray e srah), dighe che fungevano anche da strade soprelevate, fossati e canali, molti dei quali oramai disseccati. È oramai accettato che tale vastissimo apparato, studiato nella sua complessità solo negli ultimi decenni grazie a tecniche moderne di rilevamento aereo e spaziale,[156][106][108] svolgesse funzioni diverse: rituali, di controllo delle fasi di inondazione e di distribuzione dell'acqua in funzione irrigativa vera e propria, per quanto tale funzione pratica venga da diversi studiosi ritenuta minoritaria.[157] A volte al centro del bacino idrico, su un'isola artificiale, è collocato un tempio, come nel caso dei due mebon e del Neak Pean.

Stili[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi hanno lavorato a lungo a una periodizzazione degli stili angkoriani, con un lavoro parallelo a quello eseguito sulle iscrizioni, che ha richiesto decenni prima di portare a una datazione considerata sufficientemente affidabile dei monumenti.[N 29] Lo stile viene indicato col nome del tempio che primariamente lo identifica e al quale sono stati comparati altri allo scopo di individuare il periodo storico di appartenenza.[158]

  • Stile "Preah Ko" (877-886)
    dal nome del più antico tempo sopravvissuto di Hariharalaya, capitale precedente Yasodharapura, noto per la bellezza degli architravi.
  • Stile "Bakheng" (889-923)
    il primo tempio-montagna di Angkor.
  • Stile "Koh Ker" (921-944)
    la parentesi del regno di Jayavarman IV.
  • Stile "Pre Rup" (944-968)
    la restaurazione di Angkor al ruolo di capitale ai tempi di Rajendravarman.
  • Stile "Banteay Srei" (967-1000)
    seppure di piccola scala e costruito da un aristocratico di corte, costituisce un punto di riferimento per il livello delle decorazioni.
  • Stile "Khleang" (968-1010)
    le linee sobrie, la mancanza di decorazioni esterne e i caratteristici architravi con un kala-makara centrale caratterizzano questo stile, cui appartengono anche Ta Keo e Phimeanakas.
  • Stile "Baphuon" (1050–1080)
    il massiccio tempio montagna che impressionò Zhou Daguan alla fine del XIII secolo, il cui lunghissimo restauro è finito nel 2011, individua uno stile caratteristico, in particolare per la dinamicità, seppur naive, dei suoi pannelli a bassorilievo.
  • Stile classico o "Angkor Wat" (1080–1175)
    dal nome del maggiore e più noto dei templi di Angkor, espressione massima e considerata appunto classica dell'arte khmer. Altri templi nello stesso stile nell'area sono Banteay Samré e Thommanon.
  • Stile barocco o "Bayon" (1181–1243)
    tempio emblema del grande e frenetico programma di costruzioni di Jayavarman VII.
  • Stile "post-Bayon" (1243–1431)
    espressione tipica ne è considerata la Terrazza del Re lebbroso, con raffigurazioni a bassorilievo di danzatrici, re demoni e nāga ricche di dinamismo.

Materiali[modifica | modifica wikitesto]

Lakshmi scolpita sui mattoni, interno di Prasat Kravan
Lakshmi scolpita sui mattoni, interno di Prasat Kravan.

Vi è una continuità architettonica, oltre che storica, con i precedenti regni khmer Chenla. I templi più antichi di Angkor sono infatti costruiti di mattoni, come quelli di Sambor Prei Kuk. Al posto della comune malta veniva utilizzato un composto vegetale che garantiva una maggior compattezza estetica. In alcuni casi, come nel Prasat Kravan, le superfici in mattoni venivano lavorate.[44] Più comunemente esse venivano ricoperte di stucco lavorato,[152] di cui restano solo tracce, e dipinte a colori vivaci. Pigmenti sembra fossero del resto applicati in genere a tutte le superfici. Ancor oggi i bassorilievi di Angkor Wat riportano tracce dei vivaci colori (rosso, bianco, oro) di cui erano ricoperti,[159] sebbene non sia chiaro se siano stati presenti sin dall'origine o aggiunti successivamente.[44] Sono state trovate tracce di pittura anche a Preah Khan e Neak Pean.[44][109]

Lo stucco utilizzato era composto di una calce ottenuta da sabbia e conchiglie, argilla (anche proveniente da termitai) e leganti vegetali quali il tamarindo e lo zucchero di palma. Per garantire una miglior adesione, nelle pareti di mattoni e nella pietra venivano praticati dei fori (visibili ad esempio nel Mebon occidentale) o un'abrasione superficiale. Vista la deperibilità, è certo che già all'epoca gli stucchi venissero restaurati con una certa frequenza e ne sono sopravvissuti pochi tratti, a testimoniare l'alto livello artistico ed esecutivo raggiunto, più che ad Ankgor stessa nel gruppo di Roluos.[160][161]

L'arenaria, materiale pesante e dall'estrazione onerosa, che doveva essere trasportato dalle lontane cave del Phnom Kulen probabilmente per via fluviale, venne inizialmente riservato alle sculture e a particolari di pregio degli edifici, di solito altamente lavorati, come gli ingressi, le false porte, gli stipiti e le architravi.[160] In particolare per queste ultime veniva di solito usata un quarzo-arenaria molto fine.[162]

Un'arenaria molto fine (grovacca), di origine vulcanica, veniva utilizzata per le sculture interne dei santuari già in epoca pre-angkoriana. Ha la caratteristica di presentare una superficie molto liscia, di colore grigio scuro o verde scuro. Nei secoli XI e XII (periodo del Baphuon e dell'Angkor Wat) per opere scultorie veniva solitamente usata un'arenaria molto fine ricca di feldspato. Durante il regno di Jayavarman VII, periodo Bayon, venne usata un'arenaria fine ma immatura, ricca di inclusioni vulcaniche.[163]

Solo dalla fine del X secolo i Khmer furono comunque in grado di costruire templi interamente in arenaria, il primo dei quali sembra fu Ta Keo.[44] Mano a mano che aumentava la richiesta, ne venne usata di qualità spesso inferiore.[160] L'utilizzo dell'arenaria poneva diversi problemi strutturali, visto che ad esempio tende a sfaldarsi, soprattutto se utilizzata in un verso che non è quello di sedimentazione. Tuttavia ben si confaceva all'uso del falso arco (o più propriamente volta incorbellata) caratteristico dei templi khmer e in genere del sud-est asiatico.[152] Inoltre si tratta di una pietra facile da lavorare in superficie. Tale caratteristica permise ad esempio la stupefacente ricchezza di dettagli raggiunta nei pannelli a bassorilievo che ornano l'Angkor Wat.[44]

Recinzione di Angkor Wat: a sinistra laterite, a destra arenaria
Recinzione di Angkor Wat: a sinistra laterite, a destra arenaria lavorata come finta finestra.

La laterite, materiale ricco di ossidi di ferro relativamente abbondante in zona e piuttosto resistente una volta solidificata, veniva utilizzata per elementi destinati a non essere lavorati sulla superficie, come basamenti, recinzioni ed elementi interni di sostegno. La superficie bucherellata che presenta una volta induritasi con l'esposizione all'aria è infatti poco lavorabile e solo occasionalmente veniva intagliata a formare modanature.[109] Di solito veniva ricoperta di stucco quando a vista. Trovò comunque uso più largo altrove che ad Angkor, ad esempio nei templi khmer in territorio thailandese. Dal XIII secolo compare con maggior frequenza in recinzioni e tetti, forse a causa di una richiesta troppo alta di arenaria o di una sua diminuita disponibilità.[160][44]

Il legno veniva utilizzato per gli edifici non religiosi, a volte anche nei templi per la costruzione di tetti, celle o padiglioni, ed era comunque considerato materiale di pregio.[160] Anche per la deperibilità aumentata dal clima subtropicale cambogiano, ne sono stati trovati solo dei resti e indicazioni del suo uso, ad esempio nelle architravi nel terzo livello di Angkor Wat.[160] Si può avere un'idea delle lavorazioni cui probabilmente veniva sottoposto dalle porte e balaustrate in pietra, modellate a somiglianza di quelle in legno.[44]

Altri materiali utilizzati erano la ceramica e la terracotta, utilizzata per tegole di cui sono stati trovati resti. Ci sono diverse indicazioni circa l'uso di metalli in lastre come strato di copertura più esterno dei tetti di alcuni templi o per rivestire le pareti dei santuari centrali (come suggeriscono la mancanza di lavorazioni e dei fori regolari sulle pareti nel Preah Khan).[160] Zhou Daguan riferisce di piastrelle gialle dall'aspetto vetroso che ricoprivano i templi[160] e che il tetto del palazzo reale era ricoperto in piombo, come pure chiama il Baphuon "torre di bronzo".[44]

Angkor nei media moderni[modifica | modifica wikitesto]

I monumenti di Angkor sono stati ovviamente oggetto di molti documentari, ma anche luoghi di riprese cinematografiche. Angkor Wat compare ad esempio in Lord Jim, film del 1965.

Nel 2001 il Ta Prohm appare in Tomb Raider con Angelina Jolie. L'attrice, affascinata dalla Cambogia, vi svolgerà in seguito una vasta opera umanitaria.[164]

Anche In the Mood for Love di Wong Kar-wai ha alcune scene girate ad Angkor.

In Transformers 3 è uno dei siti scelti dai Decepticon per il lancio dei loro pilastri.

Frasi e termini khmer ricorrenti[modifica | modifica wikitesto]

Angkor 
"città", trascrizione khmer del sanscrito nagara
Banteay 
"cittadella" o "fortezza", utilizzato anche per templi circondati da mura
Baray 
bacino idrico artificiale
Eśvara o Iśvara 
suffisso che indica il dio Shiva
Gopura 
termine sanscrito che denota i padiglioni d'entrata
Jaya 
prefisso sanscrito (जय) per nomi propri, significa "vittoria"
Phnom 
"montagna"
Prasat 
"torre", usato genericamente come apposizione nei nomi moderni dei templi
Preah 
termine che riferito a una persona significa "eccellente", utilizzato per cose o costruzioni nel senso di "sacro" (es.Preah Khan significa "spada sacra")
Srei o Srey 
"donna" (Banteay Srei significa "cittadella delle donne")
Ta 
"nonno", a volte più genericamente "progenitore" (Neak ta sta per "progenitori" o "spiriti ancestrali")
Thom 
"grande" ('Angkor Thom, "grande città")
Varman 
suffisso che sta per "scudo" o "protettore" (Suryavarman significa "protetto da Surya", il dio-sole)
Wat 
tempio (buddista)

I siti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

L'area di Angkor comprende alcuni importanti siti archeologici, fra cui:

Il ponte naga ad Angkor Wat, fotografato al tramonto
Una vista aerea di Angkor Wat

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative
  1. ^ progetto multidisciplinare promosso dall'Università di Sydney in cooperazione con APSARA ed EFEO, vedi Angkor Research Program - Overview, The University of Sidney. URL consultato il 23 dicembre 2014., cui si sono aggiunti altre università ed enti, vedi Current projects, The University of Sydney. URL consultato il 23 dicembre 2014.
  2. ^ Il progetto CISARK, a cura di EFEO e Ministero della Cultura e Belle Arti cambogiano, si occupa della catalogazione dei monumenti khmer, anche in territorio non cambogiano
  3. ^ termine usato soprattutto in pali, la lingua dei testi del Buddhismo Theravāda, spesso "città fortificata", vedi (EN) T.W.Rhys Davids, William Stede, Pali-English Dictionary, Asian Educational Services, India, 2007, ISBN 978-81-206-1273-0.
  4. ^ Il termine compare per la prima volta nelle iscrizioni note ai tempi di Rajendravarman, mentre in quelle del IX secolo si fa riferimento al Phnom Bakheng come Yasodharaparvata, vedi Claude Jacques, History of the Phnom Bakheng monument (PDF), Phnom Bakheng workshop on public interpretation, ed.Jane Clark Chermayeff & Associates, World Monuments Fund, dicembre 2005, pp. 23-40, ISBN 978-99950-51-03-7. URL consultato l'8 dicembre 2014.
  5. ^ Tra le più antiche vengono considerate la K.557 e la K.600, ritrovate ad Angkor Borei e datate al 611, vedi M.T.Stark in Norman Yoffee, Bradley L. Crowell (a cura di), 9. Textualized Places PreAngkorian Khmers and Historicized in Excavating Asian History, University of Arizona Press, 2006, pp. 310-312, ISBN 978-0-8165-2418-1.. La K.600 menziona il titolo vraḥ kamratāṅ añ, che suggerisce la comparsa dell'(auto)attribuzione di caratteri divini ai regnanti caratteristica della stirpe di Iśanapura, in cui si impose anche la successione paterna, vedi M.Vickery in David G. Marr,Anthony Crothers Milner (a cura di), Some Remarks on Early State Formation in Cambodia in Southeast Asia in the 9th to 14th Centuries, Institute of Southeast Asian Studies, 1986, ISBN 978-9971-988-39-5.
  6. ^ Il termine sanscrito è stato utilizzato da storici come O.W.Wolters, I.W.Mabbett e C.Higham per definire la costituzione di centri di potere politico nel sud-est asiatico che sfuggono al concetto di stato proprio della tradizione occidentale e cinese, con confini fisici precisi, anzi in tale modello l'entità è definita dal suo centro piuttosto che dai suoi confini, vedi O. W. Wolters, The Professional Lives of O.W.Wolters in Craig J. Reynolds (a cura di), Early Southeast Asia: Selected Essays, SEAP Publications, 2008, ISBN 9780877277439.; Fiorella Rispoli, Dal Neolitico all'eta dei metalli. Dalle prime comunita agricole alle societa complesse: Sud-Est asiatico in Il Mondo dell'Archeologia, Treccani, 2002. ; Charles Higham, 5.The Development of Maṇḍalas in The Archaeology of Mainland Southeast Asia, Cambridge University Press, 1989, ISBN 9780521275255.
  7. ^ data che in realtà non compare nella stele di Sdok Kok Thom ma viene inferita da altre iscrizioni del X e XI secolo, vedi Michael Vickery, A legend concerning Jayavarman II, 2004. URL consultato il 23 maggio 2015.
  8. ^ Vickery si spinge a mettere in dubbio l'intera narrazione, mettendo a confronto le iscrizioni che ne parlano secoli dopo e suggerendo si tratti di un evento mitizzato per scopi politici contemporanei ad esse, vedi Michael Vickery, A legend concerning Jayavarman II, 2004. URL consultato il 23 maggio 2015. e Michael Vickery, Resolving the Chronology and History of 9th R Century Cambodia in Siksacakr, nº 3, Center for Khmer Studies, luglio 2001.
  9. ^ La datazione originale all'850 è stata ridiscussa in seguito, primariamente da Jacques (vedi Michael Vickery, Society, economics, and politics in pre-angkor cambodia : The 7th-8th centuries, Centre for East Asian Cultural Studies for Unesco, Toyo Bunko, 1998, p. 395, ISBN 978-4-89656-110-4.) e oggi generalmente la si anticipa di quindici anni, vedi Charles Higham, Encyclopedia of Ancient Asian Civilizations, Infobase Publishing, 2009, p. 167, ISBN 978-1-4381-0996-1.
  10. ^ Sono state avanzate diverse ipotesi per la scelta di Yasovarman, a partire dal non voler utilizzare la medesima sede reale e di culto di un predecessore da lui ucciso e voler piuttosto stabilire un proprio tempio di stato, più grande e maestoso di quelli dei predecessori, come affermazione di potere (vedi M.Freeman, C.Jacques, 1999, p.10). Altre tesi prendono in esame ragioni più pragmatiche, quali la maggior altezza del terreno del nuovo sito (quindi un minor rischio di inondazioni dal Tonlé Sap, vedi Matti Kummu, The Natural Environment and Historical Water Management of Angkor, World Archaeological Congress 2003, Washington DC, giugno 2003, p. 15.) o l'altezza della falda freatica, massima proprio nella locazione del Baray orientale, vedi Acker ( Robert Acker, Center for Khmer Studies, Hidrology and the Siting of Yasodharapura (PDF), Phnom Bakheng Workshop on Public Interpretation, Siem Reap (Cambogia), dicembre 2005, 2006, pp. 73-86, ISBN 978-99950-51-03-7. URL consultato il 14 agosto 2009., Alexandra Haendel (a cura di), 3 - Mysteries of Angkor revealed in Old Myths and New Approaches, autore del cap.Bob Acker, Monash University Publishing, 2012, pp. 28-41, ISBN 978-1-921867-28-6.)
  11. ^ l'importanza della linea materna nella trasmissione di titoli e diritti risale infatti all'epoca pre-angkoriana, vedi Michael Vickery, Society, economics, and politics in pre-angkor cambodia : The 7th-8th centuries, Centre for East Asian Cultural Studies for Unesco, Toyo Bunko, 1998, pp. 260-270, ISBN 978-4-89656-110-4.
  12. ^ La loro funzione è ignota, ma sembrano essere stati santuari di qualche tipo più che locali effettivamente dedicati alla conservazione di manoscritti.
  13. ^ essendo le due gallerie esterne rettangolari, per allinearsi con il santuario quadrato interno a nord e sud presentano dei gopura spostati alquanto ad est, a suddividere il loro lato in due metà di lunghezza diversa.
  14. ^ Vi sono ipotesi su una prima cerchia muraria ad opera di Suryavarman I, che avrebbe racchiuso il palazzo reale e il suo tempio di stato, il Phimeanakas, in un'area ora compresa in Angkor Thom, vedi Jacques in L'archeologia del Sud-Est asiatico. Cambogia - Il Mondo dell'Archeologia, Treccani, 2005.
  15. ^ in realtà non tutte riportano le facce su tutti e quattro i lati, alcune solo su tre o anche due, vedi M.Freeman, C.Jacques, 1999, p.78
  16. ^ per le modalità con cui avvennero paiono essere avvenuti in un periodo piuttosto breve e diretti verso raffigurazioni tantriche o sincretiche, ai tempi di recente introduzione, piuttosto che verso quelle buddiste tradizionali, tollerate da secoli, vedi Harris,2008, p.50, e con motivazioni politiche più che squisitamente religiose, vedi (EN) Joyce Clark (a cura di), Bayon: New Perspectives, 2 ed., River Books, 2008, ISBN 978-974-9863-47-3.; Sharrock e Vickery ipotizzano anche possa essere stata opera di un sovrano successivo, sicuramente induista, Jayavarmādiparameśvara, vedi Michael Vickery, Bayon: New Perspectives Reconsidered in Udaya, nº 7, 2006, pp. 101-176.
  17. ^ Couto, nell'ottica del mito della "città perduta" che affliggeva i visitatori occidentali, riferisce che un re, identificato come Ang Chan (I), "riscoprì" Angkor Thom durante una battuta di caccia nel 1550/51 e la utilizzò come residenza reale, vedi Groslier, 2006, pp.10 e succ. e Coedès, 1966, p.196
  18. ^ le non troppo affidabili cronache reali, Rapa Ksatr, che quattro secoli dopo raccolgono informazioni su avvenimenti della corte reale khmer a partire dal 1350 circa, raccontano di due saccheggi thai precedenti, avvenuti nel 1353/54 e nel 1394, vedi Coedès, 1966, p.196
  19. ^ in quanto fu via via abbozzata dagli anni trenta e oggetto di formulazione da parte di Groslier fin dal 1952, vedi Rosa Lasaponara e Nicola Masini (a cura di), 9 - Uncovering Angkor in Satellite Remote Sensing: A New Tool for Archaeology, autori cap. D.Evans, A.Traviglia, Springer, 2012, pp. 201-, ISBN 978-90-481-8801-7.
  20. ^ fu però pubblicato solo in epoca moderna, vedi Groslier, 2006
  21. ^ per esempio nel 1925 il registro delle visite annota 832 visitatori stranieri, vedi Leakthina Chau-Pech Ollier, Tim Winter (a cura di), Expressions of Cambodia: The Politics of Tradition, Identity and Change, Routledge, 2006, p. 28, ISBN 978-1-134-17196-5.
  22. ^ Si tratta di esemplari del genere Ficus, di Tetrameles nudiflora e Ceiba pentandra, specie endemiche, vedi Dina D'Ayala, Enrico Fodde (a cura di), Structural Analysis of Historic Construction: Preserving Safety and Significance, CRC Press, 2008, p. 1492, ISBN 978-1-4398-2822-9. e Michael Freeman, Cambodia, Reaktion Books, 2004, p. 87, ISBN 978-1-86189-446-5.
  23. ^ anche le copie in cemento della statua furono comunque vandalizzate, vedi M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.42-43.
  24. ^ Lo stesso Coedès affermò che l'enfasi posta da uno studioso su un aspetto piuttosto che l'altro dipendeva in buona misura dal suo background culturale, vedi Chandler, 2008, p.15
  25. ^ Altre speculazioni tra eventi esterni e particolarità religiose o momenti di discontinuità nella storia angkoriana furono ad esempio quelle di Filliozat circa l'emigrazione di monaci buddisti mahayana dal Bengala, a seguito dell'invasione musulmana del XI secolo, che avrebbe influenzato il regno di Jayavarman VII, vedi Victor Lieberman, Strange Parallels: Volume 2, Cambridge University Press, 2009, p. 221, ISBN 978-0-521-82352-4..
  26. ^ termine sanscrito spesso interpretato letteralmente come "re-dio" o "re degli dei", malgrado già Filliozat avesse proposto una rettifica (vedi Tarling, 1999, pp.324-325), mentre l'originale khmer antico di cui esso è la trascrizione sembra più preciso, kamrateng jagat ta raja/rajya, significando "signore del mondo del re/regno", visto che kramateng jagat compare in altre iscrizioni come titolo attribuito a una divinità protettrice khmer, vedi M.Vickery in Southeast Asia: A Historical Encyclopedia, from Angkor Wat to East Timor.
  27. ^ Jacques ha del resto affermato che la quantità di inchiostro speso in tali dibattiti è inversamente proporzionale agli scarsissimi riferimenti esistenti nelle fonti primarie, vedi M.Freeman, C.Jacques, 1999, p.15
  28. ^ degli usi funerari angkoriani si sa pochissimo, da accenni nelle cronache di Zhou Daguan e da pochissimi ritrovamenti, come le urne cinerarie rinvenute da Groslier nei pressi del Srah Srang, vedi Alison Carter, https://alisonincambodia.wordpress.com/2013/12/28/burying-the-dead-at-angkor/, 28 dicembre 2013.
  29. ^ a testimoniare che si trattò di un lavoro affatto banale e che ancor oggi l'esiguità e ambiguità delle fonti primarie permette di proporre alternative sostenibili, vedi P.Sharrock, I.C.Glover, E.A.Bacus (a cura di), 3. The Date of the Baphuon and the Later Chronology of Angkor in Interpreting Southeast Asia's Past, aut.cap.W.A.Southworth, NUS Press, 2008, ISBN 9789971694050.
Fonti
  1. ^ http://whc.unesco.org/en/list/668, UNESCO. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  2. ^ Royal Decree establishing Protected Cultural Zones, APSARA Authority, 1994. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  3. ^ a b c Michael E. Smith (a cura di), 11 - Low-density, agrarian-based urbanism in The Comparative Archaeology of Complex Societies, autore del cap.Roland J.Fletcher, Cambridge University Press, 2011, ISBN 978-1-139-50203-0.
  4. ^ stimati in 750 000 in Roland J.Fletcher, M.Barbetti, D.Evans, Heng Than, Im Sokrithy, Khieu Chan, D.Penny, C.Pottier, Tous Somaneath, Redefining Angkor: Structure and environment in the largest, low density urban complex of the pre-industrial world in Udaya, nº 4, 2003, pp. 107-121.
  5. ^ (EN) Damian Evans et al., A comprehensive archaeological map of the world's largest preindustrial settlement complex at Angkor, Cambodia (PDF), 2007. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  6. ^ Largest religious structure, Guinness World Records, 2012. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  7. ^ a b M.Freeman, C.Jacques, 1999, p.36
  8. ^ Higham, 2003, p.138
  9. ^ a b c d e f Christophe Pottier, Searching for Goloupura (PDF), Phnom Bakheng workshop on public interpretation, ed.Jane Clark Chermayeff & Associates, World Monuments Fund, dicembre 2005, pp. 41-72, ISBN 978-99950-51-03-7. URL consultato l'8 dicembre 2014.
  10. ^ Julie Masis, Popular Archaeology: “The Lost Temples of Angkor”, 1º giugno 2013. URL consultato il 7 gennaio 2015.
  11. ^ a b (EN) Miriam Stark, Pre-Angkorian and Angkorian Cambodia in Ian Glover, Peter S. Bellwood (a cura di), Southeast Asia: from prehistory to history, Routledge, 2005, ISBN 978-0-415-39117-7.
  12. ^ The Second Prehistoric Archaeological Excavation in Laang Spean (2009). URL consultato il 3 maggio 2015 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2011).
  13. ^ a b c Higham, 2013, cap.2 - Southeast Asia in 2000 BC
  14. ^ R. Thosarat, Charles Higham, Excavation of Khok Phanom Di, 7: Summary and Conclusions (Reports of the Research Committee of the Society of Antiquar), Society of Antiquaries of London, 19 aprile 2005, ISBN 978-0-85431-282-5.
  15. ^ Higham, 2003, p.14
  16. ^ Chandler, 2008, p.13
  17. ^ Higham, 2003, p.16
  18. ^ (EN) Gerd Albrecht, et al., Circular Earthwork Krek 52/62 Recent Research on the Prehistory of Cambodia in Asian Perspectives, vol. 39, 1-2, 2000, ISSN 0066-8435. URL consultato il 15 novembre 2009.
  19. ^ a b Charles F.W. Higham, L'archeologia del Sud-Est asiatico. Cambogia, Treccani, 2005. URL consultato il 3 maggio 2015.
  20. ^ a b c d Higham, 2003, pp.19-23
  21. ^ Archaeologists Explore Prehistoric Foundations of Angkor in Southeast Asia, Popular Archaeology, 8 ottobre 2012. URL consultato il 3 maggio 2015.
  22. ^ Higham, 2003, p.18
  23. ^ Higham, 2013, cap.5 - The Iron Age
  24. ^ Chandler, 2008, pp.18-27
  25. ^ a b c d M.C. Ricklefs, Bruce Lockhart, Albert Lau, Portia Reyes, Maitrii Aung-Thwin, 2. Early State Formation in A New History of Southeast Asia, Palgrave Macmillan, 2010, pp. 18-36, ISBN 978-1-137-01554-9.
  26. ^ a b O'Reilly, 2006, pp.108-113
  27. ^ Michael Vickery, What and Where was Chenla? (PDF), 1994. URL consultato il 26 luglio 2015.
  28. ^ O'Reilly, 2006, p.116
  29. ^ Chandler, 2008, p.34
  30. ^ O'Reilly, 2006, p.119
  31. ^ a b c d e O'Reilly, 2006, cap.5 - Pre-Angkorian and Angkorian polities
  32. ^ Takashi Suzuki, The History of Srivijaya. URL consultato il 23 maggio 2015.
  33. ^ a b Higham, 2003, pp.53-59
  34. ^ (FR) Philippe Stern, Travaux exécutés au Phnom Kulên (15 avril-20 mai 1936) in BEFEO, vol. 38, 1938, pp. 151–174, DOI:10.3406/befeo.1938.4718, ISSN 0336-1519.
  35. ^ (FR) Philippe Stern, Le style du Kulên (décor architectural et statuaire) in BEFEO, vol. 38, 1938, pp. 111–150, DOI:10.3406/befeo.1938.4717, ISSN 0336-1519.
  36. ^ Burgess, 2011, cap.II - The Priest
  37. ^ Higham, 2003, p.57
  38. ^ a b c Claude Jacques, History of the Phnom Bakheng monument (PDF), Phnom Bakheng workshop on public interpretation, ed.Jane Clark Chermayeff & Associates, World Monuments Fund, dicembre 2005, pp. 23-40, ISBN 978-99950-51-03-7. URL consultato l'8 dicembre 2014.
  39. ^ Charles F.W. Higham, Claude Jacques, Jean Boisselier, Miriam T. Stark, Gerd Albrecht, Pierre-Yves ManguinCharles F.W. Higham, L'archeologia del Sud-Est asiatico. Cambogia - Il Mondo dell'Archeologia, Treccani, 2005. URL consultato il 7 gennaio 2015.
  40. ^ Karl-Heinz Golzio, Considerations on the Chronology and History of 9th Century Cambodia in Siksacakr, nº 2, Center for Khmer Studies, 2001.
  41. ^ Karl-Heinz Golzio, The Chronology of 9th Century Cambodia reconsidered once more in Siksacakr, nº 4, Center for Khmer Studies, 2001.
  42. ^ Higham, 2003, pp.70-73
  43. ^ a b Alexandra Haendel (a cura di), 2 in Old Myths and New Approaches, autore del cap.Christophe Pottier, Monash University Publishing, 2012, pp. 12-27, ISBN 978-1-921867-28-6.
  44. ^ a b c d e f g h i M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.26-29
  45. ^ Higham, 2003, pp.79-84
  46. ^ a b c Higham, 2003, pp.91-101
  47. ^ a b Higham, 2003, pp.94-97
  48. ^ Charles Higham, Encyclopedia of Ancient Asian Civilizations, Infobase Publishing, 2009, p. 42, ISBN 978-1-4381-0996-1.
  49. ^ (FR) Célébration de la restauration du Baphuon, EFEO. URL consultato il 24 novembre 2014.
  50. ^ Michael Vickery, Cambodia and Its Neighbors in the 15th Century, Asian Research Institute - Working Paper Series, 2007. URL consultato il 6 gennaio 2015.
  51. ^ a b Rooney, 2005, pp.161-186
  52. ^ a b c d Phyllis Granoff, Koichi Shinohara (a cura di), 10. Ritual and Image at Angkor Wat in Images in Asian Religions: Text and Contexts, aut.cap.R.L.Brown, UBC Press, 2010, pp. 346-366, ISBN 978-0-7748-5980-6.
  53. ^ Marshall Cavendish Corporation, World and Its Peoples: Cambodia, Laos, and Vietnam, Marshall Cavendish, 2007, p. 770, ISBN 978-0-7614-7639-9.
  54. ^ a b c d e f g h i M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.46-67
  55. ^ Emma Mandelli, Gaia Lavoratti (a cura di), Il riferimento temporale nell'architettura khmer in Disegnare il tempo e l'armonia - Vol.1, aut.cap.Alessio Paroncini, Alinea Editrice, 2010.
  56. ^ R.Stencel, F.Gifford, E.Moron, Astronomy and cosmology at Angkor Wat in Science, vol. 193, nº 4250, 23 luglio 1976, pp. 281-287, DOI:10.1126/science.193.4250.281.
  57. ^ Ben Lawrie, Beyond Angkor: How lasers revealed a lost city, BBC, 23 settembre 2014. URL consultato il 2 giugno 2015.
  58. ^ Charles Higham, Encyclopedia of Ancient Asian Civilizations, Infobase Publishing, 2009, p. 43, ISBN 978-1-4381-0996-1.
  59. ^ a b Yoshinori Yasuda (a cura di), Part III - Angkor's demise in Water Civilization: From Yangtze to Khmer Civilizations, Springer, 2012, ISBN 978-4-431-54110-3.
  60. ^ a b c d e Rooney, 2005, pp.190-194
  61. ^ Chandler, 2008, p.42
  62. ^ (FR) Philippe Stern, Diversité et rythme des fondations royales khmères in BEFEO, vol. 51, 1951, pp. 649-687, DOI:10.3406/befeo.1951.5191, ISSN 0336-1519.
  63. ^ Higham, 2003, p.130
  64. ^ Chandler, 2008, pp.66-80
  65. ^ P.Sharrock, I.C.Glover, E.A.Bacus (a cura di), 2. How Many Face Towers in the Bayon? in Interpreting Southeast Asia's Past, aut.cap.O.Cunin, NUS Press, 2008, ISBN 9789971694050.
  66. ^ M.Freeman, C.Jacques, 1999, p.120
  67. ^ M.Freeman, C.Jacques, 1999, p.37
  68. ^ Coedès, 1966, p.197
  69. ^ Coedès, 1968, p.228
  70. ^ Michael Vickery, Bayon: New Perspectives Reconsidered in Udaya, nº 7, 2006, pp. 101-176.
  71. ^ Khmer art history periods & styles, National Museum of Cambodia. URL consultato il 3 giugno 2015.
  72. ^ Coedès, 1966, p.201
  73. ^ Tarling, 1999, p.79
  74. ^ a b c Chandler, 2008, pp.92-96
  75. ^ a b Victor Lieberman, Strange Parallels: Volume 2, Cambridge University Press, 2009, pp. 15-18, ISBN 978-0-521-82352-4.
  76. ^ Norman G.Owen (a cura di), Routledge Handbook of Southeast Asian History, Routledge, 2014, p. 146, ISBN 978-1-135-01878-8.
  77. ^ (FR) Bernard Philippe Groslier, La cité hydraulique angkorienne: exploitation ou surexploitation du sol? in BEFEO, vol. 66, 1979, pp. 161-202.
  78. ^ Angkor, vittima della sua complessità, Le Scienze, 14 settembre 2007.
  79. ^ Roland Fletcher, Dan Penny, Damian Evans, Christophe Pottier, Mike Barbetti, Matti Kummu, Terry Lustig, APSARA, The water management network of Angkor, Cambodia in Antiquity, vol. 82, nº 317, 2008, pp. 658–670.
  80. ^ Steven Mithen, The hydraulic city in Thirst: For Water and Power in the Ancient World, Harvard University Press, 2012, pp. 176-199, ISBN 978-0-674-07219-0.
  81. ^ Mary Beth Day, David A. Hodell, Mark Brenner, Hazel J. Chapman, Jason H. Curtis, William F. Kenney, Alan L. Kolata, Larry C. Peterson, Paleoenvironmental history of the West Baray, Angkor (Cambodia) in PNAS, vol. 109, nº 4, 2012, DOI:10.1073/pnas.1111282109.
  82. ^ a b c d Rooney, 2005, pp.44-48
  83. ^ a b c Fiorella Rispoli, L'archeologia dell'Estremo Oriente: Sud-Est asiatico, Treccani, 2002. URL consultato il 1º giugno 2015.
  84. ^ a b Zak Keith, Angkor and Henri Mouhot: Myths about the discovery of Angkor. URL consultato il 16 febbraio 2013.
  85. ^ Higham, 2013, cap.I
  86. ^ Higham, 2003, p.140
  87. ^ a b Tim Winter, Lost civilization to free-market commerce in Post-conflict Heritage, Postcolonial Tourism, Routledge, 2007, ISBN 978-1-134-08495-1.
  88. ^ Burgess, 2011, cap.V,VI,VII
  89. ^ a b Glaize, 2009, p.51
  90. ^ (FR) Jean Commaille, EFEO. URL consultato il 2 gennaio 2015.
  91. ^ Clémentin-Ojha, 2007, pp.93-102
  92. ^ a b c Kapila D. Silva, Neel Kamal Chapagain (a cura di), 11. Angkor on the world stage in Asian Heritage Management, aut.cap. William Chapman, Routledge, 2013, ISBN 978-1-135-07561-3.
  93. ^ a b Jean Boisselier, Preface to the 4th French edition su A guide to the Angkor monuments, 1993. URL consultato il 7 dicembre 2014.
  94. ^ M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.40-42
  95. ^ (EN) Michelle Vachon, Restorers Face Aesthetic, Practical Dilemmas in Rescuing Ta Prohm in The Cambodia Daily, 29 giugno 2002. URL consultato il 7 dicembre 2014.
  96. ^ (FR) Bernard Philippe Groslier, EFEO. URL consultato il 2 gennaio 2015.
  97. ^ a b c (EN) Henri Locard, Siem Reap–Angkor During the War (1970–1975) and Democratic Kampuchea (1975–1979) in Siksācakr, nº 10, 2008.
  98. ^ a b Linday French, Hierarchies of Value at Angkor Wat in Ethnos, vol. 64, nº 2, 1999, DOI:10.1080/00141844.1999.9981597.
  99. ^ Alison Behnke, Angkor Wat: Unearthing Ancient Worlds, Twenty-First Century Books, p. 54, ISBN 978-0-8225-7585-6.
  100. ^ a b International Coordinating Committee for the Safeguarding and Development of the Historic Site of Angkor (ICC-Angkor), UNESCO. URL consultato il 28 dicembre 2014.
  101. ^ Fifteenth plenary session, ICC, 1º dicembre 2008, p. 19. URL consultato il 27 dicembre 2014.
  102. ^ APSARA, History & organization. URL consultato il 31 marzo 2013.
  103. ^ Fifteenth plenary session, ICC, 1º dicembre 2008, p. 16. URL consultato il 27 dicembre 2014.
  104. ^ Decisions - 28COM 15A.23, UNESCO. URL consultato il 31 marzo 2013.
  105. ^ NASA RADAR REVEALS HIDDEN REMAINS AT ANCIENT ANGKOR, NASA, 12 febbraio 1998. URL consultato il 23 dicembre 2014.
  106. ^ a b Roland Fletcher, Damian Evans, Ian J. Tapley, AIRSAR's contribution to understanding the Angkor World Heritage Site, Cambodia, 2002. URL consultato il 7 dicembre 2014.
  107. ^ Richard Stone, The Hidden City of Angkor Wat, AAAS, 20 giugno 2013. URL consultato il 23 dicembre 2014.
  108. ^ a b Damian Evans et al.', Uncovering archaeological landscapes at Angkor using lidar in Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 110, nº 31, 2013, pp. 12595-12600, DOI:10.1073/pnas.1306539110.
  109. ^ a b c WMF, 1992, pp.23-26
  110. ^ Angkor Wat: Temple of Boom in Current World Archaeology, 7 novembre 2011. URL consultato il 28 dicembre 2014.
  111. ^ Robert Reid, Michael Grosberg, Myanmar (Burma), Lonely Planet, 2005, pp. 234, ISBN 978-1-74059-695-4.
  112. ^ Leslie Barnes, Vietnam and the Colonial Condition of French Literature, University of Nebraska Press, 2014, pp. 21-22, ISBN 978-0-8032-6677-3.
  113. ^ Dawn F.Rooney, Khmer Ceramics: Their Role in Angkorian Society in Udaya, nº 1, APSARA, 2000, p. 142.
  114. ^ WMF, 1992, p.66
  115. ^ a b c Rooney, 2005, pp.64-65
  116. ^ a b M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.42-43
  117. ^ 100 missing objects, Icom. URL consultato il 28 dicembre 2014.
  118. ^ Charlie Chaplin in Cambodia, The Phnom Penh Post, 23 giugno 2000. URL consultato il 23 novembre 2014.
  119. ^ a b Ben Doherty, Private water raiding threatens Angkor's temples built on sand in The Guardian, 27 settembre 2010. URL consultato il 9 dicembre 2014.
  120. ^ Statistics and Tourism Information Department - Ministry of Tourism, Tourism statistics report 2013. URL consultato il 24 novembre 2014.
  121. ^ Heritage site in peril: Angkor Wat is falling down in The Independent, 14 marzo 2008. URL consultato il 9 dicembre 2014.
  122. ^ Tarling, 1999, cap.5 Religion and popular beliefs of Southeast Asia before c.1500
  123. ^ a b J.A.Marston, E.Guthrie, 2004, pp.1-12
  124. ^ Janice StarGardt, Hydraulic works and Southeast Asian Polities in David G. Marr, Anthony Crothers Milner (a cura di), Southeast Asia in the 9th to 14th Centuries, Institute of Southeast Asian Studies, 1986, pp. 23-48, ISBN 978-9971-988-39-5.
  125. ^ Kenneth R. Hall, 6. Temple-Based Political Economies of Angkor Cambodia and Pagan Burma in A History of Early Southeast Asia, Rowman & Littlefield, 2010, ISBN 978-0-7425-6762-7.
  126. ^ (EN) Country - Art and Culture, Sito web del governo cambogiano. URL consultato il 23 maggio 2015 (archiviato dall'url originale il 6 luglio 2010).
  127. ^ Lawrence Palmer Briggs, The Syncretism of Religions in Southeast Asia, Especially in the Khmer Empire in Journal of the American Oriental Society, vol. 71, nº 4, American Oriental Society, 2001, pp. 230-249, DOI:10.2307/596106.
  128. ^ Roveda, 2005
  129. ^ a b Arte dell'Asia sudorientale su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 3 maggio 2015.
  130. ^ a b c d e Chandler, 2008, pp.15-18
  131. ^ a b c d Nicholas Tarling (a cura di), 1. The Writing of Southeast Asian History in The Cambridge History of Southeast Asia: Volume 1, aut.cap.J.D.Legge, Cambridge University Press, 1992, DOI:10.1017/CHOL9780521355056.003, ISBN 978-0-521-35505-6.
  132. ^ a b c d O'Reilly, 2006, cap.8 - Sociopolitical change in early Southeast Asia
  133. ^ R.C.Majumdar, Kambuja-Desa or An Ancient Hindu Colony in Cambodia, Madras, University of Madras, 1944.
  134. ^ Helmut Lukas, Theories of indianization. URL consultato il 19 dicembre 2014.
  135. ^ I. W. Mabbett, The 'Indianization' of Southeast Asia in Journal of Southeast Asian Studies, vol. 8, nº 2, Cambridge University Press, settembre 1977, pp. 143-161.
  136. ^ Chandler, 2008, p.17
  137. ^ Sheldon Pollock, 14 in The Language of the Gods in the World of Men, University of California, 2006, ISBN 978-0-520-93202-9.
  138. ^ Robert L.Brown, The Dvāravatī Wheels of the Law and the Indianization of South East Asia, BRILL, 2006, pp. 193-195, ISBN 978-90-04-10435-8.
  139. ^ a b Chandler, 2008, p.17
  140. ^ (FR) Alexis Sanderson, The Śaiva Religion among the Khmers (Part I) in BEFEO, vol. 90, 2003, pp. 349-462, ISSN 0336-1519.
  141. ^ Trudy Jacobsen, Lost Goddesses: The Denial of Female Power in Cambodian History, NIAS Press, 2008, p. 59, ISBN 978-87-7694-001-0.
  142. ^ Higham, 2003, pp.10-11
  143. ^ a b c Tarling, 1999, p.288-295
  144. ^ a b Tarling, 1999, pp.323-325
  145. ^ O. W. Wolters, 8. Khmer "Hinduism" in the Seventh Century in Craig J. Reynolds (a cura di), Early Southeast Asia: Selected Essays, SEAP Publications, 2008, ISBN 9780877277439.
  146. ^ Vickery, 2004, pp.694-695
  147. ^ Hermann Kulke, The Devaraja Cult, Cornell University, 1978, ISBN 978-0-87727-108-6.
  148. ^ I. W. Mabbett, Devarāja in Journal of Southeast Asian History, vol. 10, nº 2, 1969, pp. 202-223, DOI:10.1017/S0217781100004373.
  149. ^ Crosby, 2004, pp.418-419
  150. ^ Burgess, 2011, cap.X - The God King
  151. ^ Hiram W.Woodward jr., Jacques' Angkor and the Devaraja Question in Journal of Southeast Asian Studies, vol. 32, nº 2, giugno 2001, pp. 249-261, DOI:10.1017/S0022463401000121.
  152. ^ a b c d J.Stargardt, N.Celli,R.Ciarla, L'architettura: caratteri e modelli. Sud-Est asiatico, Treccani, 2002. URL consultato il 2 giugno 2015.
  153. ^ M.J.Klokke, P.C.M.Lunsingh Scheurleer (a cura di), 'Rules' for change in the transfer of indian art to Southeast Asia in Ancient Indonesian Sculpture, aut.cap.Robert L.Brown, KITLV Press, 1994, pp. 10-32, ISBN 9789067180764.
  154. ^ Glaize, 2009, p.23
  155. ^ a b c d M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.22-25
  156. ^ James R. Wiseman (a cura di), 8 - Spaceborne and airborne radar at Angkor: introducing new technologies to the ancient site in Remote Sensing in Archaeology, Springer Science & Business Media, 2007, ISBN 978-0-387-44453-6.
  157. ^ Alexandra Haendel (a cura di), 3 - Mysteries of Angkor revealed in Old Myths and New Approaches, autore del cap.Bob Acker, Monash University Publishing, 2012, pp. 28-41, ISBN 978-1-921867-28-6.
  158. ^ La periodizzazione utilizzata è quella di Jacques, riportata in M.Freeman, C.Jacques, 1999, pp.30-31
  159. ^ Elisabeth A. Bacus, Ian Carvel Glover, Peter D. Sharrock, Vincent C. Pigott (a cura di), Paint, Plaster, and Stucco - Decorative Features of Khmer Temples in Cambodia in Selected Papers from the 10th International Conference of the European Association of Southeast Asian Archaeologists, NUS Press, 2009, ISBN 978-9971-69-405-0.
  160. ^ a b c d e f g h Rooney, 2005, pp.123-128
  161. ^ Dumarçay, 2001, p.65
  162. ^ Janet G. Douglas, F.Carò, C.Fischer, EVIDENCE OF SANDSTONE USAGE FOR SCULPTURE DURING THE KHMER EMPIRE IN CAMBODIA THROUGH PETROGRAPHIC ANALYSIS in Udaya, nº 9, APSARA, 2008.
  163. ^ Federico Carò, From Quarry to Sculpture: Understanding Provenance, Typologies, and Uses of Khmer Stones, Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 28 dicembre 2014.
  164. ^ Douglas Gillison e Phann Ana, Hollyworld: Angie's legacy in Cambodia, 24 ottobre 2011. URL consultato l'8 dicembre 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di interesse storico[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN238969750 · GND: (DE4002034-4