Rosolia

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Rosolia
Rubella Dgk kind mitroeteln.jpg
Il tipico esantema della rosolia, piccole maculo-papule di colorito roseo-rossastro non confluenti.
Codici di classificazione
ICD-9-CM (EN) 056
ICD-10 (EN) B06

Con il termine rosolia si identifica una malattia infettiva che vede come agente eziologico un virus ad RNA del genere "Rubivirus" appartenente alla famiglia dei "Togaviridae".

Tale malattia esantematica colpisce prevalentemente in età pediatrica, e si trasmette principalmente per contagio per via aerea. Ha solitamente un decorso benigno; ma quando una donna non immunizzata ne viene contagiata nelle prime fasi della gravidanza, ha il 90% di probabilità di passare il virus al feto ("trasmissione verticale").

La conseguente sindrome da rosolia congenita causa l'aborto nel 20% dei casi, e può produrre invalidità gravi e permanenti nel bambino. L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima in circa 110.000 i bambini che nascono ogni anno con la sindrome da rosolia congenita e devono confrontarsi con le sue conseguenze invalidanti.[1]

Profilo clinico[modifica | modifica sorgente]

La patologia, frequente nell'età scolare, ha un periodo di incubazione di 14-21 giorni più spesso 16-18 giorni e può presentare due forme cliniche, una tipica (50% dei casi) caratterizzata da esantema micropapuloso non confluente a rapidissima evoluzione cranio-caudale, da febbre moderata (anche se talvolta anche fino a 39° - 39.5° o più), flogosi e tumefazione dei linfonodi nucali e laterocervicali ed artralgie di breve durata solo negli adulti; in questa forma clinica, la linfoadenite, che può durare fino al 30º giorno, precede sempre la febbre e l'esantema di 3-4 giorni e questi ultimi non durano per più di 2-5 giorni.

La viremia compare dopo circa sei giorni dal contagio per scomparire prima che si palesi l'esantema, il virus infatti viene eliminato attraverso il naso-faringe fino a 14 giorni dalla comparsa dell'esantema. La seconda forma clinica è nel 25% dei casi anesantematica con linfoadenite e febbre che però non sempre è presente e nell'altro 25% asintomatica.

Diagnosi[modifica | modifica sorgente]

La diagnosi è principalmente clinica. Tuttavia la diagnosi per la rosolia può venir effettuata ricercando anticorpi specifici del virus nel siero.

La diagnosi differenziale rispetto al morbillo si effettua osservando anche l’eruzione più lieve e leggera, e per l’assenza di Macchie di Köplik (benché talvolta si possano formare per indebolimento generale afte in bocca), rinite, fotofobia o tosse. Inoltre, la rosolia si distingue per il decorso più breve, e con durata e rischio di complicazioni minori.

Terapia[modifica | modifica sorgente]

Non vi sono terapie specifiche per la rosolia, che solitamente richiede solo cure sintomatologiche.

In caso di febbre elevata può rendersi necessario l'uso di paracetamolo, mentre l'ibuprofene può essere usato per i dolori articolari. Caso specifico è l'utilizzo di corticosteroidi nel caso si realizzi una porpora piastrinopenica o una nevrassite (complicanze rare).

Al fine di prevenire le gravi forme di sindrome da rosolia congenita, che può comportare severe invalidità permanenti (sordità, danni visivi, anomalie cardiache) è invece fondamentale il vaccino per tutte le donne che superano la pubertà senza aver contratto la malattia (circa il 15% in Italia). Con l'introduzione del vaccino l'incidenza della malattia è scesa del 99% in buona parte del nostro paese; a livello internazionale, la diffusione su larga scala della vaccinazione ha permesso la forte riduzione delle forme di rosolia congenita in molte nazioni.

Ciò nonostante, nei paesi in cui le copertura vaccinali sono ancora basse (prevalentemente in Africa e nel Sud-Est Asiatico), l'incidenza della rosolia congenita e delle sue complicanze invalidanti è ancora alta, con oltre 110.000 bambini affetti ogni anno. [1]

Rosolia e gravidanza[modifica | modifica sorgente]

Il virus responsabile della rosolia appartiene al complesso TORCH, e l'infezione può trasmettersi al feto durante la fase viremica per via trasplacentare; essa può verificarsi in diversi periodi della gravidanza, e la gravità delle conseguenze che la stessa avrà sul feto dipendono proprio da questo.

  • Fino alla 4ª settimana:
    Non c'è ancora placenta quindi il passaggio del virus all'embrione è abbastanza difficile ma se ciò si verifica probabilmente si andrà incontro all'aborto.
  • 4ª-5ª settimana
    Si sono formati i vasi sanguigni per cui il contagio comincia a divenire più probabile, se esso si verifica si può avere aborto o gravi displasie: ciclopia, acardia, anencefalia.
  • 5ª-16ª settimana
    Le cellule si trovano in uno stato di attiva replicazione e quindi recettive per la replicazione virale, in questo stadio si verificano: inibizione o rallentamento della mitosi e necrosi cellulare, tutto ciò causerà gravi embriopatie malformative che vengono raggruppate sotto il nome di Triade di Gregg: cataratta, malformazioni cardiache e sordità per malformazione dell'organo del Corti.
  • Dalla 17ª settimana
    Si ha infezione senza malformazioni; si possono avere:

Si può verificare che il feto non riesca ad eliminare il virus contratto durante il periodo embrionale. In questo caso il neonato presenterà oltre alle malformazioni anche i segni dell'infezione fetale (epatosplenomegalia, ittero, IgM e IgG, piastrinopenia), ed inoltre continuerà ad eliminare il virus con le urine per ancora 18 mesi.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b WHO Fact Sheet - Rubella

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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