Medusa (zoologia)

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Rhizostoma pulmo, una tipica medusa del Mediterraneo

Le meduse sono animali planctonici, in prevalenza marini, appartenenti al phylum degli Cnidari, che assieme agli Ctenofori formavano una volta quelli che erano i Celenterati.

Generalmente rappresentano uno stadio del ciclo vitale che si conclude dopo la riproduzione sessuata, con la formazione di un polipo. Alcuni studi hanno verificato che la medusa Turritopsis nutricula è potenzialmente immortale, anzi col passare del tempo è in grado di ringiovanire sempre di più fino a ricominciare un nuovo ciclo di vita. Questo processo di ringiovanimento sembra essere causato da forti fattori ambientali che partecipano ai mutamenti cellulari dell'organismo.[1]

Sistematica[modifica | modifica sorgente]

Ciclo vitale degli Scifozoi.

Le meduse di dimensioni maggiori si ritrovano negli Cnidari Scifozoi, le cosiddette scifomeduse, tra le quali primeggia la Cyanea capillata, diffusa nei climi temperati ed artici, che può arrivare ai 2,5 m di diametro. Lo stadio polipoide è molto spesso ridotto, e nella Stygiomedusa e Pelagia noctiluca, specie oloplanctoniche, risulta invece assente.

Nei Cubozoi, la struttura a forma di "ombrello" è di forma cubica con simmetria tetraradiale. Le cubomeduse, meduse diffuse nei mari tropicali, sono di piccole dimensioni, con al massimo i 15 cm (3 metri in estensione) delle Chironex fleckeri; tuttavia sono molto pericolose e talvolta mortali anche per l'uomo, che le ha così soprannominate "vespe di mare".

Lo stadio delle meduse si trova invece assente negli Cnidari della classe Anthozoa e in alcune specie di Idrozoi (ad esempio, l'Hydra), dove in molti altri casi prevale la forma polipoide coloniale, e l'idromedusa è di dimensione e vita ridotta.

Anatomia e fisiologia[modifica | modifica sorgente]

Differenze tra polipo e medusa
Schema di idromedusa:
1.- Ectoderma;
2.- Mesoglea;
3.- Gastroderma;
4.- Cavità gastro-vascolare;
5.- Canale radiale;
6.- Canale circolare;
7.- Tentacolo;
8.- Velo;
9.- Anello nervoso esterno;
10.- Anello nervoso interno;
11.- Gonade;
12.- Manubrio;
13.- Bocca;
14.- Esombrella;
15.- Subombrella.

La forma generica di una medusa è quella di un polipo rovesciato. Può essere immaginata come un sacco leggermente appiattito, dove si riconoscono una zona superiore convessa, l'esombrella, ed una regione inferiore concava, detta subombrella, al cui centro è posta la bocca che si collega alla cavità gastrovascolare mediante una struttura tubulare chiamata manubrium. Dal margine subombrellare si propagano dei tentacoli urticanti a scopo di difesa e di predazione.

Le meduse hanno il corpo composto principalmente da acqua (circa il 98%).

Capacità urticanti[modifica | modifica sorgente]

I loro tentacoli ospitano delle particolari cellule, gli cnidociti, che funzionano una volta sola, per cui devono essere rigenerate. Hanno funzioni difensive ma soprattutto offensive (per paralizzare la preda). Esse si attivano quando vengono toccate, grazie a un meccanorecettore detto cnidociglio, ed estroflettono dei filamenti urticanti detti cnidae. Le cnidae possono essere di diverso tipo: nematocisti o spirocisti, e sono collegate ad appositi organuli, cnidoblasti che contengono un liquido urticante. Le cnidae, in genere, inoculano una sostanza che uccide la preda per shock anafilattico. Il liquido urticante ha azione neurotossica o emolliente, la cui natura può variare a seconda della specie, ma di solito è costituita da una miscela di tre proteine a effetto sinergico. Dai suoi studi, il Premio Nobel Charles Robert Richet individuò le tre proteine e le classificò come: ipnotossina, talassina e congestina. L'ipnotossina ha effetto anestetico, quindi paralizzante; la talassina ha un comportamento allergenico che causa una risposta infiammatoria; la congestina paralizza l'apparato circolatorio e respiratorio.[2]

Anche se non tutte le meduse sono urticanti, alcune cubomeduse come la Chironex fleckeri, sono particolarmente pericolose per l'uomo, in taluni casi possono causare anche la morte per shock anafilattico.[3]

Secondo Fenner & Williamson 1996[4] i casi mortali segnalati sono soprattutto localizzati nelle aree del Sud-Est asiatico e Oceania e nel Golfo del Messico; mentre le specie normalmente presenti nel mediterraneo non sono mai così pericolose.[3]

Per una panoramica delle specifiche azioni di ogni sostanza contenuta nelle singole specie di medusa si rimanda alla lettura dell'utile lavoro di G. L. Mariottini e L. Pane dell'Università di Genova.[3]

Le sostanze urticanti liberate dalle nematocisti delle meduse provocano: una reazione infiammatoria acuta caratterizzata da eritema, gonfiore, vescicole e bolle, accompagnata da bruciore e sensazione di dolore. Questa reazione è dovuta all'effetto tossico diretto del liquido contenuto in tentacoli di medusa (nematocisti). A volte, le meduse possono provocare lesioni cutanee ritardate nel tempo. La reazione cutanea alla medusa ritardata nel tempo rappresenta una entità clinica seria nella quale si sviluppano lesioni di tipo eczematose a distanza di giorni o di mesi dopo il contatto con gli invertebrati, in questo caso si può anche ricorrere, nei casi più gravi, a terapie sperimentali con immunosoppressori.[5]

Talvolta le lesioni cutanee hanno carattere di dermatiti ricorrenti.[6]

Comunemente vengono utilizzate soluzioni diluite a base di: bicarbonato di sodio[7], ammoniaca o acido acetico per lenire l'effetto urticante provocato dalle nematocisti delle meduse. Un recente studio statunitense, però, ha verificato che le stesse sostanze non hanno proprietà lenitive sul dolore; al contrario, l'anestetico per uso topico lidocaina, bloccando i canali ionici del calcio e del sodio delle nematocisti, mostra un'azione inibente il rilascio delle tossine, oltre che un'azione anestetica lenitiva sulla pelle colpita.[8]

Nella terapia di pronto soccorso viene anche usato l'aceto prima di applicare un bendaggio compressivo; oppure nel casi di tentacoli di Tamoya gargantua, una specie tropicale, il ghiaccio, il solfato di alluminio e l'acqua calda.[9]

Il farmaco di elezione, però, nel trattamento degli stati più gravi di reazione infiammatoria al veleno di medusa è lo steroide, che è in grado di controllare le complicanze infiammatorie più gravi.[4]

Riproduzione[modifica | modifica sorgente]

La riproduzione delle meduse è di tipo sessuale, cioè avviene per tramite di gameti che generalmente vengono emessi nell'ambiente esterno, dove la fecondazione ha luogo.

Negli Scifozoi si possono distinguere varie fasi: la fase sessuale

  • la femmina depone le uova nel mare;
  • il maschio libera gli spermatozoi che le fecondano;
  • dallo zigote nasce la planula, una larva che scende e si fissa sul fondale dove poi successivamente assume la forma di un polipo e prende il nome di scifostoma (simile ad una attinia);

la fase asessuale

  • lo scifostoma si divide in seguito in efire, giovani meduse che diventeranno adulte.

Predatori naturali delle meduse sono soprattutto i cetacei, i pesci palla e le tartarughe marine, che ormai scarseggiano nel Mediterraneo. Alcuni pesci, come i "sugarelli" nei nostri mari, sono immuni al veleno e usano le meduse come nascondiglio dai possibili pericoli, utilizzandone addirittura la cavità digerente per depositare le proprie uova, da cui nasceranno i piccoli.

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'incredibile storia della medusa immortale, National Geographic
  2. ^ F. Ghiretti, L. Cariello, Gli animali marini velenosi e le loro tossine. in Ed. Piccin, Padova, 1984, p. 57. ISBN - 88-299-0271-3.
  3. ^ a b c GL. Mariottini, L. Pane, Mediterranean jellyfish venoms: a review on scyphomedusae. in Mar Drugs, vol. 8, n. 4, 2010, pp. 1122-52. DOI:10.3390/md8041122, PMID 20479971.
  4. ^ a b PJ. Fenner, JA. Williamson, Worldwide deaths and severe envenomation from jellyfish stings. in Med J Aust, vol. 165, n. 11-12, pp. 658-61. PMID 8985452.
  5. ^ L. Di Costanzo, N. Balato; O. Zagaria; A. Balato, Successful management of a delayed and persistent cutaneous reaction to jellyfish with pimecrolimus. in J Dermatolog Treat, vol. 20, n. 3, 2009, pp. 179-80. DOI:10.1080/09546630802562443, PMID 19016374.
  6. ^ S. Menahem, P. Shvartzman, Recurrent dermatitis from jellyfish envenomation. in Can Fam Physician, vol. 40, Dec 1994, pp. 2116-8. PMID 7888824.
  7. ^ JW. Burnett, H. Rubinstein; GJ. Calton, First aid for jellyfish envenomation. in South Med J, vol. 76, n. 7, Jul 1983, pp. 870-2. PMID 6135257.
  8. ^ LM. Birsa, PG. Verity; RF. Lee, Evaluation of the effects of various chemicals on discharge of and pain caused by jellyfish nematocysts. in Comp Biochem Physiol C Toxicol Pharmacol, vol. 151, n. 4, maggio 2010, pp. 426-30. DOI:10.1016/j.cbpc.2010.01.007, PMID 20116454.
  9. ^ JG. Taylor, Treatment of jellyfish stings. in Med J Aust, vol. 186, n. 1, Jan 2007, p. 43. PMID 17229035.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

GL. Mariottini, L. Pane, Mediterranean jellyfish venoms: a review on scyphomedusae. in Mar Drugs, vol. 8, n. 4, 2010, pp. 1122-52. DOI:10.3390/md8041122, PMID 20479971.

F. Ghiretti, L. Cariello, Gli animali marini velenosi e le loro tossine. in Ed. Piccin, Padova, 1984, p. 57. ISBN 88-299-0271-3.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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