Crepa padrone, tutto va bene

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Crepa padrone, tutto va bene
Tout va bien.jpg
Suzanne e il marito si intrattengono con gli operai durante l’occupazione della fabbrica
Titolo originale Tout va bien
Paese di produzione Francia, Italia
Anno 1972
Durata 90 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico, politico
Regia Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin
Soggetto Jean Luc Godard, Jean-Pierre Gorin
Sceneggiatura Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin
Produttore Jean-Pierre Rassam e Alain Coffier
Casa di produzione Anouchka Films. Vicco Films, Empire Film
Distribuzione (Italia) Fida
Fotografia Armand Marco
Montaggio Claudine Merlin, Kenout Peltier
Musiche Paul Beuscher
Scenografia Jacques Dugied
Interpreti e personaggi

Crepa padrone, tutto va bene (Tout va bien) è un film del 1972 diretto da Jean-Luc Godard e Jean-Pierre Gorin. Benché non riconosciuto ufficialmente, è l'ultimo lavoro nato dal Gruppo Dziga Vertov che i due animarono tra il 1969 e il 1972.

« Vedrete un film d'amore con le vostre star preferite. Si amano e litigano come in tutti i film. Ma ciò che li separa o li riunisce si chiama lotta di classe. Jane Fonda, giornalista, e Yves Montand, cineasta, passeranno da “ti amo” a “non ti amo più” e poi di nuovo a un secondo “ti amo”, questa volta diverso dal primo: e questo perché tra i due “ti amo” ci sono 45 minuti in cui sono sequestrati in una fabbrica. »
(Jean-Luc Godard, intervista su Le Monde, 27 aprile 1972.[1])

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film inizia con la sommaria presentazione di ciò che occorre per produrre un film: una mano firma degli assegni tratti sul conto della produzione e destinati a pagare i mezzi, gli attori, la sceneggiatura, etc; poi presenta i protagonisti, una coppia in crisi d'identità: lui, regista che non crede più all'impegno politico, né come persona né come artista, tira a campare filmando lavori pubblicitari di dubbia qualità; lei, Suzanne Dewaere, giunta a Parigi come inviata di un'emittente americana all'epoca del Maggio francese, è rimasta a vivere in Francia come giornalista, e scrive réportage senza impegno politico.

I due si trovano loro malgrado coinvolti in una cruda vertenza sindacale; giunti alla fabbrica alimentare “Salumi” vengono chiusi nell'ufficio con il direttore che dovrebbero intervistare, l'italiano Marco Guidotti, che è stato sequestrato da una parte degli operai esasperati. Il direttore racconta alla giornalista, rivolgendosi alla macchina da presa, il proprio punto di vista sul miglioramento delle condizioni di lavoro e dei salari grazie al progresso tecnico e sociale favorito da un padronato illuminato.

Sopraggiungono i militanti del sindacato UGT, contrari all'azione di forza degli operai. Anche in questo caso il sindacalista delegato si rivolge direttamente allo spettatore, guardando in macchina, per sostenere che le azioni di forza di una minoranza di lavoratori estremisti sono controproducenti per la vertenza. Riescono a far uscire i giornalisti dalla stanza chiusa, ma Guidotti tenta di fuggire, allora gli operai richiudono di nuovo tutti e tre.

Durante la notte Suzanne esce a ascoltare il racconto delle operaie, che oltre a subire lo sfruttamento del padrone soffrono anche le grossolane avances dei colleghi e dei quadri.

Tocca ai gauchistes che hanno sequestrato il direttore raccontare le proprie ragioni alla macchina da presa, e sono storie di sfruttamento e salari scarsi. Finalmente gli ostaggi vengono rilasciati, gli operai chiedono scusa a Suzanne e al marito, che accettano di parlare con loro. Per capire cosa significa lavorare in fabbrica, si cimentano a fabbricare salami insieme a loro.

Ognuno torna al suo lavoro. L’articolo che Suzanne scrive sull’occupazione viene rifiutato dalla redazione. Lui torna ai suoi spot pubblicitari, ma comincia anche una riflessione su tutto ciò che è accaduto a partire dal Sessantotto, e rimette in discussione il proprio scarso impegno politico. Hanno anche problemi di coppia, Suzanne è in crisi perché non vuole più leggere alla radio le consuete notizie consolatorie, si rende conto di avere in comune con il marito soltanto i pasti e il letto.

La polizia sgombera con la forza la fabbrica occupata. Suzanne si reca in un supermercato per un servizio che, teme, sarà di nuovo rifiutato dal suo responsabile. Qui è testimone dell’incursione di un gruppo di ragazzi che si fanno promotori di un esproprio e incitano i clienti a uscire senza pagare, poi si scontrano con la polizia.

Il film termina con Suzanne e il marito che si incontrano di nuovo in un caffè, ricominciano a parlarsi e, dice la voce off, incominciano a “pensarsi storicamente”.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Dopo gli anni dell'impegno politico che seguono il Sessantotto e della messa in discussione del sistema-Cinema, Godard e Gorin devono riconoscere che per fare un film d'avanguardia destinato non solo a un ristretto pubblico d'élite, è necessario impiegare capitali e vedettes di livello internazionale. Questa è la ragione per cui accettano di fare questo film con codici produttivi e convenzioni artistiche che loro stessi hanno definito “borghesi”.[2]

(FR)
« On s'est dit que ce film nous fasait revenir dans le système mais qu'il fallait être plus fort que lui.
Prendre le projet de Rassam, mais être meilleur que Rassam: récupérer son argent, ses vedettes, mais faire notre film à nous. »
(IT)
« Ci siamo detti che questo film ci faceva ritornare nel Sistema ma che dovevamo essere più forti di lui.
Prendere il progetto di Rassam, ma essere meglio di Rassam: recuperare i suoi soldi, le sue vedettes, ma fare uno dei nostri film. »
(Jean-Pierre Gorin[3])

I due accettano la proposta del produttore Jean-Pierre Rassam perché le casse del Gruppo Dziga Vertov sono vuote; entrambi subodorano che sarà la fine di questa esperienza collettiva che portano avanti dal 1969. Riescono a imporre al produttore, che ha una relazione con Isabel Pons, membro del Gruppo, di coinvolgere anche gli altri tecnici dello Dziga Vertov.[4]

Il film viene girato in poco meno di sei settimane dal 17 gennaio al 23 febbraio 1972,[5] appena Godard può reggersi in piedi dopo il grave incidente automobilistico dell'anno precedente; i lavori sono stati rimandati perché le due star Yves Montand e Jane Fonda rifiutano di essere dirette sul set da Jean-Pierre Gorin.

In più di un senso, si tratta davvero un “ritorno” di Godard al grande cinema, e per il pubblico è favorito dal fatto che la protagonista sia un'americana a Parigi come Jean Seberg nel suo primo lungometraggio, À bout de souffle e parli francese con quell’accento straniero che lui adora (come la prima moglie del regista, Anna Karina).[6]

Alla ricercata “trasparenza” sui meccanismi e i costi della produzione corrisponde la trasparenza teatrale della fabbrica, ricostruita negli studi Éclair a Épinay-sur-Seine e ripresa in sezione per mostrare contemporaneamente sullo schermo tutti i locali disposti sui tre piani, dove si muovono in stanze diverse il direttore e i giornalisti, gli operai occupanti, i sindacalisti e gli altri operai. Al di là del riferimento diretto alla scenografia di L'idolo delle donne di Jerry Lewis,[7] sembra d'obbligo il richiamo al teatro, soprattutto (e per l'ultima volta in Godard) a Bertolt Brecht: un omaggio al teatro politico che chiude non solo l'avventura del Gruppo Dziga Vertov ma fa anche calare il sipario sulle energie creative scatenate dal Sessantotto francese.[8] L'officina viene costruita come una gigantesca casa di bambole, 30 metri di lunghezza per tre piani, la scenografia più grande e costosa di Godard se si eccettua quella colossale del successivo Passion.[9]

Originale è anche la scena dell'incursione al supermercato Carrefour, diretta conseguenza del lavoro di Godard sul piano sequenza portata avanti nei film pre-'68 (uno per tutti, Week End): la macchina da presa carrella avanti e indietro mantenendosi dalla parte opposta delle casse per mostrare diversi episodi che si svolgono tra gli scaffali.[10] Il piano sequenza inizia alla prima cassa sinistra, la carrellata continua fino all’ultima cassa mostrando i clienti in coda per pagare, e Suzanne che passeggia prendendo appunti su un taccuino e domandandosi se anche il pezzo che scrive sarà cassato. Giunta all’estrema destra, dopo l’ultima cassa, la macchina da presa rivela l’entrata degli studenti che si disperdono. Il movimento si inverte verso sinistra e indugia in corrispondenza di un militante che vende, in mezzo agli scaffali, il programma scontato del Partito Comunista Francese come se fosse un prodotto qualsiasi; i ragazzi si fermano a porgli domande che lui prende per provocazioni.

La carrellata continua fino al punto di partenza, a sinistra, mostrando i giovani che cominciano a gettare merci alla rinfusa nei carrelli dei clienti e li incitano a uscire senza passare dalla cassa; le cassiere guardano la scena sedute al proprio posto, la macchina da presa torna di nuovo verso destra seguendo la lunga fila di carrelli pieni fino all’orlo, poi si assiste al sopraggiungere dei poliziotti che distribuiscono manganellate e, in qualche caso, si appropriano anche di prodotti. La scena dura in totale 10 minuti, ed è ripresa in un unico piano sequenza.

Per l'ultima volta appare in un film di Godard, in una particina minore (una militante nella scena del supermercato), la sua seconda moglie Anne Wiazemsky, dalla quale vive separato (divorzieranno solo nel 1979). Al di là di questa ultima testimonianza, Tout va bien rimane un'allegoria della sinistra che giunge alla sua fine dopo la stagione del Maggio francese.[11]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Citato in Roberto Turigliatto (a cura di), Passion Godard, il cinema (non) è il cinema, CEC, 2009, ISBN 978-88-89887-08-0.
  2. ^ Farassino, 2007, p. 137.
  3. ^ Intervista di Antoine de Baecque con Jean Pierre Gorin a San Diego, 2 dicembre 2008, citata in de Baecque, 2010, p. 458.
  4. ^ de Baecque, 2010, p. 491.
  5. ^ de Baecque, 2010, p. 504.
  6. ^ Farassino, 2007, p. 138.
  7. ^ Federico Rossin, Schizzo di una poetica del burlesque in Godard a partire dal Gruppo Dziga Vertov in Roberto Turigliatto (a cura di), Passion Godard, il cinema (non) è il cinema, CEC, 2009, ISBN 978-88-89887-08-0.
  8. ^ Jean-Pierre Gorin, catalogo di FidMarseille. Marsiglia 2/7 luglio 2008
  9. ^ de Baecque, 2010, p. 503.
  10. ^ Farassino, 2007, p. 139.
  11. ^ Alain Badiou in Daniele Dottorini (a cura di), Del capello e del fango. Riflessioni sul cinema, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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